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venerdì 17 febbraio 2017

Legge sul testamento biologico "L'ultima parola spetta ai malati"

Legge sul testamento biologico "L'ultima parola spetta ai malati"


di Matilde Scuderi



Fare in modo che siano i malati ad avere l'ultima parola. Questo è l'obiettivo di quanti, tra medici pazienti e familiari, richiedono con urgenza l'approvazione di una legge sul testamento biologico. Un primo testo base sulle disposizioni anticipate di trattamento per il testamento biologico è stato presentato alla Camera e discusso nell'ambito di una conferenza organizzata dall'l’Associazione 'Luca Coscioni' che propone tre modifiche al testo che esplicitino concetti di particolare importanza: il primo punto è la prevalenza del volere del malato; secondo principio irrinunciabile è che il soggetto deve poter esprimere la sua volontà di rinunciare a qualunque misura terapeutica senza eccezione, tutti i trattamenti sono rinunciabili; terza richiesta è che nel disegno di legge sia inclusa esplicitamente la possibilità di accedere alla sedazione palliativa profonda, cui è ricorso il malato di Sla deceduto nei giorni scorsi a Treviso. Si tratta di cambiamenti da approvare prima che la legge approdi alle Camere.

Perché sono necessarie le disposizioni anticipate. Perché sarebbe necessario specificare la possibilità di esprimere in modo anticipato le proprie volontà sul fine vita? Può essere capitato a chiunque di discutere con il proprio medico delle proprie idee sulla sofferenza o sull’accanimento terapeutico, in caso di malattie incurabili. E sarà capitato pure, anche se meno spesso, che quando il paziente diviene incapace di intendere e di volere il suo medico non se la senta di rispettare quelle volontà espresse solo oralmente. Delle disposizioni anticipate scritte del testamento biologico eviterebbero una situazione di questo tipo. “Il testo attualmente in esame alla XII Commissione - ha spiegato Mario Riccio, anestesista rianimatore dell’ospedale di Cremona e medico di Piergiorgio Welby - pur essendo molto attento all’autodeterminazione del paziente, cosa che non accadeva nelle precedenti proposte, presenta diversi punti ambigui. È esplicitato che le decisioni devono essere condivise da medico e paziente. Ma se ad un certo punto non c’è più questa condivisione da parte del medico, che fine fa la volontà espressa dal malato? E ancora, l’articolo 3 al comma 3, permette al medico di non rispettare la decisione del paziente se dimostra che lo stesso, quando ha fatto la sua scelta, non conosceva l'esistenza di alcune cure successivamente scoperte”.

“Così si corre il rischio che il medico non rispetti le volontà del malato”. Insomma, secondo i rappresentanti dell’Associazione Luca Coscioni, intervenuti alla camera dei Deputati, durante una conferenza stampa organizzata per discutere della questione, ci sarebbero diversi punti che, se non chiariti, farebbero vacillare le volontà del malato. “Nel testo - ha continuato Mario Riccio - è stato inserito anche il termine tutela della vita. Il medico è chiamato a tutelare la vita. Non è un’affermazione contraddittoria se lo stesso dottore deve interrompere i trattamenti salvavita, qualora un paziente lo volesse?”. Ma il medico di Piergiorgio Welby solleva anche un’altra questione: “non ho trovato - ha specificato - nessun riferimento alla sedazione profonda palliativa continua. Si fa riferimento ad un’altra legge che, pur parlando di cure palliative non fa riferimento alcuno alla sedazione profonda continua”.

