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giovedì 28 agosto 2014

KYENGE MINACCIA CALDEROLI "Mio babbo ti ha fatto la macumba? Ricordati che a fine settembre..."

Cecile Kyenge "minaccia" Roberto Calderoli: "Macumbe? Occhio, tra un mese ci rivediamo in tribunale"




Qualche giorno fa Roberto Calderoli accusava il padre dell'europarlamentare del Pd, Cecile Kyenge, di avergli fatto una macumba, unica spiegazione per le sventure che si sono imperversate contro di lui in questi mesi: "Sei volte in sala operatoria, due in rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell'ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita". Oggi la Kyenge risponde alle accuse e ricorda al leghista che: "Il 30 settembre ci troveremo in tribunale per il processo contro gli insulti con l'aggravante dell’istigazione a sfondo razzista".

La risposta della Kyenge - "Un regista farebbe i soldi su questa storia perché sembra una commedia all'italiana". Così la Kyenge commenta  il vivace scambio con il senatore della Lega Nord. "Per me che sono di religione cattolica la macumba non esiste e se il senatore crede che esista - ha suggerito Kyenge - gli consiglio un pellegrinaggio nei luoghi dove crede che sia stata fatta". "Vada al villaggio per osservare con i propri occhi se effettivamente esiste la macumba. Magari torna cambiato". Poi l'ex ministro dell'Integrazione suggerisce a Calderoli di stare attento: "Ricordo al senatore che il 30 settembre ci troveremo in tribunale per il processo contro gli insulti con l'aggravante dell'istigazione a sfondo razzista". 

L'ex ministro spende parole anche sull'elezione di Carlo Tavecchio a presidente della Figc: "E' una mancanza di coraggio da parte della Figc e del nostro Paese di poter fare un passo avanti". "Tavecchio oggi è presidente - aggiunge la Kyenge -, ma per me la vittoria arriverà quando culturalmente sapremo condannare senza eccezioni, da destra e da sinistra, quella mancanza di consapevolezza del proprio ruolo". Infine la Kyenge punta il dito contro le occasioni "in cui qualcuno si alza e non ha rispetto del proprio ruolo, cercando di portare avanti discorsi a sfondo razzista o che comunque offendono la cittadinanza". Una situazione che a suo avviso "non riguardano un solo partito". "Parlo di Tavecchio, di Alfano quando parla di vu comprà, parlo anche di Calderoli - ha concluso - e di tutti quelli che in questi anni non hanno tenuto ben presente il loro ruolo".

C'è un tesoretto da 400 milioni di euro per chi è stato fregato da voli e aerei

Voli cancellati e aerei in ritardo, gli italiani non reclamano i rimborsi e perdono più di 380 milioni di euro




Un tesoretto da quasi 400 milioni di euro attende gli italiani fregati dagli aerei. Per mettersi in tasca un bel po' di euro basta avere la voglia di far valere i propri diritti. Flightright.it, portale online dedicato ai passeggeri del trasporto aereo che vogliono richiedere un risarcimento per un volo in ritardo, cancellato o in overbooking, ha stimato che, ogni anno i viaggiatori italiani non reclamano oltre 380 milioni di euro per dei rimborsi che, invece, sarebbero loro dovuti. 

I numeri - Sugli oltre 1,7 milioni di voli che atterrano e decollano dagli aeroporti italiani, sarebbero più di 960.000 i passeggeri che avrebbero diritto a un rimborso sebbene non ne abbiano fatto richiesta. Cifre molto più alte per le potenziali richieste di risarcimento del Regno Unito, con un valore totale di più di 670 milioni di euro, mentre quelle di Germania, Spagna e Francia ammontano rispettivamente a oltre 580, 500 e 440 milioni di euro. Solo alcuni dei circa 120 milioni di passeggeri italiani che viaggiano ogni anno sono consapevoli dei loro diritti. Secondo quanto previsto dal diritto comunitario, le compagnie aeree sono tenute a corrispondere ai passeggeri una compensazione pecuniaria laddove i voli subiscano un ritardo superiore alle 3 ore e in tutti i casi di cancellazione e di overbooking. "Ritardi e cancellazioni possono rovinare le vacanze di tante famiglie - spiega Marek Janetzke, managing director di Flightright - ed è un peccato che le compagnie aeree spesso non corrispondano un risarcimento, anche quando è dovuto". "Nonostante i passeggeri siano sempre più consapevoli dei propri diritti - aggiunge -, stimiamo che quasi un milione di italiani non abbia richiesto risarcimenti per i danni subiti nell'ultimo anno. Tre ore di ritardo sono sufficienti per poter richiedere un indennizzo e c'è tempo fino a 18 mesi per esercitare il diritto".

