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martedì 13 maggio 2014

Roberta Lombardi (M5s): "Non credo che Beppe Grillo andrà da Bruno Vespa"

Roberta Lombardi (M5s): "Non credo che Beppe Grillo andrà da Bruno Vespa"



Beppe Grillo a Porta a Porta? Forse no. A mettere in dubbio il debutto del leader 5 Stelle nel salotto politico più famoso e longevo d'Italia (lo stesso contro il quale per anni ha lanciato i suoi strali considerandolo "complice" della politica corrotta) era stata nel pomeriggio la ex capogruppo grillina Roberta Lombardi ospite in radio a Un giorno da pecora: "Beppe Grillo da Bruno Vespa? Non è detto". L'irreprensibile Lombardi spiegava che "per la par condicio, se si ospita Grillo, poi bisogna ospitare tutti i capi di tutti i partiti e se non si rispetta la par condicio scattano le multe, che i partiti pagano coi soldi del finanziamento pubblico. Cosa che noi non accettiamo". La Lombardi, dunque, aveva di fatto scavalcato Beppe.

In serata, però, dai portavoce del Movimento 5 Stelle, è arrivata la conferma che Beppe Grillo lunedì 19 maggio, a Porta a Porta, ci sarà. "Roberta Lombardi - chiarisce Rocco Casalino, responsabile Comunicazione con i Media - si riferiva alla prima serata che, purtroppo, è saltata per ragioni di par condicio".

Laura Boldrini assenteista: alla Camera non c'è a una seduta su due

Laura Boldrini assenteista: alla Camera non c'è a una seduta su due



Record di assenze per Laura Boldrini. Una volta su due, infatti, la presidente della Camera manca dallo scranno più alto di Montecitorio. Dal 15 marzo a oggi, la terza carica dello Stato ha presieduto solo 120 sedute delle 225 che si sono svolte: poco più della metà. Assidua frequentatrice di Twitter, attivissima su YouTube e presenza fissa di ogni commemorazione, Laura fatica a trovare tempo per dedicarsi al suo incarico istituzionale. 

Le cifre - I numeri parlano chiaro e sembra proprio che alla Boldrini spetti l'ingrato titolo di assenteista. A farne le "spese", è Roberto Giacchetti. Il democratico, nonostante il ruolo di vice che condivide con altri tre, si è trovato a presiedere ben 111 sedute: solo 9 in meno della sua titolare. Giachetti, inomma, è presidente de facto di Montecitorio. Allora, sorge spontaneo domandarsi come Laura impieghi il suo tempo. 

In aula no... -Ultimamente la presidente della Camera si è cimentata nella sua grande passione, quella per gli appelli promossi a favore di social network. L'ultimo, in ordine di tempo, è quello relativo alla liberazione delle trecento ragazze rapite in Nigeria, divenuto virale su twitter con l'l’hashtag #bringbackourgirls. Inoltre, come notato da Libero la scorsa estate, sembra che non vi sia luogo o manifestazione in cui la presidente non si faccia vedere. L'aula di Montecitorio, evidentemente, è l'unico posto in cui fa fatica a metter piede.

Renzi-Boschi: sfida a chi veste peggio

Renzi-Boschi: sfida a chi veste peggio


Lui va col chiodo di pelle alla Fonzie a palazzo Chigi. Lei al Maggio musicale "sfodera" mezzo seno scoperto