Una legge lunga vent’anni. Per risolvere ogni questione non servirebbe altro che seguire l’esempio di altri Paesi che già hanno legiferato, con precisione, in materia. “Arriviamo oggi a discutere di un argomento simile con estremo ritardo – ha detto Carlo Alberto Defanti, primario emerito dell’ospedale Niguarda di Milano e medico di Eluana Englaro - in California hanno una legge di questo tipo dal’ 76”. L’Italia è partita tardi e, come se non bastasse, ha pure allungato i tempi dell’iter burocratico per oltre vent’anni: “nel ’92 - ha continuato Defanti - era stata redatta la carta dell’autodeterminazione e nel ’96 venne depositato il primo disegno di legge su questo argomento. È assurdo dopo più di due decenni siamo ancora a questo punto. Ho seguito il caso Englaro in prima persona e pensavo che questa vicenda potesse accelerare l’iter legislativo, invece, così non è stato. Anzi, pare che la vicenda provocò addirittura una battuta d’arresto”.

Quali sono i dolori a cui si può porre fine. Michele Gallucci, direttore della Scuola italiana di medicina e cure palliative, invece, sottolinea l’importanza della definizione di dolore: “la sedazione - ha aggiunto Gallucci - è l’interruzione intenzionale della percezione della sofferenza del malato. La sofferenza non è solo data dal dolore fisico, ma può essere anche di tipo esistenziale”. Ma a questo punto si pone un altro interrogativo: chi ha un malessere di natura esistenziale può essere ritenuto in grado di prendere decisioni così delicate sul fine vita, in modo lucido?

Consenso informato e capacità di scelta. È Fabrizio Starace, direttore del dipartimento di salute mentale di Modena e presidente della Società epidemiologica psichiatrica a fare chiarezza. “I principi del governo inglese, in materia di consenso o dissenso, dovrebbero essere i punti cardine da cui partire per orientarsi. Può prendere una decisione di questo tipo chiunque sia in grado di valutarne i pro, i contro e le conseguenze. Una condizione depressiva, ad esempio, secondo le linee guida inglesi è ritenuta compatibile con una scelta di questo tipo. In altri contesti legislativi, invece, la presenza di una sindrome depressiva dev’essere esclusa da uno specialista competente. Ma se dovessimo mettere in discussione la capacità di giudizio in base alla comparsa di uno stato depressivo, allora dovremmo mettere in discussione il giudizio di almeno il 10-15 per cento della popolazione, in alcuni momenti della propria vita. Se una decisione così importante è reiterata e mantenuta nel tempo, allora l’accanimento affinché si cambi idea è sbagliato”.

I nuovi emendamenti del testo sul testamento biologico. Intanto alcuni parlamentari dell’intergruppo eutanasia – testamento biologico ed esponenti dell’associazione Luca Coscioni, fanno sapere che nonostante l’ostruzionismo evidente, fatto attraverso gli oltre 3 mila emendamenti presentati, entro martedì prossimo il testo approderà alla Camera. Dopo arriverà l’altro scoglio da superare: il Senato. Ma chi ha vissuto in prima persona le pene di una morte che si avvicina e le sofferenze di una malattia che non lascia via d’uscita, si augura che ognuna di queste proposte diventi presto parte di una vera legge dello Stato. “Spero - ha concluso Pina Welby - che dopo 10 anni dalla morte di Piergiorgio arrivi finalmente una legge che possa rassicurare tutti noi. Specialmente chi come me sta andando verso la fine della propria vita”

"Testa di c... co...", le carte sulla Panarello L'incubo del piccolo Lorys: cosa gli faceva

"Testa di cogl.." Furia Panarello. L'incubo del piccolo Lorys: cosa gli faceva



Sono emersi dettagli inquietanti nei confronti di Veronica Panarello, condannata per l'omicidio di suo figlio Lorys Stival, dalle 194 pagine che riportano le motivazioni della sentenza. Quel che accadeva in casa tra la Panarello e suo figlio in assenza del marito e del suocero è stato ricostruito attraverso le dichiarazioni di conoscenti e vicini. I genitori dei compagni di classe di Lorys, ad esempio, hanno raccontato particolari terribili riportati dai loro figli: "Ultimamente mio figlio mi ha riferito che Lorys gli ha confidato che non stava molto volentieri con la mamma - ha detto uno dei genitori - e che non vedeva l'ora che tornasse il papà, perché la mamma lo picchiava. Raccontava ai compagnetti che litigava spesso con la mamma e che gli mancava il papà". Ben peggiori sono le testimonianze dei vicini che in più occasioni hanno sentito la donna chiamare il bambino "testa di cazzo" e "coglione". Ogni giorni si sentivano "rumori di sedie e oggetti sbattere per terra".

