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domenica 1 marzo 2015

I leghisti in piazza: "Renzi, Renzi vaffa..." Parte il coro anti-premier, la Rai censura Salvini

I leghisti a Roma: "Renzi, Renzi, vaffa..."





Ore 16 e 40 di sabato 28 febbraio. Matteo Salvini sale sul palco in piazza del Popolo a Roma per l'atteso comizio del "No-Renzi day", la grande manifestazione leghista contro il governo. La piazza è colma e il leader leghista parte sicuro, nonostante un fastidioso effetto-eco dovuto agli altoparlanti sparsi in giro. Il discorso va in diretta su SkyTg24, Tgcom24 e RaiNews24. Pronuncia un paio di volte la parola "Renzi" e la piazza risponde pronta "Vaffanculo". Al terzo "Renzi"-"vaffa" si ferma e avverte i suoi: "Ma perchè ogni volta che pronuncio la parola renzi dite vaffanculo. Quello poi ci resta male, si offende e ci piazza una tassa sul vaffanculo al tre per cento". La piazza non si tiene più e scatta un corale "renzi, renzi, vaffanculo" che suona altissimo. Per mamma Rai è troppo. La conduttrice di studio stacca immediatamente il collegamento con un "torniamo in studio" e lancia un altro servizio come se nulla fosse. Vietato sfanculare il manovratore sulla tv pubblica. Passa qualche minuto e, forse preso atto che i "vaffa" erano, almeno per il momento terminati, mamma Rai torna in collegamento da piazza del Popolo. Ma guarda che caso...

sabato 28 febbraio 2015

Anche la moglie inguaia Bossetti: "Tu quella sera eri lì, dimmi perché..."

Yara, la moglie di Bossetti non gli crede più: "Tu eri lì, dimmi di quella sera"





Ha sempre cercato di difenderlo, di credere nella sua innocenza ma ora Marita Comi è assalita dai dubbi e dai sospetti e nelle ultime settimane si è scagliata contro Massimo Bossetti incalzandolo sull'omicidio di Yara Gambirasio. "Tu eri lì. Non puoi girare lì tre quarti d' ora, a meno che non aspettavi qualcuno", gli ha gridato durante il colloquio in carcere, riportato dal Corriere della Sera, quando si è scoperto che il muratore era stato con il furgone nelle strade intorno alla palestra l'ora precedente la scomparsa della ragazzina. Alle 19,51, un'ora dopo la scomparsa di Yara, del 26 novembre 2010, Bossetti ripassa davanti al Centro sportivo e questo fatto smentisce la versione iniziale fornita dall'accusato secondo cui aveva fatto quella strada per tornare a casa dopo il lavoro, che generalmente terminava non più tardi delle 18. Di più. Il giorno del ritrovamento del corpo di Yara Bossetti va al campo di Chignolo d'Isola e chiede alla madre di raggiungerlo. 

Ecco i verbali dell'interrogatorio e le intercettazioni eseguite dopo l'arresto di Bossetti avvenuto il 16 giugno scorso.

I sospetti - Il 4 dicembre scorso Marita Comi va in carcere a trovare il marito. C'è una cimice che registra il colloquio. La Comi lo incalza: "Che cosa hai fatto? Quella sera lì, ti ricordi cos'hai fatto?". Lui risponde: "Secondo te mi ricordo?". E ancora: "Sono sicuro che il telefono era scarico... Ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all'edicola". La moglie: "Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre". Allora lei si infuria, gli contesta di aver visto qualcuno: "Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo".

I buchi nell'alibi - Bossetti ha sempre sostenuto di essere stato al cantiere, ma al di là del suo dna ritrovato sui leggings e sugli slip di Yara che lui dice di non sapersi "spiegare come sia finito lì visto che io Yara non l'ho mai incontrata", tre elementi dimostrano che lui era ben lontano dal cantiere. Il primo è una fattura datata 26 novembre per l'acquisto "con il suo autocarro di materiale edile e un giubbotto presso una ditta a Villa D' Adda". Il secondo è la ricevuta mancante del pranzo "presso il ristorante Ca-Sabi attiguo al cantiere di Palazzago, dove Bossetti risulta aver pranzato dalle 12 alle 13 tutti gli altri giorni lavorativi di novembre". Infine il traffico telefonico con il cellulare agganciato "alle 17,45 dalla cella telefonica di Mapello", quindi in una zona completamente diversa.

