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lunedì 9 gennaio 2017

Ebola: che ruolo ha la respirazione nel contagio del virus ‘uomo-uomo’

Ebola: che ruolo ha la respirazione nel contagio del virus ‘uomo-uomo’


di Eugenia Sermonti



La devastante epidemia di Ebola, che ha colpito l’Africa Occidentale dal 2013 al 2016, ha causato 28.610 casi, di cui 11.308 mortali. La rapida diffusione del virus ha rappresentato una sfida per la sanità pubblica, mai incontrata nelle precedenti epidemie del virus. Le principali preoccupazioni sono state il rischio della trasmissione interumana e definire le reali vie di trasmissione del virus Ebola. Gli studi sui pazienti affetti da malattia da virus Ebola evacuati in Europa e negli USA hanno suggerito l’idea che Ebola possa provocare danni ai polmoni, anche se ancora mancano prove reali della capacità del virus di replicare in questo organo.

Lo studio effettuato da Biava e altri ricercatori e pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista scientifica ‘PLOS Pathogens’ indaga riguardo la presenza del materiale genetico del virus Ebola nei polmoni e nel sangue, durante il trattamento e la guarigione di un operatore sanitario, evacuato dall’Africa Occidentale e trattato a Roma, in Italia. Il paziente ha mostrato una persistenza dei marker di replicazione virale all’interno del tratto respiratorio. I ricercatori hanno monitorato i livelli degli Rna virali di Ebola (Rna a polarità positiva e Rna a polarità negativa), già precedentemente associati con la replicazione virale, e li hanno comparati con i livelli presenti nel sangue. Hanno scoperto che l’RNA virale e i marker di replicazione virale permangono nel polmone fino a 5 giorni dopo la loro eliminazione dal sangue. Questi risultati suggeriscono la possibilità che Ebola replichi nell’apparato respiratorio. E’ possibile che i polmoni forniscano semplicemente un ambiente protetto all’interno del quale l’Rna virale può resistere più a lungo rispetto a quanto osservato nel sangue, anche se gli scienziati scartano fortemente questa ipotesi in quanto hanno evidenziato la presenza dell’RNA virale totale e di entrambi i marker di replicazione, sostenendo l’ipotesi di una replicazione virale attiva.

L’autore Giuseppe Ippolito, dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ (Inmi) ha detto: “Questi risultati suggeriscono un ruolo importante del tratto respiratorio nella patogenesi della malattia da virus Ebola e potrebbero avere nuove implicazioni nelle procedure di prevenzione e nelle misure di controllo, specialmente per gli operatori sanitari e le famiglie, i quali sono i primi a fornire cure dirette e indirette ai pazienti affetti dal virus. Inoltre, aumentano anche le preoccupazioni riguardo al rischio della trasmissione interumana e al bisogno di ridisegnare le misure di prevenzione”. Il coautore, professor Alimuddin Zumla dell’University College di Londra ha dichiarato che “queste scoperte sono significative e potrebbero spiegare la rapida diffusione del virus durante l’epidemia, come anche quei cluster che sono stati notificati e per i quali non è stata identificata nessuna catena di trasmissione”. Ha inoltre aggiunto che “ulteriori studi saranno necessari per comprendere al meglio il ruolo di Ebov nella patologia del polmone, e il ruolo specifico della trasmissione tramite aerosol. Le mancate opportunità di ricerca durante l’epidemia del virus evidenziano il bisogno critico di finanziatori e di governi che siano in grado di costruire e implementare le capacità degli operatori sanitari e dei ricercatori al fine di condurre ricerca di base, ricerca sulla patogenesi e trial clinici durante le epidemie”. 

Secondo l’opinione del professor Gary Kobinger, co-autore dell’Université Laval in Quebec, Canada: “Questi risultati hanno necessariamente bisogno di ulteriori ricerche sulla patogenesi dell’infezione da Ebov nell’uomo, mirate a identificare e sviluppare le appropriate misure di intervento per migliorare gli esiti dei trattamenti”. Maria Capobianchi dell’Inmi ha detto: “La quantità di Rna a polarità positiva (cRna/mRnas) non riflette solo la trascrizione virale, ma è anche un segno della replicazione del genoma virale. Questo studio dimostra come l’identificazione dei marker di replicazione possa essere utilizzata anche su campioni biologici umani”. Antonino Di Caro, dello stesso Istituto, evidenzia come questo tipo di studi sia realmente necessario per raggiungere una comprensione più ampia della patogenesi virale e come possa essere effettuato solo in laboratori di biosicurezza di livello 4 (BSL4), che forniscono il più alto livello di contenimento disponibile. Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, ha detto: “Siamo orgogliosi dei risultati ottenuti dall’Inmi, il punto di riferimento regionale per tutte le attività nel campo delle malattie infettive”.

Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, ha commentato: “Questi risultati ripagano tutti quegli sforzi economici sostenuti dalle autorità sanitarie italiane per mantenere attive e operanti le strutture di bio-contenimento e per allestire un sistema di allerta dimostratosi efficiente per patogeni ad alto rischio per la sanità pubblica. Confermano che la ricerca clinica è parte integrante del nostro sistema di reazione e gestione delle emergenze sanitarie e valorizza l’eccellenza delle nostre istituzioni, capaci non solo di guarire ma anche di innovare”. Giovanni Leonardi, direttore generale per la Ricerca del Ministero della Salute, ha dichiarato: “Inmi ha gareggiato e vinto per la partecipazione a sei progetti europei, finanziati dal direttorato per la Ricerca (Horizon 2020 & Imi Project) della Commissione Europea, a un progetto finanziato dalla US Food and Drug Administration, ed a uno finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiani, all’interno dei progetti avviati in risposta all’epidemia da virus Ebola. Si è confermato quindi come centro di riferimento di livello mondiale, a riprova dell'alto livello scientifico degli istituti di ricerca italiani”.  
Marta Branca, direttore generale dell’Inmi: “Sono molto soddisfatta dei risultati positivi ottenuti dall’Istituto e del contributo che noi costantemente forniamo alla comunità scientifica. Questi risultati permetteranno alle attività dell’Inmi in Italia e all’estero di far fronte a infezioni classiche ed emergenti. Sono molto orgogliosa della posizione che ricopro all’interno dell’Istituto”. Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute, ha aggiunto: “Sono molto contenta di questi brillanti risultati dell’Istituto Nazionale per le Malattia Infettive, che in modo efficiente e con determinazione ha lavorato durante l’epidemia in tutti i paesi coinvolti e in Italia. Le attività dell’Istituto sono confermate da circa 50 articoli pubblicati nelle più importanti riviste scientifiche, permettendo all’Italia di contribuire significativamente alle conoscenze sul virus Ebola. L’Italia durante l’epidemia di Ebola era presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea e si è trovata a coordinare gli interventi di prevenzione e risposta. A livello nazionale ha messo in atto sistemi avanzati di controllo e protezione della comunità riuscendo a gestire al meglio gli allarmi ed i casi sospetti. Inoltre, si è trovata  a farsi carico di due casi di Ebola in operatori sanitari che prestavano la loro attività in Sierra Leone. Entrambi i casi sono stati presso curati al meglio presso l’Istituto Spallanzani  e sono guariti. Ebola è stato un importante stress test per il Servizio Sanitario Nazionale italiano ed è stato brillantemente superato. Questi risultati, che ci hanno resi famosi nel mondo, vanno a vanto del Pese che dimostra di essere in grado di rispondere in maniera eccezionale alle emergenze e dell’Istituto Spallanzani che rappresenta un eccellenza nel settore delle malattie infettive e si conferma assoluto punto di riferimento per tutta l’area del mediterraneo”. Giuseppe Ippolito ha concluso che queste ricerche non possono essere effettuate su modelli animali e richiedono una stretta cooperazione fra ricercatori, sia laboratoristi che clinici, e fra le infrastrutture che possono facilitare queste interazioni. La condizione dell’Inmi è unica e può essere aperta ad ulteriori collaborazioni con istituti internazionali.

Boom: spunta il nome di Berlusconi Usa-Russia: l'accusa degli 007 americani

Usa, dossier sull'attacco hacker alle elezioni: spunta il nome di Silvio Berlusconi



Nell'intricato caso-hacker che ha portato alle stelle la tensione tra Stati Uniti e Russia spunta anche Silvio Berlusconi. Già, perché il suo nome compare nel rapporto dell'intelligence a stelle e strisce sulle interferenze di Mosca nelle ultime elezioni presidenziali vinte da Donald Trump. Secondo quanto scritto nel rapporto, Vladimir Putin ha scelto di favorire The Donald, come riporta Il Messaggero, "anche perché ha avuto molte esperienze positive lavorando con leader politici occidentali i cui interessi d'affari li rendeva più disposti a trattare con la Russia", come l'ex premier italiano Berlusconi, appunto, e l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Tra gli altri motivi citati nella versione declassificata del documento e per i quali Putin avrebbe voluto favorire Trump, si parla anche dalla possibilità di formare una coalizione internazionale antiterrorismo contro l'Isis.

