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giovedì 4 dicembre 2014

Truffe, furti, peculato, violenza privata: niente galera ecco chi, quando e perché sarà "graziato" da Renzi

Giustizia, il governo Renzi depenalizza truffe, furti e peculato





Il governo introduce una nuova causa di archiviazione per i procedimenti penali. Se l’offesa, «nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni», è di particolare «tenuità e il comportamento risulta non abituale», il giudice per le indagini preliminari potrà dichiarare conclusa la controversia. Passando di fatto la palla alla giustizia civile ai fini della quantificazione di un «adeguato ristoro» a favore delle «persone offese». 

È questo il cuore dello schema di decreto legislativo approvato la scorsa notte dal consiglio dei ministri, che introduce nuove «Disposizioni in materia di non punibilità». Obiettivo: «Deflazionare il carico giudiziario» per alleggerire il carico che grava sui tribunali penali, alle prese con circa tre milioni e mezzo di procedimenti pendenti. Cinque articoli che per la Lega, però, costituiscono l’ennesimo abbassamento della guardia in materia di sicurezza. «Pazzesco, il governo Renzi ha depenalizzato alcuni reati lievi, per cui niente galera per chi commette furto, danneggiamento, truffa e violenza privata», attacca Matteo Salvini, segretario del Carroccio, secondo cui «con la sinistra al potere l’Italia diventa il paradiso dei delinquenti». 

Nel provvedimento varato da Palazzo Chigi su proposta del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non c’è l'elenco dei reati per i quali, una volta concluso l’iter parlamentare, scatterà l’archiviazione automatica. La stella polare del giudice sarà un nuovo articolo del codice penale, il 131 bis, che fissa i paletti entro i quali dichiarare la «non punibilità»: «La particolare tenuità dell’offesa», a sua volta riscontrabile attraverso la «modalità della condotta» e l’esiguità del danno o del pericolo», e la «non abitualità del comportamento» delittuoso. Il reato commesso, insomma, non deve essere l’ultimo della serie. 

Condizioni troppo generiche, accusa l’opposizione, per la quale le toghe avranno buon gioco, in nome della limitata gravità nell’offesa, nel far rientrare nella nuova causa di archiviazione reati come peculato, abuso d’ufficio, rissa, violazione di domicilio, truffa (inclusa quella agli anziani), bancarotta semplice, false comunicazioni sociali e aggiotaggio. Tutti delitti con pena edittale fino a cinque anni di reclusione. «Il Pd è un pericolo per il Paese», rincara la dose Massimiliano Fedriga, capogruppo della Lega a Montecitorio. Il Carroccio annuncia un’«opposizione totale a questa follia». Sulla stessa lunghezza d’onda Forza Italia. «Attenti a piegare il diritto penale senza che i cittadini abbiano alcun vantaggio», protesta Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato. I contenuti del decreto, tuttavia, non convincono neanche Roberto Formigoni, che pure fa parte della maggioranza come senatore Ncd: «Invito Orlando a chiarire, c’è molto allarme ed è giustificato».

Il governo ribatte: accuse infondate. «La Lega fa propaganda, non è una depenalizzazione: il carcere non c’è per questo tipo di reati per cui viene prevista l’archiviazione», replica Orlando. Il Guardasigilli ricorda che è «facoltà della vittima richiedere il risarcimento pecuniario e soprattutto di opporsi all’archiviazione andando avanti con il procedimento». Da via Arenula aggiungono anche che la modifica del codice penale impedirà la prescrizione dei procedimenti già in sede di indagini preliminari, come invece accade oggi. «Chi attacca le norme sulla tenuità del fatto si rende conto che i tribunali sono intasati da processi per fatti minimi o irrilevanti, che possono invece essere risolti in sede civile?», si chiede Enrico Costa, viceministro della Giustizia. Il Nuovo centrodestra ricorda ai forzisti che il provvedimento varato la scorsa notte giaceva in Parlamento «fin dalla scorsa legislatura. Misure proposte e sostenute dall’allora Pdl».

mercoledì 3 dicembre 2014

Papa Francesco licenzia il capo delle Guardie Svizzere, altro terremoto in Vaticano: cosa c'è dietro

Papa Francesco licenzia il capo delle Guardie Svizzere, altro terremoto in Vaticano: cosa c'è dietro




La ramazza di Papa Francesco spazza via un altro big dal Vaticano: viene rimosso il capo delle Guardie Svizzere. Un annuncio a sorpresa apparso sulla prima pagina dell'Osservatore Romano, nella rubrica "Nostre informazioni", una delle più seguite in curia (novità, promozioni e bocciature nella Santa Sede). Rimosso il capo delle guardie del Papa, rimosso con un metodo irrituale rispetto al passato: quattro, secche, righe. Una sorta di fulmine a ciel sereno sul Vaticano. Le quattro righe recitano: "Il Santo Padre ha disposto che il colonnello Daniel Rudof Anrig termini il suo ufficio il 31 gennaio 2015, alla conclusione della proroga concessa dopo la fine del suo mandato".