In Italia siamo pieni di stilisti: sono il simbolo e una delle glorie del Paese. Il voto è segreto: ce ne saranno che votano a destra e che votano a sinistra. Ma il problema va oltre le scelte di campo politico per diventare una questione istituzionale: qualcuno di loro si prenda il disturbo di insegnare a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi come ci si veste. Loro sono (l'uno in Italia e all'estero, l'altra a livello nazionale) i due politici più esposti sui media. E non possono continuare così. Questo pomeriggio il presidente del Consiglio è uscito dalla sede del Partito democratico in largo del Nazareno per recarsi a Palazzo Chigi, sede del governo. Ha incrociato centinaia di persone, tra romani e turisti, stretto mani, fatto qualche battuta (compresa quella sulle "coperture" dopo aver trovato per terra una banconota da venti euro). Il tutto con addosso il "chiodo" alla Fonzie in pelle nera che aveva già sfoggiato qualche mese fa ad Amici da Maria De Filippi. Ma se uno studio televisivo è un po' come un palcoscenico e la mascherata ci può stare (allora, tra l'altro, Renzi non era nemmeno premier), pare poco appropriato che l'uomo che più di ogni altro rappresenta il Paese si vesta in pubblico come Arthur Fonzarelli.

Come poco appropriato, lo scorso .. febbraio, apparve ai più l'abito giacca-pantalone che Maria Elena Boschi, di fresco nominata ministro delle Riforme dal suddetto Renzi, esibì al Quirinale per il giuramento del governo. Non solo per il colore, blu elettrico, ma anche per la foggia assai attillata che, al momento della firma della nomina di fronte al presidente della Repubblica Napolitano, mise in bella mostra il lato B della Boschi. Il tormentone forme (le sue)-riforme (quelle che dovrebbe fare) è ripreso sabato scorso, quando la Boschi si è presentata in abito rosso fuoco all'inaugurazione del Maggio muscicale fiorentino. Lì il lato B era ben fasciato ma comunque adeguatamente celato, mentre a far tremare è stato il decollete, con mezzo seno destro del ministro che faceva capolino dalla scollatura generosa. L'avesse indossato la Carfagna, quell'abito, sai che pipponi moralisti dai benpensanti di sinistra...



lunedì 12 maggio 2014

Fini continua a stupire, alle Europee voto Tabacci

Fini continua a stupire, alle Europee voto Tabacci 



Gianfranco Fini non smette di stupire. Dovremmo essere abituati alle sue giravolte e ai suoi cambi di casacca, eppure l’ultima intervista che l’ex presidente della Camera ha rilasciato alla Stampa riesce a lasciare basiti i lettori. Fini prima si sofferma sulle due grandi inchieste, quella su Scajola e sull’Expo, che hanno creato un vero e proprio terremoto politico. Dice: “Nel centrodestra la legalità è assente. I miei allarmi non erano affatto suprerflui. Dire di più mi sembrerebbe davvero superfluo”. Tuttavia l’ex leader di Alleanza Nazionale precisa che non siamo davanti a una nuova Tangentoppoli perché i “protagonisti di oggi sono personaggi del sottobosco politico e non il sistema dei partiti che vent’anni fa era marcio e infatti è creollato”. Ora il sistema della corruzione non coinvolge i partiti, semplicemente perché, dice Fini, i partiti sono molto più deboli e la corruzione “li scavalca”.

Il voto europeo - Fini poi parla della situazione politica. Dice che Berlusconi “che lamenta quattro colpi di stato ai suoi danni ha perso il senso della realtà e non va preso troppo sul serio”. Per le elezioni europee Gianfry prende le distanze da tutti i partiti che sono contrario all’euro. Quindi niente voto alla Lega e nemmeno a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Ecco che quindi Fini scopre le carte: nel campo moderato rimane o “l’alleanza timida e pallida fra Alfano e Cesa” o la lista liberaldemocratica di scelta Europea che sostiene Guy Verhofstadt, formata dal Centro Democratico di Bruno Tabacci, da Scelta Civica e dagli eredi di Oscar Giannino – Fare per Fermare il Declino. Insomma Giafry vota Tabacci.

