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martedì 23 settembre 2014

Sesso e potere, Simona Ventura smaschera le colleghe: "Ecco chi per fare carriera è andata a letto con chi contava..."

Simona Ventura: "Non sono mai andata a letto con nessuno per fare carriera"




"Non ho mai fatto sesso per la carriera". Simona Ventura si racconta in un'intervista al Fatto Quotidiano e parla del rapporto tra sesso e potere. Un binomio che spesso va di pari passo. Non nel caso di Simona che rivendica come la sua carriera sia stata scandita solo dai suoi successi e dal suo talento senza mai dover dare qualcosa in cambio a chi doveva giudicarla. "No, non mi sono mai dovuta abbassare a questo. Lo dico con orgoglio, a me non chiedevano di andare a letto". Poi però arriva un'accusa: "Ne avevano altre che si buttavano tra le loro braccia". Poi la Ventura racconta come abbia costruito il suo successo: "Io penso di essere la dimostrazione che sesso e potere non sempre coincidono. Alla lunga chi arriva con scorciatoie non esiste un giorno di più. Serve grande professionalità. Io ho fatto molta gavetta. Sono arrivata a Mediaset e sono entrata dalla porta principale. Mi fecero un contratto con Mai dire gol. Undici puntate, cinquecento mila lire a puntata. E' stata la mia scuola". 

La storia con Bettarini - Poi i figli, l'amore, e i ricordi: "Bettarini, il papà di due dei miei figli. Molto presente, sempre. Fu un amore giovane, bello, di pancia, molto diverso da quello di oggi (Carraro, ndr). Ma io volevo far tutti. Pensavo alla carriera. Volevo lavorare, uscire la sera, fare la mamma. E lui giocava in un'altra città. Non era possibile", spiega al Fatto. 

"Fango su di me" - Infine un ricordo amaro: "Una volta scrissero che durante la separazione da Stefano facevo uso di droghe. Mi ha fatto male. Io sono sempre stata una sportiva, sana, ho ballato. Sopra le righe lo sono ancora oggi, è il mio essere, non c'è mai stato niente di chimico".

lunedì 22 settembre 2014

Denis Verdini rinviato a giudizio per finanziamento illecito

Denis Verdini rinviato a giudizio per finanziamento illecito




Denis Verdini rinviato a giudizio. La decisione nei confronti del senatore di Forza Italia è stata presa dal gup del Tribunale di Roma. Nel mirino la vicenda legata a una plusvalenza di 18 milioni di euro nella compravendita di un immobile in via della Stamperia, nel centro della capitale. L'accusa nei confronti di Verdini è quella di finanziamento illecito. Insieme al coordinatore azzurro, andrà alla sbarra anche Riccardo Conti, anche lui di Forza Italia.

Il sospetto - La notizia del rinvio a giudizio è un'altra tegola per il governo: Verdini, infatti, è il primo anello di collegamento tra il governo di Matteo Renzi e Forza Italia, una sorta di "garante" e "tessitore" del patto del Nazareno recentemente rinnovato da Silvio Berlusconi e il premier. Tanto vicino alle faccende di Palazzo Chigi che Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, ha sbottato affermando che "Renzi tratta meglio Verdini di me". La notizia del coordinatore azzurro rinviato a giudizio arriva a pochi giorni da quella relativa a Tiziano Renzi, il padre del premier indagato. Per il tempismo della notizia sull'indagine a carico del babbo di Renzi, in molti hanno affacciato il sospetto di "giustizia ad orologeria": nel momento in cui il governo vuole riformare la magistratura (con annesso taglio alle ferie delle toghe), ecco spuntare la notizia dell'avviso di garanzia. Ora, al quadro, si aggiunge anche il tassello di Denis Verdini spedito alla sbarra.

Il caso - Nel dettaglio la vicenda per la quale il coordinatore azzurro è stato rinviato a giudizio è relativa alla compravendita di un immobile in via della Stamperia, nel centro storico: fu acquistato il 31 gennaio 2011 da Angelo Arcicasa, all'epoca presidente Enpap, per 44,5 milioni di euro da Estatedue srl, società amministrata dal senatore forzista Riccardo Conti, che l'aveva rilevata poche ore prima per 36 milioni di euro. Verdini, estraneo all'operazione di compravendita, è accusato però di finanziamento illecito assieme al collega di partito. Il rinvio a giudizio è stato firmato dal gup Nicola Di Grazia, che accoglie l'ipotesi di truffa aggravata avanzata dalla procura. Il processo prenderà il via il 9 gennaio 2015 davanti ai giudici della nona sezione penale del tribunale capitolino.

