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domenica 19 marzo 2017

Gli 007: "Kim ha 20 testate nucleari" C'è una mappa... trema anche l'Italia

Allarme nucleare, anche l'Italia nel raggio d'azione dei missili nordcoreani



Pronti all'opzione militare. I piani per un eventuale attacco sono sul tavolo del segretario di Stato americano Rex Tillerson. E gli Stati Uniti, ieri, hanno fatto sapere di considerare l'attacco alla Corea del Nord una ipotesi tutt'altro che remota, se Pyongyang continuerà con le minacce e gli atti ostili nei confronti dei Paesi confinanti.

Giusto il 6 marzo scorso, quattro missili nordcoreani sono caduti in mare a meno di 300 chilometri dalle coste giapponesi dopo aver percorso una traiettoria di mille chilometri dal punto di lancio. Nell'arsenale di Kim Jong-Un ci sarebbero secondo fonti di intelligence almeno 20 testate nucleari pronte a essere montate sui missili. E una simulazione ha rivelato che un attacco nordcoreano potrebbe fare in pochi attimi fino a 1 milione di morti in Corea del Sud, un Paese densamente abitato in cui milioni di persone vivono a poche centinaia di chilometri dalle basi missilistiche del Nord.

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Già, ma a rischiare grosso non sono solo Corea del Sud e Giappone. L'ultimo missile di cui s'è dotata Pyongyang, lo "Unha-3", ha infatti una gittata di oltre 10mila chilometri con un carico di testata tra o 700 e i 1000 chilometri. Il che significa che anche l'Italia rientra nel suo raggio d'azione, con due eccezioni, che sono oltre la sua portata: la Sicilia e la Sardegna.

Ancora Napolitano, adesso Renzi trema Re Giorgio ha l'uomo Pd (non è Matteo)

Primarie Pd, il retroscena: Napolitano pronto a sostenere Orlando




Non smettono di arrivare brutte notizie per Matteo Renzi alle prese con la corsa alla segreteria del Pd. La strada finora sembrava in discesa, i candidati avversari non sembravano impensierire più di tanto i renziani visto lo scarso seguito che possono vantare due come Andrea Orlando e Michele Emiliano. Eppure quello dei renziani potrebbe apparire come un madornale errore di valutazione, soprattutto alla luce degli ultimi sostegni guadagnati dai concorrenti.

Il più roboante sarebbe quello di Orlando, ora più forte con il sostegno dell'ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Secondo AffariItaliani, Re Giorgio sarebbe d'accordo con i reduci del gruppo Migliorista nel sostenere il ministro della Giustizia con un fine ben più alto. L'obiettivo sarebbe quello di recuperare tutti i transfughi dopo la scissione, una pattuglia nutrita di compagni che non si ritrovano più in quel partito di marca renziana.

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Le telefonate tra Napolitano e Renzi negli ultimi tempi si sarebbero fatte sempre più rare. E un brutto segnale per l'ex premier sarebbe arrivato già lo scorso febbraio, quando Napolitano aveva firmato il documento a favore del governo Gentiloni per tirare avanti fino alla fine della legislatura.

MINISTRO SCERIFFO Minniti, sfogo contro il Pd "Io di destra? Ma loro..."

Decreto sicurezza, Minniti respinge le accuse: "Non è una legge di destra, tutela la sicurezza con i sindaci"



Il nuovo decreto sicurezza che porta la firma del ministro dell'Interno Marco Minniti ha fatto storcere il naso a più di uno tra le fila della maggioranza. I borbottii più insistenti arriverebbero per lo più da sinistra, dove la legge è stata presto tacciata di essere "di destra". Un'etichetta che all'ex braccio destro di Massimo D'Alema non piace neanche sentire per sbaglio: "Quindi il decreto sulla sicurezza urbana sarebbe una legge di destra... - ha detto a Repubblica - Straordinario... forse perché qualcuno non l'ha letto".

Lo sviluppo del decreto prima che vedesse la luce ha visto la collaborazione tra il ministero e l'Anci, su quelle pagine Minniti rivendica un lavoro fatto gomito a gomito con tutti i sindaci d'Italia, che per la maggior parte non sono certo di centrodestra. E poi va nel merito dei provvedimenti con piglio deciso: "Qualcuno mi risponda: è di destra una legge che sottrae la definizione delle poliche della sicurezza nelle nostre città alla competenza esclusiva degli apparati, trasformando la sicurezza in bene comune e chiamando alla sua cogestione i rappresentanti liberamente eletti dal popolo, vale a dire i sindaci? È di destra - ha aggiunto - un decreto che, per la prima volta nella storia repubblicana, risponde a una legittima richiesta di sicurezza con il solo strumento amministrativo, senza aumentare le pene o introdurre nuovi reati?".

