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venerdì 17 febbraio 2017

Il 16enne suicida per l'hashish Crolla il finanziere: cosa ha rivelato

"Se potessi non rifarei la perquisizione", il pentimento del Generale della Finanza



Potesse tornare indietro, il comandante della Guardia di finanza di Genova, il generale Renzo Nisi, non ordinerebbe di nuovo quel tragico blitz a casa di Giovanni Bianchi, il 16enne di Lavagna che si è lanciato dalla finestra di casa durante un controllo antidroga. Il ragazzo aveva con sé solo pochi grammi di hashish quando è stato fermato fuori da scuola. A chiamare i finanzieri era stata sua madre, anche lei pentita per quella decisione: "Conoscendo l'esito tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo - ha detto il generale a Il Giorno -. Penserei a una soluzione alternativa, ci sto ragionando tutti i giorni".

Da militare però Nisi è sicuro di aver fatto il proprio dovere: "Se un cittadino ci chiede aiuto, dobbiamo aiutarlo nel miglior modo possibile. Nel caso del ragazzino - ricorda - siamo intervenuti con tutte le cautele del caso, predisponendo una squadra speciale per l'occasione, composta da padri di famiglia che sapessero bene come approcciare il giovane". Le polemiche però non sono mancate, a cominciare dal procuratore dei minori della Liguria, Cristina Maggia, che se contattata avrebbe sconsigliato la perquisizione: "Le decisioni vanno prese nell'arco di un attimo - si è difeso il generale - e ci appelliamo alla professionalità. Se si giudica in base al risultato, anche la vita di ognuno di noi è da rivedere".

A convincere il comandante Nisi che quell'intervento andava fatto è stata soprattutto la visita in caserma della madre adottiva, Antonella Riccardi, preoccupatissima che il figlio avesse "problemi nella vita di tutti i giorni. Lei temeva facesse uso di stupefacenti. Aveva cattive frequentazioni e andava male a scuola, mentre prima era uno dei migliori della classe ed era molto ben inserito nel tessuto sociale tra paese e calcio. Questo è stato il grido di disperazione della madre".

È lo stesso militare a far vacillare la sua prima analisi, visto che il ragazzo non sembrava proprio isolato dal mondo: "Al funerale ho visto l'enorme partecipazione per l'addio. Quel ragazzo era inserito ovunque, aveva amici, conoscenti, compagni di squadra. Non si spiega, è imponderabile".

"Non parlare della Raggi, vai a lavorare" Chi è la 5 Stelle brutalizzata da Grillo

Stadio della Roma, la Lombardi attacca ancora la Raggi ma Grillo la censura



Roberta Lombardi stronca il progetto dello stadio della Roma. La deputata Cinquestelle attacca, con un post su Facebook, il progetto capitolino dell’impianto bollandolo come «speculazione immobiliare». Ma il Blog di Grillo interviene a stretto giro, e avverte: «per le questioni inerenti le amministrazioni guidate dal MoVimento 5 Stelle gli unici titolati a parlare, in nome e per conto del M5S, sono gli eletti. Chiunque altro si esprime solo a titolo personale e come tale devono essere prese le sue dichiarazioni. Sullo stadio della Roma - sottolinea il blog di Grillo - decidono la giunta e i consiglieri. I parlamentari pensino al loro lavoro».

La Lombardi, in sostanza, chiede di «annullare subito la delibera che stabilisce la pubblica utilità». «Un milione di metri cubi e uno stadio, un solo stadio. Grattacieli, business park, l’equivalente di oltre 200 palazzi in una zona disabitata da secoli. Sapete perchè? - scrive Lombardi - Perchè è a fortissimo rischio idrogeologico. Se non è questa una grande colata di cemento, allora cos’è?».

