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martedì 20 maggio 2014

Arrestato Romano N.C.D: L'accusa per il politico, candidato alle Europee, è di tentata concussione. Avrebbe fatto pressione per nomine all'Asl di Caserta

Arrestato Romano, il presidente del Consiglio della Regione Campania


di Franco Grilli

Paolo Romano (N.C.D), Presidente del Consiglio Regionale 
L'accusa per il politico, candidato alle Europee, è di tentata concussione. Avrebbe fatto pressione per nomine all'Asl di Caserta


Paolo Romano, presidente del Consiglio della Regione Campania, è stato arrestato per tentata concussione e si trova ora ai domiciliari. Il politico, che è candidato alle prossime elezioni Europee con il Nuovo centrodestra (Ncd), nella circoscrizione Italia meridionale, è accusato di avere fatto pressioni per la nomina del direttore sanitario e amministrativo dell'Asl di Caserta e per il vertice del Distretto Sanitario di Capua.

In alcuni incontri con l'attuale direttore dell'Azienda sanitaria locale, Paolo Menduni, Romano avrebbe fatto riferimento a un "accordo" per la spartizione di incarichi di rilievo nella pubblica amministrazione regionale e cercato di costringere il funzionario a revocare le nomine di dirigenti che non rispettavano le sue indicazioni.

Il provvedimento cautelare nei confronti di Romano è stato firmato dal giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere il 15 maggio scorso, su una richiesta avanzata dalla Procura il 3 febbraio.

A portare all'arresto anche dichiarazioni di Paolo Menduni, che ha raccontato delle pressioni e delle minacce subite, confermate dalle parole di testimoni che occupano posizioni importanti nell'Azienda sanitaria. Altri elementi di prova in conservazioni telefoniche intercettate, in cui Romano si diceva preoccupato per la denuncia sporta dal direttore dell'Asl.

Errani, ko di dolore. E la piccola grande commuove Serena

Errani, ko di dolore. E la piccola grande commuove Serena


di Marco Lombardo 


L'infortunio, la sconfitta per 6-3, 6-0. Ma la Williams le rende omaggio: "È stata magica..."

Roma - Bisogna aver coraggio, anche nel perdere. Ed è per questo che Sara Errani ha scelto il modo migliore per farlo, in campo, nonostante un infortunio che l'ha fatta piangere fino alle lacrime. Perché Sara è una di noi, cioè come siamo un po' noi italiani, i grandi lavoratori, quelli magari con qualche mezzo in meno degli altri, ma con tanta creatività in più. E soprattutto coraggio. Perché Sara è una di noi, cioè come siamo un po' noi italiani, i grandi lavoratori, quelli magari con qualche mezzo in meno degli altri, ma con tanta creatività in più. E soprattutto coraggio.

Insomma, è finita come doveva finire, perché nel tennis in certi casi non si inventa nulla e soprattutto non si è ancora inventato un antidoto a Serena Williams, anche quando non è in versione Serenona. Piuttosto è il modo che fa un po' specie, perché scalare una montagna a mani nude a volte è possibile, ma bisogna essere però integri nel resto del corpo. Accade nel primo set, Serena è avanti 4-3 e servizio ma comunque è un po' inquieta, perché il gioco intelligente della Errani mette un po' di sabbia nell'ingranaggio del suo carroarmato, nonostante quella differenza al servizio - 201 a 135 km l'ora il divario massimo - un po' imbarazzante. Insomma, non c'è partita ma in fondo c'è, fino a quando Sara fa un piccolo movimento e una smorfia. E poi lascia andare la palla seguente senza colpirla: «medical timeout», sul Foro cala il silenzio.

Sara tornerà in campo dopo 7' negli spogliatoi con una fasciatura alla coscia sinistra, ma la partita è finita lì: il tabellone poi segnerà 6-3, 6-0, e qui sta il coraggio di Sara, quella sfida tutta italica di non voler mollare mai, neanche quando ce ne sarebbe bisogno. Sara, infatti, avrebbe anche la finale di doppio con l'amica Vinci, perché rischiare? C'è Parigi alle porte, allora perché? La risposta è che bisogna aver coraggio di perdere guardando in faccia l'avversaria, anche quando la ritirata sarebbe molto più che onorevole. Così alla fine lo stadio è tutto in piedi ad applaudirla, tutto Serena Williams compresa, con la Errani che prima si scusa e poi si scioglie in lacrime. Poteva essere la prima italiana-italiana a vincere al Foro, ma chi se ne importa? A volte la sconfitta fa ancora più notizia. Una buona notizia.