Il retroscena - Ma cosa c'è dietro questa decisione di Francesco? Un'ipotesi la tenta Il Messaggero, che spiega come qualcosa tra Bergoglio e Anrig si debba essere rotto: ad un certo punto, infatti, il Papa cominciò a far capire ai suoi collaboratori che avrebbe voluto vedere un corpo militare meno rigido, insomma regole meno ossessive di quanto non fossero quelle imposte proprio dal colonnello Anrig ai 120 svizzeri di guardia. Un episodio, in particolare, viene citato dal quotidiano capitolino. Risale a qualche mese fa, quando il Pontefice si recò in visita alla caserma delle Guardie Svizzere, e si addentrò addirittura in cucina. Ai ragazzi in divisa chiede: "Non siete stanchi?". Poi Francesco chiese se volevano dell'acqua, oppure una seggiola, ma loro rifiutarono: non era loro consentito. Ma, insomma, Francesco sarebbe rimasto parecchio colpito dalla loro stanchezza, e forse potrebbe esserci questo dietro la rimozione di Anrig.

Ecco gli ultimi traditori di Berlusconi: chi lo pugnala e se ne va con Salvini

Matteo Salvini, la calamita: tutti gli azzurri che tradiscono Silvio Berlusconi per lui




Dopo il trionfo alle elezioni regionali in Emilia Romagna, Matteo Salvini si è trasformato in una sorta di calamita (politica). Tutti pronti ad abbracciare la Lega Nord, soprattutto ora, che il segretario promette di fare di quel Sud sempre trascurato - e attaccato - una terra di conquista. Insomma, c'è spazio per tutti, o nel Carroccio originale o nel partito gemello e meridionalista. Il Corriere della Sera, dunque, ha stilato un dettagliato elenco dei transfughi, la maggior parte dei quali in fuga da una Forza Italia in crisi di identità.

Presidenti di provincia - Si parte con un presidente di Provincia, Luigi Mazzu da Isernia, che ha aderito alla Lega da mesi, quando era ancora in carica, eletto tra le fila del Pd. Simile il destino del siciliano Angelo Attaguile, iscritto al gruppo del Carroccio di Montecitorio il 19 marzo 2013, anche se era stato eletto il 25 febbraio nelle liste di Forza Italia. Poi c'è Marco Pomarici, uomo dell'Alemanno sindaco di Roma, già presidente del consiglio comunale capitolino che porta in dote alla Lega anche una nutrita pattuglia di consiglieri di Municipio (come fa notare il Corsera, però, sul suo blog non si parla da nessuna parte di alcuna "conversione salviniana", e anzi assicura di aver aderito "sino dalla fondazione" a Forza Italia. E sino a ieri, a questo punto).

Donne e finiani - L'elenco dei migranti si allunga poi con il nome di Souad Sbai, la marocchina che è comparsa al fianco di Salvini sul palco della manifestazione verde a Milano. Ora leghista, ma un tempo al fianco di Daniela Santanché: della Sbai, infatti, si iniziò a parlare nel 2007, circa 12 mesi prima della sua elezione a Montecitorio (col Pdl, of course). E ancora, ecco un'altra donna: Barbara Mannucci, conquistata dalla battaglia no-euro del Carroccio. Poi altri due casi. Quello di Marcello Orru, che ha già detto di considerare "Salvini l'unica vera alternativa a Renzi". E quindi quello dui Silvano Moffa, ex presidente della provincia di Roma, vicino al Carroccio con buona pace del vecchio grido "Roma ladrona" (si tratta del Moffa che passò per Msi, An, Pdl e infine per il Futuro e libertà di Gianfranco Fini).