La ricostruzione - Bossetti non è ancora riuscito a spiegare che cosa abbia fatto nei 45 minuti precedenti alla scomparsa di Yara mentre girava con il suo furgone nelle strade attorno alla palestra. Inoltre il padre (quello non biologico, Massimo è figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni) Giovanni Bossetti ha raccontato agli inquirenti: "Ritengo giusto informarvi che i giorni del rinvenimento della bambina, mio figlio Massimo, mentre passava da Chignolo d'Isola, ha avvisato mia moglie di quanto stava accadendo chiedendole se volesse raggiungerlo, ma lei ha declinato". Per gli inquirenti è un elemento "gravemente indiziario" tenendo anche conto in una conversazione in carcere lo stesso Bossetti dice alla moglie: "Il 26 novembre pioveva o nevicava, il campo era coperto di fango", dando quindi l'idea di esserci stato.

Bugiardo - Amici e conoscenti dipingono Bossetti come "un uomo buono ma bugiardo e a volte ipocrita". I colleghi lo chiamavano "il Favola" proprio "per le frottole che ci raccontava". Il fratello Fabio, poi, poche ore dopo l'arresto, sembra non credere alla sua innocenza: "Perché non ha risposto alle domande del magistrato? Perché si è avvalso? Io se sono innocente dico quello che penso, punto e basta", commenta con i parenti nella sala d'attesa dei carabinieri.

"Volete condannarci come Gesù Cristo" Omicidio Sarah Scazzi, Cosima si sfoga

Omicidio Sarah Scazzi, Cosima Serrano: "Volete condannarci come Gesù Cristo"





Cosima Serrano ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee al processo d'Appello di Taranto, in cui ho ricordato: "Quel giorno sono andata a lavorare la mattina, sono tornata non prima delle 13.30 e a casa non c'era nessuno". E poi si corregge: "Michele era a casa, ma non sapevo dove esattamente". Riguardo alla scomparsa della nipote dice: "Meno di 24 ore dopo la scomparsa di Sarah ho pensato: o l'hanno presa per farle violenza o qualcuno di San Pancrazio Salentino vuole vendicarsi per il padre". Cosima è stata condannata, insieme alla figlia Sabrina Misseri, all'ergastolo, con l'accusa di avere ucciso Sarah Scazzi. "Concetta sa che non c'entriamo nulla" - "Capisco mia sorella (Concetta Serrano), forse al suo posto avrei detto di peggio, ma in cuor suo sa che non c'entriamo nulla" dice Cosima parlando della sorella, e la crede sicura della sua innocenza.

L'invidia e la cotta di Sabrina - "Si è parlato tanto di invidia, gelosia - aggiunge - ma non ho mai sentito che tipo di gelosia, invidia, di quale rancore? Ci siamo sempre aiutati l'un l'altro tra genitori e sorelle, quando Concetta ha avuto bisogno di me sono stata sempre presente, sempre a disposizione, non me lo facevo ripetere due volte", si difende ancora dalle accusa. E ancora: "Tutti sapevano che a mia figlia piaceva quel ragazzo (Ivano Russo, ndr). Si appartavano? Meglio così. Ivano non era sposato, cosa c'e' di male? Non mi importa della vergogna che dice la gente. Mia figlia e' una persona con la testa sulle spalle". 

Le smentite - Riguardo al racconto del fioraio, che afferma di aver visto quel giorno Sarah in strada dice: "Il fioraio racconta un sogno, è assurdo che Sarah si trovasse lì in strada e Anna Pisanò ha amplificato un sogno. Quel giorno Sarah non l'ho vista proprio, l'ho vista la sera prima". E continua: "Anche la ragazzina, Alessandra Spagnoletti, ha raccontato le cose come una poesia, era impossibile che potessi essere vestita come dice lei".

Come Gesù - "Se vogliono condannarci come Gesù..." - "Sono passati 2015 anni e Gesù Cristo venne condannato dal popolo. Se allora tutti vogliono che siamo condannate... Oggi tutti i giorni vengono condannati degli innocenti". Così conclude Cosima le sue parole spontanee, aggiungendo:  "Noi abbiamo fatto sempre del bene".

