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giovedì 10 settembre 2015

Perché hanno massacrato Vespa Rai, ombre nere: tutta la verità

Rai, dietro alle polemiche sui Casamonica a "Porta a Porta" c'è la battaglia per il giro di poltrone



di E. PA


E ora che farà il neo direttore generale della Rai, Antonio Campo dall’Orto? Darà un colpo di acceleratore oppure innesterà una marcia più bassa, in modo da allungare i tempi in attesa, magari, del varo della riforma che gli consegnerà i poteri di amministratore delegato? A viale Mazzini, sede della dirigenza della tv pubblica, le domande che circolavano ieri sera erano queste. E non sono affatto domande retoriche, dato che dalle prime mosse, anzi dalla prima mossa per essere esatti, «si capirà quale idea di azienda ha in testa» l’uomo di Renzi. Però un primo «indizio» forte e nitido c’è già. E da quello bisogna partire.

Il nuovo Dg ha delegato la gestione del cosiddetto «caso Bruno Vespa» al direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, e non tanto perché ad ospitare la puntata finita nel mirino è stata la rete ammiraglia della Rai, quanto per il fatto che Leone, uomo azienda per antonomasia, è destinato a diventare il nuovo vice direttore generale al posto di Antonio Marano, con l’avallo della maggioranza delle forze politiche. Marano, il più longevo vice direttore generale nella storia della Rai, verrebbe spostato alla guida della Sipra, l’agenzia pubblicitaria della Rai in forte calo di fatturato e risultati. L’attuale numero due dell’azienda, al pari di Leone, conosce perfettamente il mondo della tv pubblica ed considerato l’unico in grado di risollevare i conti della Rai. Questo passaggio, ritenuto strategico da tutti, potrebbe avvenire in occasione del consiglio di amministrazione fissato per il prossimo 24 settembre. La gestione non proprio «brillante» dell’attuale amministratore delegato di Rai Pubblicità, Fabrizio Piscopo, scelto e imposto dal predecessore di Dall’Orto, avrebbe spinto la nuova governance ad operare un «intervento d’urgenza». Soprattutto «per non compromettere la raccolta del 2016», dicono a Viale Mazzini, «che si deve impostare proprio in questi mesi», definendo una volta per tutte la politica degli sconti e quelle iniziative a sostegno del prodotto che fino ad oggi hanno latitato. Tanto per dare un’idea nel mezzo a tutto questo c’è anche il Festival di Sanremo.

È evidente che se il Dg deciderà di mettere sul tavolo queste due nomine, il valzer dei nomi è destinato ad iniziare subito, anticipando la legge di riforma della Rai. Anche perché Rai Uno non può certo restare senza una guida forte e sicura. Uno dei nomi forti per la sostituzione di Leone alla guida della rete ammiraglia è quello di Maria Pia Ammirati, attualmente al timone delle Techè Rai. La Ammirati gode della stima del sottosegretario Luca Lotti, con il quale dialoga spesso, ed anche in sintonia con il ministro Maria Elena Boschi. Il fatto poi che nel suo curriculum ci sia un passato da vice direttore di Rai Uno depone ampiamente a suo favore. Stando al disegno minimal tratteggiato dai bene informati, il primo giro di valzer potrebbe fermarsi qui, in modo da non creare un eccessivo effetto domino a viale Mazzini.

Campo Dall’Orto, dicono in Rai, «si sta muovendo con i piedi di piombo» e non come i predecessori che avevano fretta. Semmai a cambiare di poltrona potrebbero essere le cosiddette direzioni tecniche, non editoriali per intenderci, a partire dalla direzione del personale, passando per lo staff e le aree tematiche. Solo in seconda battuta Campo Dall’Orto metterebbe mano ai direttori di rete e testata. Non a caso gli «indiziati», da Andrea Vianello a Bianca Berlinguer, hanno ripreso a tessere la ragnatela dei rapporti politici. Meglio attrezzarsi per tempo. «Del resto in questa fase le voci di corridoio», spiegano a viale Mazzini, «sono diventate spifferi, che rimbalzano da un piano all’altro. Senza fermarsi mai». Soprattutto ora che il «caso Vespa» ha scegliato dal torpore anche quelli dche stavano dormendo in attesa degli eventi.

