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martedì 24 febbraio 2015

Massimo Bossetti, aggredita la sorella: ricoverata in ospedale

Massimo Bossetti, aggredita la sorella: ricoverata in ospedale






Una nuova aggressione nei confronti di Laura Letizia Bossetti, sorella di Massimo Bossetti, in carcere per l'omicidio di Yara Gambirasio. La donna è stata aggredita il 23 febbraio nei pressi dell'abitazione dei suoi genitori, Ester Arzuffi e Giovanni Bossetti. Laura Letizia era stata accompagnata dal marito, e intorno alle 13 è scesa per ritirare la posta. Ma la aspettavano due uomini incappucciati, uno dei quali le ha messo le mani sulla bocca e l'altro le puntava un coltello alla gola. L'hanno portata con l'ascensore nel seminterrato del palazzo e dove le hanno riservato un violento pestaggio. Laura Letizia è stata presa a pugni, schiaffi e calci fino a quando non ha perso i sensi. La madre, preoccupata nel non vedere tornare la figlia, ha chiamato l'ascensore per cercarla: dentro c'erano il giubbotto e gli stivali della figlia. Ester ha subito chiesto aiuto ad un vicino e, scesi nel seminterrato, hanno trovato la vittima a terra priva di sensi. E' subito partito l'allarme per i carabinieri e l'ambulanza. Laura Letizia ha subito molte ecchimosi, la frattura di tre costole e un sospetto trauma cranico. L'avvocato della famiglia Bossetti, Benedetto Maria Bonomo, ha dichiarato che provvederanno ad attuare un intervento per tutelare l'incolumità della famiglia Bossetti. Laura letizia aveva già subito delle aggressioni: il 29 agosto era stata seguita da una macchina, il 5 settembre tre uomini l'avevano assalita, il 18 settembre era stata picchiata da sconosciuti, l'8 ottobre qualcuno ha preso a calci la porta dei genitori, il 28 gennaio aveva ricevuto una minaccia da un uomo in auto "Ti ammazzo", infine, il 10 febbraio ha subito un furto in casa.

La Madia, il marito e quei soldi (nostri): l'accusa (cinematografica) alla ministra

Francesco Storace contro Marianna Madia: "Quei soldi dalla Regione alla società cinematografica di tuo marito..."





Una gatta da pelare per il ministro Marianna Madia. A puntare il dito è Francesco Storace: nel mirino, ancora una volta, i finanziamenti che la società di produzione cinematografica di Mario Gianani, il consorte della Madia, ha ricevuto dalla regione Lazio targata Zingaretti. "Un milione e 200 mila euro - scrive il leader de La Destra e vice presidente del Consiglio regionale del Lazio -, tutto di tasca nostra". Da par suo la Regione Lazio replica insistendo sul fatto che i fondi sono stati assegnati "attraverso criteri esclusivamente oggettivi". Storace, però, ribatte colpo su colpo, suggerendo di mettere "il the end alla pellicola".

Oltre il 30% oggi sta con Matteo Salvini Il sondaggio-bomba terremota l'Europa

Europa e euro: cosa pensano gli Stati dell'Unione





Non è un  buon momento per l'Unione Europea e per l'euro. E non solo per la la vicenda greca, in generale in Europa c'è un diffuso sentimento di diffidenza, di distacco dall'Europa. I dati del sondaggio condotto nelle ultime settimana da Demos e Pragma per la Fondazione Unipolis parla chiaro. Solo in Germania c'è un sentimento di fiducia per l'Unione, in Francia, in Spagna e in Polonia  coinvolge circa quattro cittadini su dieci. In Gran Bretagna e in Italia questo sentimento è ai minimi. Di più: l'Italia è il Paese più euroscettico in assoluto. 

Euro-odio  - La causa principale del disamore vero l'Unione Europe è proprio l'euro. Ed è per questo quindi che solo lo una minoranza ristretta dei cittadini dei Paesi dove è stato introdotto lo ritiene una scelta vantaggiosa. Circa il 10% in Italia. Poco più in Germania. Il 20% in Spagna e in Francia. Mentre per la maggioranza della popolazione (45-50%) è un "male necessario". Teme che abbandonarlo sarebbe peggio. In Italia un terzo dei cittadini se potessero uscirebbero subito dall'euro: oltre il 30%, dunque, in linea teorica sposa la battaglia anti-euro di Matteo Salvini. Ma perfino in Germania la nostalgia per il marco è forte e il 37% lo vorrebbe ancora.  In Polonia e in Gran Bretagna poco più del 10% della popolazione (intervistata) sarebbe favorevole a introdurlo.

