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lunedì 27 aprile 2015

Il loro patto suicida con le banche: perché ora l'Italia rischia il default

Matteo Renzi e Mario Monti, il patto suicida con le banche che ha affossato i conti dell'Italia


di Franco Bechis 


Fra la fine del 2011 e il 2014 i governi guidati in particolare da Mario Monti e da Matteo Renzi si sono comprati un successo personale come il calo dello spread facendo pagare quella vittoria di immagine assai cara ai contribuenti. In quell’arco di tempo l’operazione è costata realmente 16,95 miliardi di euro ai contribuenti italiani (la cifra che servirebbe a pagare il famoso reddito di cittadinanza), e si porta con sé una perdita al momento solo virtuale di 42 miliardi di euro che rischiano di fare lievitare ulteriormente il debito pubblico italiano. Questo ignoto e costosissimo biglietto è emerso dalla pubblicazione di una nota Eurostat del 21 aprile scorso sui conti riclassificati del debito pubblico dei vari paesi europei, in cui è stato evidenziato il costo rilevantissimo dei contratti derivati sottoscritti dal Tesoro italiano con 19 grandi banche (due italiane, tutte le altre straniere) per convincerle a partecipare alle aste dei titoli di Stato e a fermare l’ascesa dello spread.

Tutti contratti che si sono rivelati disastrosi per le finanze pubbliche italiane, ed è il solo caso in Europa, tanto è che da un calcolo effettuato da Bloomberg le perdite in derivati dell’Italia dal governo Monti a quello Renzi compreso sono superiori di qualche centinaio di milioni di euro a quelle cumulate di tutti gli altri 18 paesi dell’Eurozona. Solo altri 4 paesi hanno perso con i derivati (Olanda, Austria, Germania e Spagna), mentre nell’ordine Francia, Grecia, Belgio, Finlandia e Portogallo sono riusciti a guadagnarci e non poco. Buoni affari invece per le controparti, le banche che hanno sottoscritto quei contratti in derivati con il Tesoro italiano: da Deutsche Bank a Goldman Sachs, da Hsbc Bank a JP Morgan, da Ubs a Morgan Stanley, e poi ancora Ing bank, Unicredit, Banca Imi, Bnp Paribas, Citibank, Credit Suisse, Nomura etc... Tutte le grandi firme della finanza internazionale.

Che cosa è accaduto? Che per fare partecipare alle aste di titoli italiani in modo da non fare ulteriormente lievitare lo spread quelle banche si sono fatte pagare un prezzo assai caro del biglietto. Lo strumento stesso del derivato ne è l’origine, perchè serve da riassicurazione nei confronti di eventuali perdite delle banche che avevano sottoscritto i titoli di Stato. Senza quella commissione che di fatto il governo italiano ha loro pagato, quelle non avrebbero sottoscritto i titoli. Ma per non perdere sui derivati sarebbe stato necessaria la condizione diametralmente opposta a quella che si auspicava. Se i tassi di interesse fossero saliti, l’Italia avrebbe guadagnato da quei contratti. Con i tassi di interessa in discesa invece ci perde, perchè quei contratti servono a rifondere le banche sottoscrittrici della eventuale differenza negativa dei tassi di interesse. Quel che è accaduto però fa pensare: la perdita sui derivati è stata maggiore del risparmio effettivo ottenuto in quell’arco di tempo nel pagamento di interessi sul debito pubblico grazie alla caduta dello spread. Ecco perchè i conti pubblici italiani non migliorano mai: sono stretti in una sorta di trappola finanziaria.

Forse avremmo dovuto ascoltare economisti come Paolo Savona, che con semplicità ha spiegato davanti alla commissione Finanze della Camera: «Ritengo che l’unico modo per difendersi dei derivati sia non utilizzarli». Savona ha poi aggiunto: «I derivati sono strumento finanziario utile, ma difficile da governare. Ho fatto un parallelismo, che può sembrare forte, ma che credo sia indispensabile, affermando che anche la dinamite è uno strumento utile, ma sono occorsi anni di studio e di esperimenti per evitare che continuasse a produrre danni e morti. Per quanto riguarda i derivati il problema si trascina da lunga data, ma non si è ancora riusciti, come fece Nobel per la dinamite, a creare un loro meccanismo di controllo».

Su quel buco di quasi 17 miliardi di euro nei conti pubblici il dieci per cento- 1,6 miliardi di euro- è frutto di un antico regalo lasciatoci da un altro tipo alla Mario Monti, uno di quei presunti salvatori della finanza pubblica che si sono creati grande immagine personale lasciando una scia di guai a tutti gli altri italiani che per decenni non si riesce ad estinguere. Il donatore si chiama Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1994, poco prima di lasciare il timone del governo a Silvio Berlusconi, ha firmato un incredibile contratto-capestro con Morgan Stanley che ha causato una perdita netta per il Tesoro appunto da 1,6 miliardi di euro, con il colosso della finanza che è andato all’incasso proprio nel momento più critico per le finanze italiane: fra il dicembre 2011 e il gennaio 2012.

L’episodio è stato svelato dal direttore del debito pubblico italiano, Maria Cannata, davanti alla commissione Finanze della Camera. «Tra le situazioni critiche che, in tempi recenti, si sono dovute fronteggiare nei momenti peggiori della crisi», ha raccontato la dirigente del Tesoro, «emerge in particolare la ristrutturazione, funzionale alla successiva chiusura di diverse posizioni in derivati in essere con Morgan Stanley, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012. La peculiarità di questo complesso di operazioni risiedeva nella presenza di una clausola di estinzione anticipata unica nel suo genere, in quanto attribuita non a una singola operazione, bensì presente nel contratto quadro in essere con la controparte e ricomprendente tutte le operazioni sottoscritte con quella banca. Il contratto quadro era stato sottoscritto nel gennaio 1994 e prevedeva un Additional Termination Event, ossia il diritto di risoluzione anticipata dei contratti in essere, al verificarsi del superamento di un limite prestabilito di esposizione della controparte nei confronti della Repubblica. Nonostante le soglie limite fissate fossero state superate da anni, la banca non aveva mai dato segno di voler far valere la clausola di estinzione anticipata. Alla fine del 2011, tuttavia, la situazione del credito della Repubblica italiana appariva così fragile che Morgan Stanley ritenne di non poter tralasciare di avvalersi della posizione di forza che la clausola le conferiva».

La stessa Cannata ha offerto un quadro abbastanza aggiornato sulla esposizione in derivati del Tesoro italiano: «Alla fine del 2014 gli strumenti derivati per la gestione del debito emesso dalla Repubblica italiana, ammontano a circa 159,6 miliardi di valore nazionale(...) Il valore di mercato, aggiornato al terzo trimestre 2014, è negativo per 36,870 miliardi di euro...». Cifra poi salita a 42 miliardi a fine anno.

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