«Lei è magica - dirà perfino Serena mentre si gode il terzo trionfo romano -: è stata sfortunata, stava giocando benissimo. Tanto che io stavo andando un po' fuori giri ed ero nervosa. È vero che quando hai poco da perdere finisci per dare tutto, però lei nell'ultimo anno è migliorata tantissimo, ha lavorato molto e si vede». Come un'italiana vera, insomma. Che poi, finita la premiazione, è subito andata sul lettino del fisioterapista per poter essere presente all'appuntamento con il doppio, perché non si lascia a piedi così un'amica: «Sara ci tiene - diceva fuori dalla porta il suo coach Lozano - forse è solo una piccola elongazione e dunque ce la può fare». Lei, che aveva appena finito di ringraziare il pubblico del centrale («Sono rimasta in campo per voi, siete stati pazzeschi») e si era asciugata l'ultima lacrima, era già ripartita, pronta per una nuova sfida. Risultato: a meno di quattro ore da quella smorfia terribile, Sara scende in campo con Roberta Vinci per la finale del doppio contro Peschke e Srebotnik. Malandata ma presente. Insiste, ci prova, soffre. Perché, nel tennis come nella vita, le sconfitte arrivano. Ma il coraggio non lo si deve perdere mai. Anche il coraggio di saper dire basta al momento giusto. Minuto dieci, 0 a 4. Il pubblico capirà. Roberta ha già capito.

Il Caso: Juventus, i tifosi bianconeri insultano Varriale

Juventus, i tifosi bianconeri insultano Varriale



La festa juventina per lo scudetto e il record dei 102 punti stava per essere rovinata da un gruppo di ultras bianconeri. Nel secondo tempo di Juve-Cagliari spunta lo striscione "Varriale maiale" accompagnato da "Speziale libero". Il giornalista Rai Enrico Varriale è diventato inedito obiettivo degli ultras per aver promosso, in occasione di Napoli-Catania, di far indossare maglie con la scritta "Siamo tutti Raciti". Esposto lo striscione però lo Stadium di Torino si è spaccato, a fare più rumore sono stati i tifosi contrari agli striscioni che poco dopo sono stati messi da parte. Su Twitter gli ultras avevano già cominciato a prendere di mira Varriale. Da giorni circolava l'hashtag #varrialemaiale accompagnato da insulti e sfotto con le foto delle festa juventina.

Il Cdr di Rai Sport ha solidarizzato con il conduttore di Stadio Sprint e con l'Usigrai ha chiesto che la Juventus stessa formalizzasse le sue scuse a Varriale.

Il giudice sportivo - Nessuna sanzione comunque per la Juventus. Nel comunicato del giudice Tosel si legge infatti: “La Juventus ha concretamente cooperato con le Forze dell’Ordine nell’attività di prevenzione e i suoi sostenitori hanno immediatamente e chiaramente manifestato la propria dissociazione da tale deprecabile comportamento”.

Grillo a Porta a Porta: ecco cosa è successo

Grillo va da Vespa e svela la sua gogna: "Processi on line per politici, imprenditori e giornalisti"


di Francesco Maria Del Vigo



Beppe Grillo ospite di Porta a Porta: "Se vinciamo le elezioni, il governo non si dimette? E chi l'ha detto? Diremo che Napolitano non rappresenta più questa Repubblica. Siamo già adesso la prima forza politica del Paese"


Molte battute e poca sostanza. Il ritorno di Grillo in Viale Mazzini è un lungo monologo durante il quale lo showman cerca di dribblare tutte le domande. Era il 2 dicembre 1993 e sulle reti Rai andava in onda uno spettacolo di Beppe Grillo. L'ultimo, ma questo - allora - non poteva saperlo nessuno. Così come nessuno poteva immaginare in quale ruolo sarebbe tornato, quasi ventuno anni dopo, l'ormai non più comico genovese. Selfie con Vespa (quello a cui nascondeva i libri e dedicava microfoni di legno), plastici, mega assegno srotolato (i 5 milioni di euro di eccedenza dei rimborsi dei parlametari a Cinque Stelle) e tanti attacchi già sentiti nei vari comizi. Sta in piedi e polemizza con Bruno Vespa già dal promo che precede il telegiornale, il leader del Movimento 5 Stelle, che si è presentato in via Teulada con un plastico del castello di Lerici, in provincia della Spezia: "Ho scelto il castello di Lerici perché mi ricorda la mia infanzia. Lì ci sono anche delle segrete da cui spuntano dei signori: ci sono tutte le categorie, politici, imprenditori e giornalisti". L'incontro-scontro inizia con leggeri colpi di fioretto tra i due. Grillo accusa la platea di essere prezzolata e ronza intorno a Vespa, che nel frattempo si è già seduto, aspettando che lui capitoli su una delle celeberrime poltrone in pelle bianca di Porta a Porta. "Diamoci del tu, ci conosciamo da vent'anni", intima Grillo a Vespa. E piano piano si rompe il ghiaccio e Grillo si adagia nel salotto più famoso della politica italiana: "Sono qui per un gesto politico - confessa -. Sono qui per far capire che non sono né Hitler né Stalin. Noi siamo la rabbia buona".