Meningite, morta una donna a Milano Bimba di 7 mesi in condizioni disperate

Meningite, morta una donna. Una bimba di 7 mesi in condizioni disperate



Una 49enne di Truccazzano, nel Milanese, è morta per meningite mentre una bimba di sette mesi è ricoverata in condizioni critiche all’ospedale Buzzi. È quanto segnala l’assessorato lombardo al Welfare. "Purtroppo la notte scorsa si è verificato ancora un decesso per sepsi meningococcica - spiega l’assessore Giulio Gallera - Si tratta di una donna, residente a Truccazzano, che martedì scorso, 14 febbraio, era stata ricoverata presso il reparto di rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano già in gravi condizioni. Non abbiamo ancora notizia del ceppo di meningococco che ne ha causato la morte, gli esami sono ancora in corso. La donna - ha spiegato Gallera - di 49 anni, lavorava presso un’azienda della provincia di Monza e Brianza pertanto il personale del servizio di igiene pubblica di Ats Città Metropolitana di Milano sta mettendo in atto tutti gli interventi di profilassi necessari in stretta collaborazione con Ats Brianza. La profilassi antibiotica - ha proseguito - è già stata attivata nei confronti dei quattro famigliari e dei contatti stretti (dodici). In questo momento è in corso un incontro informativo presso la sede parrocchiale al termine del quale il personale sanitario di Ats distribuirà il farmaco per la profilassi ai minori (37) ed agli adulti (23), individuati come contatti stretti. Siamo in attesa degli esiti dell’indagine epidemiologica per procedere ad un eventuale ampliamento dei contatti da sottoporre a profilassi. Ats Città Metropolitana di Milano - ha sottolineato l’assessore - in accordo con il sindaco di Truccazzano, ha provveduto ad inviare una nota per la cittadinanza con informazioni sulla malattia e sugli interventi di profilassi previsti".

"Nella giornata di ieri, inoltre - ha spiegato ancora l’assessore Giulio Gallera - è stata ricoverata presso l’ospedale Buzzi di Milano anche una bambina di 7 mesi per la quale è stata, purtroppo, confermata una infezione meningococcica. Le sue condizioni cliniche sono attualmente ancora critiche. Ats Milano sta eseguendo, anche in questo caso, la profilassi dei contatti, limitati a famigliari e parenti dato che non frequentava comunità. La bambina non è iscritta al servizio sanitario regionale, non ha un pediatra di libera scelta, e non ha fatto nessuna vaccinazione. Si tratta di una famiglia romena che vive in un appartamento, nella quale non sono emerse evidenti situazioni di trascuratezza, ma di fragilità sociale".

Diluvio di perizoma e donne nude: Boldrini, il suo passato oscuro / Foto

Laura Boldrini, quando viveva tra ragazze babà mezze nude


di Azzurra Noemi Barbuto



Per fortuna esiste Laura Boldrini. Eroica paladina delle donne, degli immigrati e delle desinenze femminili, il presidente della Camera, - pardon -, la presidentessa, è sempre pronta a schierarsi in difesa dei più deboli e degli emarginati, tra questi la sindaca più afflitta della storia, Virginia Raggi, accostata dal nostro giornale al tubero più amato al mondo: la patata.

«Piena solidarietà alla sindaca di Roma per l’inaccettabile volgarità sessista rivoltale dal quotidiano Libero», ha tuonato su Facebook la presidentessa, parlando anche di «becero maschilismo», di lesa «dignità delle donne». Insomma, Boldrini è stata bollente.