Da par suo, Trump, dopo la diffusione del rapporto ha ribadito che una posizione rigida verso la Russia è una follia, così come è da "veri stupidi" non auspicare buone relazioni con Mosca. Inoltre, il presidente eletto continua ad affermare che l'attività di hackeraggio russa non abbia influenzato in alcun modo il risultato del voto. Ma è il New York Times ad avanzare dei dubbi su quest'ultima affermazione, citando un passaggio del rapporto stesso in cui si legge: "Non abbiamo fatto una valutazione dell'impatto che le attività russe hanno avuto sul risultato delle elezioni". Analizzare i processi politici o l'opinione pubblica americana, insomma, andava oltre il compito del rapporto. E, dunque, la possibilità che l'intervento russo sulle elezioni abbia sortito qualche effetto ancora non può essere definitivamente smentito.

Il porno-prete di Padova, roba da matti: "Basta, ecco che cosa voglio"

Don Andrea Contin, il porno-prete di Padova: "Ora voglio restare solo"



Lui è don Andrea Contin, il porno-prete che ha invaso le cronache di questi giorni. Il parroco della chiesa di San Lazzaro a Padova, infatti, è accusato di favoreggiamento della prostituzione e violenza privata. E ora don Andrea si è confidato con il suo legale: "Sono un uomo distrutto", avrebbe detto. Certo, ora il prelato è devastato: al rientro da una casa di villeggiatura in Istria dove si era riparato il 21 dicembre dopo il blitz dei carabinieri nella sua canonica, ora deve trovare una linea difensiva con il suo avvocato. E a chi lo assiste, Contin ha anche detto: "Voglio essere lasciato in pace, desidero rimanere solo". Una volontà difficile da esaudire per chi si trova nelle sue condizioni. Nel frattempo, Contin ha chiesto di essere interrogato per fornire la sua versione dei fatti: secondo il parroco a contattare le donne per prostituirsi era la sua ex amante 49enne, la stessa donna che ha denunciato la vicenda.

Il genio Stephen Hawking compie 75 anni Il commovente messaggio: "L'universo..."

L'astrofisico Stephen Hawking compie 75 anni. Il commovente messaggio



È stato straordinario essere ancora vivo e aver potuto lavorare al campo della cosmologia. Sono felice se sono stato in grado di dare un contributo alla comprensione dei buchi neri e dell'origine dell'universo". Inizia così il messaggio con cui l'astrofisico Stephen Hawking, su Facebook, ha festeggiato pubblicamente il suo 75esimo compleanno. Paralizzato da anni e in grado di comunicare con gli altri solo attraverso una macchina, Hawking è stato negli ultimi 50 il più famoso astrofisico del pianeta. Ciononostante, ha riservato alla sua famiglia e ai suoi amici il suo ringraziamento più grande: "universo vuoto, tuttavia, se non fosse per la mia famiglia e i miei amici. Quindi oggi che raggiungo il mio 75esimo compleanno, è il momento per me di dire grazie a tutti coloro che hanno contribuito e mi hanno sostenuto lungo la strada e hanno reso il mio universo così pieno di vita, amore e energia"

Occhio: Gentiloni demolisce la Boschi Che cosa le ha fatto: è guerra aperta

Gentiloni, le nomine e i "no" a Boschi: così vuole arginare il suo potere



Paolo Gentiloni, nel suo governo, si è ritrovato Maria Elena Boschi e non lo ha mai gradito. Non lo ha mai detto, ovviamente, ma le cronache e le ricostruzioni di stampa hanno dato conto in tutte le salse del disappunto del premier. E infatti, Gentiloni, nell'ombra sta manovrando da tempo per arginare i poteri della Boschi, e dunque per arginare in un qualche modo l'influenza di Matteo Renzi. Obiettivo, scongiurare il voto anticipato ad ogni costo, tanto che in molti danno per certo che il premier arriverà allo scontro con il segretario Pd proprio sulla data delle elezioni. Ma tant'è, per ora i fari sono puntati sulla Boschi, "promossa" a sottosegretario dopo quel ko al referendum che, si ipotizzava, la avrebbe allontanata dalla politica quantomeno fino al ritorno alle urne.

E su come Gentiloni stia lavorando per arginare la Boschi dà utili coordinate Il Fatto Quotidiano, sul quale si legge che per sottrarre parte del potere all'ex ministro delle Riforme, il premier ha respinto un paio di nomine boschiane. Dunque, i nomi. Si parla di Cristiano Ceresani, che non è stato nominato a responsabile del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (dove resiste Antonella Manzione, comunque in procinto di andare al Consiglio di Stato). Dunque la seconda non-nomina, quella di Roberto Cerreto a vicesegretario generale: Gentiloni ha detto "no" perché la Boschi può già contare su Paolo Aquilanti, segretario generale.

