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sabato 29 aprile 2017

Morti e malati, allarme epidemia I medici non sanno che cosa sia Horror: come si trasmette il virus

Virus sconosciuto: 11 morti e 9 contagiati in Liberia



Non è ebola. I primi test di laboratorio, almeno, lo avrebbero escluso. Ma è altrettanto letale: 11 persone sono già morte e altre 9 sono state infettate e versano in gravi condizioni. La cosa più allarmante è che il morbo che le ha uccise e infettate è del tutto sconosciuto ai patologi. Dà forti dolori di stomaco e mal di testa, ma non si sa cosa sia. Le vittime e le persone contagiate sono tutte in Liberia. Campioni di sangue, ha spiegato il responsabile dei servizi medici della Liberia, Francis Kateh, sono stati inviati al centro per il controllo delle malattie infettive (CDC) degli Stati Uniti. Il sospetto è che la malattia si trasmetta attraverso il semplice contato fisico. Nel 2013 la Liberia, assieme alle vicine Sierra leone e Guinea, era stata colpita dall'epidemia di ebola che in tre anni (fino a dicembre 2016, quando è stata dichiarata debellata) ha ucciso 11mila persone.

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"Dice bugie, com'è andata" Sulla casa di Montecarlo l'immobiliarista sputtana Fini

Casa di Montecarlo, Fini smentito dall'agente sul valore dell'immobile



Mercoledì a "Porta a Porta" l'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, indagato per riciclaggio, è tornato a ribadire che il famoso appartamento monegasco di boulevard Princesse Charlotte 14, donato ad An dalla contessa Colleoni, era stato venduto al giusto prezzo: 300mila euro. Perchè era in condizioni fatiscenti.

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Peccato che l'importante agente immobiliare romano Filippo Apolloni Ghetti, intervistato nel pieno del caos sulla "casa di Montecarlo" il 23 settembre 2010 da "Il Giornale" avesse dichiarato che l'appartamento valeva tra 1,2 e 1,3 milioni di euro. Una versione che l'agente, di simpatie aennine, ha ribadito al quotidiano "Il Tempo", ricordando l'incontro avuto di persona con Fini (allora leader di An) ai tempi della vendita dell'immobile. "All' epoca mi convocò direttamente Fini nel suo ufficio per fare una chiacchierata. Poi scoprii che la chiacchierata era tutta incentrata sulla casa di Montecarlo. E quando gli dissi che il valore dell' appartamento della Colleoni era quello, 1,3 milioni, lui con l' interfono chiamò qualcuno che apostrofò con fare spocchioso: 'Ma che mi avete detto? Qui c' è Apolloni Ghetti e mi dice che la casa vale di più'".

Lo stesso Apolloni Ghetti racconta di essersi offerto di acquistarlo subito per un milione di euro, ma Fini rifiutò perchè non ritenne opportuno fare affari con un membro del suo partito. Salvo poi, scrive sempre Il Tempo, acconsentire alla vendita della casa per 300mila euro a una società offshore dietro la quale la procura di Roma ha poi scoperto nascondersi il cognato e la moglie di Fini, e i soldi del "re delle slot" Francesco Corallo. I fratelli Tulliani hanno poi rivenduto l'immobile a un cittadino svedese nel 2015 per 1,3 milioni di euro.

Ong, rissa Grasso-Di Maio L'attacco spietato al grillino: e lui lo gela con tre parole

Immigrazione, Grasso attacca Di Maio: "Hai lacune in diritto...", il grillino replica: "Non le accetto da te"



È scoppiato il botta e risposta tra il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, e il presidente del Senato, Piero Grasso, dopo la denuncia pubblica del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sulla sospetta collusione tra le Ong e i trafficanti di immigrati. A favore delle Ong sono scesi in campo il premier Paolo Gentiloni e il ministro della Giustizia, Andra Orlando, che ha invitato il magistrato a "far parlare gli atti giudiziari". Fuori dal coro dei ministri è stato Angelino Alfano, a favore del procuratore catanese. A fare eco però al pensiero dominante nel governo, ci hanno pensato i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Piero Grasso.