Ormai il termine «sessismo» è in voga più che mai, un po’ come la patata, che non passa mai di moda. Se oggi per la presidentessa della Camera il termine «patata» è degradante, un vilipendio alla dignità della donna, per la stessa era accettabile che le donne venissero esposte seminude in tv, in perizoma e reggiseno, e chiamate «spogliatelle» o «babà».

Era la bollente estate del 1988, Laura Boldrini aveva 27 anni, neo-laureata in giurisprudenza con tesserino da giornalista pubblicista, era entrata in Rai con un contratto a tempo determinato come assistente di produzione e lavorava all’interno di uno scanzonato programma in onda su Raidue il venerdì in prima serata, «Cocco», condotto da Gabriella Carlucci, regia di Pier Francesco Pingitore, noto regista de Il bagaglino.

Il programma, un Drive in dei poveri, quintessenza della scollacciata tv berlusconiana anni ’80, si apriva con la divertente sigla: «Cocco, cocco, io ti voglio, io ti ho nel pensiero, io ti voglio per me» e dall’inizio alla fine era un tripudio di corpi femminili che si dimenavano a ritmo di musica dance ed in abiti succinti più che mai, interrotti da giochi demenziali e dalle esibizioni della Cocco band, incorniciate dalle «spogliatelle» e dalle «babà», le modelle scosciate che facevano parte del cast del programma.

Insomma, il trattamento degradante qui lo ha subito solo la «patata», tubero osceno e volgare. Mentre «babà» e «sfogliatelle» sono termini ammessi per definire delle donne.

Oggi Boldrini si dice scandalizzata dai concorsi di bellezza e dalla presenza in tv di due modelli femminili dominanti: «La casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve», ha dichiarato.

Eppure non si può non ricordare che lei stessa proviene da quegli ambienti a suo giudizio indecorosi e che le «spogliatelle» e le «babà» si esibivano davanti ai suoi occhi compiaciuti. È questo l’ambito in cui la presidentessa dalla brillante morale ha intrapreso la sua carriera lavorativa.

Ma a queste ipocrisie siamo ormai abituati. Boldrini manifesta due volti: uno bacchettone e l’altro libertino. Abbiamo raccolto lo sfogo di Marina Brasiello, presidente dell’associazione «Io no», la quale ci ha raccontato il suo incontro con la presidentessa della Camera avvenuto l’8 marzo del 2015. In occasione della festa delle donne, i membri dell’associazione di Brasiello si sono riuniti davanti a palazzo Chigi, per onorare, con una manifestazione pacifica e di piccole dimensioni, la memoria di tutte quelle madri, sorelle, mogli, figlie, vittime di omicidio.

Boldrini, come ci ha raccontato Brasiello, quel giorno ha riservato alle donne che l’aspettavano per ricevere un segno di vicinanza, un trattamento più adeguato a dei criminali che a delle vittime.

«Quando è arrivata Boldrini, ci hanno ordinato di stare zitti. Io mi sono avvicinata a lei e le ho detto che quelle donne erano lì per ricevere una parola di conforto, pregandola di concederla loro», racconta Brasiello.

La presidentessa della Camera ha risposto a questa richiesta ordinando alla polizia di allontanare Marina. Nessuna parola. Nessun gesto. Solo tanta indifferenza e alterigia.

«Ci ha trattate come se fossimo nessuno e questo ha amplificato la nostra sofferenza», continua Marina.

Per fortuna, al grido disperato di dolore di queste donne, ha risposto Giorgia Meloni, «che non solo è venuta in mezzo a noi, ma ha anche ascoltato una ad una le nostre storie. Non cambia molto, ma almeno Meloni ha donato un gesto d’amore a coloro che piangono i loro morti», conclude Brasiello.

E questo era tutto ciò che quelle donne avrebbero voluto: semplicemente essere ascoltate.

Forse si dovrebbero fare meno battaglie sull’uso della vocale «a» al posto della sessista «o» e schierarsi in difesa delle donne che hanno davvero bisogno di solidarietà. E che non sono Virginia Raggi.