L’esponente Cinquestelle lo dice «senza mezzi termini: questo non è un progetto per la realizzazione di uno stadio, questo è un piano di speculazione immobiliare che una società statunitense vuole portare avanti ad ogni costo in deroga al nostro piano regolatore, nell’esclusivo interesse di fare profitto sulle nostre spalle. E noi non possiamo permetterlo». «Per anni i costruttori a Roma hanno fatto così: compravano terreni e poi si accomodavano le destinazioni, rendendole edificabili, grazie alla compiacenza della politica. Ebbene, il M5S questo non può permetterlo. Siamo arrivati al governo della Capitale garantendo che avremmo segnato un punto di discontinuità con il passato. Questo progetto, approvato dall’ex giunta Marino, non è realizzabile. Lo dico da romanista convinta, come sanno molti di voi, ma qui dobbiamo fare tutti uno sforzo in più e capire che si sta parlando della nostra città. Dove siamo cresciuti, dove continueremo a crescere e dove cresceremo i nostri figli. Questa è Roma e io non ci sto a vederla martoriata per soddisfare la volontà di qualche imprenditore. Bisogna annullare subito la delibera che stabilisce la pubblica utilità. Mi auguro che l’amministrazione capitolina faccia la scelta giusta e chieda al proponente di avanzare dunque un nuovo progetto che rispetti la legge e la Capitale», conclude Lombardi.

Toh, il cognatino Giancarlo Tulliani Clamoroso: "Dove si trova adesso"

Giancarlo Tulliani "in fuga" negli Emirati Arabi Uniti



oh, Giancarlo Tulliani. Il fratello di Elisabetta, moglie di Gianfranco Fini, è in grossi guai nell'ambito della stessa inchiesta che vede l'ex presidente della Camera indagato per riciclaggio. Per lui sono guai che si aggiungono ai guai: fu infatti colpito da un decreto di sequestro a inizio anno, quando aveva provato a trasferire un gruzzolo dal suo conto in Mps alla banca a Dubai. Quei soldi non sono mai arrivati, ma lui, invece, a Dubai ci è arrivato eccome. Già, perché Giancarlo Tulliani, residente monegasco, si è trasferito negli Emirati Arabi Uniti, dove risulta residente e dove si dedica all'attività di famiglia finita nel mirino dell'inchiesta romana che vede in Francesco Corallo, il re delle slot machines, il suo protagonista principale. Tulliani "in fuga", dunque. Notizie che emergono a poche ore da quelle relative alla "pulizia" della casa, dove i finanzieri hanno rinvenuto un grande sacco della spazzatura pieno zeppo di striscioline di carta. Documenti triturati e cancellati. Documenti sospetti. Così come, alla luce di ciò che sta accadendo, desta sospetti il suo trasferimento negli Emirati.

Feltri profetico: "Finirà malissimo" Ecco il carrello dei bolliti di sinistra

Vittorio Feltri profetico sulla scissione Pd: "Andrà a finir male"


di Vittorio Feltri



A noi di Libero della probabile scissione del Pd non importa nulla. In Italia nascono più partiti che bambini, uno più uno meno per i cittadini non cambia nulla. Comunque sono pochi coloro che vanno a votare e pochissimi coloro che hanno una incrollabile fede politica. Le notizie infauste provenienti dal Nazareno seminano indifferenza. Renzi si arrabatta per rimanere al vertice dei democratici (ex diessini, ex o post comunisti è sempre la stessa gente riciclata e impegnata a non crepare) e forse ce la farà. Vedremo. I suoi avversari lo contrastano come possono e minacciano di andarsene allo scopo di fondare un’altra sinistra più di sinistra. Insomma nel Pd si litiga per mantenere o conquistare il potere, cioè le poltrone, le idee contano molto meno dei posti e degli stipendi. E questo non è qualunquismo ma semplice realismo. Bisogna prenderne atto e valutare ciò che accadrà in futuro qualora la spaccatura avvenga davvero, cosa a nostro giudizio disinteressato che provocherà solo disastri per motivi ovvi. La sinistra non è nuova a rotture clamorose, tutte finite male specialmente per gli scissionisti. Che, dopo aver abbandonato la casa madre, hanno resistito qualche tempo ai margini dello scacchiere, poi, immancabilmente hanno avuto un crollo di consensi e sono defunti suicidi.

Limitiamoci a considerare la storia recente. Quando Occhetto seppellì il Pci, l’indomani dello spappolamento dell’Impero sovietico, i comunisti residuali si riunirono in una nuova (vecchissima) formazione denominata Rifondazione. Pensavano di fare incetta di nostalgici della bandiera rossa e invece ebbero una durata breve quanto un sospiro. Bertinotti ebbe un periodo di gloria e divenne addirittura presidente della Camera. Il canto del cigno. Poi Rifondazione cadde come corpo morto cade. E fu sotterrata nell’oblio. Oggi il prode Fausto frequenta salotti minori in quel di Roma e vive di pensione; rompe la noia pronunciando prediche di ispirazione mistica. La politica non è più pane per i suoi denti.