Controlli anche sui 730 precompilati La guerra totale del Fisco: le novità

Fisco, dall'Agenzia delle Entrati controlli anche sui 730 precompilati non modificati





Il Fisco controllerà anche il 730 precompilato senza modifiche alla ricerca di errori. E' uno degli effetti principali delle modifiche sui visti di conformità apportate con il cosiddetto decreto semplificazioni (dlgs 21 novembre 2014, n. 175). Secondo quanto riferisce il quotidiano ItaliaOggi, i controlli formali verranno effettuati su professionisti commercialisti e Caf attraverso cui si presentano modelli 730 modificati o meno rispetto alla versione precompilata. Nei confronti del contribuente, precisa l'Agenzia delle Entrate, il controllo formale "verrà limitato sulla verifica della sussistenza delle condizioni soggettive che danno diritto a detrazioni, deduzioni e agevolazioni". Le conseguenze più pesanti, però, sono appunto per Caf e commercialisti, obbligato tra l'altro ad adeguare le loro polizze assicurative, innalzando a 3 milioni di euro (dai precedenti 2 miliardi di lire, poco più di un milione di euro) la soglia del massimale di polizza ed estendendo la garanzia assicurativa per la nuova fattispecie di visto infedele apposto su un modello 730 che li espone al pagamento di una somma pari alle imposte, interessi e sanzioni che sarebbero stati richiesti al contribuente. 

Le sanzioni - Nel caso di "visto infedele", la circolare dell'Agenzia delle Entrate precisa che sia con la presentazione della dichiarazione di rettifica del contribuente sia con la comunicazione dei dati rettificati da parte del Caf o del professionista, la responsabilità di questi ultimi sarà limitata al pagamento dell'importo corrispondente alla sola sanzione che sarebbe stata richiesta al contribuente anziché anche alla imposta e agli interessi.

Giudici danno ragione a Libero: "La Rai è un'azienda lottizzata"

Rai, i giudici assolvono Libero e Oscar Giannino: "E' lottizzata, non è diffamazione"





La lottizzazione politica in Rai? E' cosa nota. Con questa motivazione la Corte di Appello di Milano ha assolto dall'accusa di diffamazione Oscar Giannino, il giornalista di Libero Enrico Paoli e l'allora direttore Alessandro Sallusti, portati a processo nel 2008 da viale Mazzini a causa di alcuni articoli pubblicati su Libero nel febbraio 2008. La tesi di quegli articoli, corredati da un diagramma, era chiara: in Rai le 900 poltrone dirigenziali erano spartite a seconda dell'appartenenza politica, seguendo un rigoroso manuale Cencelli che rispettasse le quote riservate a destra, sinistra e tecnici. 

Gli allora presidente e direttore generale della tv pubblica Claudio Petruccioli e Claudio Cappon non la presero bene e adirono alle vie legali. "Non era sicuramente un documento ufficiale Rai, e non è dunque il prodotto di una illecita schedatura domestica - spiegano i giudici milanesi -, tuttavia deve ritenersi atto informale interno, di provenienza verticistica, perché redatto da soggetto molto ben informato dell'effettivo organigramma". E sulla distribuzione "politica" dei dirigenti, la Corte d'Appello sottolinea come sia "circostanza notoria" che in Rai "anche i soggetti più che meritevoli siano avvantaggiati dalle conoscenze in ambito politico, perché sovente per fare carriera le sole doti personali non bastano e la meritocrazia è concetto di eccezionale applicazione, riservato a quei rari casi che emergono dal coro per peculiari e incontestabili capacità".

L'ìntervista di Giacomo Amadori "Le primarie, le escort, le mazzette" Il deputato del Pd vuota il sacco

Pd, parla il deputato Marco Di Stefano: "Dalle tangenti alle escort, vi racconto tutto"

Intervista a cura di Giacomo Amadori 



Al telefono la voce arrochita è da protagonista di un film poliziottesco anni '70. E in fondo l'onorevole del Pd (autosospeso) Marco Di Stefano lo sbirro lo ha fatto per davvero. Sebbene adesso sia accusato di essere un birbante e di aver intascato una tangente milionaria. L'avrebbe pagata il costruttore romano Daniele Pulcini per far affittare due palazzoni dalla regione Lazio, di cui Di Stefano è stato assessore. Ma da quando è indagato al parlamentare pd è stato attribuito di tutto, dai festini a luci rosse all'acquisto della laurea. I suoi grandi accusatori sono l’ex moglie Gilda Renzi e Bruno Guagnelli, fratello di Alfredo, l'amico di Di Stefano scomparso in circostanze misteriose nel 2009. Oggi per quella sparizione la procura di Roma indaga per omicidio. «Che sia chiaro: questa non è un'intervista, è una chiarificazione. Ma se vuoi usare queste parole (Di Stefano è un tipo che passa subito al tu ndr), usale bene. Io in questa vicenda c'entro poco: su di me è stato fatto un film».