mercoledì 9 settembre 2015

RIVOLTA DI 15 SENATORI NCD Renzi? Lo facciamo cadere noi

Senato, 15 senatori Ncd sarebbero pronti a votare contro Renzi




Si ricomincia dopo la pausa estiva con un tema caldissimo, anzi il tema: la riforma del Senato.  "Non si può cambiare l'articolo due perché si dovrebbe ripartire daccapo. E poi, se è una Camera delle autonomie, siano le autonomie a decidere", ha ribadito ieri Matteo Renzi all'assembela dei senatori democratici a Palazzo Madama.  Ma il premier non deve solo fare i conti con la minoranza interna, in realtà anche dentro Ncd c'è molta maretta. In soldoni, come spiega Il Giornale, molti senatori di Alfano (una quindicina) sarebbero pronti a non votare le riforme del governo perché temono di perdere lo scranno in un'eventuale futura allenza con i dem. Insomma per Renzi si materializza lo spettro dei franchi tiratori il cui numero potrebbe aumentare se la legge elettorale resta così com'è. L'insofferenza all'interno del partito di Alfano è molto alta, soprattutto per l'incertezza sul futuro e così il partito è sempre più nel caos. 

Nemici-amici - Schifani in questo giorni è uscito allo scoperto. «Il nuovo centrodestra si chiama così per contribuire alla ricomposizione del centrodestra. Prendo atto che in questi mesi è avvenuta un' evoluzione interna al partito che ho fondato. Sono però dell' idea che occorrerà un momento straordinario per decidere se è stato cambiato e si deve cambiare l' oggetto sociale. La mia convinzione è che non dovrebbe essere un confronto interno, ma piuttosto che occorrerebbe un momento più ampio di dibattito, perché si tratterebbe eventualmente di modificare quella che è la missione per la quale siamo nati". Chiede quindi un'assemblea costituente.  Una grana in più per Renzi che, oltre a guardarsi dalla minoranza del suo partito, adesso deve diffidare anche dei suoi alleati. I quali, sono pronti a staccargli anche la spina, pur di non approvare una riforma che rischia di far saltare le loro poltrone. 

Basket, l'Italia gioca alla grande e schianta la corazzata spagnola

Basket, l'Italia batte la Spagna




Un'Italia spettacolare che martedì 8, frantuma la corazzata spagnola agli Europei di basket. Le bombe da tre punti di Belinelli e le invenzioni di Gallinari trascinano gli azzurri fino al 105 a 98 finale. Dopo il deludente esordio con la Turchia e la risicata vittoria contro la modesta Islanda i ragazzi di Pianigiani sono finalmente stati sicuri in difesa e spietati in attacco. Il prossimo impegno oggi contro la Germania. 

Marchionne, la mossa sbalorditiva: ora nel suo mirino c'è la Mercedes

Ferrari, la mossa di Sergio Marchionne: motori alla Red Bull, l'accordo a un passo




Un nuovo colpo di scena, firmato Sergio Marchionne: la Ferrari è in lizza, anzi sarebbe molto vicina, a fornire i motori alla Red Bull per la stagione 2016. La macchina con le ali, fino a poche ore fa, era vicina a chiudere la trattativa con la Mercedes, che però, anche a causa dei malumori di Lewis Hamilton che teme di rafforzare la concorrenza, ci avrebbe ripensato. E così il presidente del Cavallino ha incontrato Helmut Marko e Christian Horner, i vertici Red Bull, arrivati in visita domenica mattina a Monza nel motorhome della rossa. Hanno parlato dell'affare, Marchionne, come spiega La Gazzetta dello Sport, ha avanzato la sua proposta: gli spiragli per la trattativa sarebbero significativi. Il team principal, Maurizio Arrivabene, ha confermato di fatto la trattativa: "Non vedo perché in teoria dovremmo farci dei problemi a dare i nostri motori alla Red Bull, anche se hanno Newey. La competizione è bella per questo". L'accordo, inoltre, prevederebbe anche che la Ferrari fornisca i propulsori anche alla Toro Rosso, la scuderia gemella della Red Bull.