"Io risulto uno che grida - attacca il leader pentastellato -. E' vero, sono arrabbiato, a volte esagero ma è una rabbia che ha unito in un bel sogno 10 milioni di italiani, non siamo andati in giro a far a botte con la polizia o a sfasciare le vetrine". Poi tocca al Colle: "Se vinciamo le elezioni, il governo non si dimette? E chi l'ha detto? Diremo che Napolitano non rappresenta più questa Repubblica. Siamo già adesso la prima forza politica del Paese". Non manca neppure un attacco a Renzi, uno dei bersagli preferiti di Grillo: "L'ebetino è già finito: parliamo del nulla, del niente. Il bonus Irpef di 80 euro  è una depravazione del voto di scambio". 

Grillo attacca Vespa "Sei un fossile" e il conduttore stempera: "Ma dai su...". Il comico non attacca con la solita foga e Vespa tollera e punzecchia, mettendo a tratti in difficoltà il leader del Movimnento 5 Stelle. L'ex comico parla di Euro, tornando a promuovere il referendum, minaccia di chiudere Expo e tenta la volata finale: "Quello delle Europee è un voto politico, o noi o loro. Resettare, mandarli a casa e prima di mandarli a casa serve una verifica fiscale", ha aggiunto. Si gioca il tutto per tutto e quando Vespa gli chiede che cosa farebbe una volta entrato nella stanza dei bottoni lui risponde senza peli sulla lingua: "Non mi interessa, intanto bisogna togliere di mezzo la spazzatura". Molta rabbia (la nostra è rabbia buona, assicura Grillo) e pochi propositi. E' sempre il Grillo del 1993.


lunedì 19 maggio 2014

L'Onorevole Lara Comi sceglie Saronno, la sua città, per chiudere la campagna elettorale per le Europee 2014

L'Onorevole Lara Comi sceglie Saronno, la sua città, per chiudere la campagna elettorale per le Europee 2014


a cura di Gaetano Daniele 



"Chiuderò la mia campagna elettorale a Saronno, città dove vivo e che ho particolarmente a cuore, per mandare un segnale forte a tutti quelli che in questi cinque anni al Parlamento Europeo mi hanno seguito e sostenuto. Saronno non è sola, io ci sono e voglio continuare ad esserci per battermi in difesa di tutti i cittadini. Ogni volta che cammino per la città, vengo avvicinata da saronnesi che mi esprimono il loro senso di abbandono. La città è morta, mi dicono, poco sicura, militarizzata. Tutto questo deve finire e cambiare. Per questo, saluterò amici e sostenitori proprio qui. Perchè da qui riparte, se sarò eletta, il mio percorso politico e di impegno per Saronno per i prossimi cinque anni. Lavoreremo sulla sicurezza e sulla condivisione delle opportunità di lavoro e di sviluppo per i giovani e per le imprese". Lo ha dichiarato l'Onorevole Lara Comi, europarlamentare uscente e candidata alle Europee 2014 con Forza Italia.

L'appuntamento con la festa di chiusura della campagna elettorale è per giovedi 22 maggio alle ore 19, in piazza Volontari del Sangue. Ingresso libero

Il complotto contro il Cav e la macchina del silenzio

Il complotto contro il Cav e la macchina del silenzio


di Vittorio Feltri



Se il premier silurato fosse stato Prodi o Renzi quale sarebbe stata la reazione dei compagni e dei grillini, quelli che invocano ogni dì il rispetto della legalità?


Un paio di mesi fa Alan Friedman scrive un libro intitolato Ammazziamo il gattopardo in cui racconta i retroscena - documentati con tanto di interviste televisive - della cacciata di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi nel 2011, sostituito da Mario Monti in modo rocambolesco. Vi si legge che Giorgio Napolitano brigò per convincere il professore bocconiano a fare il premier, nominandolo subito senatore a vita per semplificare la pratica. Il docente, pur corteggiato in quel modo dal capo dello Stato, non si fece immediatamente convincere ad accettare l'incarico e si consultò con amici, tra cui Romano Prodi e Carlo De Benedetti. I quali lo spinsero ad accogliere l'offerta.