Toti (FI): "Bisogna andare a votare alle Europee non solo per cambiare l'Europa, ma soprattutto per cambiare e rinnovare questo governo"

Toti (FI): "Bisogna andare a votare alle Europee non solo per cambiare l'Europa, ma soprattutto per cambiare e rinnovare questo governo"

A cura di Gaetano Daniele




Bisogna andare a votare alle Europee non solo per cambiare l'Europa anche per cambiare questo governo e questa politica economica. I cittadini non sanno quando e quanto pagheranno ma sicuramente tanto, piu' di quanto abbiano mai pagato. C'e' la necessita' di cambiare. Gli italiani hanno la possibilita' di cambiare, dandoci il loro voto nelle urne

L'ex premier intervistato da Paolo Liguori: "Quelli di Ncd sono tutti vecchi signori della politica attaccati alla poltrona"

Berlusconi: "Via la tassa sulla prima casa. Pensioni minime a 1000 euro"


di Luca Romano 


Il leader di Forza Italia a Tgcom24: "Sul governo Renzi sono pessimista, per ora ha solo alzato le tasse"


Le elezioni europee si avvicinano e prosegue il tour elettorale di Silvio Berlusconi. In testa alle tematiche, ancora uan volta, le questioni giudiziarie. A partire dal terremoto che si è abbattuto sull'Expo 2015, fino all'arresto di Claudio Scajola e alla condanna definitiva di Marcello Dell'Utri. Il Cavaliere, intervistato da Liguori per TgCom24, tocca tutti gli argomenti caldi della scena politica. "Molte cose sono aria fritta, in tutte le cose con riguardano appalti ci sono delle telefonate, è la vita. Non è solo l’Italia ma in tutto il mondo non dobbiamo scandalizzarci, molte cose sono millantate e non vere affrontiamo il problema ma senza pensare che ci sia uno scandalo che faccia pensare a tangentopoli", è questo il punto di vista dell'ex premier sull'inchiesta della procura milanese sugli appalti per l'Esposizione Universale del prossimo anno. Berlusconi ci tiene inoltre a sottolineare che Forza Italia non c'entra nulla con questo scandalo. E sul caso Scajola il Cav precisa: "Questo signor Matacena io non me lo ricordo. Sarà stato deputato di Forza Italia vent'anni fa per un breve periodo".

Sale il livello dello scontro con l'ex delfino Angelino Alfano che, negli ultimi giorni, non ha perso occasione per lanciare attacchi e bordate a Forza Italia: "Quelli di Ncd sono tutti vecchi signori della politica attaccati alla poltrona", attacca Berlusconi. M aumenta la tensioen anche con il governo di Matteo Renzi: "Posso dire che dopo le cose che ha fatto Renzi come gli 80 euro solo ai dipendenti e nulla per i pensionati, noi stiamo ritenendo di non poter seguire la strada di queste proposte di riforme del Senato. Anche sulla legge elettorale hanno cambiato l’accordo mettendo il ballottaggio, una cosa inaccettabile". Poi l'ex premier rilancia sul piano economico:  "Se andiamo al governo, nel primo Cdm aboliremo di nuovo la tassa sulla prima casa. Inoltre stiamo lavorando per trovare le coperture sulle pensioni minime per arrivare a mille euro al mese."

Nella parole del leader di Fi non manca neppure un riferimento alla sua questione giudiziaria: "Sono toccato da una sentenza che è stata una costruzione particolare, la base della mia esclusione dal Parlamento, ciò che la sinistra ha tentato di fare dal ’94. Sono sicuro che in pochissimo tempo mi verrà ridata la mia piena onorabilità". 


