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giovedì 22 dicembre 2016

Ha passato 4 anni in cella in Italia Berlino, caccia al terrorista tunisino

Berlino, il tunisino ricercato potrebbe essere legato alla strage di Sousse



È caccia all'uomo in tutta l'area Schengen: si cerca Anis Amri, 24enne tunisino che è sospettato per l'attentato di Berlino. Il ragazzo, secondo quanto si apprende, aveva diverse identità, e con uno dei suoi nomi, nel 2012, era arrivato in Italia per poi dirigersi verso la Germania. Dunque ha vissuto per più di tre anni nel paese, per poi decidere di "dirottare" un tir e falciare 12 persone al mercato di Natale della capitale.

Il giovane tunisino si sarebbe nascosto nel tempo dietro diverse identità. Secondo gli inquirenti, Amri ne avrebbe usata una durante la sua permanenza in Italia, durata circa quattro anni. Nel corso di questo periodo, suo padre avrebbe rivelato che il ragazzo è stato arrestato e messo in galera, dove potrebbe essersi radicalizzato.

Secondo quanto si è appreso, il suo ingresso in Germania è stato registrato nel 2016, ma ancora non è chiaro che cosa abbia fatto i questi anni: di sicuro si era radicalizzato, visto che secondo i media tedeschi era già stato segnalato come vicino ad alcune reti jihadiste presenti in Germania, paese dove aveva anche fatto domanda di asilo (domanda negata, aveva ottenuto un permesso di soggiorno momentaneo).

Sul tir gli investigatori hanno ritrovato anche la cosiddetta "Duldung", un atto emesso dalle autorità locali che permette di sospendere l'espulsione: il tunisino, insomma, era un immigrato "tollerato" anche se ritenuto pericoloso dalle forze dell'ordine. Il tunisino sarebbe stato vicino ad ambienti salafiti, e in Germania avrebbe preso contatto con alcuni islamisti e predicatori radicali. Anis Amri, inoltre, era stato indagato poiché sospettato di preparare gravi attacchi contro lo Stato: la notizia è stata confermata dal ministero dell'Interno del Nord Reno Westfalia. Ad agosto, il tunisino era stato fermato a Friedrichshafen con un documento d'identità italiano falso, ma fu subito liberato.

Ma è l'ipotesi dell'ultima ora ad essere, forse, anche la più inquietante: il sospetto è che Amri fosse legato al gruppo che ha compiuto la strage sulla spiaggia di Sousse, in Tunisia, lo scorso 26 agosto (in quell'occasione morirono 38 persone). Secondo quanto riportato dal Mirror, su Facebook c'è un profilo con una sua foto, e la stessa persona su un altro profilo inneggia al gruppo terrorista Ansar al Sharia, proprio quello che rivendicò l'attacco alla spiaggia.

Bomba su Del Debbio, guai con Mediaset Il conduttore "sparisce": cosa c'è dietro

Dagospia: "Maretta tra Paolo Del Debbio e Mediaset"



Una voce esplosiva e inattesa su Paolo Del Debbio e il suo rapporto con Mediaset. Un'indiscrezione rilanciata da Dagospia, sul quale si legge che "a Cologno Monzese si mormora che vi sia maretta tra Paolone Del Debbio e i vertici del Biscione". E a dimostrare il fatto che ci sia maretta, ci sarebbe la lunga pausa invernale imposta al programma Quinta Colonna. Mistero, però, sulle ragioni della presunta tensione tra il Biscione e il popolarissimo conduttore.

Facci spietato, Fedeli massacrata: "Che roba è e cosa dovrebbe fare"

Facci: "Valeria Fedeli si dimetta. Oltre alla laurea le manca il buonsenso"


di Filippo Facci



Anche il governo Gentiloni ha il suo ministro punching-ball, inteso come una testa di casta che funga da parafulmine mentre altri lavorano al coperto: e ovviamente il punching-ball è lei, Valeria Fedeli, neo ministra dell’Istruzione senza istruzione. Le puntate precedenti già le conoscete: nel curriculum ha scritto «diploma di laurea» ma poi è risultato che non aveva nessuna laurea (solo la maturità) ma poi è risultato che non aveva neanche la maturità (solo un diploma triennale) e che insomma all’università non avrebbe neppure potuto iscriversi: si confida che sia vero almeno il certificato di battesimo.

Tra uno sputtanamento e l’altro la ministra ha però mostrato una buona capacità di lavoro nel rilasciare interviste: era difficile peggiorare la situazione, ma c’è riuscita grazie alle formidabili dichiarazioni rilasciate a Repubblica («Ho lavorato una vita nel sindacato, posso fare la ministra anche senza laurea») laddove ha lasciato intendere di non avere la minima contezza di come siano considerati i sindacati in questo Paese. Era difficile peggiorare la situazione, ma c’è riuscita dopo che le avevano chiesto, pure, come si sarebbe sentita nell’incontrare dei precari con due lauree o una scienziata come Elena Cattaneo; ha risposto che «il mio metodo è l’ascolto, e ascolterò con attenzione». La comprensione è un optional.