"Effetto Scilipoti" - Un nutrito elenco di nomi, dunque. Talmente nutrito che, sempre secondo il Corsera, preoccuperebbe, e non poco, il segretario Salvini. Già, perché Matteo teme quello che chiama "effetto Scilipoti", ossia di imbarcare nella sua formazione troppe persone, tra le quali si potrebbero nascondere mele marce. Già, perché gli spazi, con la complicità del nuovo "partito gemello" che sta per nascere al Sud, si sono moltiplicati. E forse non è un caso che la kermesse d'inaugurazione del neo-partito sia slittata alla prossima settimana. Ufficialmente è tutta colpa del web: il sito internet non è pronto, e dunque l'inaugurazione è stata ritardata. Altre voci, invece, suggeriscono che Salvini voglia vederci chiaro, su tutto e tutti, evitando di coinvolgere nel suo nuovo progetto con cui ambisce alla "scalata nazionale" personaggi di dubbia fama o trombati che, in definitiva, gli farebbero perdere soltanto consenso e voti.

Cifre sballate, conti "immaginari" Chi ha fatto fuori il Cav nel 2011

Silvio Berlusconi, il complotto: per Mario Baldassarri "il crac del 2011 fu colpa di Giulio Tremonti"




Bisogna riavvolgere il nastro fino al 2011: si torna ancora ai giorni della grande crisi dello spread. Ai giorni in cui, di fatto, Silvio Berlusconi fu detronizzato. Del presunto complotto, da Renato Brunetta e fino ad Alan Friedman, si è già parlato a lungo. Ma ora spunta un nuovo elemento che definisce in modo migliore quanto accaduto. Un "elemento" che ha un nome e un cognome: Giulio Tremonti. Già, perché fra aprile ed ottobre del 2011, nel governo, accadde qualcosa di strano: si tratta di cifre sballate, conti clamorosamente toppati. Il sospetto è che siano stati toppati "ad arte". E il sospetto lo diffonde Mario Baldassarri, professore emerito di economia alla Sapienza e all'epoca uno "beninformato", poiché presidente della Commissione finanza di Palazzo Madama (per inciso, Baldassarri fu anche viceministro dell'Economia di Berlusconi tra il 2001 e il 2006, per poi partecipare al tracollo futurista firmato da Gianfranco Fini).

Il rapporto - I sospetti di Baldassarri vengono messi nero su bianco in un rapporto redatto per il Centro studi Economia, in cui viene ricostruito ciò che accadde in quei giorni. Per l'ex futurista si consumò un vero e proprio suicidio di governo, e pur senza fare nomi, Baldassarri lascia intendere che in quei mesi drammatici il ruolo di Tremonti, che ambiva a prendere il posto del Cav a Palazzo Chigi, potrebbe essere stato determinante. Come detto, è una questione di numeri. Numeri sballati. Si parte dal deficit. E spiega Baldassarri: "A settembre 2011 fu previsto a 25 miliardi di euro per il 2012. Praticamente a zero nel 2013 (-2 miliardi) e addirittura in avanzo per 3 miliardi nel 2014. I dati veri ci hanno invece dato un deficit che ha sfiorato (e sfiora) i 50 miliardi". Ma non è tutto: stesso discorso per altri indicatori, quale quello fondamentale del rapporto debito/pil: "Venne indicato ad aprile al 118 per il 2012 ed in riduzione al 115 e al 114 per cento nel 2013 e nel 2014. Siamo invece andati ben oltre il 130 per cento". Ballerini, infine, anche i dati relativi a crescita e disoccupazione, con errori macroscopici.

Le "coincidenze" - Baldassarri, dunque, immagina che qualcuno abbia voluto buttare sabbia nel motore di governo proprio dall'interno di Palazzo Chigi, diffondendo cifre talmente scentrate da provocare quella crisi di credibilità che, in effetti, ha poi travolto l'esecutivo Berlusconi, costretto a lasciare il passo all'esecutivo tartassante di Mario Monti. Non ha dubbi, Baldassarri: "Fu commesso un harakiri". E dunque entrano in gioco i rapporti tra Berlusconi e Tremonti che, è arcinoto, al tempo erano tutt'altro che idilliaci. "Resta da capire - conclude sibillino Baldassari - se quel harakiri sia stato soltanto frutto di ingenuità od incapacità o, al contrario, un programma meditato e attuato dall'interno dello stesso governo che, presentando quei numeri, poneva tutte le basi per un urgente e necessario cambiamento di governo che desse un segnale di forte rottura con quei giochi contabili e quelle previsioni infondate e non credibili". E le previsioni, come è noto, sono di competenza di via XX Settembre, dove all'epoca c'era proprio Giulio Tremonti.