LA PROFEZIA DI PANSA Per l'Italia tempi bui e violenza E intanto Renzi fa il teleimbonitore

Giampaolo Pansa: Matteo Renzi è un teleimbonitore. Per l'Italia sono tempi bui

di Giampaolo Pansa 


Mi immagino un investitore straniero che debba decidere se aprire oppure no un’azienda in Italia. I suoi consulenti gli consigliano di farlo, ma per non tradire l’incarico ricevuto sono costretti a mandargli dei rapporti sconfortanti che descrivono con realismo quanto accade nelle istituzioni italiane, il primo interlocutore dell’uomo d’affari. L’ultimo report è tragico. Racconta di mille parlamentari riuniti in seduta comune che non riescono a eleggere due membri della Corte costituzionale. Ben tredici votazioni non hanno prodotto nulla. Poi il Parlamento ha deciso di regalarsi un lungo weekend e di tornare a riunirsi soltanto il martedì 23 settembre. L’investitore chiama uno dei consulenti e chiede: «I candidati sono sempre gli stessi?». «Sì, un certo Donato Bruno indicato da Forza Italia e un certo Luciano Violante del Partito Democratico». L’uomo d’affari domanda: «Ma questi signori non hanno pensato di ritirarsi per lasciare il passo a due candidati più graditi?». «No, almeno per ora». L’investitore bofonchia: «Ho capito, i soliti italiani…».

Si scrivono ogni giorno migliaia di parole sulla crisi dei nostri partiti. E tuttavia non si riflette sino in fondo su una verità che va molto al di là del contrasto micidiale tra le varie parrocchie. Seguitiamo a occuparci del Partito Democratico, di Forza Italia, dei Cinque stelle e della Lega come se fossero entità viventi e in grado di svolgere i compiti che i loro elettori gli hanno assegnato. Invece abbiamo di fronte una distesa di macerie, un accampamento di zombie, di morti che camminano. E ci offrono uno spettacolo ripugnante.

Il più evidente è una singolare inversione dei ruoli. L’opposizione di centrodestra sostiene un governo che in teoria dovrebbe essere il suo avversario. Lo sorregge, gli offre sempre nuovi patti da firmare, fa di tutto affinché il premier sopravviva. La maggioranza di centrosinistra, al contrario, vorrebbe liberarsi del proprio presidente del Consiglio. Non ha il coraggio di sfiduciarlo in modo aperto e così provocare la crisi. Ma sta ingaggiando una guerriglia interna con la speranza di accopparlo per vie traverse.

Questo scambio di ruoli, che avvicina la politica a certe coppie male assortite, è causato da una realtà che sta sotto gli occhi di tutti: i due maggiori partiti italiani sono defunti, non esistono più. Qual’è il carattere essenziale di un partito? L’unità di intenti. In Italia resiste, più o meno, nella parrocchia di Beppe Grillo e nella Lega di Matteo Salvini. Per il resto è scomparsa. Forza Italia è un insieme di politici che si guardano in cagnesco e che il vecchio Silvio Berlusconi non riesce più a guidare. Qui mancano persino i soldi perché non tutti i big forzisti vogliono mettere mano al portafoglio. Il leader, un signore che tra otto giorni compirà 78 anni, è impotente a mettere un po’ d’ordine nelle sue truppe, sempre più scassate. Eppure s’intestardisce a restare in sella.

Il Partito Democratico è messo ancora peggio. Tutto lascia presumere che la vecchia ditta, guidata da Pierluigi Bersani, stia immaginando una secessione. È possibile che avvenga? Se accadesse, non mi stupirei. La sinistra italiana si è sempre divisa. Dopo la prima guerra mondiale, il Psi si spaccò tre volte, l’ultima ventuno giorni prima della marcia su Roma di Benito Mussolini, anche lui uscito dal campo socialista.