Era difficile peggiorare la situazione, ma c’è riuscita, ancora, quando le hanno chiesto che coerenza c’era tra l’aver detto «se vince il no non puoi andare avanti, io non penso alla mia sedia» ed essersi subito precipitata sulla sedia da ministra; lei ha risposto che «l’aver detto che bisogna prendere atto della sconfitta è coerente con la nascita di un governo che deve affrontare le urgenze del Paese». È coerente: basta dirlo. Era possibile peggiorare ancora la situazione? Ebbene sì, Valeria Fedeli c’è riuscita con una lettera-capolavoro spedita ieri a l'Avvenire e in cui spiega bene «da dove intende partire», ossia da quale emergenza verrà sviluppato il programma d’emergenza di questo governo d’emergenza. Da dove, quindi? Vuole smontare la legge sulla “Buona scuola”? Vuole modificarla? Si occuperà delle assunzioni per le maestre d’asilo? La riforma della scuola d’infanzia proseguirà? E i bonus di merito? I “super presidi”? I supplenti rimasti fuori dai concorsi? Siete fuori strada.

Eccola l'emergenza: «L’attuazione dei principi di pari opportunità... l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dalla legge 119/2013 sul femminicidio». Prego? «Vorrei che tornassimo a parlare di uguaglianza tra donne e uomini, in linea con le normative nazionali e internazionali... in particolare la Convenzione di Istanbul del 2013».

Avete letto bene. Il ministro dell’Istruzione ha scambiato il suo dicastero per quello alle Pari Opportunità - che a questo punto potrebbe occuparsi d’Istruzione - oppure, peggio, crede davvero che gli studenti e i genitori e i docenti italiani abbiano come massima urgenza quella di essere sensibilizzati sulla parità dei sessi o sulla legge sul femminicidio: che peraltro, opinione nostra, è una legge orribile. A scanso di equivoci, ripetiamo, l’ha scritto lei: «È proprio da qui che intendo partire».

E il resto della lettera? Dopo essersi soffermata sugli «stereotipi che escludono le donne dalla politica e dal mondo del lavoro» si passa alla teoria dei gender: una parte del mondo cattolico infatti aveva accusato la ministra di esserne seguace. Ma lei rassicura: «Vorrei che la parola gender uscisse dal nostro vocabolario in questa accezione minacciosa». Noi, invece, vorremmo che la parola Fedeli uscisse dal nostro ministero. In questa accezione inutile.

mercoledì 21 dicembre 2016

Il maresciallo (donna) ci fa godere: la Boldrini scorticata con 4 parole

Il maresciallo (donna) umilia la Boldrini. La manda a casa con quattro parole


A dx il Maresciallo Michela Veglia Balengero

Michela Veglia Balengero sarà il nuovo comandante della stazione dei Carabinieri di Cumiana, nella città metropolitana di Torino. La 35enne ha i gradi di maresciallo e nel giorno della sua presentazione alla stampa ha fissato un paletto fondamentale con tutti quelli che vogliono avere a che fare con lei: "Non mi chiamate marescialla".

Brutte notizie quindi per la "presidenta" della Camera, Laura Boldrini, e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Il maresciallo Balengero non ha nessuna intenzione di farsi prendere in giro e storpiare il suo grado: "Non fa differenza essere donna - ha detto - la divisa è sempre quella".

L'esperto: "Questo è solo l'inizio..." Dove il 2017 sarà un anno di sangue

Terrorismo, l'esperto: "È solo l'inizio, stragi dove si vota"



L'attentato di Berlino potrebbe essere il primo di una rinnovata scia di sangue in Europa. Ne è convinto Alain Rodier, ex ufficiale dei servizi segreti francesi e oggi direttore del CF2R, centro transalpino di ricerche sul terrorismo di matrice islamica, che intervistato dal Giorno avverte: "Siamo ancora all'inizio, dobbiamo rendercene conto. Non sappiamo dove andrà a infrangersi questa ondata spaventosa di violenza, né quando finirà".

In realtà l'esperto fa intuire che un orizzonte, almeno temporale, è intuibile, e al solo pensiero mette i brividi. "Questa è la fase più pericolosa, perché quanto più l'Isis perde colpi e arretra sul piano militare, tanto più ricorre ad attentati nel cuore dell'Europa", concorda Rodier con altri analisti. Certo, dietro alla strage del mercatino di Natale a Charlottenburg così come a quella alla sfilata del 14 luglio a Nizza c'è un fattore comune che potremmo definire simbolico: "Gli estremisti islamici odiano la festa e i simboli che rappresenta, lo Stato e il Cristianesimo. Colpire la Natività vuol dire colpire la religione cattolica, la civiltà giudeo-cristiana e tutta la cultura occidentale. Per loro è ormai un'ossessione: in luglio avevano sgozzato un sacerdote di 84 anni in chiesa in Normandia e recentemente la polizia ha sventato diversi attentati contro i mercatini di Natale, fra cui quello di Strasburgo. Si tratta di quelli che noi chiamiamo cibles molles, obiettivi facili". 