Il servizio Bilancio del Senato smaschera l'operazione demagogica di Renzi: gli 80 euro non sono un taglio Irpef, ma spesa pubblica in deficit. Ecco perché

Hanno ragione i super tecnici: il bonus del premier è un bluff


di Renato Brunetta


Il servizio Bilancio del Senato smaschera l'operazione demagogica di Renzi: gli 80 euro non sono un taglio Irpef, ma spesa pubblica in deficit. Ecco perché


Matteo Renzi: «Le osservazioni sulle coperture del “decreto Irpef” fatte dal servizio Bilancio del Senato sono tecnicamente false». Pietro Grasso: «Non posso accettare che si metta in discussione la serietà, l'autonomia e l'indipendenza degli uffici del Senato». Maurizio Gasparri e Roberto Calderoli: «Querela!». Il presidente del Senato li chiama, ma non per annunciare chiarimenti da parte del governo, bensì per bloccare la loro azione di denuncia. I due vicepresidenti vanno avanti lo stesso: «Renzi chieda scusa all'istituzione che ha offeso». Interviene di nuovo il presidente del Consiglio: «Mi vogliono querelare perché abbasso le tasse». Evidentemente non si è ancora reso conto, nonostante sia scritto nella relazione tecnica al Decreto, redatta dal suo stesso ministro dell'Economia, che il «bonus Irpef» non è un taglio delle tasse, ma spesa pubblica in deficit.

A questo è arrivato il renzismo in Italia. Conflitto istituzionale. Tutto parte dal «bonus Irpef» di 80 euro strombazzato da Renzi per vincere le elezioni europee del prossimo 25 maggio. «Bonus Irpef» che, però, non ha coperture certe e dà origine a un buco di bilancio che si tradurrà in nuove tasse, aumenti delle accise sulla benzina, sugli olii minerali e sui tabacchi, in tagli lineari e in sanzioni da parte dell'Unione europea. Lo abbiamo detto per primi con rilievi tecnicamente ineccepibili, e abbiamo scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché vigilasse sul rispetto, nel decreto Irpef, dei principi di carattere costituzionale, e in particolare dell'articolo 81 della Costituzione, inerente il pareggio di bilancio. Nonostante il lungo travaglio, il decreto è stato controfirmato. È bastato solo qualche giorno, e il 2 maggio tutti i nostri dubbi hanno trovato conferma nella Nota di lettura n. 45 redatta dal Servizio bilancio del Senato della Repubblica. Apriti cielo.

A norma delle vigenti disposizioni legislative e dei Regolamenti parlamentari, ci saremmo aspettati che la Ragioneria generale dello Stato, probabilmente penalizzata in sede di redazione del decreto, facesse valere tutta la sua professionalità, rispondendo a tono alle osservazioni formulate dal Servizio Bilancio del Senato. E che poi il governo, attraverso i suoi rappresentanti, convincesse in Commissione i dubbiosi, lasciando al Parlamento, in quanto tale, il giudizio finale. Invece niente di tutto questo: solo insulti. E nuovi azzardi: in prima battuta Renzi ha voluto rispondere sfidando i tecnici a dimostrare «se è vero o no» che il suo governo ha ridotto i costi della politica e delle Province e che sta vendendo le auto blu. Il che, come è noto, non solo con il «decreto Irpef» c'entra come i cavoli a merenda, ma è un'affermazione puerile, volgare e ridicola. Così come il riferimento all'applicazione dei tetti agli stipendi da parte dei funzionari del Senato. Poi la bordata: «osservazioni tecnicamente false». Per rispondere così, il presidente del Consiglio è chiaramente sull'orlo di una crisi di nervi, non sa quel che dice, provoca. La pioggia di critiche da parte dei tecnici del Senato si è concentrata su 5 punti, cui ne aggiungiamo un altro noi. E in 164 pagine è stato di fatto dimostrato che le coperture del «bonus Irpef» millantate da Renzi non ci sono e, di conseguenza, la manovra correttiva è sempre più vicina. Nell'ordine, i rilievi riguardano:

1) L'aumento della tassazione sulle quote rivalutate di Bankitalia: il provvedimento di Renzi confligge con gli articoli 41, 53 e 97 della Costituzione, in quanto mina «l'esigenza di anticipata conoscenza da parte del contribuente - in questo caso le banche - del carico fiscale posto sulle proprie attività economiche». Inoltre, il gettito stimato dal governo non tiene conto delle ricadute di eventuali contenziosi;