Lo stato di salute del Pd è reso ancora più tombale da una circostanza del tutto anomala: il premier in carica, Matteo Renzi, prima di arrivare a Palazzo Chigi è diventato il segretario democratico. Di lì ha deciso di conquistare il governo. In casa Pd non esiste una divisione dei ruoli, dal momento che Renzi recita tutte le parti possibili. Quando raduna al Nazareno il vertice del partito, scelto da lui, gli italiani che ancora seguono la politica si domandano se in quel momento indossi la camicia bianca come leader della sua parrocchia o come capo dell’esecutivo.

Renzi è un personaggio che darà molto da fare ai politologi prossimi venturi. Accusa il resto del mondo di essere malato di «annuncite», mentre è lui a essere infettato del virus di sbandierare progetti, riforme e rivoluzioni che non riuscirà mai ad attuare. Il primo a rendersi conto di parlare molto e di fare poco è lo stesso Renzi. Tanto da aver deciso di cambiare il proprio sistema di esternazione. Sta abbandonando la tecnica dei twitter e dei blog che il grande pubblico non segue. D’ora in poi la sua strategia comunicativa sarà identica a quella usata dal vecchio Berlusconi quando stava al culmine del potere: i videomessaggi. Da registrare a Palazzo Chigi e poi da trasmettere agli italiani attraverso la televisione.

Il premier sa che la tivù può essere la sua Piazza Venezia. Mussolini parlava dal fatidico balcone e i discorsi arrivavano agli italiani grazie alla radio. Venerdì 19 settembre Renzi ha diffuso il primo videomessaggio nei telegiornali della sera. Era dedicato all’attacco contro i sindacati che continuano a difendere il vetusto articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

I tigì l’hanno portato nelle nostre case. Regalandoci un Renzi in maniche di camicia e con tutti i nei sul faccione, mentre negava infuriato di essere l’erede della signora Margaret Thatcher, per replicare all’accusa lanciata dalla segretaria della Cgil, Susanna Camusso. Entrambi incuranti che milioni di italiani non sappiano quasi niente di quella signora alla testa del governo conservatore inglese degli anni Ottanta, una faccenda vecchia di un trentennio.

Teniamo presente l’esperimento di due giorni fa. Può essere il primo di tanti che verranno. Segna un mutamento profondo nella figura del premier. In una democrazia parlamentare, il presidente del Consiglio si confronta con i deputati e i senatori. Ma ho l’impressione che Renzi voglia parlare al popolo. Lo sta già facendo nel suo incessante giro d’Italia per visitare le aziende degli imprenditori che lo hanno finanziato nelle primarie per la segreteria del Pd. Lo farà sempre più spesso, attraverso il balcone televisivo.

Resta da capire se questo lo aiuterà ad affrontare una crisi economica e sociale diventata drammatica. Di certo gli servirà ben poco la squadra che lo assiste a Palazzo Chigi. È un cerchio magico che, salvo qualche eccezione, è di una mediocrità sconfortante. Tutti sono stati arruolati sulla base di un criterio unico: la fedeltà. Ma da sola non basta. Per limitarmi a un esempio, non è sufficiente aver comandato i vigili urbani di Firenze per coprire un ruolo centrale nell’apparato di Palazzo Chigi.

Siamo già in pieno disordine istituzionale. Una delle conferme sono le tredici inutili votazione per scegliere due giudici della Consulta. Ma dal disordine non ci vuole nulla per arrivare al caos. Un virus che non sarà di certo bloccato dalle invettive del premier contro i gufi, i rosiconi, i tecnici che vogliono imporsi, i pessimisti che vedono nero.

Il virus mi ricorda quanto avvenne settant’anni fa, l’8 settembre 1943. Quel giorno morì l’Italia, non soltanto quella monarchica e del fascismo, ma la patria per tanti cittadini. Oggi siamo all’8 settembre dei partiti italiani. Che esito può avere? Non penso a una guerra civile, bensì a un declino inarrestabile, purtroppo non privo di violenza. Ecco il mio timore. Ecco la mia paura: essere trascinati in una notte carica di spettri.

RISCHIO SCISSIONE NEL PD La fronda prepara l'imboscata Ecco chi vuole mollare Renzi...