128 intellettuali contro Sgarbi: cosa scatena la bufera su Vittorio

Vittorio Sgarbi nel mirino: una truppa di 128 intellettuali in campo contro la sua mostra




Tutti contro Vittorio Sgarbi: una truppa composta da 128 firmatari che invoca l'intervento del ministro della Cultura, Dario Franceschini, contro la mostra "Da Cimabue a Morandi", di cui il critico d'arte è il curatore. La petizione, promossa dalla sezione bolognese di Italia Nostra, chiede che lo Stato intervenga per impedire i prestiti delle opere: vengono chiamati a correo i musei civici e le istituzioni pubbliche. Per i firmatari la mostra è "priva di alcun disegno storico e della benché minima motivazione scientifica, un insulto alle opere trattate come soprammobili, all'intelligenza del pubblico; alla memoria di Longhi e Arcangeli - e naturalmente un attacco ai musei, con la colpevole connivenza di chi li dirige". I firmatari arrivano da tutto il mondo: la polemica parte da Bologna e arriva fino a New York (tra chi ha siglato la petizioni Carlo Ginzburg della Normale di Pisa e Keith Christiansen del Metropolitan della Grande Mela). Ovviamente, Sgarbi non ci sta e risponde a tono all'attacco, che punta il dito contro "la lobby bolognese dell'Università, a cui dà fastidio che io agisca su materie che considerano loro".

"Questa volta lo caccio davvero..." L'editto azzurro di un Berlusconi furioso

Forza Italia, l'ira di Silvio Berlusconi contro Raffaele Fitto: "Stavolta lo caccio davvero"

di Salvatore Dama 


Dopo un weekend sulle barricate, adesso Silvio Berlusconi è di nuovo a un bivio: proseguire in modalità “No tax day”, contendendo alla Lega l’egemonia dell’area d’opposizione. Oppure abbassare i toni e tornare a sedere al tavolo del Nazareno, provando a riallacciare il filo del dialogo con il premier, ammesso sia ancora possibile?

Ieri, parlando davanti alla direzione del Partito democratico, Matteo Renzi è stato molto perentorio. E ha chiesto al Pd di accogliere la linea della fretta. Silvio, proponendo di rimandare le riforme a dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato, prende tempo? Bene, il segretario dem accelera: Italicum subito. E con chi ci sta. Una posizione agevolata anche dal nuovo calendario del Colle: le dimissioni di Napolitano arriveranno solo al termine del semestre europeo di presidenza italiana.

Con questo schema sembra decadere la posizione di Forza Italia, non più interlocutore privilegiato. Renzi guarda al terremoto in casa grillina. Tra fuoriusciti ed espulsi, la componente del Movimento 5 Stelle avvicinabile diventa sempre più importante, numericamente. Il limite è che naviga in balìa delle onde. Gli eretici non hanno un leader e non hanno una strategia. Sono cani sciolti.

La questione, più che algebrica, è politica. Con il patto del Nazareno e con i voti di Forza Italia, Renzi era riuscito a rendere la minoranza dem ininfluente. Se salta il patto, la sinistra interna torna determinante e vuole mettere bocca. «Se non c’è più il vincolo con Berlusconi, modifichiamo i contenuti dell’Italicum», dice Gianni Cuperlo, a partire dalle liste bloccate. Il fatto è che il patto era pure il viatico renziano per imporre le sue scelte a destra e sinistra. Non a caso, in replica, Matteo gela l’opposizione interna: «Non è immaginabile che si riapra la discussione sui punti condivisi da Pd, Ncd, Scelta civica, autonomi e, al 90 per cento, anche da Forza Italia». Novanta per cento? Renzi è il solito inguaribile ottimista. Sulle nuove regole di voto, Fi è spaccata a metà. Forzando la mano, l’ex boy scout può pure piegare nuovamente Berlusconi al suo volere. Ma poi il Cav si perde per strada il partito.

Obiettivamente è Berlusconi che siede nella posizione più scomoda. Vuole tenere un piede dentro al Nazareno per essere coinvolto nella scelta del futuro Presidente della Repubblica, sperando che poi questi, insediatosi, esaudisca il suo desiderio di riabilitazione personale e politica. Contemporaneamente vuole sventare il voto anticipato (desiderio inconfessato di Renzi), tenere unito il partito (ma Fitto gli procura quotidiani travasi di bile) e contenere l’avanzata leghista, che galoppa minacciosa nei sondaggi. Tanta roba.

Ieri era lunedì. E il lunedì, ad Arcore, è la giornata consacrata agli affari di famiglia. I figli e i manager delle aziende tifano perché il patriarca continui a collaborare con Palazzo Chigi. È un bene per tutti. In Brianza inoltre si guarda con preoccupazione, mista a rabbia, alle mosse di Raffaele Fitto. L’ipotesi che si saldino le minoranze di Pd e Forza Italia, attraverso il dialogo alle cime di rapa tra Fitto e D’Alema, fa sobbalzare il Cavaliere. L’intenzione berlusconiana è quella di riconvocare l’ufficio di presidenza del partito per giovedì. Con lo scopo di ricevere un mandato pieno dall’esecutivo azzurro: «Fitto non ci sta? E io lo caccio...».