La prossima stagione - In tutto, con l'intesa, la Ferrari incasserebbe una cifra intorno a 80 milioni di euro: un tesoro da investire nello sviluppo. Un tesoro, per giunta, del quale non potrebbe più disporre la Mercedes. La scuderia tedesca era in vantaggio, ma come detto si sarebbe tirata indietro: troppi i rischi, secondo il team di Toto Wolff e Niki Lauda. La Ferrari, al contrario, vede l'affare come un'opportunità. Se da un lato è pur vero che rischia di far crescere la Red Bull, dall'altro scongiura il rischio accerchiamento: con il motore Mercedes sulla macchina di Newey, il rischio sarebbe quello di diventare terza potenza del mondiale. Inoltre, con margini di sviluppo per la vettura della prossima stagione così ridotti (il telaio deve essere pronto entro ottobre), difficilmente la Red Bull riuscirà a confezionare una macchina che si adatterà perfettamente ai nuovi motori, l'ultima evoluzione dei propulsori del Cavallino.

"Dovete approvare i matrimoni gay" L'Ue bacchetta il nostro Parlamento

Il Parlamento europeo bacchetta l'italia sui matrimoni gay




Il Parlamento europeo ha richiamato nove stati membri tra cui l'Italia sui matrimoni gay. In materia di unioni tra persone dello stesso sesso, Strasburgo ha raccomandato di adeguare il sistema legislativo, offrendo la possibilità di istituzioni giuridiche come la coabitazione, le unioni di fatto registrate e il matrimonio per le coppie gay. La richiesta è inserita nel paragrafo 85 del rapporto sulla situazione dei diritti fondamentali nella Ue approvato oggi a Strasburgo. 

La condanna - Già due mesi fa la Corte europea dei diritti umani aveva condannato l'Italia per il mancato riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso.

La situazione - In questo contesto il ddl Cincinnà sulle Unioni civili è arenato al senato. La maggioranza è fortemente divisa su questo tema. Area popolare (spalleggiata da Forza Italia) e Pd continuano a scambiarsi accuse sulle responsabilità della frattura. Questa mattina in commissione Giustizia al Senato, sono stati respinti 11 emendamenti centristi al ddl. Gli emendamenti dei popolari puntano a fare in modo che le unioni civili non siano equiparate in termini di garanzie sociali, quali ad esempio reversibilità delle pensioni assegni familiari, ai matrimoni, orientati alla procreazione.

LA VERITA' DI FILIPPO FACCI Il delitto di Perugia: "Chi ha ucciso Mez"

Filippo Facci: per il delitto Meredith i colpevoli certi sono i pm


di Filippo Facci



No, non è una battuta dire che il processo per l' omicidio a Meredith Kercher ha prodotto dei colpevoli certi: i magistrati. Non è una battuta perché a dirlo sono altri magistrati, anzi, è il fior fiore dei magistrati riuniti in quella Corte di Cassazione che, a marzo, ha assolto gli imputati con motivazioni che da ieri sono finalmente note. E che cosa dicono, che cosa si legge nelle motivazioni? Non si apprende tanto di fisiologia giudiziaria, di confronti giurisprudenziali, insomma le solite balle di chi sostiene che a suo modo l' elefante della giustizia italiana infine funziona: si legge di «amnesie», «defaillance», addirittura «colpevoli omissioni» che hanno originato un processo che ha avuto «un iter obiettivamente ondivago».

INGIUSTA DETENZIONE E sarà stato anche ondivago, ma la carcerazione degli imputati (innocenti) non lo è stata: Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno scontato quattro anni di carcerazione (tre per calunnia, nel caso della Knox) e ora qualcuno dovrà pagarglieli: state certi che a farlo non saranno certo dei togati. Sollecito, in particolare, fu rinchiuso in un carcere di massima sicurezza con i primi sei mesi in isolamento e le prime due settimane senza poter incontrare nessuno: neanche gli avvocati o i parenti. II tutto a cura del Tribunale del Riesame di Perugia e del Tribunale del Riesame presso la Cassazione: respinsero ogni ricorso della difesa.