Le uscite dal Pd per incompatibilità ideologica sono state numerose: Fabio Mussi era un leader e non è più nulla, Sergio Cofferati era il padrone della Cgil ed ora è solo un reduce. In epoca recente ha mollato l’osso vermiglio anche Pippo Civati ed è stato scaraventato giù dalla ribalta. Idem Stefano Fassina che in tre giorni è passato da protagonista a (s)comparsa. L’esperienza dovrebbe insegnare che chi rompe paga e, invece, c’è chi presuntuosamente è convinto di aver facoltà di scendere dal carro in corsa senza spezzarsi il collo, e immancabilmente se lo spezza.

Attualmente nel Pd crescono gli insofferenti alla linea di Renzi. Avranno le loro buone ragioni. Ma se meditano di salutare il partitone per dare vita a un partitino fanno lo stesso errore commesso dai sopra citati transfughi, e rischiano l’irrilevanza, che è l’anticamera del decesso politico. La scissione danneggerebbe sia chi se ne va insalutato ospite, sia chi resta a bordo della navicella alleggerita. Infatti due miserie non fanno una ricchezza, ma una grande miseria. Renzi non sopporta chi discute la sua leadership e se ne vuole sbarazzare, però non calcola che in un partito meno sono peggio stanno, dato che la quantità dei voti è decisiva per vincere le elezioni. Pertanto alla maggioranza e alla opposizione dem conviene andare d’accordo o almeno fingere di convivere felicemente. Altrimenti saranno schiacciate entrambe dai pentastellati che piacciono anche quando sbagliano, nel senso che pur essendo dei pasticcioni non perdono l’appoggio dei loro sostenitori ciechi e biechi. E calano poco rispetto alle scemenze che combinano. Matteo si tenga quindi stretti i suoi barbagianni, di sicuro meno peggio dei corvi di Grillo.

Quanto al centrodestra, potrebbe risalire la china, in questo momento di sbando generale, ma sarebbe necessario che il centrodestra ci fosse, viceversa non c’è e se c’è, dorme.

"Saviano uno schizofrenico che delira" Ecco il poliziotto che lo massacra / Foto

Maccari del Consip: "Quelli di Roberto Saviano sono deliri da schizofrenico"



Roberto Saviano si è espresso su Repubblica sul caso di Lavagna, dove un 16enne si è suicidato dopo essere stato scoperto dalla Guardia di Finanza con alcuni grammi di hashish in casa, Finanza che è stata chiamata dalla madre. Nel suo commento, l'autore di Gomorra si scaglia contro il proibizionismo, sostenendo che se la cannabis fosse legale il ragazzo non si sarebbe ammazzato. Un articolo che ha scatenato la rabbia di Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il sindacato indipendente di polizia: "La decisa presa di posizione di Saviano in favore della legalizzazione della droga - attacca -, nonostante la sua schizofrenica parte recitata di quello che si batte contro il traffico di stupefacenti, è cosa ben nota e non ci sorprende più".

E ancora. "Abbiamo già più volte letto e contestato anche le deboli motivazioni formali su cui lui la basa. Ma certamente sconcerta, adesso, il suo intervento tutto politico in cui si spinge a strumentalizzare addirittura morti e suicidi per promuoverla. Secondo l'erudita analisi di Saviano - continua Maccari - il giovane di Lavagna si è ucciso a causa del fatto di essere stato trovato in possesso di droga, non è giusto, allora legalizziamola! Purtroppo ci sono ragazzi che si suicidano per tanti altri motivi. C'è chi si uccide a causa dei brutti voti, allora meglio abolire la scuola. C'è chi si uccide a causa di cose che accadono in Rete e lo coinvolgono, allora meglio abolire Internet. E potremmo continuare a lungo. Un delirio". Parole pesantissime, quelle del poliziotto.

TINTINNIO DI MANETTE Ora Fini teme la galera: quando era vicepremier...