"Pago un albanese e ti faccio ammazzare" Le telefonate dell' ex moglie di De Rossi

Usura, le intercettazioni dell'ex di De Rossi: "Pago un albanese e ti faccio ammazzare"




«Persona di indole violenta, con una abitudine a rapporti improntati alla sopraffazione e all’intimidazione, in grado di gestire la sua enorme ricchezza appoggiandosi ad ambienti criminali». È questo il ritratto di Tamara Pisnoli tracciato dal gip Giuseppina Guglielmi. Per il giudice l’ex moglie del calciatore Daniele De Rossi finita agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Dda sul sequestro e sul pestaggio di un imprenditore romano «è una donna ambita per la sua ricchezza», capace anche di vendicarsi degli «approfittamenti subiti» «ricorrendo alla solidarietà di esponenti dei vari gruppi criminali del cui appoggio gode, disponibili a intervenire in suo favore con metodi violenti». E anche se non risulta l’autrice materiale dell’aggressione dell’imprenditore, Tamara Pisnoli «ha dimostrato piena adesione anche alle feroci modalità con cui è stata attuata, avendovi assistito in silenzio e senza mai intervenire».

Potente e violenta - Del resto le violenze si sono consumate proprio a casa sua, quel grande attico con vista sul Trullo fatto costruire dall'ex marito De Rossi appena sposati. E' qui che un gruppo di persone a lei vicine, avrebbe picchiato e ferito l'uomo colpevole di non voler più restituire gli 85mila euro, lievitati a 150mila, ottenuti per la vendita di una piccola azienda dedita alla realizzazione di impianti fotovoltaici. E la stessa Tamara, che dopo avere comprato l'impresa voleva i soldi indietro, non era da meno. Stando alla testimonianza dell'imprenditore minacciato e sequestrato, pochi giorni prima, il 4 luglio 2013, riportate dal Messaggero la ragazza lo avrebbe affrontato con parole di fuoco: «In occasione del primo incontro che ebbi con le predette persone, Tamara Pisnoli mi riferì testualmente "Sai quanto ce metto a fa ammazza' 'na persona? Basta che metto 10mila euro in mano a un albanese? Non ce metto niente!"».

Appoggi potenti - Il Messaggero racconta pure dei rapporti tra la bella Tamara con la famiglia Camamonica e pure con qualche funzionario delle forze dell'ordine. Lo dimostrano le intercettazioni telefoniche con uno degli uomini di fiducia della Pisnoli, Francesco Camilletti, dopo un furto subito da Tamara ad opera di un fidanzato, Manuel Milano. Lei: «Se m' ha...o m' hanno rubato i soldi a me». Lui: «Ma allora è sicuro...Se la so giocata per levarti solo i soldi, te lo dico io. Tu mi porti la persona, io ti porto pure quell' altre, ma gli sfasciano subito la faccia perché questi so... fanno un mestiere ma fanno pure l' altro. I due leoni se poco poco sanno che ha sfruttato... quelli intendo lì e e vicino piazza Venezia, che ha sfruttato la loro professionalità, la loro intelligenza, il loro mestiere. Quelli se non lo possono fà, ti portano via uguale, magari t' avvisano, dice: "guarda, ti...ti vengo a piglià' io così le manette non te le metto, ti porto tranquillo", però non è carino utilizzare certe persone per poter... truffare. Lo spezzano in due. lo spezzano aho!».

Il papà ammazzato - Non è la prima volta che l’ex moglie del calciatore della Roma De Rossi si trova sotto i riflettori dei media. La famiglia finì sulle pagine di cronaca per la morte del padre, Massimo, assassinato nell’estate 2008 a colpi di fucile. L’ex suocero di De Rossi fu vittima di una vera e propria esecuzione e ritrovato nei pressi della stazione di Campoleone, alla periferia di Aprilia, in provincia di Latina. Gli investigatori ipotizzarono che fosse stato ucciso per uno ’sgarro' all’interno di un ambiente criminale, un contrasto con i complici in svariate rapine. Gli assassini lo prelevarono a Roma e lo portarono ad Aprilia con la scusa di dover mettere a segno un’altra rapina. Ma era una trappola: Pisnoli fu ucciso con due colpi alla schiena e uno in faccia.