Nessuno di coloro che ebbero parte nell'intrigo ha smentito una riga di Friedman. Cosa che peraltro sarebbe stata difficile, visto che il giornalista americano aveva registrato le testimonianze raccolte, inclusa quella dello stesso Monti. La pubblicazione del libro, cui seguirono numerosi dibattiti televisivi e la messa in onda di vari filmati in cui i protagonisti del pasticcio confermavano le manovre denunciate, suscitò scalpore per qualche giorno. Poi la vicenda finì nel dimenticatoio. More solito. D'altronde è noto: quando c'è di mezzo il Quirinale, prevale il silenzio sull'esigenza di chiarire i fatti.

Alcuni giorni orsono, nuove indiscrezioni sul siluramento dell'ex Cavaliere. Arrivano dagli Stati Uniti. Parla Timothy Geithner, stretto collaboratore di Barack Obama. Dice che furono la Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a far fuori Silvio, sia pure attraverso «alcuni funzionari europei». La cancelliera e il presidente francese chiesero un aiuto agli Usa per giubilare Berlusconi. Non passano neanche 24 ore e il politologo statunitense Edward Luttwak, mai tenero con il Cavaliere, ammette la trama: andò proprio così. A questo punto ci si aspetta che scoppi uno scandalo. Niente. Lassù, in alto, si cerca semmai di minimizzare. Si smentisce ciò che non si può smentire. Addirittura qualche fessacchiotto al servizio dei potentati di sinistra afferma che si tratta di letteratura, ovviamente di quart'ordine. Trionfa il negazionismo, nonostante le notizie provengano da fonti autorevoli.

Siamo esterrefatti. E ci domandiamo con sgomento come mai, di fronte a certe rivelazioni, l'apparato progressista non abbia il coraggio di fiatare se non per dire e ribadire: «Tutte invenzioni». Solo Il Giornale ha alzato la voce, e da mercoledì manderà in edicola un instant book in cui si narra, punto per punto, l'intera storia, firmato da Renato Brunetta, capogruppo alla Camera (Forza Italia).

In attesa di compulsarlo, ci limitiamo a porre una domanda a lorsignori che insistono nel prendere sottogamba siffatto complotto internazionale: se il premier silurato contro ogni regola democratica, invece che Berlusconi, fosse stato, chessò, Prodi o Renzi, quale sarebbe stata la reazione dei compagni e dei grillini, quelli che invocano ogni dì il rispetto della legalità?

In assenza di risposte, ci tocca immaginare: cortei, comizi, piazze piene, interrogazioni parlamentari, sommosse, violenze, occupazioni e chi più ne ha più ne metta. Poiché, viceversa, in questo caso le scorrettezze (eufemismo) sono state commesse contro l'odiato uomo di Arcore, tutto va bene - anche ridurre a strame la Costituzione tanto amata - madama la marchesa.

Prostitute e usura: il figlio inguaia il giudice D'Isa

Prostitute e usura: il figlio inguaia il giudice D'Isa


di Giacomo Amadori 



«Le strane relazioni del giudice che ha condannato Berlusconi». Con questo titolo in prima pagina cinque giorni fa Libero ha puntato i riflettori sui rapporti pericolosi del consigliere della Corte Suprema di Cassazione Claudio D’Isa, una delle cinque toghe che l’1 agosto 2013 ha condannato in via definitiva l’ex premier Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere per una frode fiscale da 3 milioni di euro. I rapporti a cui abbiamo fatto riferimento sono quelli con la famiglia Terenzio, imprenditori di Cassino (Frosinone), e in particolare con Gabriele Vincenzo, 62 anni, e con il figlio Luigi, 41. I due sono stati colpiti da un misura di prevenzione patrimoniale da 150 milioni di euro, confermata nel luglio 2013 dalla Corte d’appello di Roma, e sono imputati per associazione per delinquere aggravata dalle modalità mafiose in secondo grado nella cosiddetta inchiesta Grande Muraglia (in primo grado sono stati assolti). I giudici gli contestano consolidati rapporti con la criminalità organizzata campana e laziale.