Il confronto - Tra il 30% italiano, l'ostilità verso l'euro supera il 40% e non solo  fra gli elettori vicini alla Lega, ma anche tra i simpatizzanti di Forza Italia e del M5s. Mentre in Francia l'ostilità verso la moneta unica coinvolge circa un terzo degli elettori dell' UMP (centro-destra) e, soprattutto, quasi metà di quelli del Front National. In Gran Bretagna il distacco verso l'euro è più trasversale. In Italia, come detto, l'interprete maggiore di questo diffuso sentimento anti-euro è il leader della Lega Matteo Salvini che dal nord sta scendendo sempre più a sud, facendo incetta di voti e insistendo nella sua battaglia.

Ascesa Lega -  Non per caso Salvini ha organizzato una manifestazione a Roma, proprio domenica prossima. Ma ne ha annunciata un' altra, in aprile, insieme ai Fratelli d' Italia, con la presenza di Marine Le Pen. Per rafforzare l' alleanza - e la frattura - antieuropea. Scrive Ilvo Diamanti su Repubblica: "La crisi greca, dunque, non può essere trattata come un male regionale. Confinato ai margini dell' Europa. Perché riflette e riverbera un malessere diffuso. Che si respira dovunque. In Italia, evidentemente. Ma anche in Francia. In Spagna. Nella stessa Germania. Non credo proprio che l' Unione Europea possa proseguire a lungo il suo cammino confidando sulla "reciproca sfiducia" e sulla paura degli altri. In nome di una moneta impopolare. Io, europeista convinto, penso che non sia possibile diventare europei per forza. O per paura.

Pensioni, ecco le due strade possibili: come potete lasciare prima il lavoro

Pensioni, Palazzo Chigi studia la strada per anticiparla





Giuliano Poletti riparte all'attacco per riformare le pensioni. Ieri in una intervista rilasciata ad Avvenire il ministro del Lavoro ha rilanciato il tema della flessibilità, osservando tra l'altro che potrebbe convenire alle stesse imprese: "Quanto costa in termini di competitività tenere al lavoro persone che già hanno dato tutto?". Non solo. Se non venissero introdotti "elementi di flessibilità" ci saranno ondate di lavoratori anziani espulsi dalle aziende ma lontani dal raggiungimento dei requisiti per la pensione che, una volta, esaurito il sussidio di disoccupazione, resterebbero senza reddito. Il problema è che intervenire per mandare in pensione i lavoratori prima di quanto preveda la legge Fornero costa e crea problemi con la Commissione europea.

Le proposte Ncd - Ecco allora che sono allo studio varie proposte tra cui quelle del presidente della commissione Lavoro del Senato, l'Ncd Maurizio Sacconi che la Stampa ha anticipato. Innanzitutto per l'ex ministro va incentivata, nel caso di accordi tra azienda e dipendente sull'uscita anticipata dal lavoro con l'azienda che integra i contributi previdenziali del lavoratore. Secondo Sacconi si dovrebbe poi rendere molto più conveniente di ora il riscatto della laurea. Misure che avrebbero un duplice effetto: aumentare il risparmio previdenziale e quindi l'importo della pensione; aiutare in molti casi chi rimane senza lavoro ma non ha i contributi sufficienti (ne servono 42 anni e mezzo) ad andare in pensione. Il tutto, continua Sacconi, andrebbe accompagnato dal "fascicolo elettronico della vita attiva" per un monitoraggio del conto corrente previdenziale, con l'obiettivo di stimolare il lavoratore ad "accrescere il suo gruzzolo contributivo". E poi, ricorda la Stampa, c'è sempre la vecchia proposta del governo Letta del mini anticipo: chi è a 2-3 anni dalla pensione e resta senza lavoro può chiedere un anticipo di 6-700 euro al mese che poi restituisce in piccolissime rate quando scatta l'assegno pieno.

Come ti fregano l'automobile: al ladro oggi basta un cellulare...