La sua vecchia consorte sostiene che lei abbia intascato una mazzetta da 1,6 milioni di euro.

«Durante la separazione quella donna mi ha accusato di cose assurde che ho dimostrato false. Pensa che si è persino candidata con l'Udeur contro di me, senza aver mai fatto politica, pensando di darmi fastidio e ha preso la miseria di 38 voti. La sorella, con lo stesso obiettivo, è diventata presidente dell'Udeur di Roma. La mia ex moglie mi ha giurato vendetta. È pure andata da mia madre ottantenne a dirle che mi avrebbe mandato in galera».  

Quindi i soldi della tangente non li troveranno... 

«Non esistono e per quello sto tranquillo». 

Hanno scritto che lei è andato a Ginevra a nascondere i suoi soldi, scortato dalla polizia...

«Non sono mai stato a Ginevra e non so neanche come arrivarci. Hanno scritto pure che sono legato ai servizi segreti e che preparo dossier. Sono accuse allucinanti». 

È vero che si è comprato una laurea?  

«Un altro attacco incredibile. Ho fatto un pugno di esami in un’università telematica che se ci va un cerebroleso o un ragazzino di 12 anni si laurea in due anni. Quegli atenei online servono per prendere un pezzo di carta. Un mio amico (il presunto docente corrotto, ndr) mi ha detto: “A te basta il 18, preparati tre o quattro argomenti a piacere, in fondo un po’ di parlantina ce l'hai e i professori sono quello che sono”. Alla fine, in tre anni, dal 2007 al 2010, sono riuscito a dare solo 5 o 6 esami, poi ho lasciato perdere. Altro che laurea comprata». 

Nell'inchiesta di Roma è coinvolta anche la sua attuale compagna, Claudia Ariano. Lei la fece assumere nel 2009 da una società controllata dalla Regione. 

«Assolutamente no. È stata presa a Lazio service quando io non ero più assessore ed ero in guerra con l'allora governatore Piero Marrazzo. Figurati se assumevano la mia compagna, anche se in quel momento, per essere precisi, non lo era ancora. La stavo corteggiando senza troppa fortuna... Persone per bene come lei ce ne sono poche». 

È accusata di aver scritto una relazione sulla base della quale è stato affittato uno dei due palazzi di Pulcini. 

«Le hanno chiesto di tracciare il quadro della situazione, ma quell’edifico non l’ha preso lei. L’hanno tirata dentro per coinvolgere me. Poteva una dirigente che stava là da tre mesi indurre ad affittare un palazzo intero una società che ha un cda, un presidente, un direttore generale, un assessore e un governatore di riferimento? Siamo di fronte a un altro film». 

I soldi della mazzetta glieli trovano o no? 

«Ma che mi trovano? Io spero che stiano setacciando tutto il mondo. Io con quella storia del palazzo di Lazio service non c’entro niente. Sono andato a un’assemblea dei soci con delega di Marrazzo, con un ordine del giorno scritto da Marrazzo e ho soltanto detto che dal 2005 esisteva un problema logistico per centinaia di dipendenti e che la Corte dei conti ci aveva dato 70 milioni di multa perché usavamo il personale di Lazio service in maniera impropria». 

Con il senno di poi si rioccuperebbe di una vicenda che riguardava un immobile di un suo amico? 

«Non è colpa mia se c'è stata una gara pubblica e lui l'ha vinta. Sono stato dieci anni in commissione urbanistica e per questo chiunque avesse ottenuto l'appalto sarebbe stato mio amico. Conosco pure il tuo editore. Chi non conosco a Roma io?» 

Alcuni testimoni dicono che Alfredo Guagnelli, il 28 aprile 2009, avrebbe ritirato a Montecarlo un milione di euro in contanti da suo cognato, Maurizio De Venuti, per un investimento... 

«Chi ce li ha i soldi a Montecarlo? E secondo te io facevo investimenti con Alfredo? Che non vedevo quello che combinava negli affari?».  

Eppure ci sono tre testimoni. 

«E che dicono? Io li querelo». 