I rimborsi - Insomma, le cifre non sono poi così basse, quindi conviene farsi furbi e pretendere il rimborso. Con un ritardo superiore alle 3 ore, si può ottenere un risarcimento fino a 250 euro per una tratta aerea fino a 1.500 km, di 400 euro, invece, per una distanza tra i 1.500 e i 3.500 km. Salgono le cifre se il ritardo supera le 4 ore e i 3.500 km: in questo caso il viaggiatore può ottenere fino a 600 euro. Mentre, se il passeggero è costretto ad aspettare per più di 5 ore, scatta il rimborso totale del volo, qualunque sia la distanza della tratta.

Le tempistiche per fare richiesta - I passeggeri che prenotano un volo dall’Italia hanno fino a 18 mesi di tempo per chiedere un risarcimento se la destinazione è in Europa e 12 mesi se la località si trova al di fuori dei confini europei. I passeggeri incerti sul diritto di ottenere o meno il rimborso, possono sfruttare il portale di Flightright.it: devono semplicemente inserire i dettagli del loro volo all'interno di un form online per verificare se hanno o meno le caratteristiche necessarie per procedere con la richiesta.

Migliaia di jihadisti alle nostre porte "Possono agire in ogni momento, è un incubo che durerà 10 anni"

Jihad in Italia, Marco Minniti: "In Europa migliaia di combattenti pronti all'azione, minaccia lunga 10 anni"




Cinque indagati in Veneto, inchiesta a Milano: la rete dei jihadisti di casa nostra si estende in tutto il Nord, ma non solo. Perché il sospetto è che i fanatici islamici non solo stiano reclutando in tutta Italia potenziali combattenti per la Guerra Santa da spedire in Medio Oriente, Siria e Iraq soprattutto, ma anche addestrando terroristi per colpire obiettivi sensibili nel nostro Paese. Un pericolo concreto e che arriva anche da oltre confine, come confermato dall'intelligence: "Nel cuore dell'Europa ci sono migliaia di persone pronte a entrare in azione", è l'allarme lanciato da Marco Minniti, sottosegretario della Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti. Intervistato da Repubblica, Minniti sposta l'obiettivo: i jihadisti italiani "li conosciamo e li seguiamo quasi in tempo reale". Quelli europei, invece, "sono liberi di circolare nei Paesi dell'Ue e di venire anche qui da noi". Il nemico ce l'abbiamo in casa, insomma, e "dovremo farci i conti almeno per i prossimi 10 anni". La stima è di 50 jihadisti italiani impegnati in Medio Oriente. "LI conosciamo, ma sono gli altri, quelli con passaporti europei, che ci preoccupano. Solo della metà sappiamo identità e movimenti. Provengono dal Nord Europa e dai Balcani. Sono loro che ci allarmano di più".

I due punti di forza dell'Isis - Sembra essere tornati al post 2001, l'epoca di Osama Bin Laden, quando dopo l'attentato alle Torri Gemelli si scatenò la guerra globale al terrorismo, dall'Afghanistan all'Iraq, con la reazione dei qaedisti a suon di attentati in terra europea, da Madrid a Londra. Ma c'è una differenza, sostiene Minniti, e si chiama Isis, lo Stato islamico fondato in Medio Oriente dal califfo Al Baghdadi. "L'Isis rappresenta una minaccia senza precedenti per due motivi - spiega il sottosegretario -. E' un vero esercito con armi tradizionali, impegnato in una guerra simmetrica" e che ha già dimostrato di "poter conquistare e amministrare un territorio vastissimo", sovranazionale. Forte militarmente e ricco economicamente, perché "controlla una quindicina di pozzi e raffinerie petrolifere con i quali incassa ogni giorno 2 milioni di euro", senza contare che con la presa di Mosul l'armata nera ha racimolato 500 milioni di dollari in contanti. Ma l'Isis sa muoversi anche "con azioni terroristiche, quindi in una guerra tipicamente asimmetrica, difficile da contrastare". Anche perché il conflitto è "militare sul terreno ma ideologico nel suo complesso" e l'Europa "è stanca, ha bisogno di ripensare ai suoi valori, oggi rincorriamo i cessate-il-fuoco, le tregue". E che di fronte all'emergenza sbarchi, umanitaria ma anche di pubblica sicurezza vista la facilità di reclutare soldati tra i disperati, non sa far altro che imbastire il teatrino del Mare Nostrum e del Frontex Plus.