Furto d'auto, se oggi basta un cellulare: gli attacchi hacker al volante





Chiavi passpartout, cacciaviti, grimaldelli di ogni genere sono ormai attrezzi superati per i ladri di automobili. I professionisti del furto d'auto stanno diventando sempre più nerd e smanettoni informatici, e tengono il passo con l'evoluzione tecnologica che sta portando nelle automobili una montagna di componenti elettroniche connesse ad internet.

Ladri nerd - Dallo sterzo ai freni, passando per il posizionamento gps del veicolo, i pezzi di auto gestibili con app per smartphone sono sempre di più. Un processo inevitabile che porta con sé indubbi vantaggi economici, ma anche qualche grosso timore. Di buono c'è che nel caso in cui qualcosa non funzioni, sempre più spesso è la casa produttrice a poter intervenire con un aggiornamento del software, con buona pace dei meccanici truffaldini. È successo, per esempio, alla Bmw pochi giorni fa. Peccato però, scrive il Corriere della sera, che la casa tedesca sia dovuta intervenire dopo la denuncia dell'Adac, l'automobil club tedesco, che aveva scovato una falla nel Connected Drive. Questo buco dava la possibilità di aprire le porte di due milioni di automobili, come Mini e Rolls Royce, usando semplicemente uno smartphone. Senza tralasciare il canale più datato, ma sempre efficace, del navigatore Gps: solo a Genova ci sono stati 120 furti in una sola settimana, a essere bucati dai ladri "hacker" sono state soprattutto le Volksvagen.

L'allarme - Il terrore degli esperti è che i ladri smanettoni arrivino a prendere il controllo dei veicoli mentre sono in movimento, con la scena surreale che pur premendo il freno, l'auto continui a camminare andando incontro al ladro. Le case produttrici assicurano che questo scenario non si dovrebbe verificare, perché i componenti che governano le parti più delicate dell'auto non sono accessibili da internet. Dalla casa madre però sì e uno studio statunitense sottolinea che anche i grandi marchi: "Non sono adeguati a proteggere i conducenti contro hacker che potrebbero essere in grado di prendere il controllo del veicolo".

Ora spunta la maxi-tassa sul cellulare: ecco perché dovrai pagare oltre 100 euro

Ddl concorrenza, cambio operatore di telefonia: "Una stangata fino a 100 euro"





Un'amarissima sorpresa nascosta nel decreto concorrenza varato dal governo Renzi: cambiare operatore di telefonia - sia fissa che mobile - diventerà oneroso. Molto oneroso. Insomma, prima di passare da un marchio all'altro per godere di offerte più convenienti, ora, ci si dovrà pensare a lungo. Già, perché nel testo approvato venerdì 20 febbraio nel corso del Consiglio dei ministri si spiega: "Nel caso di risoluzione anticipata (...) l'eventuale penale deve essere equa e proporzionata al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta". In soldoni torna la penale che la legge Bersani aveva eliminato lasciando esclusivamente i costi tecnici dovuti alla eventuale disattivazione. Nel dettaglio, la legge Bersani recita: "I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso un altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore”.

I calcoli - Secondo le novità introdotte da Renzi, dunque, l'utente che cambierà operatore dovrà pagare una penale alla società con la quale disdice il contratto. L'importo verrà determinato dai restanti mesi e da quanto era stato pattuito in sede di stipula. Una stima del salasso la effettua il responsabile dei rapporti istituzionali per Altroconsumo, Marco Pierani, che spiega al Corriere dalla Sera: "Così facendo l'operatore può far pesare sulla fine anticipata del contratto, che non può essere superiore a 24 mesi, l'investimento in marketing per promuovere l'offerta". Insomma, se il decreto varato dal CdM venisse poi approvato, aggiunge, "si rischierà di andare oltre al centinaio di euro (di penale, ndr). Un doppio passo indietro, considerando che aspettavamo addirittura un limite concreto all'entità dei costi di disattivazione". Secondo Pierani, per quel che riguarda la telefonia mobile "il ritorno delle penali - riprende - rischia di peggiorare la situazione", a fronte dei costi comunque applicati per la chiusura dei rapporti. A questi costi potrebbero essere aggiunti le rate restanti dei telefonini compresi nell'accordo. La tassa reintrodotta da Renzi potrebbe riguardare una platea molto ampia: si pensi infatti che per circa il 20% delle Sim sul mercato il contratto stipulato cessa anzitempo. Stando all'ultimo dato trimestrale diffuso da Agcom, a fine settembe le linee trasferite hanno superato i 74 milioni di euro.