Riforma Lavoro, Matteo Renzi e la fronda Pd: 110 parlamentari pronti a dire "no"




Matteo Renzi adesso ha paura. Il premier prova a portare avanti le sue riforme, ma il Pd, il suo partito è pronto a remare contro. Sulla riforma del Lavoro il premier si gioca faccia e poltrona di palazzo Chigi. La minoranza del Pd ha letto la mail di Renzi come una dichiarazione di guerra. Nel messaggio pubblicato ieri sul sito del Pd, Renzi ha messo in guardia la vecchia guardia cercando di prevenire le mosse della sinistra Pd. Ma a quanto pare al Nazareno c'è una gran voglia di combattere contro il premier e di metterlo con le spalle al muro proprio sulla riforma del Lavoro. "Dica quello che crede. Su questo piano io non mi ci metto", sibila Pier Luigi Bersani in una versione insolita, è furioso. 

La faida - Così è già scattata la conta interna. Fra deputati e senatori la componente bersaniana unita alle altre anti-Renzi, può contare all’incirca su 110 dissidenti. Martedì si riuniranno, dopo il vertice che vedrà allo stesso tavolo Fassina, Cuperlo, Bindi, Civati. L’ex sfidante delle primarie pronuncia chiaramente la parola che altri non vogliono nemmeno sentire, ma che in caso di scontro nessuno può escludere. "Se Renzi pensa di andare alle urne sulla riforma del lavoro credo che troverà una nuova forza di sinistra in campo - dice Pippo Civati -. È uno choc, lo capisco. Ma il fantasma della scissione aleggia e non solo dalle mie parti".

Scissione in vista? - Ma dietro le polemiche sulla Riforma del Lavoro c'è anche chi briga per provare a creare un partito di sinistra figlio del Pd e su posizioni anti-renziane. Le parole di Stefano Fassina vanno in questa direzione: "La posta in gioco è un partito progressista utile all’Italia o un PdR, ossia il partito di Renzi, incapace di un cambiamento progressivo", spiega l’ex viceministro. E ancora: "Ho vinto le parlamentarie grazie a migliaia di consensi. Il mio mandato di deputato è chiaro: votare riforme diverse da quelle della destra come invece vorrebbe Renzi. La direzione può decidere ciò che vuole. Per me è prioritario l’impegno che ho preso con gli elettori", spiega a Repubblica. Alla riunione convocata martedì dovrebbero essere presenti 110 parlamentari, ovvero i dissidenti che sono pronti a votare contro la riforma del lavoro. L’ipotesi scissione diventa tanto più concreta quanto più aumentano i sospetti sul vero obiettivo del premier. "Penso che la sua sia una manovra politica. Andare alle elezioni accusando il Parlamento di impedirgli la rivoluzione del Paese", dice Fassina. La riunione dei parlamentari dovrà fornire la consistenza della "fronda". Il voto anticipato permetterebbe a Renzi di spazzare via la componente Ds dal Pd. Ma una guerra fratricida dentro il suo partito potrebbe anche erodere il consenso degli elettori nel premier e nel Pd... 

SILVIO ALLA LEOPOLDA AZZURRA "Io sono una bandiera a mezz'asta..." Ecco cosa serva a Forza Italia

Berlusconi: "Ecco cosa serve a Forza Italia"




"Venti anni di battaglie politiche ti tolgono entusiasmo, passione, c’è un pò di stanchezza. È fisiologico. Forza Italia ha bisogno di forze nuove, di tornare a quel richiamo del ’94". Lo ha detto Silvio Berlusconi, intervenendo alla scuola di formazione politica a Sirmione organizzata da Mariastella Gelmini. "Mi piacerebbe - ha detto ancora l’ex premier - stare in un partito dove io posso essere ancora una bandiera da sventolare, come ora sventola Matteo Renzi. Ora sono una bandiera a mezz'asta. Sarebbe bello avere in campo un esercito di azzurri che avesse per bandiera un vecchietto e tutti gli altri giovani. Noi dobbiamo mettere insieme un esercito di giovani forze decise a combattere per la cosa più alta e nobile, la libertà". Si definisce una bandiera a mezz'asta che dev'essere sventolata e, prima di prendere la parola Berlusconi aveva scherzato sull'età, con tono ironico, ha detto a che un certo punto "cala la vista, l'udito e cala anche altro...". E, davanti alle risata della platea precisa: "I pantaloni, infatti ho dovuto mettere le bretelle". E le mostra. Parla della crisi internazionale tra Russia e Ucraina. Poi torna a parlare di sé come un martire, per la persecuzione giudiziaria: "Mi hanno attaccato nei miei diritti politici, nella mia libertà, nel mio tempo, nel patrimonio. Mi hanno tolto il diritto di essere votato e di votare. Hanno attentato alla mia libertà oggi sono sottoposto a una pena che mi vieta di fare attività politica come vorrei, spostandomi l'Italia". 