LA BOMBA SUL PD Indagato il padre di Renzi Così può affondare il figlio

Indagato Tiziano Renzi: l'accusa può danneggiare l'immagine del figlio




Il padre di Matteo Renzi, Tiziano, è indagato dalla procura di Roma per l'inchiesta Consip. I magistrati, secondo il Corriere della sera, lo accusano di traffico di influenze per i rapporti con l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo, coinvolto in una serie di commesse pubbliche e soprattutto del cosiddetto Fm4, la gara di Facility management da 2,7 miliardi di euro, bandita nel 2014. Un appalto dalle dimensioni enormi e che da solo vale l'11% della spesa pubblica nazionale nel settore.

La scorsa settimana è stato eseguito un decreto di perquisizione nei confronti di Romeo. Nelle carte sono emersi i dettagli di "colloqui intercettati tra Romeo e il suo collaboratore Italo Bocchino - l'ex parlamentare An - durante i quali hanno passato in rassegna e descritto con dovizia di particolari facendo i nomi dei soggetti con i quali hanno intrattenuto rapporti".

giovedì 16 febbraio 2017

Sicilia-vergogna, nessuno paga le tasse Così vi hanno rubato 52 miliardi di euro

Sicilia da vergogna, nessuno paga le tasse. Così vi hanno rubato 52 miliardi


di Enrico Paoli
@enricopaoli1



I numeri sono quelli di una voragine: 52 miliardi in 10 anni. Ma il contesto nel quale emergono, l'audizione in Commissione parlamentare Antimafia dell' amministratore unico di Riscossione Sicilia, Antonio Fiumefreddo, delineano un vero e proprio pozzo di San Patrizio. Portando a casa almeno la metà di quelle tasse non riscosse le casse dello Stato potrebbero tirare un bel sospiro di sollievo. Tanto per avere un ordine di grandezza la legge di Stabilità per il 2017, approvata a dicembre dal Parlamento, ammonta a 27 miliardi di euro. Gli evasori siciliani si sono «mangiati» due finanziarie. Una tragedia greca declinata in siciliano, pagata dagli italiani.

Fiumefreddo, nel corso dell'audizione, ha parlato di «tributi non riscossi», di debiti dei deputati «per importi milionari», di «irregolarità di tutti gli appalti siciliani». Insomma, un quadro a dir poco devastante, aggravato dal senso di impotenza. «Al 2015 l' azienda, che dovrebbe incassare 5 miliardi e 700 milioni l'anno», spiega l'amministratore dell' ente, «incassava solo 480 milioni, ovvero l' 8% di quanto avrebbe dovuto riscuotere».

Per Fiumefreddo la percentuale diventa ancora più scandalosa man mano che si sale di reddito. «Per chi dichiarava più di mezzo milione di euro», spiega il dirigente, «la riscossione era ferma al 3,66%, con un vulnus incredibile rispetto anche al resto del Paese». Fra i grandi evasori, secondo l'amministratore di Riscossione Sicilia, ci sarebbero imprenditori che operano nel campo dell'ortofrutta, delle onoranze funebri, degli appalti e delle carni. Qualcosa da salvare, però, c'è. Secondo Fiumefreddo 22 miliardi su 52 non sono ancora prescritti.

Sia pur con qualche difficoltà, come spiega l'amministratore, qualcosa si può fare anche se a Trapani, da 15 anni, non c'è un responsabile. «All'ultimo hanno puntato la pistola e ha lasciato l'incarico», spiega Fiumefreddo, «abbiamo proceduto con le azioni esecutive, ponendo sotto sequestro autovetture e persino un aereo da 12 milioni di euro intestato a una prestanome».

I maggiori debitori sono i Comuni, in testa Catania con 19 milioni, poi Messina, Siracusa e ultima Palermo. Abbiamo chiesto di avere risposte ma non ne sono arrivate». Fra i problemi segnalati dall'amministratore alla Commissione presieduta da Rosy Bindi ci sono anche le consulenze: 887 a fronte di 700 dipendenti nel febbraio 2015. Fiumefreddo ha anche segnalato all'Anac l'irregolarità delle gare celebrate in Sicilia. «Nell'Isola gli appalti pubblici, qualunque sia la stazione appaltante», dice ai commissari, «si tengono con autocertificazioni relative alla cosiddetta regolarità fiscale» in quanto non è «mai pervenuta l'istanza di regolarizzazione fiscale».