2) La stima del gettito derivante dall'aumento della tassazione sul risparmio: non tiene conto di «possibili effetti sostitutivi che la nuova norma potrebbe determinare nelle scelte di investimento, ad esempio tra attività finanziarie nazionali ed estere»;

3) Il pagamento dei debiti della Pa: non è automatico che produca il gettito Iva stimato dal governo, in quanto le imprese potrebbero utilizzare la liquidità ricevuta per pagare i loro fornitori, generando «effetti di compensazione impliciti nella procedura di liquidazione periodica dell'Iva». A supporto di quanto detto, il Servizio Bilancio del Senato evidenzia che dai pagamenti effettuati nel corso dell'anno 2013 è stato realizzato solo il 58,3% del gettito Iva originariamente previsto. Circostanza che quest'anno potrebbe ripetersi;

4) Il taglio dell'Irap: il minor gettito da esso derivante potrebbe essere ben superiore ai 2 miliardi stimati dal governo nel decreto, che corrispondono solo all'8,3% delle entrate attese per il 2014, mentre la riduzione dell'aliquota promesso dal governo è del 10%;

5) La norma che prevede di destinare a copertura degli «80 euro» i proventi derivanti dalla lotta all'evasione fiscale (almeno 2 miliardi) ha carattere «programmatorio» e, per questo motivo, non potrebbe essere inserita in un decreto legge. A ciò si aggiunge il fatto che nel provvedimento del governo non è scritto quali siano gli strumenti che l'esecutivo intende adottare per raggiungere l'obiettivo dichiarato. Ma c'è ancora un altro rilievo, che, da quanto si apprende, sarebbe stato segnalato al ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, dal direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via: l'aumento della tassazione sul risparmio dal 20% al 26% rischia di essere incostituzionale. L'eccessiva differenza tra le aliquote sugli interessi maturati sui depositi bancari o sui prodotti corporate (obbligazioni, azioni, ecc.: 26%) e quelle sui titoli di Stato (12,5%) rischia di determinare una doppia imposizione sulle imprese. Discriminando tra forme di risparmio. La maggiore tassazione su alcune rispetto ad altre, infatti, determina forme di arbitraggio finanziario per cui una parte delle risorse si sposteranno dai conti correnti o dal corporate, ad esempio, verso i titoli di Stato.

E per «piazzare» i loro titoli, le imprese dovranno garantire rendimenti maggiori, internalizzando il costo dell'imposta più alta sui titoli di loro emissione. Una sorta di tassa «occulta» in più sulle imprese, che già versano Ires e Irap. Difficile, in questo contesto, il ruolo del ministro Padoan, stretto nella morsa tra l'obbedienza a Renzi e la difesa del suo profilo professionale di economista apprezzato e stimato sia in Italia sia all'estero. Ma il presidente del Consiglio, sulla sua spudorata posizione di insulto all'istituzione Senato, non sembra voler fare marcia indietro. Anzi gioca con la retorica politica. Qualcuno gli dica di smetterla. Strattonare a destra o a sinistra un sistema fiscale caotico e contraddittorio, come quello italiano, per fini contingenti quali possono essere i propositi elettoralistici di Matteo Renzi, produce solo disastri.

La preoccupazione per questo stile barbaro non può che aumentare dopo le nomine del board dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio, tutte e tre di stretta osservanza Pd in spregio ai Trattati internazionali che lo hanno istituito, alla legge che ne ha recepito le indicazioni e al Parlamento tutto. Qualcuno spieghi al nostro improvvisato presidente del Consiglio che demagogia e populismo fanno solo male al Paese. E che, malgrado lui, la finanza pubblica italiana è diventata un pezzo della finanza pubblica dell'Unione europea. Non si governa con battute ridicole e arroganti. Né tantomeno delegittimando le istituzioni.