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Quel che più irrita Minniti sono le accuse da sinistra di classismo, oltre a quelle di assecondare i sindaci sceriffi: "Questa idea che il decreto serva ai sindaci per ripulire i centri storici delle città, confinando i marginali ancora più ai bordi, significa semplicemente non aver letto quel decreto. Il sindaco non ha nessun potere di disporre il daspo, vale a dire l'allontanamento amministrativo di un soggetto da una determinata area della città, perché quel potere è e resta dei questori". Nel mirino di Minniti infatti non ci sono certo i senzatetto o chi rovista nella spazzatura, ma chi commette davvero un reato: "Per dirne una, qualche spacciatore seduto davanti a una scuola o una discoteca, o magari un writer cui sarà chiesto di pulire un bene comune che ha imbrattato". 

"Da imbecilli, hai calato le braghe"  Vittorio Feltri demolisce Gentiloni

Vittorio Feltri: "Perché Gentiloni ha calato le braghe"


di Vittorio Feltri



Finalmente abbiamo un governo decisionista, talmente deciso che davanti al ricatto della Cgil non ha esitato un istante a calare le brache, cancellando i cosiddetti voucher, una parolaccia che significa pagamento precostituito per prestazioni saltuarie. Trattasi di un documento, una specie di carta di credito, che viene consegnata a chi fornisce un lavoro senza godere di una assunzione definitiva. Serviva, per esempio, a me per retribuire l’uomo che mi tagliava l’erba del giardino. Lui falciava e io in cambio gli davo il benedetto voucher che lui riscuoteva al netto delle ritenute di legge. Un sistema efficace, questo, per ridurre al minimo il nero.

Ai sindacati però, che pure lo hanno utilizzato alla grande, il voucher non è mai ufficialmente piaciuto e ne hanno preteso la eliminazione. Il governo ha tentato timidamente di difenderlo. Quando la Cgil, il cui equilibrio mentale è da accertare, ha organizzato un referendum allo scopo di abrogarlo, l’intrepido Gentiloni si è inginocchiato davanti a sua maestà Camusso e onde evitare il plebiscito, ha preso il descritto “buono”, che era buono davvero, e lo ha gettato nella discarica.

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Che bravo il nostro premier. È riuscito in cinque minuti ad aprire la strada, in discesa, della evasione fiscale. Io non so come farò a remunerare il mio tagliatore d’erba. Temo che sarò costretto a dargli sottobanco dei soldi oppure dovrò rassegnarmi a sostituirmi a lui per sistemare il prato, cosa che non sono capace di fare. Bel risultato. Come me agiranno tutti coloro che abbisognano periodicamente della collaborazione di un operaio provvisorio. Invece di andare avanti, il presidente del Consiglio va indietro per soddisfare i capricci del sindacato di estrazione socialcomunista. L’Italia ha una irresistibile vocazione al suicidio fiscale e non c’è verso di modificarne l’indole. Succede spesso in ogni famiglia di chiedere l’intervento chessò dell’idraulico, il quale su richiesta accorre prontamente e aggiusta il guasto all’impianto. La domanda che gli viene rivolta al termine è questa: quanto le devo? Risposta: 100 euro più IVA del 20 per cento, totale 120 euro, se vuole la fattura. Altrimenti, ne bastano 80.

Chi è quel cretino che non desidera risparmiare 40 euro? Tanto più che della fattura il cittadino ignora che farsene. Questa si chiama evasione difensiva. Come combatterla? Abbassando le tasse rendendole umane, accessibili e soprattutto utilizzando i proventi fiscali allo scopo di offrire alla comunità servizi decenti, il che non avviene. Tutti noi infatti ci interroghiamo: lo Stato dove lo mette il fiume di denaro che gli versiamo? Ecco il mistero che incentiva i furti all’Erario. Al quale ora si aggiunge il motivo strano per cui Gentiloni a cuor leggero ha scartato il voucher. Una operazione imbecille e inspiegabile.

sabato 18 marzo 2017

Parigi, terrore islamico in aeroporto: ucciso l'aggressore, dove voleva colpire

Parigi, terrore all'aeroporto Orly: prova a rubare l'arma al militare, viene ucciso



Ancora terrore di matrice islamica. Ancora a Parigi. Diversi colpi d'arma da fuoco sono stati esplosi all'interno dell'aeroporto Orly. La notizia è stata data per prima da Al Jazeera, che ha citato alcuni testimoni. Un uomo è stato ucciso dopo aver tentato di rubare l'arma ad un militare, che ha reagito, rincorrendolo e uccidendolo. L'intero aeroporto, il secondo per dimensioni della capitale francese, è stato evacuato. Le autorità hanno confermato che l'attentatore era "un musulmano radicalizzato".