L'ultimo tema è la battaglia, già partita da un paio di anni, con alcuni deputati regionali considerati morosi dall' azienda, che non pagavano e non erano perseguiti. «Sembrava lesa maestà il fatto che Riscossione Sicilia bussasse a Palazzo dei Normanni (sede del consiglio regionale, ndr)», ha ricordato Fiumefreddo. Nonostante la gravità della situazione, che investe in pieno anche chi dovrebbe gestire la cosa pubblica, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, si dice soddisfatto. «Le denunce fatte in Commissione Antimafia mostrando al Paese una Regione attiva nella lotta al malaffare», dice il governatore, «l'evasione fiscale riguarda in gran parte i ceti privilegiati della società che si appropriano di risorse che dovrebbero essere destinate allo sviluppo e alle politiche di solidarietà nei confronti dei più deboli».

Ecco il documento che affonda Mps: cosa spunta nel bilancio della banca

Mps, la superconsulenza affonda la banca: dubbi sugli ultimi bilanci della banca



di Francesco Specchia



Il Monte dei Paschi di Siena, come Alitalia e il Pd, ci dà sempre grandi soddisfazioni.

Mentre monta la suspense per il prossimo maxiprocesso milanese del 21 febbraio (per falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza, 2.600 parti civili, per l’affaire Nomura e Deutsche Bank, Alexandria e Santorini) spunta un documento inoppugnabile che potrebbe far rinviare a giudizio Fabrizio Viola e Alessandro Profumo, ex ad e presidente del Monte; ed invalidare l’intero aumento di capitale del 2014/2015. Ergo, la banca non avrebbe potuto chiedere gli aiuti di Stato, i «Monti Bond»; né quindi produrre quel leggendario aumento di capitale di 8 miliardi che spinse i banchieri e il governo Renzi ad un tronfio ottimismo: «Abbiamo salvato il Monte dei Paschi, potete tranquillamente investire», chè, poi, infatti, s’è visto...

Il suddetto documento è una consulenza di parte firmata da Roberto Tasca Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari e Francesco Corielli, associato di Metodi Matematici per le Scienze Economiche - tra i migliori periti sul mercato - datata 10 gennaio 2017, ordinata dall’autorevole procuratore aggiunto della Procura Generale Felice Isnardi. Il quale Isnardi, mosso dal dubbio, ha voluto svolgere «ulteriori accertamenti istruttori» sulla posizione di Monte dei Paschi indagata per la violazione della legge 231 del 2001, nell’inchiesta che ipotizzava i reati di falso in bilancio e manipolazione del mercato a carico di Viola, Profumo e di altri nove personaggi. Reati per i quali, occhio, nel settembre scorso la stessa Procura di Milano di Francesco Greco aveva chiesto l’archiviazione. Si trattava del caso dei famigerati derivati: 5 miliardi che Viola e Profumo curiosamente, contabilizzarono a patrimonio come fossero titoli di Stato. Titoli, però, che la banca, non aveva acquistato e neppure pagato. E senza i derivati contabilizzati a patrimonio la banca avrebbe dovuto chiudere gli sportelli, dato che «togliendo i suddetti 5 miliardi, il var e i profili di rischio Mps sarebbero aumentati del 200%», dice l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, difensore di un centinaio di clienti del Monte sotto choc. Epperò, con quei dineri farlocchi si fece l’aumento di capitale di 8 miliardi del 2014-2015 «che sapevano non sarebbe servito a nulla».