L'INTERVISTA - LA SFIDA DI CORRADO PASSERA "Così salverò l'Italia da Renzi"

Corrado Passera: "La mia ricetta per salvare l’Italia? Schierare gente migliore di me" 

Intervista a cura di Barbara Romano 


Corrado Passera si racconta in un'intervista a Libero. Parla della sua famiglia, del suo rapporto con la fede, ma soprattutto del suo progetto per guidare il centrodestra. Con Italia Unica, l'ex ministro dello Sviluppo Economico tenta la sua scalata ai moderati. Il centrodestra in questo momento è un cantiere aperto in cerca di nuovi leader. In un colloquio con Barbara Romano, Passera racconta come intende "salvare l'Italia" e annuncia le sue prossime mosse in politica.

Cosa ci sarà poi di così Unica in questa Italia che ha messo in cantiere Corrado Passera - classe 1954, ministro per lo Sviluppo Economico del governo Monti dopo essere stato amministratore delegato di Espresso, Olivetti, Poste, Banca Intesa Sanpaolo - si vedrà. Intanto, pare che il deus ex machina della sfida di quest’uomo che aspira nientemeno che a guidare il centrodestra sia la sua seconda moglie. «Non avrei mai messo in piedi questo progetto senza il suo pieno appoggio. Giovanna è sempre stata nella nostra vita, come in politica, una compagna totale».

Come si è innamorato di lei?

«È una storia stupenda...».

Partiamo dall’inizio. Lei era già sposato da trent'anni. Poi cos’è successo?

«Io ho avuto una famiglia felice con un matrimonio da cui sono nati i miei primi due figli. Poi, malgrado un grande sforzo da parte mia e della mia prima moglie, non siamo riusciti a dare un ulteriore senso al nostro stare insieme. Ho vissuto un periodo tristissimo, ma poi la vita si è riaperta grazie a Giovanna, che mi ha dato quei due bimbi che vede lì». E mostra la gigantografia che campeggia nel suo ufficio ai Parioli, con i figli piccoli in braccio a quelli grandi: «Sono il senso della mia vita».

Com’è cambiare pannolini a 60 anni?

«Bellissimo. E la parte più emozionante della giornata è la sera. Spesso ci ritroviamo tutti e quattro sul letto a raccontare o a inventare favole. I piccoletti vogliono che io e la mamma improvvisiamo storie su un tema che ci sottopongono. Poi c'è il momento delle preghierine, ed è una gioia rimanere vicino a loro prima che si addormentino».

Non avverte mai i 20 anni di differenza tra lei e Giovanna?

«Per ora no».

E non crede che peseranno in futuro?

«Quando io avrò 120 anni e lei “solo”100, allora può darsi di sì...».

Lei è credente?

«Cattolico convinto».

Cattolico convinto e divorziato. Non può fare la Comunione.

«L’apertura del Papa ai separati risposati civilmente è un grande atto di coraggio. E mi è dispiaciuta la reazione dei cinque cardinali che hanno manifestato un’opposizione così forte. Ma se Francesco l’ha detto, vuol dire che la Chiesa va in quella direzione. Io lo spero».

Prima deve liberarsi dei suoi peccati. Quanto le pesa aver fatto parte del governo dei banchieri?

«Sono fiero dei miei dieci anni da banchiere. Se tutte le grandi banche avessero fatto come quella che ho diretto, non ci sarebbe stata la crisi della finanza anglosassone. E da ministro gran parte di quello che mi ero proposto l’ho fatto».