È così strano - domanda - che gli avvocati parlino di risarcimento per errore giudiziario e danni morali e ingiusta detenzione, che nel caso di Sollecito corrispondono a una richiesta di 516mila euro? Quanto vale il prolungato terrore (a scacchi) di non poter avere un futuro, di non poter fare piani a lungo termine «che non superino i tre giorni», come disse lui stesso? Occorre essere giuristi - altra domanda - per valutare che Sollecito aveva semplicemente chiesto la detenzione domiciliare con ritiro del passaporto (accordato dopo la seconda condanna, quando già era in libertà da tre anni) e che i legali della Knox si siano rivolti alla Corte Europea per i Diritti dell' Uomo?

Forse tocca ricordare che i due furono condannati in primo grado come concorrenti nell' omicidio (2009) ma poi assolti e scarcerati dalla Corte d' Assise d' appello per non avere commesso l' omicidio (2011) mentre la Knox fu soltanto condannata a tre anni per calunnia verso Patrick Lumumba (da lei accusato dell' omicidio e risultato estraneo ai fatti) ma poi ecco che la Cassazione annullò la sentenza assolutoria d' appello (2013) e rinviò gli atti alla Corte d' Assise d' Appello di Firenze in quanto la sentenza era già allora minata da «tantissime omissioni» ed «errori» e «inconsistenza delle motivazioni»: questo prima che la Corte d' Assise d' Appello di Firenze sancisse nuovamente la colpevolezza degli imputati (2014) condannando la Knox a 28 anni e Sollecito a 25, prima ancora - ci siamo - che nel marzo scorso la quinta sezione della Cassazione annullasse senza rinvio le due condanne e insomma li assolvesse per non aver commesso il fatto, facendo a pezzi l' operato di tutti i magistrati dell' accusa e mettendo la parola fine al caso giudiziario.

Non stupisce che l' avvocato Giulia Bongiorno, legale di Sollecito, abbia detto che non si servirà della (nuova) normativa sulla responsabilità civile dei igudici: in parte perché lei è fatta così - sui buoni rapporti con i magistrati ha impostato una carriera - ma in parte anche perché, osserviamo noi, davvero non servirebbe a un accidente. Ci siamo arroventati per mesi in un vetusto dibattito sulla responsabilità civile dei giudici e sulla legge-topolino partorita dal governo Renzi: è cambiato qualcosa? Cambierà qualcosa? Se gli errori ci sono, e sono stra-evidenti a detta degli stessi giudici, possibile che non li abbia commessi nessuno?

CLAMORE MEDIATICO Potremmo chiedercelo, a questo punto, nel leggere le citate motivazioni della stessa Cassazione. Secondo la Corte, se non ci fossero state le falle dei pubblici ministeri, si sarebbe «con ogni probabilità consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell' estraneità» dei due ragazzi. I giudici infatti escludono «la loro partecipazione materiale all' omicidio, pur nell' ipotesi della loro presenza nella casa» ma soprattutto «sottolineano la assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili» nella stanza dell' omicidio.

Ed eccoci al punto che comprendere era alla portata di chiunque: non hanno «certamente giovato alla ricerca della verità il clamore mediatico» e i «riflessi internazionali» della faccenda, ciò che ha sicuramente provocato una «improvvisa accelerazione» delle indagini «nella spasmodica ricerca» di colpevoli. Non basta: fare un nuovo processo (l' ennesimo) non servirebbe a niente anche perché i computer degli imputati «forse avrebbero potuto dare notizie utili, ma sono stati, incredibilmente, bruciati da improvvide manovre degli inquirenti». Complimenti a tutti. Poi si stupiscono se all'estero ci fanno i film. 

IL DELITTO Meredith Kercher, studentessa inglese in Italia nell'ambito del progetto Erasmus presso l'Università di Perugia, fu trovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all' interno della casa che condivideva con altri studenti, il 1° novembre 2007. Aveva quasi 22 anni. 