Dopo gli articoli di «Libero» suo cognato è stato pure sentito in procura e i magistrati hanno mostrato la sua foto a più di un teste per vedere se lo riconoscessero. 

«Maurizio sta sempre insieme con me, certo che lo conoscono». 

I pm stanno verificando se il 28 aprile di sei anni fa si trovasse a Montecarlo. 

«Può darsi che ci fosse. Mio cognato da 20 anni va nel Principato almeno tre volte l'anno. Lo avrà dichiarato anche ai pm. Ma non credo che questo sia un reato». 

De Venuti ha incontrato Guagnelli a Montecarlo quel giorno di primavera? 

«Non lo escludo. Ma anche questo non è un reato». 

C'era pure lei nel Principato? 

«Non lo so. Comunque lassù Alfredo aveva molti altri contatti». 

Gli inquirenti stanno verificando se suo cognato abbia davvero consegnato un milione di euro. 

«Non può essere accaduto». 

Ma perché i testimoni hanno parlato di soldi? 

«Lo avrà fatto Guagnelli e non so perché. Avrà avuto i suoi motivi. E se quel giorno lui e Maurizio erano entrambi a Montecarlo non significa che mio cognato gli abbia elargito quella somma». 

Sui giornali l'hanno accusata di aver preso parte a festini sexy e Bruno Guagnelli dice che il fratello le avrebbe messo a disposizione una ragazza della sua agenzia di modelle... 

«I festini sono un’incredibile invenzione». 

E la fanciulla di cui parla Bruno? 

«Mi trovavo al casale di Alfredo in Toscana e ci stava pure lei».  

Ci sono testimoni che dicono di avervi visti consumare un rapporto. 

«È entrato un domestico mentre stavo guardando una partita di calcio e questa stava vicino a me. Ero un personaggio in vista e come tutte le ragazze ha provato a fare qualcosa… ma mi chiedo dove sia il reato». 

Per Bruno Guagnelli era stata pagata da suo fratello. 

«Non penso che fosse una escort. Visto che non ero brutto e contavo qualcosa se un’amica di Alfredo veniva con me potevo immaginare che fosse pagata? Con lui ci siamo divertiti, era un compagnone, ma i ruoli erano chiari e distinti: l’assessore ero io e lui solo un mio amico. Se avessimo commesso qualche illecito insieme il giorno dopo ci avrebbero scoperto. Probabilmente, in certi ambienti lui si è venduto il mio nome, la mia amicizia, questo sì».
  
L'hanno definita il boss del Pd romano... 

«Ma io non conto un cazzo. Quando hanno fatto il rimpasto in Regione sono stato il primo che hanno cacciato perché non avevo coperture nazionali». 

Eppure ha ottenuto numerose preferenze... 

«Vengo dalla strada, ho sempre sputato sangue e ho gente che mi vuol bene. Se mi candido a Roma arrivo primo o secondo e invece alle primarie sono arrivato ventitreesimo». 

Bravo. Parliamo delle primarie. In un'intercettazione lei minacciava sfracelli. 

«Ho detto certe cose solo perché avevo il patema d’animo». 

Ma è innegabile che le primarie del Pd siano molto chiacchierate. 

«Lo dicono tutti. L’ho detto io ed è successa l'iradiddio. Io ho solo presentato un ricorso al mio partito». 

Che cosa non le è piaciuto? 

«Al secondo turno poteva votare solo chi lo avesse già fatto al primo. Nelle mie sezioni, quelle dove ero più forte, hanno mandato presidenti puntigliosissimi. A Casalotti dove prendo mille preferenze molti miei elettori non hanno potuto votare. Invece nelle altre sezioni hanno votato tutti, dai marocchini ai cinesi, e per dimostrarlo ho mandato dei miei amici in giro. Li hanno accettati anche se non avevano partecipato al primo turno. Io fatto ricorso indicando nomi e cognomi degli amici miei. È evidente che c'è stata disparità. Poi dici che sono incazzato. Sono vent’anni che faccio politica e visto che non sono organico al partito, sono sempre sopravvissuto grazie ai miei consensi. Il mio candidato al Comune di Roma è arrivato quarto. Ti sembra possibile che io possa arrivare ventitreesimo? Non ci crede nessuno». 

Però l'hanno fatta entrare in Parlamento da primo dei non eletti... 