Nessun rimorso, quindi?

«Il mio cruccio da ministro è di non essere riuscito a persuadere i miei colleghi a fare di più per la crescita e per l’incentivazione alla ricerca, e a procedere sulle nomine all’Autorità per i trasporti, perché non si trovò un accordo tra i partiti».

Terzi, ministro degli Esteri in quel governo, le imputa anche il mancato salvataggio dei marò, quando tornarono in licenza. 

«Quel caso fu gestito sin dall’inizio in modo pessimo dalla Farnesina. Quando i marò tornarono in Italia si stava per commettere l’errore fatale: far perdere per sempre credibilità al governo italiano, che aveva preso l’impegno, messo per iscritto, a farli rientrare. Io fui tra coloro che dissero con forza: la parola del nostro Paese, la rispettiamo». 

Monti da che parte stava?

«La decisione fu condivisa all’unanimità dal premier e dai ministri, compreso quello degli Esteri. Che poi il signor Terzi abbia cominciato a montare una campagna inqualificabile per nascondere i proprio errori o, peggio, scaricarli sugli altri, è gravissimo».

Crede che quel governo avrebbe avuto una sorte migliore se fosse stato lei il premier? 

«Allora non ci pensai. Adesso, in effetti, ci penso...». 

E a quali conclusioni arriva?

«M’impegno a fare tutto quello che i governi non hanno fatto negli anni Duemila. Bisogna dare un forte stimolo all’economia e fare subito riforme di grande portata. Ho dedicato questo anno sabbatico a girare il territorio e a definire il progetto Italia Unica che, secondo me, può davvero rimettere in piedi il Paese».

Prima di avviare Italia Unica lei ebbe un abboccamento con gli alfaniani. La cosa però finì lì. Non la convince il Ncd?

«Purtroppo mi sono reso conto che non possono essere gli attuali contenitori politici a costituire il nuovo. La portata del cambiamento che serve all’Italia è così profonda che non trovo in nessuno degli attuali soggetti il coraggio sufficiente. E poi sono troppo divisi».

La balcanizzazione però sarà anche un suo problema se intende guidare il centrodestra. Come pensa di risolverlo?

«Con un programma chiaro e condiviso e un lavoro paziente».

Cos'ha di tanto unico il suo progetto?

«Ripartendo dai bisogni degli italiani, vogliamo costruire un movimento che ridia al mondo liberale, di centrodestra una casa comune».

In tanti c’hanno provato, tutti hanno fallito. Perché dovrebbe riuscirci proprio lei?

«Perché penso di avere le idee e le qualità giuste. Non credo ai partiti leaderistici. L’Italia esce dalla crisi solo se mette insieme una squadra forte e capace. Oggi invece siamo all’assurdo di un governo in cui c’è solo il premier e nessun altro. Nel pubblico e nel privato, io mi sono sempre circondato di persone anche più brave di me, collocandole nei posti giusti».

Ma lei sarebbe disposto a correre alle primarie di centrodestra?

«Mi piacciono le primarie delle idee, mettere a confronto le diverse soluzioni per risolvere i bisogni del Paese. Competizioni tra leader veri o presunti che gli stessi elettori hanno già bocciato e che si odiano tra di loro, invece, non m’interessano».

Comunque, dovrà passare sul cadavere di Berlusconi.

«La storia insegna che quando si vogliono introdurre cambiamenti forti non si chiede il permesso. Si fa e basta. L’Italia da moltissimo tempo ha bisogno di quella rivoluzione liberale di cui Berlusconi ha parlato tanto, ma che non ha realizzato».

E lei pensa davvero di poter conquistare gli elettori di Fi?

«Certo. Se si pensa che Renzi ha conquistato il 20% degli italiani, sono convinto che siano almeno altrettanti gli elettori moderati che oggi sono orfani di un leader».

Quanti voti prenderà Italia Unica?

«Quanti ne bastano a farlo diventare il partito di riferimento dei moderati, la vera alternativa al Pd di Renzi».

Sarete in campo già alle Regionali?

«A fine novembre ci trasformeremo ufficialmente in partito. Discuteremo di tante cose, comprese le Regionali. Se facciamo un partito è per esserci, per chiedere agli italiani di scegliere noi». 