Ma dietro la strategia terroristica che qualcuno ha definito già "palestinese", perché potrebbe preferire attacchi rapsodici e difficilmente prevedibili come quelli di tir lanciati sulla folla, c'è soprattutto un preciso fine politico: "Sappiamo che nuovi attacchi sono inevitabili. Tutti i segnali di allarme sono accesi: proclami violentissimi su Internet, dichiarazioni di odio nei confronti della nostra società, intensificazione dell'opera di reclutamento. La novità più grave è che non si cercano più giovani disposti ad andare in Siria e sugli altri fronti di guerra; al contrario, si chiede ai simpatizzanti di Isis di restare in Occidente, a casa loro, per combattere i crociati, cioè noi". A rischiare maggiormente, spiega Rodier, "sono quei paesi che respirano un clima elettorale". Sangue sul voto come arma di condizionamento perché l'obiettivo finale dell'Isis sarebbe quello di dividere il mondo occidentale ma soprattutto quello islamico che vive in Europa: "o con noi o contro di noi", radicalizzare lo scontro e provocare la reazione delle frange più xenofobe della nostra civiltà, contando sul fatto che la reazione islamica radicale sarebbe ben più violenta e sanguinosa.

Il figlio del ministro Poletti, le coop rosse e quei 500mila euro intascati dallo Stato

Il figlio del ministro Poletti, le Coop rosse e quei 500mila euro di fondi dallo Stato



Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti un paio di giorni fa se l'è presa con gli italiani che sono andati all'estero per lavoro: "Meglio esserceli tolti dai piedi", ha detto sprezzante il papà del Jobs Act, poi chiedendo scusa. In fondo lui è un papà fortunato: suo figlio, Manuel Poletti, è potuto restare in Italia senza troppi problemi. Se Poletti senior era presidente nazionale di Legacoop, anche il rampollo ha fatto carriera nelle Coop rosse, dentro Legacoop Romagna. Ne fa parte la Cooperativa giornalisti Media Romagna di Imola, di cui Poletti Junior è presidente. Negli ultimi tre anni, la cooperativa ha ricevuto dallo Stato quasi 500mila euro sotto forma di contributo per l'editoria: 190mila euro nel 2015, 197mila nel 2014, 133mila nel 2013. Soldi che hanno sostenuto il settimanale Sette Sere Qui, distribuito tra Faenza e Ravenna. Chi è il direttore del giornale? Manuel Poletti ovviamente. Tra Coop rosse e papà ministro, un discreto conflitto d'interessi.

Germania tana del terrorismo islamico: cosa scriveva Oriana Fallaci 12 anni fa

Germania tana del terrorismo islamico: le sei accuse di Oriana Fallaci



"Sì o no?": in dieci domande e dieci risposte, Oriana Fallaci aiutava a capire 12 anni fa perché la Germania stava diventando il centro operativo del terrorismo islamico in Europa. L'Isis era ancora lontano e la grande giornalista fiorentina scriveva sulla scia dell'11 settembre, ma le analisi di La forza della ragione (pamphlet uscito nel 2004, edito da Rizzoli) sono adattabilissime a quanto accaduto in questi ultimi mesi, alla tragica luce della strage al mercato di Charlottenburg, a Berlino.

"Con le sue duemila moschee e i suoi tre milioni di mussulmani turchi la Germania sembra una succursale del defunto Impero Ottomano...", scrive polemicamente la Fallaci, nello stralcio ripubblicato oggi dal Giornale. "L'aereo Pan American che nel 1988 esplose in volo e cadde sulla cittadina scozzese di Lockerbie uccidendo 270 persone era partito da Francoforte: sì o no?". E ancora: "La bomba nel bagagliaio era stata messa a Francoforte da figli di Allah abitanti a Francoforte: sì o no? Mohammed Atta, il kamikaze numero uno dell'Undici Settembre, s'era laureato in architettura al Politecnico di Amburgo: sì o no? Prima di recarsi in America per frequentare i corsi di volo in Florida, aveva studiato pilotaggio all'aeroclub di Bonn: sì o no? I soldi per pagare i corsi in Florida erano stati ritirati da una banca di Dusseldorf e la centrale logistica di Al Qaida si trova in Germania: sì o no? Il grosso dei terroristi egiziani o maghrebini o palestinesi stanno in Germania: sì o no?".