UN CONDANNATO Per il delitto è stato condannato a 16 anni con rito abbreviato Rudy Guede, oggi 28enne, ivoriano adottato da una famiglia italiana. Raffaele Sollecito e Amanda Knox, anch' essi inizialmente accusati di aver partecipato all' omicidio, sono stati alla fine assolti. Le motivazioni delle assoluzioni di Sollecito e Amanda Knox Cassazione durissima con i magistrati che condussero l' inchiesta: «amnesie», «gravi omissioni», «processo ondivago». E Raffaele chiede il risarcimento (che pagheremo noi)Per il delitto di Meredith i colpevoli certi sono i pm In alto, Raffaele Sollecito (a sinistra) e Amanda Knox, entrambi assolti dall' accusa di omicidio. 

Le accuse contro Papa Francesco Spunta un testo che lo distrugge

Il manifesto dei vescovi anti Bergoglio




Un titolo manicheo, «Dio o niente». Sembrerebbe il contrario di quel che appare oggi la chiesa nell'era di Papa Francesco. Ma è il titolo di un libro-intervista con un principe della Chiesa, un cardinale. Uscirà da questo venerdì in tutta Italia per i tipi di Cantagalli, e contiene le conversazioni sulla fede che il giornalista francese Nicolas Diat ha avuto con il cardinale Robert Sarah, attuale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e già il più giovane vescovo del mondo a Conakry, in Guinea (scelto da Paolo VI e ordinato a soli 34 anni da Giovanni Paolo II). Il testo è già uscito in Francia e in Germania prima della traduzione italiana, e viene letto oggi come una sorta di manifesto contro la deriva ideologica del magistero, che sta raccogliendo gran parte della Chiesa mondiale alla vigilia del sinodo sulla famiglia. Lo ha già recensito il papa emerito Benedetto XVI, in una lettera inviata al cardinale Sarah dove si elogia «la sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria di genere, che mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica». Anche per questo è stato letto in altri paesi come un manifesto alternativo alla Chiesa di Francesco.

Sarah è un cardinale, e vescovo di lunga esperienza, e non si contrappone in questo dialogo che si snoda per 373 pagine al Papa. Cita in continuazione Francesco, e se a qualcosa si contrappone è all' immagine mediatica del Pontefice che ormai è largamente diffusa nel mondo, a una interpretazione del pontificato che cozza duramente contro i testi scritti di Francesco (anche quelli quotidiani della messa mattutina di Santa Marta), che nessuno legge e divulga. Manifesto però «Dio o niente», lo è: sulla purezza primigenia della liturgia, sulla indissolubilità del matrimonio, sul celibato dei preti, sul ruolo che la storia della Chiesa ha assegnato alle donne, sull' intangibilità della vita che non è proprietà di nessuno, nemmeno di una madre. E sulla famiglia, questione cruciale su cui il cardinale Sarah avverte alla vigilia del Sinodo: «Pongo la mia fiducia nella fedeltà di Francesco». Un modo per dirsi sicuro della fedeltà del Papa alla Chiesa, alla sua storia, alla dottrina che nasce nelle pagine del Vangelo. Un modo certamente duro, un po' choc di guardare al Papa.

«Pongo la mia fiducia nella fedeltà di Francesco». Ricordando che «a Manila il suo discorso sulla famiglia è stato particolarmente forte», e citando le parole pronunciate allora da papa Bergoglio: «Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia. Non nascono dal sogno, dalla preghiera, dall' incontro con Dio, dalla missione che Dio ci dà, vengono da fuori e per questo dico sono colonizzazioni».

Il cardinale Sarah non si nasconde dietro un dito: nel libro-intervista fa capire come la battaglia del Sinodo sulla famiglia sia cruciale, e che molte tesi, a partire da quelle del suo collega cardinale Reinhard Marx, sui divorziati risposati non sono «una sfida urgente per le chiese di Africa e di Asia». L' urgenza «è quella di formare famiglie cristiane solide». Di più: «l' idea che consisterebbe nel porre il magistero in un bello scrigno distaccandolo dalla prassi pastorale, che potrebbe evolversi in base alle circostanze, alle mode e alle passioni, è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica». Da africano Sarah aggiunge: «Vorrei affermare con solennità che la Chiesa di Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l' insegnamento di Gesù e del magistero». «Oggi, la Chiesa di Africa si impegna in nome del Signore Gesù a mantenere invariato l' insegnamento di Dio e della Chiesa sull' indissolubilità del matrimonio: l' uomo non separi, quello che Dio ha unito. Come potrebbe un sinodo ritornare sull' insegnamento costante, coerente e profondo del Beato Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI?».