Berlusconi non l’ha ancora chiamata per dirle: «Dai Corrado, mettiamoci insieme»?

Risata. «No».

Come siete rimasti con Monti?

«Ogni tanto ci mandiamo sms».

Baci o insulti?

«Né gli uni né gli altri».

E con Renzi?

«C’eravamo sentiti molto fino a un certo punto. Poi lui ha staccato la spina».

Per questo lo attacca sempre, perché lui la snobba?

«Ma no, io l’attacco perché è un pessimo premier. E perché nessuno fa più opposizione tranne Grillo e Salvini. Tutto il centrodestra è succube di Renzi. O perché fa parte del governo, come Ncd e Scelta Civica, o perché ha accettato di fatto la leadership del segretario del Pd. E questo è un fatto gravissimo».

Sta dicendo che Berlusconi ha tradito i suoi elettori?

«Il suo sostegno di fatto al governo e le alleanze locali, con addirittura le liste comuni Pd- Fi, lo dimostrano apertamente».

Si aspettava che Renzi le proponesse un ministero?

«No. E poi, vista la tipologia di persone di cui si è circondato, del tutto acquiescenti per non dire inesistenti, non sarei stato adatto».

Questo governo proprio non le piace.

«Un premier che ha la possibilità di incidere sulla politica europea, essendo presidente del semestre Ue, e non ha un programma né riesce a portare a casa niente, è deludentissimo. Stiamo perdendo mesi sul Senato, con una riforma che non riduce costi né tempi. Ma la cosa più drammatica è che Renzi non sta dando nessuna speranza ai 10 milioni di disoccupati. Ancora un po’ di mesi così e l’Italia si schianta».

E crede di risollevarla lei?

«Sì. Di sicuro ci voglio provare».

Solo precari nelle aziende di papà Renzi Ma c'è un assunto speciale: ecco chi è...

Tiziano Renzi, nelle sue aziende solo precari




Il paradosso è che proprio mentre il dibattito politico è concentrato sulla riforma del lavoro, emergono nuovi particolari sull’azienda del papà di Renzi indagato a Genova per bancarotta fraudolenta. Ne dà notizia il Fatto Quotidiano che spiega come il signor Tiziano con le sue dieci società in trent’anni abbia avuto solo un dipendente a tempo indeterminato. Indovinate che? Matteo. Suo figlio. Il signor Tiziano ha fatto ampio uso di contratto atipici nei suoi rapporti con i dipendenti e, come fa notare il Fatto, anche le sorelle del premier sono tuttora co.co.co. Non solo. Dall’inchiesta del quotidiano di Padellaro emerge anche il premier è stato regolarizzato solo una settimana prima della candidatura alla poltrona di presidente della provincia di Firienze. “così da vedersi versare i contributi previdenziali prima da Palazzo Medici Riccardi e, una volta diventato sindaco, da Palazzo Vecchio”.

Le testimonianze - E ora Renzi si trova a difendere la sua riforma del lavoro contro i sindacati che lo attaccano e a cui lui risponde: “A quei sindacati che vogliono contestarci io chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario?”. Il Fatto sottolinea come in molti a Firenze hanno collaborato con la Chil e ha raccolto alcune testimonianza di alcuni giovani che poi sono diventati giornalisti: “Era faticoso perché ci svegliavamo all’alba, ma per il resto era il classico lavoro da studenti e ci ripagavamo sigarette e qualche uscita di sera”. Il contratto era atipico. “Ma era regolare, cioè potevano farlo e fra l’altro devo dire che era onesto perché oltre al fisso ci riconosceva una percentuale, seppur minima, su ogni copia che riuscivamo a vendere”. Lo stipendio più alto ricevuto? “400 euro, mi sembra di ricordare, su un annetto buono di lavoro”. Insomma, nessun contratto a tempo indeterminato. Eppure alcune aziende, seppur rimanessero in vita meno di due anni impegnate in diversi settori, hanno raggiunto anche buoni risultati economici: la Chil Post per esempio nel 2009 supera i 4 milioni di euro di fatturato o - come riporta il Fatto - la Mail Service che nel 2006 prima di essere ceduta chiude il bilancio indicando nello stato patrimoniale un attivo da 4 milioni.