Marcianise (Ce): Punto gioco Better e Bar, al Viale Europa gioca un euro e ne vince 10.000

Marcianise (Ce): Punto gioco Better e Bar, al Viale Europa gioca un euro e ne vince 10.000

di Lorenzo Tartaglione 


E' successo al nuovo punto gioco Better-Bar, in Viale Europa a Marcianise. Da indiscrezioni, punta poco più di un euro e ne vince 10.000. Un uomo, del quale non si conoscono le generalità, anche per una questione di serietà da parte dei gestori del punto gioco "Better-Bar", è entrato, ha giocato la sua solita bolletta-schedina ed ha portato a casa appunto 10.000 euro. 


Il Punto gioco "Better" ha inaugurato da pochi giorni l'apertura di un Bar, dove si può consumare con soli un euro e 30 centesimi "Cornetto e Caffè". Insomma, è proprio il caso di dirlo, la nuova apertura del Bar-Better ha portato bene al nuovo fortunato che, da indiscrezioni, subito dopo la vincita, ha tenuto a festeggiare con i suoi pochi intimi, stappando una buona bottiglia di Champagne. 


L'OMBRA DI MONTI SU RENZI "Matteo, ti dico io cosa devi fare"

Mario Monti: "Renzi sbaglia a non seguire i miei consigli"




"Il mio governo ha fatto crescere l'Italia". L'ex premier Mario Monti indossa ancora una volta il Loden, nonostante le temperature estive, e su Repubblica, in modo spavaldo, paragona il suo governo a quello attuale guidato da Matteo Renzi. Tra una carezza e una bastonata, il Prof rivendica i risultati del suo esecutivo: "Il nostro governo, a 18 giorni dal giuramento, varò con piena operatività due fondamentali riforme. Quella delle pensioni — con l’abolizione dei trattamenti di anzianità e il passaggio al contributivo per tutti — e un’imposta sulla prima casa, la cui mancanza era difficile da giustificare, in un paese che ha un’enorme ricchezza privata, in buona parte immobiliare, e un altrettanto enorme debito pubblico. Queste due riforme non hanno soltanto salvato la finanza pubblica ma anche creato spazi per la crescita. Lo ha riconosciuto anche Graziano Delrio in un’intervista a Repubblica. Questi spazi, i due governi successivi non li hanno però destinati prioritariamente alla crescita". Insomma con l'imposta sulla casa e con una riforma disastrosa delle pensioni, il Loden consiglia tra le righe, una sinistra ricetta tassarola al premier che è proprio a caccia di risorse per tappare i buchi creati dalla mancia elettorale del bonus Irpef da 80 euro. Quello che parla a Repubblica però è un Monti velenoso. 

Bordate a Letta e a Renzi - Impallina prima Letta e poi Renzi, colpevoli di non aver seguito il suo "esempio": "Letta preferì soddisfare le promesse elettorali di un partito della sua maggioranza e, invece di dedicare tutte le risorse disponibili alla riduzione del cuneo fiscale, le usò per cercare di cancellare l’Imu prima casa. Renzi a sua volta ha ritenuto di privilegiare una misura molto visibile, gli 80 euro, i cui effetti sulla crescita non sono ovvi. Intanto, il presidente della commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha l’obiettivo primario di introdurre cambiamenti che porterebbero a erodere la riforma delle pensioni". 

L'avvertimento - A questo punto arriva l'avvertimento: "Ho superato da decenni l’età massima dalla quale - se non si è Capo dello Stato o, forse, presidente della BCE - Renzi accetta non dico di ascoltare, ma di udire consigli. Se no, gli suggerirei di non spingere troppo in là lo sforzo motivazionale. Per esempio, quando dice che fra tre anni l’Italia ridiventerà l’economia guida d’Europa o dell’eurozona, non è credibile. Sia perché l’Italia non lo è mai stata, sia perché realisticamente è ben difficile che ciò possa accadere. Può però salire a posizioni molto migliori di oggi. Ma per ottenere questo, chi governa - soprattutto se ha il merito di essere un grande coach -
dovrebbe dedicare più tempo ed energia a mettere in opera strumenti di governo. Dalla visione all’azione, dal sogno alla concretezza".