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Un vero e proprio "accanimento", ha scritto Di Maio su Facebook, contro Zuccaro: "Il governo ha iniziato una crociata contro il Procuratore di Catania Zuccaro e ha chiesto di farsi spalleggiare dai due Presidenti delle Camere - Boldrini e Grasso - che dovrebbero essere due cariche al di sopra delle parti e che invece hanno deciso di prendere parte alla fiera dell'ipocrisia sulle Ong. Da queste persone non accetto lezioncine sulla responsabilità delle cariche istituzionali!".

A stretto giro, sempre su Facebook, ha risposto Grasso mettendo i panni del docente: "Caro Luigi - ha scritto - sei giovane, ma faresti bene a ricordarti che a tutte le età si può e deve imparare. Hai già dimostrato più volte di avere grosse lacune, in storia, geografia e diritto: qualche lezione ti sarebbe utile".

La replica non si fa attendere da parte del grillino che ha preso di petto l'attacco del presidente del Senato: "Continuano gli attacchi. Il presidente del Senato Grasso dice che sul caso Ong ho qualche lacuna e ho bisogno di qualche lezione. Caro Grasso, io non smetto mai di imparare nella vita, ma dal suo partito che prendeva soldi dal business degli immigrati non ho proprio nulla da apprendere. Anni e anni di magistratura eppure le è sfuggito".

Tulliani a Dubai, la verità: "Protetto in Parlamento", chi non lo fa tornare qua

Tulliani in "esilio" a Dubai, la verità: ecco perché i politici italiani....



L'esilio dorato di Giancarlo Tulliani a Dubai? il cognato di Gianfranco Fini ha chi lo protegge nel Parlamento italiano. In realtà sono tanti gli italiani nella stessa situazione di Tulliani, indagato per la oscura vicenda della casa di Montecarlo e sulla cui testa pende un mandato di cattura per riciclaggio: ci sono, per esempio, l'ex onorevole Amedeo Matacena e il costruttore ligure Andrea Nucera (ad Abu Dhabi).

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Il governo italiano non ha ancora firmato la ratifica del trattato stipulato 2 anni fa con gli Emirati arabi per il rientro dei latitanti. La motivazione ufficiale è "garantista": negli emirati vige ancora la pena di morte. Certo, nelle commissioni parlamentari però la voglia di accelerare le pratiche e fare pressioni sull'esecutivo non è tanta dal momento che per vie dirette o indirette molti parlamentari sono stati, in quanto avvocati, coinvolti dalle vicende di alcuni "esiliati".

Quei test missilistici falliti Ipotesi-choc: chi c'è dietro i flop di Kim (non gli Usa)

Test missilistici falliti, in Corea del Nord si fa largo la pista del sabotaggio interno



Sono 75 i test missilistici eseguiti in Corea del Nord da quando Kim è diventato presidente. Nessun Paese al mondo, nello stesso intervallo di tempo, ne ha tentati altrettanti. Di questi, 58 sono riusciti, 17 invece sono falliti, tra i quali gli ultimi due. Quello del giorno di Pasqua e quello di oggi. Sulle cause di questi fallimenti si fanno ipotesi le più diverse. Certo, la prima ipotesi è quella dell'errore di progettazione o di lancio dei vettori KN-17.

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Dopo il fallimento di Pasqua si era fatta largo l'ipotesi di un sabotaggio da parte degli Stati Uniti, eseguito con atti di cyber-war o sistemi "sconosciuti" in grado di interferire sulla traiettoria di lancio. Ma nelle ultime ore si sta facendo largo una terza possibilità: quella del sabotaggio interno, che farebbe parte di una guerra di propaganda con l'intento di mettere in difficoltà l'immagine di Kim agli occhi del suo stesso popolo quale leader "infallibile". Voci che potrebbero essere confermate da quelle su una gigantesca indagine interna promossa dallo stesso leader nordcoreano per scoprire i responsabili dei ripetuti fallimenti.