I divorziati. «Sono numerosi oggi i cattolici», spiega il cardinale Sarah, «che sono ricorsi al divorzio secondo la legge civile e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa mantiene, per fedeltà alla Parola di Gesù Cristo, la sua posizione: non è possibile riconoscere come valida una nuova unione se lo era il primo matrimonio. I divorziati che si sono risposati civilmente si trovano in una situazione che contravviene oggettivamente alla legge di Dio. Pertanto, non possono accedere alla comunione eucaristica per il tempo in cui persiste questa situazione. Per le stesse ragioni, questi uomini e queste donne non possono esercitare alcuna responsabilità ecclesiale».

Francesco e i divorziati. L' intervistatore ricorda però che una delle novità di papa Francesco è proprio quella di chiedere più attenzione alla realtà, che «è più importante dell' idea». Sarah come sempre inizia in modo diplomatico, trattando del Papa, ma poi ha parole nette e di una durezza non comune: «Penso che Francesco», esordisce, «desideri ardentemente dare alla Chiesa il gusto del reale, nel senso che i cristiani e anche i preti possono talvolta avere la tentazione di nascondersi dietro le idee per dimenticare le situazioni reali delle persone». E subito affonda: «Al contrario, alcuni si preoccupano che questa concezione del Papa possa mettere in pericolo l' integrità del magistero. Il recente dibattito sulla problematica dei divorziati risposati è stato spesso trascinato da questo tipo di tensioni. Da parte mia, non credo che il pensiero del Papa sia mettere in pericolo l' integrità del magistero. In effetti, nessuno, nemmeno il Papa, può distruggere nè cambiare l' insegnamento di Cristo. Nessuno, neanche il Papa, può opporre la pastorale alla dottrina. Sarebbe ribellarsi a Gesù Cristo e al suo insegnamento».

Gender. Sarah è stato vescovo in un regime comunista per lunghi anni, e considera il comunismo come uno dei grandi mali della storia dell' uomo. Ovvio che abbia parole dure e nette contro la teologia della liberazione, che pure affascina ancora oggi molti presuli. Ma le parole più dure e non molto di moda nella chiesa di oggi vengono sui valori non negoziabili e sulla teoria gender.

«Non ho timore di dire che la Chiesa dovrà sempre confrontarsi con le menzogne ideologiche. Oggi si trova ad affrontare l' ideologia del gender, che Giovanni Paolo II non esitava a qualificare come la "nuova ideologia del male". D' altronde, il genere, frutto della riflessione degli strutturalisti americani, è un figlio deforme del pensiero marxista». E ancora: «L' ideologia del gender veicola una menzogna grossolana dal momento che nega la realtà dell' essere umano in quanto uomo e donna.

Le lobby e i movimenti femministi la promuovono con violenza. Si è rapidamente trasformata in battaglia contro l' ordine sociale e i suoi valori. Il suo obiettivo non si ferma soltanto alla decostruzione del soggetto, s' interessa soprattutto alla distruzione dell' ordine sociale. Si tratta di seminare il dubbio sulla legittimità delle norme sociali e d' introdurre il sospetto circa il modello eterosessuale; per il gender, bisogna abolire la civiltà cristiana e costruire un mondo nuovo». Più in là ancora: «La Santa Sede deve fare la sua parte.

Non possiamo accettare la propaganda e i gruppi di pressione delle lobby LGBT - lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Il processo è tanto più inquietante in quanto è rapido e recente (…) I primi nemici delle persone omosessuali sono proprio le lobby LGBT. È un grave errore ridurre un individuo ai suoi comportamenti, nello specifico sessuali». Ruggito del cardinale Sarah: «Nemmeno il Papa può cambiare l' insegnamento di Cristo» Da venerdì anche in Italia il libro elogiato da Ratzinger Il manifesto dei vescovi anti Bergoglio.