MARE NOSTRUM, GRANA NOSTRA Pochi soldi per bloccare gli sbarchi, Ue ad Alfano: "Li deve trovare l'Italia"

Immigrazione, Alfano vede la Malmstroem: "Frontex plus al posto di Mare Nostrum, le navi degli scafisti verranno distrutte"




"L'operazione Frontex plus, che incorpora due operazioni esistenti, le ampia e le rafforza e costituirà un presidio per la frontiera dell'Europa più ampio. Inoltre, le barche usate trafficanti saranno distrutte perché vengono riutilizzate". Sono questi, secondo il ministro degli Interni Angelino Alfano, i "due risultati concreti" ottenuti dall'Italia nella riunione di oggi a Bruxelles con la commissaria Ue agli Affari Interni Cecilia Malmstroem che sulla carta avrebbe dovuto decretare una svolta sulla lotta all'immigrazione clandestina e bloccare le stragi di migranti nel Mediterraneo. Sempre sulla carta, sarebbe dovuta essere posta la parola fine alla discussa e inefficace missione Mare Nostrum. Alfano, però, non ha avuto la forza (né forse la volontà) di sbattere i pugni sul tavolo. E così le promesse europee sembrano non cambiare di una virgola la situazione, drammatica, al largo delle coste italiane.

La grana resta in mano all'Italia - La Malmstroem ha avuto il buongusto di riconoscere come l'Italia abbia fatto "un immenso lavoro, salvando migliaia di persone". Di fronte a oltre 100mila migranti sbarcati da gennaio a oggi e 1.889 morti (fonte Onu), "è uno sforzo che l'Italia non può compiere da sola". "Mare Nostrum - è stata una risposta ai terribili eventi di Lampedusa dello scorso ottobre (un naufragio che provocò 366 morti, ndr), era un'operazione di emergenza". Durata, però, quasi un anno. Per questo, ha continuato la Malmstroem, "aspetto che tutti gli Stati membri contribuiscano" e "personalmente farò tutto quello che è in mio potere per assicurare che tutti gli Stati membri possano dare assistenza a Frontex". "Dei 28 Stati membri dell'Unione europea solo 10 accettano profughi in cifre importanti. Spero che l'Italia, anche come presidenza dell'Ue, possa spingere per trovare più fondi per il bilancio Frontex". Insomma, la patata bollente in un modo o nell'altro è sempre nelle mani del governo italiano.

I terroristi islamici crescono in Veneto

Jihad, l'allarme: i terroristi islamici crescono in Veneto

di Cristiana Lodi 


Sotto Natale l’imbianchino Ismar Mesinovic aveva chiuso in fretta due valigie e dopo un saluto agli amici del centro culturale Assalam di Ponte nelle Alpi, era filato a gambe levate dal piccolo paese in provincia di Belluno dove abitava dal 2009. Una tappa veloce in Germania dalla mamma e poi via, ancora di corsa, dal Veneto direttamente in Siria: pronto a combattere nella terra dell’Isis (lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante), contro il regime di Assad. A gennaio, mentre guerrigliava in nome di Allah e della Guerra Santa, è morto col figlio al seguito. Aveva due anni, il piccolino. 

Ismar Mesinovic, poi Idris Bilibani: super sorvegliato da Digos e Ros in quanto frequentatore sospetto del Nordest: i suoi continui viaggi internazionali e i messaggi via web sono nel mirino degli investigatori che non lo perdono d’occhio. Loro e, ancora, il fatidico Bilal Bosnic: wahabita, considerato fra i capi dell’Isis in Iraq, anche lui passato dal Triveneto alla Toscana: dalla Destra Tagliamento, a Treviso fino a Cremona passando per Monteroni D’Arbia (Siena). Imam, predicatori violenti, meritevoli di essere espulsi se non fosse che se ne sono andati da soli a esercitare il loro massimo sforzo sul fronte del Jihad: la Guerra Santa, la più alta istituzione dell’Islam che compare in 23 versi del Corano. 

Predicatori pericolosi, transitati dal Nordest e accomunati da un denominatore unico: l’origine bosniaca. Ma anche dall’età che oscilla fra i 18 e i 35 anni. Sono la seconda generazione dei tanti reduci scampati al tracollo della ex Jugoslavia, arrivati in Italia dai primi Novanta a inizio Duemila.

E’ su questi personaggi e non più soltanto sul fronte nordafricano, mediorientale o più precisamente afghano, che Digos e Ros tengono alta l’attenzione. Soggetti che agiscono sottotraccia, in modo autonomo, come «ufficiali di collegamento tra il nostro territorio e quello islamico». Lontani dal fare proselitismo di massa, hanno come base il garage o il computer; non più la moschea o quello che fino a qualche anno fa poteva essere il viaggio di indottrinamento in Afghanistan. «Cani sciolti, sfuggenti (proprio per questo), al controllo di polizia e carabinieri», spiega una fonte, «avventurieri abili ad arruolare seguaci sul posto».