I clienti massacrati chiesero giustizia. Ma la Procura di Milano dopo una lettera del legale di Mps - che attestava che anche fossero quelli stati derivati, i profili di rischio dei clienti non sarebbero stati alterati, e quindi addio ipotesi di falso in bilancio - chiese l’archiviazione. I risparmiatori presentarono opposizione, e il Gip milanese Cristofano fissò l’udienza per discuterne il 15 marzo 2017. Sembrava una formalità, difficilmente due Procure si fanno la guerra. Ma la consulenza di Tasca e Corielli rimette tutto in gioco. Difficilissima da decifrare, dalla sua sintassi bancaria si estraggno concetti come: «I derivati relativi alle operazioni Santorini e Alexandria non sono “destinati a coprire da rischio di insolvenza un portafoglio di finanziamenti” bensì corrispondono ad una “vendita” di questa copertura; non potrebbero, quindi, essere inseriti nel perimetro dei derivati di credito compresi nel banking book ai fini di vigilanza. Qualora questa fosse la giustificazione per l’inclusione di tali derivati nel banking book, la stessa sarebbe contraddittoria rispetto ai criteri specificati dalla stessa BMPS». Oppure: «La situazione di BMPS risultava cagionata da fenomeni di cattiva gestione delle attività/passività o da strategie rischiose, quali devono intendersi l’acquisizione di una banca a prezzi troppo elevati, le perdite sul portafogli crediti, o la sottoscrizione di derivati di credito. In questo caso è chiaro che le previsioni della Commissione Europea potevano essere diverse perché sarebbero state valutate procedure di intervento: «nel normale quadro degli aiuti al salvataggio... nonché misure compensative per limitare le distorsioni della concorrenza».

Tutto ciò difficilmente avrebbe condotto «all’autorizzazione all’emissione dei Monti bond». E si attesta che «i profili di rischio aumentarono «di 28 volte». E si prospetta, dagli artt. 22 e 23 della Comunicazione CE (2009/C 10/03) che la banca «dovrebbe essere posta in amministrazione controllata o liquidata in conformità del diritto comunitario e nazionale». In soldoni, il documento dà ragione ai risparmiatori, e non alla Procura generale. E non si può dire che ci siano contrasti personali sui consulenti, dato che Tasca e Corielli sono gli stessi periti che la Procura di Milano già utilizza per le vicende Mps. Soltanto che ora sono subentrati nuovi elementi; e, banalmente, sulla base di quegli elementi ai due professori sono state fatte altre domande. Probabilmente quelle giuste. La consulenza è di un’importanza capitale. Di fatto, attesta che la situazione mortifera della banca deriva da scelte manageriali storicamente scellerate: a) acquisto assurdo di Antonveneta; 2) concessioni incredibili di crediti a pioggia a clienti «pregiati» (leggi Sorgenia), soldi a cani e porci; c) inerzia totale sul recupero degli stessi crediti sfociata, appunto, nell’operazione derivati. La banca insomma, era un verminaio già da prima. Ora, scartata - ma non si sa mai- la costituzione ad adiuvandum di Isnardi, se tra un mese il gip Cristofano decidesse di accogliere l’opposizione all’archiviazione, per Viola e Profumo scatterebbe il rinvio e a giudizio. «E si finirebbe per invalidare, dati i bilanci falsati anche l'aumento di capitale del 2014», aggiunge Romolo Semplici, Associazione Buongoverno di Siena, «con tutto ciò che potrebbe conseguire».

E cioè una reazione a catena. La richiesta di amministrazione straordinaria nella quale, acclarato lo stato d’insolvenza dell’istituto, la prescrizione dei reati non decorrerebbe più dalla data del fatto (più di 10 anni fa), ma dal momento della dichiarazione d’insolvenza stessa, cioè da ora. E si aprirebbero scenari di sana galera per tutti i coinvolti in un’ipotetica bancarotta fraudolenta. «Metterebbero ai ferri anche gli uscieri...», è il commento malizioso dei senesi. Sembra una fiction, lo so. Ma gli studi legali, grazie a questa consulenza dal sen fuggita, ci stanno lavorando...