Claudio D’Isa e il figlio Dario, avvocato trentasettenne del foro di Torre Annunziata (Napoli) il 4 maggio scorso, come documentato da Libero con numerose foto, sono stati ospiti d’onore alla Prima comunione della figlia di Luigi Terenzio e il giudici è stato commensale al "tavolo numero 1", quello dei due plurinquisiti. Ma non sono solo queste le “relazioni pericolose" che stanno emergendo in questi giorni. Per esempio nell’ambito di un’inchiesta su una banda di usurai della procura di Torre Annunziata (Napoli) e dei carabinieri di Piano di Sorrento è coinvolto Dario D’Isa. Inizialmente Il Mattino parla di «un giovane rampollo della Sorrento bene» al quale magistrati e forze dell’ordine riconoscono un «ruolo particolarmente attivo» nella vicenda. Il Fatto quotidiano, dopo lo scoop di Libero approfondisce l’inchiesta e scopre che ci sono 9 intercettazioni tra Dario e Claudio D’Isa («che non è indagato» puntualizza il cronista). La parte più interessante riguarda 7 mila euro che un ristoratore avrebbe consegnato a Dario D’Isa affinché si interessasse di una causa pendente in Cassazione. Gli inquirenti sostengono che D’Isa jr sarebbe stato sollecitato «affinché intercedesse con il padre per la vicenda giudiziaria». In una telefonata Claudio D’Isa avrebbe chiesto le motivazioni di primo grado e d’appello con questa giustificazione: «Altrimenti io non capisco niente». Il 9 novembre 2013 D’Isa chiama il padre per domandargli se abbia visto «quella sentenza là». Il giudice tranquillizza il figlio: «Ora la guardo». Dario insiste e tre giorni dopo chiede al padre: «Puoi fare quel controllo su quel V. D. Terza sezione (della Cassazione ndr) eventualmente così poi glielo dico». Il magistrato, che fa parte della Quarta sezione penale, spiega di essere impossibilitato perché «le cancellerie stanno chiuse».

Alla fine la sentenza di condanna per V. D. viene confermata e l’uomo pretende la restituzione dei suoi soldi. D’Isa jr, sempre secondo quanto riportato dal Fatto, non ci sta: «L’avevo detto che la cosa poteva non andare in porto...». Qualcuno obietterà che questa consulenza a pagamento potrebbe essere stata prestata all’insaputa dell’alto magistrato e che Claudio D’Isa alla fine dell’anno scorso potesse essere all’oscuro dei rapporti pericolosi del figlio con i presunti usurai. Ma le cose sono certo cambiate a marzo, quando lo studio e l’appartamento di Dario D’Isa sono stati perquisiti e a onor del vero sono almeno nove anni che il giudice conosce le cattive frequentazioni del figlio. Infatti Dario D’Isa è stato arrestato nel 2005 per associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Il motivo? Gli «incontri ravvicinati» che si svolgevano al Bora Bora, locale di lap-dance di Bastia Umbra (Perugia). Per gli inquirenti là dentro veniva esercitato il più antico mestiere del mondo e nei privé «le donne si lasciavano accarezzare e baciare i seni, i glutei, le cosce e la vagina» si legge nell’ordinanza. I magistrati scrivono inoltre che «l’attività in questione è di proprietà dell’Omonima srl le cui quote fanno capo alla Dial srl, amministratore unico della quale risulta essere il D’Isa Dario». Tanto che in un’intercettazione, riassunta dagli investigatori, «lo stesso, parlando con il proprio interlocutore ammette che i suoi genitori non sanno che tipo di locale gestisca e che cosa avvenga lì, tanto da preoccuparsi, sapendo che i predetti, partendo da Napoli, sono arrivati a Bastia Umbra per cercare di individuare dove sia detto locale e di cosa si tratti». Sembra di vederli, il giudice e la consorte, mentre entrano al Bora Bora e si trovano di fronte le fanciulle nude come mamma le ha fatte. E se anche non individuarono il night, dopo pochi mesi, scoprirono la vera attività imprenditoriale del figliolo quando venne spedito agli arresti domiciliari. Dopo diversi anni Dario D’Isa è stato rinviato a giudizio e il processo è ancora in corso. Questo quadretto non ha persuaso il padre a diffidare degli amici del figlio. Compresi Vincenzo e Luigi Terenzio, approdati sulla penisola sorrentina come clienti dello studio D’Isa e in attesa di almeno tre pronunciamenti in Cassazione (per la confisca dei beni, per un’accusa di bancarotta e per l’imputazione di associazione per delinquere). Anche a loro Dario D’Isa ha chiesto denaro per interessarsi delle loro pratiche presso la Suprema Corte? Lo ignoriamo. Quello di cui siamo certi è che l’alto magistrato con Libero ha ammesso di essere stato informato dall’erede dei guai dei Terenzio e che per questo ha «evitato contatti». Ma ha mentito. Infatti il 4 maggio, dopo un viaggio di 900 chilometri, si è presentato alla festa degli imprenditori di Cassino a Lugano. Una scampagnata che gli è costata l’apertura di un fascicolo a suo carico presso il Consiglio superiore della magistratura.