Ma non è tutto. L'assedio di Gentiloni a Maria Elena continua. Infatti senza interpellarla il premier ha confermato i vicesegretari Luigi Fiorentino e Salvo Nastasi, e nelle prossime settimane indicherà un terzo vicesegretario a lui vicino per riempire lo spazio lasciato da Raffaele Tiscar. E ancora, secondo Il Fatto, Gentiloni avrebbe costruito una sorta di struttura parallela, un gabinetto all'americana da riempire con consulenti strategici, e che fa capo ad Antonio Funcinello, ex collaboratore di Luca Lotti ma anche ex portavoce di Gentiloni al tempo in cui si candidò a sindaco di Roma, perdendo (e di brutto) le primarie.

Queste le mosse del presente. Ma ci sono anche altri progetti che riguardano l'imminente futuro, il secondo mese di governo. Gentiloni infatti sta pianificando il suo primo tour per le capitali europee, interviste in tv e ai giornali. E non solo, stringe i contatti con il Vaticano attraverso il cardinale Pietro Parolin, e lo fa senza coinvolgere la Boschi. Gentiloni, insomma, in silenzio plasma il suo governo e cerca di ottenere le condizioni necessarie affinché il suo stesso governo possa resistere.

Strano silenzio su De Benedetti & C. La vergogna dietro il crac di Mps

Mps tace su chi l'ha rovinata per salvargli la reputazione


di Franco Bechis



Una sola volta in tanti anni i vertici del Monte dei Paschi di Siena hanno accettato di rispondere a un azionista che chiedeva dettagli sui crediti incagliati, quei prestiti facili non restituiti secondo gli accordi, che oggi ammonterebbero a poco meno di 50 miliardi di euro lordi e sono una delle prime ragioni del dissesto dell’istituto. Quella risposta venne fornita per iscritto al socio Pietro Augusto Zappitelli che aveva inviato ai vertici della banca le sue domande il 29 aprile 2014. Il suo secondo quesito era questo: «Vorrei conoscere le esposizioni in atto con Sorgenia e la Carlo Tassara di Roman Zalesky, se trovano posto nei crediti deteriorati e se sì in quali classi sono allocate». La banca rispose sinteticamente, però fornendo i numeri: «Gruppo Sorgenia 650 di cui Sorgenia spa esposizione 277,9. Stato amministrativo: incaglio con ristrutturazione in corso per Sorgenia spa. Carlo Tassara (Zalesky): esposizione 38,3 di cui 23 con garanzia reale (pegno titoli) + 46 milioni strumenti finanziari partecipativi. Stato amministrativo: ristrutturata».

Per avere qualche altro nome della lista di creditori che hanno preso i soldi da Mps e non li hanno restitutiti, bisogna scartabellare le pagine della relazione conclusiva (quella di maggioranza, firmata Pd, e quella di minoranza firmata M5S, Lega e Sì-Toscana a sinistra) della commissione di inchiesta su Mps del consiglio regionale toscano. Si scopre che solo il 30% dei crediti in sofferenza sono inferiori a 500mila euro (concessi a famiglie, pmi e microimprese), mentre «più della metà delle sofferenze nette è relativa ad attività di oltre un milione di euro, quindi operazioni effettuate da gruppi od enti di grandi dimensioni». La relazione cita un intervento assembleare di un soci, P.F.Falaschi, che sostiene che «l’81% dei crediti inesigibili è in mano ai grandi gruppi», e dopo il caso Sorgenia ne aggiunge un altro, quello del finanziamento concesso al pastificio Amato «che a un certo punto era ormai incagliato. Allora aveva bisogno di un miliardo, e dice: come si fa a dargli un miliardo? Costituiscono una società che si chiama Nuovo Amato e che ora fra l’altro è stata dichiarata fallita, e c’è il processo di bancarotta per questo miliardo, che è sparito».