Pansa, la pagella a Renzi: bocciato l'uomo degli insulti e delle minacce

Giampaolo Pansa: "Da Matteo Renzi solo chiacchiere. E su chi non si inchina piovono insulti e minacce"


di Giampaolo Pansa 



«Perché non ti piace Matteo Renzi?» mi domanda un amico. Provo a spiegarglielo nel giorno del primo compleanno del suo governo. Per cominciare non mi piace la subdola cattiveria usata nel cacciare Enrico Letta da Palazzo Chigi e prendere il suo posto. In quel momento Renzi era il segretario del Partito democratico. Dunque il cortese Letta era il premier che il Fiorentino avrebbe dovuto sostenere e aiutare. Invece il gelido Matteo mise in scena un inganno vomitevole. Scrisse a Letta: «Enrico stai sereno». Poi arraffò il suo posto di capo del governo.

So di raccontare una congiura di palazzo che i lettori di Libero conoscono. Ma ho voluto farlo perché illustra bene il lato più sgradevole del premier: la voglia sfrenata di potere e l’asprezza nel mettere fuori gioco chiunque tenti di sbarrargli il passo. Non sono nato ieri e ho imparato che la politica, come diceva il socialista Rino Formica, «è sangue e merda». Ma nessuno mi obbliga ad accettare uno dei due sistemi. Renzi, invece, ci sguazza in quel pantano. L’unica speranza è che preferisca la cacca al sangue.

In questo primo anno dell’Era Renziana, ci siamo resi conto che bisogna guardarsi dalle virtù del Fiorentino. Ho conosciuto e descritto molti leader politici di sinistra, di destra e di centro. Nessuno era uno stinco di santo. Era meglio stargli alla larga, non essere compiacenti, non accettare né chiedere favori. Ma il Fiorentino li supera tutti, dimostrandosi la carogna più carognesca della repubblica post-1945.

Chi lo conosce bene è in grado di descriverlo senza incertezze. Renzi ha un pessimo carattere, è vendicativo, ringhioso, per niente conciliante, sempre con il pugnale in mano per ferirti, una chiacchiera da rifilarci, una minaccia da presentare, uno sgarbo per impaurirci. La minaccia è nascosta, ma non fallisce mai il bersaglio. Diventa odiosa quando si fonda su una concezione proprietaria del potere pubblico e privato. Qualche azienda ti offre un incarico delicato? Se il premier mostra il pollice verso, non la otterrai mai.

Il Fiorentino è anche abituato a dileggiare chi non s’inchina. Il primo esempio di questa tecnica l’abbiamo visto sotto forma di una domanda: «Fassina chi?». Poi sono venuti i gufi, i rosiconi, i menagramo, i lagnosi. «Quelli che non parlano male di me, ma dell’Italia», ci spiega lui. Al prossimo giro dirà: «Io, Matteo Renzi, sono l’Italia. Chi non mi ama è colpevole di alto tradimento». Stiano in guardia i sindacalisti non disposti a genuflettersi e i parlamentari dell’opposizione.

In questi giorni Matteo ha aggiunto all’elenco dei nemici i senatori e i deputati che cercano di ostacolare la sua marcia trionfale con l’ostruzionismo. Nel concionare senza contradditorio su una rete Rai, ci ha spiegato che questo cancro è estraneo alla storia dell’Occidente democratico. Ecco una topica da cattivo liceale. Infatti l’ostruzionismo parlamentare è nato negli Stati Uniti. Poi si è trasferito in Europa. E ha vissuto momenti epici. Nel 1876 i deputati irlandesi pronunciarono tremila e ottocento discorsi in 154 giorni. Il Fiorentino sarebbe uscito pazzo da questo colossale filibustering.

Gli eccessi verbali piacciono a Renzi solo quando convengono a lui. Resterà nella storia dell’ossequio senza limiti la confessione di essere «gasatissimo» da Sergio Marchionne. Ve la immaginate la Merkel che si dichiara supergasata dal capo della Mercedes? Il Bestiario no. Altre volte Matteo traveste con paroloni faccende assai più semplici. Il governo alza dal 20 al 26 per cento la tassazione dei conti correnti? I risparmi affidati alle banche diventano subito «operazioni finanziarie». 