La Bosnia-Erzegovina, per la sua particolare connotazione di centro di riferimento di differenti e numerosi gruppi etnici, è stata da sempre al centro di movimenti migratori, la maggior parte delle volte dovuti agli scontri tra la forte componente serba e le altre due etnie, bosniaca e croata.

Dopo la disaggregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la Bosnia-Erzegovina è stata oggetto di una guerra interna drammatica, infuocata dallo scontro di religione fra cristiani e musulmani. Siamo fra il 1992 e il 1995. Il conflitto tra serbi, croati e bosniaci fedeli all’islam, ha costretto alla fuga oltre due milioni di abitanti. Germania, Montenegro, Serbia, Croazia, Italia: le mete dei fuggiaschi che hanno portato con sé l’astio legato alle persecuzioni subite da parte dei cristiani. Nel nostro Paese il flusso di immigrati provenienti dalla ex Jugoslavia è cresciuto in breve tempo. Dal 1996 al 2006 i bosniaci approdati, soprattutto al Nord, sono più che duplicati, passando da 9.500 a 26.300 (e il 56% sono uomini). Il grosso si concentra proprio nel Nordest, soprattutto in Veneto (5.700 unità). Poi in Lombardia (3.000), Friuli Venezia Giulia (2.300) e Emilia-Romagna (1.700). 

In Veneto i residenti di origine bosniaca sono ormai radicati nelle province di Vicenza, Verona e Padova; di Venezia e Rovigo, oltre che di Belluno. Qui, a Ponte nelle Alpi, ha abitato l’imbianchino immolatosi in nome di Allah: Ismar Mesinovic. E’ su questo Nord, dove molti bosniaci musulmani, figli di profughi induriti prima dalla guerra e poi dalla crisi economica, che resta alta l’attenzione della nostra intelligence. Molti di loro sono fra la trentina di residenti nel Triveneto ora sotto stretto controllo per via delle loro idee estremiste. O per le frequentazioni sospette. E se si considera che stando al ministero dell’Interno sono una cinquantina gli italiani convertiti all’Isis, fa riflettere che almeno tre decine siano radicati in Veneto. 

L’imbianchino morto col figlio di due anni, non è l'unico jihadista partito da questa terra per offrire il proprio contributo a una delle tante Guerre Sante sparse per il mondo. Prima di lui ce ne sono stati altri: Hussein Saber Fadhil, per tutti “il Califfo”: vendeva kebab a Padova. Il Ros lo ha arrestato nel 2007 con l'accusa di essere il capo di una cellula di Al Qaeda e di avere progettato un attentato a Bagdad. Lanciarazzi, uomini-bomba. Tutto confermato. Anche se poi il Tribunale di Venezia ha stabilito che «le iniziative della sua formazione erano finalizzate a colpire obiettivi non militari». 

Un combattente e non un terrorista, dunque. Un epilogo che si ripete, con il risultato che dal “Califfo” che si preparava a combattere in Iraq (e ancora oggi vende kebab a Marghera) fino all’imbianchino che ha voluto il martirio in Siria, in Veneto (la terra della Serenissima Repubblica e un tempo impero della Lega Nord) sempre più persone sono affascinate del Jihad. «Disperati, spesso senza famiglia né un lavoro», spiega un investigatore. «Soggetti facili a lasciarsi incantare dai reclutatori: imam, estremisti, fanatici allo sbaraglio, magari ex combattenti che hanno avuto contatto diretto con i campi di battaglia. In Veneto non risultano zone di addestramento. Però sono passati soggetti come il bosniaco Bilal Bosnic: in questi giorni lancia in rete appelli ai giovani musulmani per unirsi al Califfato. È considerato un predicatore violento e itinerante: adesso è in Bosnia, prima era in Italia. E molte delle città nelle quali ha transitato, sono in allerta. 

In Veneto sono Centodieci i centri di preghiera e le associazioni culturali islamiche. Luoghi nel mirino di carabinieri e Digos, oltre che dei servizi segreti che indicano Padova come una delle zone «calde» per l'indottrinamento e il reclutamento di uomini disposti a combattere per l’Isis che spadroneggia in territorio iracheno e siriano. Stando all’ultimo dossier della nostra intelligence sarebbero almeno duecento i soggetti «attenzionati», in Italia e ritenuti molto pericolosi perché rientrati nel nostro Paese dopo un periodo di addestramento in basi segrete, per lo più in Afghanistan. Un fenomeno nuovo, che agisce al contrario rispetto ad altri Paesi europei, dove la maggioranza dei jihadisti reclutati va direttamente a combattere sui territori di guerra. Da noi è il contrario. La maggioranza dei fanatici resta in Italia per dare sostegno logistico e organizzativo.