Sempre la commissione di inchiesta scrive che parte delle sofferenze della banca senese ha origine in rapporti più o meno incestuosi con la politica e le istituzioni locali. Il presidente della giunta regionale, Enrico Rossi, da tempo tuona per avere l’elenco delle prime 100 posizioni in sofferenza e più in generale di tutti quelli che hanno preso i soldi da Mps e se la sono di fatto data a gambe. Rossi dovrebbe guardarsi un po’ allo specchio e un po' negli immediati dintorni, perché a causare non piccola parte dei guai della banca c’era la Regione che lui oggi guida. La commissione di inchiesta sintetizza: «Ha potuto inoltre verificare che parte dei crediti deteriorati di Monte dei Paschi di Siena sono riferibili a partecipate della Regione Toscana come Fidi Toscana, Interporto Toscano A Vespucci spa...) o società partecipate da altri enti pubblici». La sola Fidi Toscana, in cui Mps è entrata al 27,46%, ha fatto lanciare l’allarme alla commissione di inchiesta preoccupata «nel riconoscere che abbia di fatto incrementato i suoi crediti deteriorati, con particolare riguardo alle inadempienze probabili, cresciute in dieci anni del 2.364% e soprattutto le sofferenze cresciute nel medesimo periodo del 1.073%. L’incidenza di Mps sullo stock di tali crediti deteriorati di Fidi Toscana è triplicato per le inadempienze probabili e otto volte maggiore per le sofferenze nell'ultimo decennio». Ma il caso Fidi Toscana non è l’unico, perché nella stessa situazione sono molte altre aziende pubbliche nella regione. Come l’Aamps spa del comune di Livorno, indebitata per 8 milioni e oggi in concordato preventivo.

Ad ogni assemblea i piccoli azionisti si scatenano per avere quella lista dei grandi favori alle grande imprese che hanno preso i soldi e non li hanno restituiti alla banca senese. Ma ogni volta si trovano di fronte il muto di gomma dell’amministratore delegato di turno. Ecco Fabrizio Viola il 15 settembre 2015: «Mi è chiaro il richiamo a perseguire i casi di mala gestio nell'erogazione del credito. In proposito posso assicurare che non ci sono interessi ad ostacolarla. Anzi, c'è piena determinazione. Il problema è che bisogna avere dei dati oggettivi, perché altrimenti si rischia di fare un danno, piuttosto che un benficio alla banca». Capite che se l’ad non ha dati oggettivi sulla gestione del credito, ci si può rivolgere solo allo Spirito Santo per avere qualche lume. La musica non è cambiata con il nuovo amministratore, Marco Morelli, che nell’assemblea del 24 novembre 2016 ha risposto picche alle domande su quell’elenco: «Faccio presente che ai sensi della disciplina vigente e precisamente per la legge sulla privacy, non è possibile fornire i nominativi dei soggetti cui si riferiscono i crediti in sofferenza, che riceverebbero un significativo danno reputazionale dalla diffusione di tali informazioni». Quelli fanno i danni e fregano milioni di persone, ma devono essere coperti perché ne va della loro reputazione. Morelli però in quella assemblea una piccola antica cosa rivela. Un azionista chiede se è vero che è stata finanziata la Fondazione Clinton per 250 mila euro. Lui risponde che è in parte falso: Mps ha donato alla Fondazione Clinton nel 2004 100 mila euro per combattere l'Aids in Africa. Soldi andati via, e sul perché abbiano preso quella destinazione che assai poco c’entra con Siena, nessuno spiega.

domenica 8 gennaio 2017

Napolitano al Colle, un disastro Ecco i numeri che lo inchiodano

Napolitano al Qurinale: crollata del 22% fiducia degli italiani nel Colle



Un disastro. Una autentica debacle. Di più, un danno inestimabile al Paese. E' quello che Giorgio Napolitano ha procurato alla massima istituzione politica del nostro Paese: la presidenza della Repubblica. A dirlo non è un Matteo Salvini o qualche altro storico oppositore di Re Giorgio, ma un sondaggio effettuato da Demos e illustrato da un quotidiano come "La Repubblica". Spiega, quella indagine, quale sia il livello di fiducia degli italiani nelle istituzioni del Paese.

E il dato relativo alla Presidenza della Repubblica è imbarazzante. Certo, il Capo dello Stato è ancora al quarto posto tra le realtà in cui gli italiani credono di più, dietro al Papa, alle forze dell'ordine e alla scuola. Ma l'indagine Demos rivela come tra il 2010 e il 2016 gli italiani che hanno fiducia nel Colle sono crollati del 22%, dal 71 al 49%. Colpa forse dell'ultimo arrivato al quirinale, il grigio e noioso Sergio Mattarella, salito al Colle poco più di un anno fa? No, perchè Demos mostra come tra 2015 e 2016 l'indice di gradimento del Presidente sia rimasto fisso al 49%.

Il che significa che lo sfascio della credibilità del Quirinale, sceso sotto la soglia del 50%, è tutto attribuibile a Napolitano e alla sua interminabile permanenza in carica e alle sue scelte come quelle, solo per fare due esempi, che hanno portato al potere di Monti prima (2011) e Renzi poi (2013). Gli italiani, interrogati, non gliele hanno perdonate.