Fini, i sospetti nelle carte del Gip: "Leggi pro Corallo in cambio di soldi"



Dopo l'ordinanza della procura di Roma che ha sequestrato milioni di euro in contanti e case alla famiglia Tulliani, appare ben più chiara quale fosse la strategia di Gianfranco Fini dietro quell'automortificazione di alcune settimane fa, quando l'ex presidente della Camera si era definito un "coglione" per non essersi accorto degli affari poco trasparenti che avvenivano intorno a lui. L'auto-proclamata "semi-infermità mentale" però potrebbe non reggere fino in fondo, perché i magistrati si stanno sempre più concentrando sulla figura di Fini, ritenendola molto più strategica negli affari dei Tulliani, molto di più di quanto si voglia far credere.

A rinsaldare il legame tra Fini, il capo del colosso del gioco Atlantis, Francesco Corallo, e la famiglia Tulliani sarebbe stato lo stesso ex segretario di An. Un rapporto solido sin dalla vacanza che Fini si è concesso sull'isola di Saint Marteen, ospite proprio di Corallo, nel 2004. Sempre lui l'anno dopo si è speso più volte per agevolare i rapporti tra la Atlantis e i monopoli, come confermato dall'interrogatorio dell'ex parlamentare Amedeo Laboccetta. Ed è stato sempre Fini nel 2007 a infilare il cognato Giancarlo in una trattativa immobiliare con Corallo. Una roba talmente torbida che non piace neanche a Laboccetta. Senza dimenticare, riporta Il Giornale, l'invito da Fini a Corallo nella foresteria di Montecitorio a dicembre 2008, in occasione del primo compleanno della piccola Carolina, figlia di Gianfranco ed Elisabetta.

Dalla procura il sospetto diventa di giorno in giorno sempre più convinzione su quanto Fini e le cariche da lui ricoperte, da vicepremier a presidente della Camera, siano state la calamita che ha attratto Corallo ai Tulliani. Il gip lo mette nero su bianco "che l'obiettivo di Corallo fosse altro dai Tulliani, si desume per tabulas: Corallo è il titolare di un'impresa colossale, i Tulliani una famiglia della piccolissima borghesia romana". Intanto Fini era "una figura istituzionale di elevato rilievo". L'incrocio di questi tre fili non può che innescare interessi di "estrema delicatezza", considerando anche che le tracce di dazioni di denaro vengono lasciate "in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo". Sulle carte ne compaiono almeno due: il 39 del 2009 e il 78 del 2009.

E in più ci sarebbero "gravissime interferenze" sui Monopoli, oltre che "inverosimili sottrazioni" alle casse dello Stato, senza trascurare le norme che avrebbero favorito in particolare Atlantis "sintomatiche di condizionamento della vita parlamentare in ragione di flulssi di denaro di grande consistenza". Quel che è emerso fin ora potrebbe essere solo la punta dell'iceberg, secondo i sospetti dei magistrati, riservando sviluppi "piuttosto tumultuosi". Tanto che, sempre Il Giornale, scrive chiaro e tondo che "ora Fini teme le manette".

"Non capiscono un cazzo. E lui..." Delrio, fuorionda rovinoso su Renzi

Scissione Pd, il fuorionda di Graziano Delrio: "Non capiscono un cazzo, da Matteo Renzi neppure una telefonata"



Un clamoroso fuorionda agita ulteriormente le acque di un Pd nel caos. Siamo nella sede democratica a Roma, dove si tiene un forum sul trasporto pubblico. Al banco dei relatori, come poi si è appreso nella clip pubblicata da Repubblica, ci sono Graziano Delrio e il presidente della Commissione trasporti della Camera, Michele Meta. Poco prima dell'inizio del convegno, i due parlottano proprio della scissione del Pd, che pare sempre più vicina. "Barano o fanno sul serio?", chiede Meta. E Delrio: "Una parte ha già deciso".

Poi, però, la pazzesca bordata contro Matteo Renzi e i suoi. Il ministro spiega che i renziani, con la scissione, pensano che "diminuiscono i posti da distribuire" ma "non capiscono un cazzo" perché la frattura "sarà come la rottura della diga in California, c'è una crepa, e l'acqua dopo non la governi più". Parole drastiche, alle quali aggiunge che "Matteo non ha fatto nemmeno una telefonata per evitare la scissione". Tutto il contrario rispetto a quanto affermato proprio in mattinata in un'intervista al Corriere della Sera. Un colpo devastante per l'immagine e la credibilità dell'ex premier, sputtanato da un (ex?) fedelissimo.