«Perché tutti avevano capito che forse avevano esagerato. Alle primarie è successo di tutto. A livello nazionale sono stati presentati mille ricorsi e il partito li ha dovuti bocciare in blocco perché erano troppi. In compenso i primi dei non eletti sono stati tutti piazzati da qualche parte. A me m’hanno mandato alla Camera dopo aver messo quella che mi era arrivata davanti a fare l'assessore: era una che avevano inserito in lista alle tre di notte senza farla passare dalla primarie. Se qualcuno ha lavorato a questa soluzione è perché penso che nel partito lo ritenessero giusto. Non mi sembra che sia una cosa tanto grave». 

Dicono che lei sia un renziano. È stato uno dei relatori alla Leopolda di Firenze. 

«Là sono stati invitati tutti i parlamentari. Hanno chiesto chi volesse tenere un tavolo di discussione: io mi sono offerto e l’ho fatto». 

Si è parlato di una trappola per Renzi... 

«Perché doveva essere un trappola? Certamente sono successe tante cose strane. Ci sono stati giornali che mi hanno aggredito in maniera particolare. In questi mesi ho capito che la politica nazionale è una cosa troppo grande per me».

venerdì 27 febbraio 2015

Vittoria di Renzi in Ue? La Kyenge: a salvarci dagli immigrati sarà lei...

Ue, Cècile Kyenge nominata responsabile per l'emergenza immigrazione





L'Unione europea ha scelto Cècile Kyenge per fermare l'emergenza degli sbarchi di immigrati. Come riporta il Giornale.it, l'ex ministro Pd dell'Integrazione nel governo di Enrico Letta ha ricevuto l'incarico dall'Europarlamento insieme alla maltese Roberta Metsola del Ppe: le due eurodeputate saranno le relatrici del "rapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell'Ue alle migrazioni". In altre parole, l'Unione europea ha affidato alla Kyenge e alla Metsola il compito di ricordarci come così non si possa andare avanti. Ma attenzione, perché stando ai giudizi espressi a caldo dalla stessa Kyenge, sommati alle riflessioni fatte fino a pochi giorni fa, la linea è chiara: superare Triton così come è stato superato Mare Nostrum, e andare in direzione di una accoglienza che sappia garantire "la tutela della vita umana". Storceranno il naso Matteo Salvini, i leghisti e tutti coloro che pretenderebbero una stretta sugli sbarchi, anziché un allargamento delle maglie. 

"Responsabilità condivisa tra gli Stati" - "Dobbiamo superare il perenne approccio emergenziale con cui è stato sempre affrontato il tema - ha spiegato la Kyenge, commentando la nomina -. Il flusso di migranti che attraversano le frontiere Sud dell'Europa è un fatto strutturale e transnazionale". Quel che occorre, spiega l'ex ministro, è la condivisione delle responsabilità "tra tutti gli Stati membri, ponendo al centro innanzitutto la tutela della vita umana". Un paio di settimane fa, interpellata dall'agenzia di stampa Adnkronos, la Kyenge tuonava contro il ministro degli Interni Angelino Alfano: "Ha abbattuto i costi di Mare Nostrum, ma è a posto con la sua coscienza?". "Alfano ha accettato, davanti all'Europa, una logica al ribasso che ha ridotto la vita umana ad un fatto di costi. 

"Gli sbarchi? Dobbiamo imparare a gestirli" - Il ministro Alfano - proseguiva la Kyenge - dice che anche con Mare Nostrum c'erano comunque i morti? Nel passaggio a Triton il peggioramento c'è stato eccome, lo dicono i numeri, e soprattutto si è dato un costo alla vita umana. Forse, per lui, la vittoria è quella di aver accolto meno persone". "Triton ha fallito ed è servita a lavare la coscienza dei paesi membri dell'Ue, soprattutto dell'Italia", era l'accusa pesante della Kyenge anche al premier Renzi -. Il nostro Paese, primo tra tutti gli altri, deve spingere perché diventi un'operazione europea", visto che in passato "non ha avuto il coraggio di difendere Mare Nostrum. Dobbiamo pretendere di più. I conflitti e le guerre ci sono: è inevitabile che ci siano anche le migrazioni. Noi, piuttosto, dobbiamo imparare a gestirli". In attesa dei risultati di questa nomina ad effetto, il Pd già esulta per il successo segno del "prestigio del Pd in Europa": che sia questo il massimo risultato del semestre di presidenza italiana?