RICERCA Anche dal caffè una protezione contro il cancro della prostata?

Anche dal caffè la protezione contro il cancro della prostata?


di Laura Fusillo



Un altro componente tipico dello stile di vita italiano andrebbe ad aggiungersi alla già lunga lista di elementi che contribuiscono a fare degli italiani uno dei popoli più ‘in salute’ al mondo. Questa volta tocca al caffè. Una ricerca, condotta dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed di Pozzilli in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Irccs Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma, mostra come la popolare bevanda, se consumata più di tre volte al giorno, possa abbassare il rischio di ammalarsi di cancro della prostata. E il dato sull’azione antitumorale del caffè viene confermato anche in laboratorio. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Cancer, punta a fare chiarezza in un campo fino ad oggi ancora molto dibattuto: il ruolo del caffè in relazione al carcinoma prostatico e, specificamente, l’azione della caffeina. Alcuni studi recenti, sia inglesi che americani, avevano suggerito un effetto protettivo della popolare bevanda.

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“Negli anni recenti sono stati condotti diversi studi a livello internazionale - spiega George Pounis, ricercatore greco presso Neuromed e primo autore del lavoro - ma le evidenze scientifiche disponibili erano considerate insufficienti per trarre conclusioni, e in alcuni casi i risultati apparivano contraddittori. Il nostro scopo, così, è stato quello di ampliare le conoscenze in modo da fornire una visione più chiara”. Il lavoro scientifico parte dall’osservazione, durata in media quattro anni, di circa settemila uomini residenti in Molise e partecipanti allo studio epidemiologico Moli-sani. “Analizzando le abitudini relative al consumo di caffè - spiega Pounis - e mettendole a confronto con i casi di cancro alla prostata che si sono verificati nel corso del tempo, abbiamo potuto evidenziare una netta riduzione di rischio, il 53 per cento, in chi ne beveva più di tre tazzine al giorno”. A questo punto i ricercatori hanno cercato conferme testando l’azione di estratti di caffè su cellule tumorali prostatiche coltivate in laboratorio. Sono stati provati, in particolare, sia estratti contenenti caffeina che decaffeinati. Proprio i primi hanno mostrato la capacità di ridurre significativamente la proliferazione delle cellule cancerose e la loro capacità di metastatizzare. Un effetto che in larga parte scompare con il decaffeinato.

“Le osservazioni in laboratorio - dice Maria Benedetta Donati, responsabile del Laboratorio di medicina traslazionale - ci permettono di dire che l’effetto benefico osservato tra i settemila partecipanti è molto probabilmente dovuto proprio alla caffeina, più che alle numerose altre sostanze contenute nel caffè”. “Dobbiamo tenere presente - commenta Licia Iacoviello, capo del laboratorio di Epidemiologia Molecolare e Nutrizionale - che lo studio riguarda una popolazione del Molise, che quindi beve caffè rigorosamente preparato all’italiana, cioè con alta pressione, temperatura dell’acqua molto elevata e senza l’uso di filtri. Questo metodo, diverso da quelli seguiti in altre aree del mondo, potrebbe determinare una maggiore concentrazione di sostanze bioattive. Sarà molto interessante approfondire questo aspetto. Il caffè è parte integrante dello stile alimentare italiano, che, ricordiamolo, non è fatto solo di singoli cibi, ma anche del particolare modo di prepararli”. 