L’eccesso parolaio nasconde di continuo una realtà ben più misera. Renzi ripete ogni volta che l’eccellenza di un leader politico si misura sulla capacità di scegliere collaboratori più bravi di lui. Non sembra che sia così, se osserviamo il gineceo delle ministre che lo attorniano. Una, la Maria Teresa Lanzetta, è già sparita nel buio. Rimangono sul palcoscenico signore per ora sotto i riflettori: Madia, Pinotti, Giannini, Guidi e soprattutto la favorita, Maria Elena Boschi. La Federica Mogherini, spedita da Renzi a guidare la politica estera europea, si è rivelata una principiante inesperta e condannata all’inesistenza.

Il Fiorentino si pone il problema di tante brave signore destinate all’oblio? No di certo. Il nuovo direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ha osservato con intelligente arguzia: «Il concetto chiave del renzismo è accentrare per governare. Il risultato di questo processo lo si osserva ogni giorno nei rapporti tra il governo e la Presidenza del consiglio. La netta impressione è che tutti i ministri, tranne forse Maria Elena Boschi, siano diventati viceministri dei veri ministri, quelli con le casacche da consiglieri o da sottosegretari del capo del governo che si muovono per Palazzo Chigi».

Tra loro troviamo personaggi che il pubblico non conosce. Un esempio per tutti? Luca Lotti, un giovanotto di provincia che ha ricevuto da Matteo più di una delega: all’Informazione, alla Comunicazione del governo, all’Editoria, persino alla Pianificazione e organizzazione del centenario della Prima guerra mondiale e del settantesimo anniversario della Resistenza. Lustrini e pennacchi? Per niente.

Lotti è l’uomo invisibile che custodisce i segreti del potere renzista. Il solo che potrebbe sciogliere un enigma: esiste il Cerchio Viola di Matteo, l’ultimo esemplare di tanti cerchi magici di altre storie politico-affaristiche, nato a Firenze e oggi dilagante anche all’estero? 

Il giorno che il premier deciderà di ritirarsi perché è riuscito a fare tutto oppure niente, gli editori andranno a caccia di best seller che non avranno nulla da invidiare a una spy story politica o a un super romanzo che svelerà il lato oscuro del potere italiano. Oggi bisogna attenersi a ciò che si vede dopo un anno di renzismo. Ovvero al risultato pratico di un governo che festeggia un anno di vita.

Le mitiche riforme istituzionali stanno ancora sulla carta o sono incompiute. Il Senato lo vediamo sempre dove stava da decenni. La legge elettorale, l’Italicum disegnato sulla statura di Matteo, non esiste ancora. Idem per la riforma del pubblico impiego, quella fiscale, quella della giustizia. La riforma del lavoro, il Job Act, non si conosce se funzionerà. In compenso le tasse non sono state per niente abbassate, checché ne dica il premier. Il taglio vero della spesa pubblica è di là da venire. In compenso Renzi ha fatto un abuso stratosferico del voto di fiducia. Una settimana fa eravamo a quota trentaquattro. Oggi siamo a quota quaranta o giù di lì. 

Comunque il governo regge perché non ha alternative. A questo punto esiste una domanda inevitabile: il renzismo piace agli italiani? Sul tempo corto sì. Perché è visto come un nemico della Casta politica, il soggetto più odiato dai cittadini senza potere, un insieme di eccellenze che vivono nel timore di essere rottamate e di uscire dal Parlamento senza biglietto di ritorno.

E sul tempo lungo? Nessuno è in grado di dirlo. Renzi ripete di continuo che il 2015 sarà l’Anno Felix dell’Italia. Ma se lo diciamo in una fabbrica, su un treno di pendolari o al bar, la gente ci prende per matti. Il Fiorentino può aumentare il volume delle chiacchiere e la potenza delle minacce. Eppure anche lui è appeso a un filo. In tanti possono tagliarlo. A cominciare da una catastrofe dovuta a un atto di terrorismo del Califfato nero. Un soggetto che neppure l’astuto Matteo aveva messo in conto.