Verso le 09:15 nello scalo di Orly "un uomo ha rubato una pistola a un soldato dell'operazione Sentinel, di ronda al terminal Sud di Orly con altri colleghi in mimetica e con l'arma a tracolla, come prevedono le regole dello stato d'emergenza. Poi si è rifugiato in un negozio dell'aeroporto, prima di essere ucciso dalle forze di sicurezza", ha detto alla il portavoce del ministero dell'Interno Pierre-Henry Brandet, precisando che non ci sono feriti. L'assalitore è stato ucciso mentre si dirigeva - con l'arma rubata - verso un McDonald's del Terminal Sud, hanno riferito testimoni citati da Le Monde. Secondo le ricostruzioni, a fare fuoco è stato un agente della polizia di frontiera.

Poco prima del tentato attacco in aeroporto, a nord della Capitale francese, un agente di polizia era stato ferito con un colpo di arma da fuoco da un uomo che ha forzato un posto di blocco. La notizia è stata riferita dal ministro dell'Interno. Inizialmente si sospettava che si trattasse di un complice del terrorista che ha provato a colpire in aeroporto, ma successivamente si è scoperto che si trattava della stessa persona.

Di Battista, clamoroso attacco a Grillo Il retroscena: la frase che vale la guerra

M5s, Alessandro Di Battista contro Grillo: "Sono stanco di metterci la faccia"



L'ultima baracconata del "dittatore" Beppe Grillo rischia di far crollare il M5s, e non solo nei sondaggi. Si parla dell'annullamento del voto online con il quale era stata scelta la candidata sindaco a Genova, tal Marika Cassimatis, la quale era sì stata scelta dalla fantomatica Rete ma non piaceva al grande capo. E così, Grillo, ha svelato la pagliacciata della democrazia diretta, annullando la consultazione e facendone una seconda vinta da chi voleva lui. "Fidatevi di me", ha detto Grillo al "popolo" pentastellato per giustificare le sue azioni. Insomma, altro che democrazia diretta: questo è un uomo solo al comando, al quale i pentastellati dovrebbero credere in modo fideistico.

Insomma, Beppe l'ha fatta grossa. E quel "fidatemi di me" non avrebbe attecchito neppure su uno dei soldatini sempre in prima linea, Alessandro "Dibba" Di Battista. Già, perché il grillino, dopo il "raid" del grande capo Beppe, viene indicato come molto scosso. Secondo un retroscena di Repubblica, il Dibba avrebbe detto a un suo collega: "Sono stanco di metterci la faccia". Già. Troppo. Anche per lui. Tanto che Di Battista avrebbe detto chiaro e tondo di non volersi più esporre per il Movimento, dato che ogni principio viene tradito e calpestato a piacimento del leader.

Resta la frase di Di Battista, pesantissima. E resta soprattutto il suo scoramento. E che qualcosa si sia rotto lo dimostra anche il fatto che - toh, che caso - ora nel M5s si cominci a dubitare anche di lui. O meglio, ora che il Dibba ha alzato il ditino, gli si rinfaccia lo scarso lavoro sui cosiddetti meet-up, poi affidati a Roberto Fico. Sempre Repubblica cita un parlamentare, anonimo e con le Cinque Stelle, il quale dice: "Se pensiamo ad andare in tv e non a lavorare nei comuni, è questo che succede". Occhio, il M5s crolla...

LA RIVOLTA DEGLI ITALIANI Si riprendono il condominio: così cacciano gli immigrati

Taranto, 50 italiani occupano lo stabile dei migranti: "Veniamo prima noi"



Dalle proteste ai fatti. Alcune famiglie del quartiere Salinella di Taranto, privati dell'assistenza e degli aiuti che reclamano, hanno occupato lo stabile dei migranti in via Plinio, nei pressi della zona Bestat. L'edificio era, una volta, la sede degli uffici comunali ed è diventato poi l'alloggio che ospita i numerosi extracomunitari senza casa e senza lavoro. Per una volta, dunque, sono gli italiani a cacciare gli immigrati e a occupare le loro case.

Quando si è presentata sul posto una ditta di pulizie, si suppone incaricata dalla cooperativa che si occupa dell'assistenza ai profughi e dell'accoglienza, gli occupanti hanno fatto sentire le loro voci e le loro lamentele: "Non è giusto che si aiutino gli extracomunitari, ignorando tanti tarantini che da anni vivono nel disagio. Non siamo razzisti, abbiamo bisogno". Molte le madri con in braccio i bambini, in evidente stato di bisogno, hanno spiegato le ragioni del loro gesto: "Case ai profughi? Prima noi italiani". Dopo l'occupazione, la zona è stata immediatamente presidiata dalle forze di polizia che hanno cercato di risolvere la questione. È iniziato lo sgombero delle case, ma la tensione rimane alta.