Troppi italiani affetti da ‘fegato grasso’ “Fare attenzione alla scelta della dieta”

Troppi italiani affetti da ‘fegato grasso’ “Fare attenzione alla scelta della dieta”


di Martina Bossi



Un italiano su 4 è affetto da ‘fegato grasso’, ovvero da ‘steatosi epatica non alcolica’ (Nafld), una patologia un tempo ritenuta innocua ma che è ormai noto essere un fattore predisponente alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari. “Nel corso degli ultimi millenni -spiega Antonio Craxì, presidente Sige - l’evoluzione costante della specie umana ha selezionato gli individui più capaci di accumulare grassi, premiandone la maggiore resistenza alla malnutrizione. Questo assetto genetico “’frugale’ costituiva un importante vantaggio in tempi di fame e carestie, ma si è trasformato in uno svantaggio potenzialmente letale, per le conseguenze metaboliche (diabete, malattie cardiovascolari) nel momento in cui il nostro profilo alimentare si è arricchito a dismisura di fonti caloriche e nel contempo l’attività fisica si è ridotta. Il fatto poi che si viva assai più a lungo, grazie ai progressi nel curare malattie e traumi, favorisce ulteriormente la comparsa delle malattie degenerative legate all’accumulo di grassi in molti organi e sistemi del nostro corpo”.

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Se dunque nasciamo già predisposti ad accumulare troppo, a peggiorare le cose generando una vera e propria epidemia di ‘fegato grasso’ (al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90 per cento degli obesi e nel 30-50 per cento dei diabetici) interviene un fattore potenzialmente correggibile, e cioè una dieta ricca di grassi e di calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo ‘occidentale’, che si sono troppo discostati dalle nostre radici alimentari, dal regime dietetico amico della salute per eccellenza, la dieta mediterranea. Negli ultimi anni tuttavia ci si è resi conto che questo effetto negativo delle diete piene di ‘cibo spazzatura’ non è sempre diretto, ma anche mediato da un ospite silenzioso e importantissimo per la salute, il microbiota intestinale. “Per microbiota intestinale - spiega Ludovico Abenavoli, professore associato di gastro-enterologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro - si intendono quei miliardi di batteri localizzati in particolare nel piccolo intestino, che possono raggiungere una massa di 2-3 chili”. Il microbiota facilita la digestione e l’assorbimento degli alimenti che passano dallo stomaco nell’intestino. Ma la relazione tra il microbiota e il suo ospite, cioè l’uomo, è  ‘bidirezionale’, nel senso che il tipo di alimenti che compongono la dieta abituale di un individuo è in grado di ‘modellare’ la composizione del microbiota.

Di anno in anno si vanno moltiplicando i lavori a conferma di questa osservazione, che risale ad uno studio molto importante di Carlotta De Filippo e colleghi pubblicato nel 2010 su PNAS. Questa ricerca ha valutato la flora batterica intestinale di un gruppo di bambini di Firenze, paragonandola a quella di un gruppo di bambini del Burkina Faso. I bimbi africani, che hanno una dieta a base di verdura, frutta e fibre, presentavano una maggiore variabilità nella composizione del microbiota intestinale, rispetto a quello dei bambini italiani, che seguono un regime alimentare ricco di carne, fruttosio e altri zuccheri complessi. “E oggi sappiamo - spiega Abenavoli -  che una ridotta variabilità del microbiota intestinale predispone ad una serie di patologie:  aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e quindi predispone al sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza e al diabete mellito, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica.

Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura - aggiunge Abenavoli - ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo da fast food presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, ad un aumento della permeabilità a livello dell’intestino (soprattutto del piccolo intestino), con conseguente passaggio delle tossine batteriche (soprattutto del lipopolisaccaride batterico) e di altre componenti tossiche nel circolo portale, che le veicola al fegato, dove provocano danni e facilitano l’infiammazione.

Questo microbiota dalla composizione squilibrata e dalla scarsa variabilità induce un aumento dei livelli circolanti di citochine infiammatorie, che predispongono alla formazione della placca ateromatosa e favoriscono l’aggregazione piastrinica; fattori questi che a loro volta predispongono allo sviluppo di eventi cardiovascolari nel medio-lungo termine. Avere il fegato grasso (cioè le cellule epatiche piene di trigliceridi) va dunque considerato un campanello d’allarme non tanto per oggi, quanto per gli anni futuri. Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C (che grazie alle nuove terapie e al vaccino sono destinate a ridursi nel tempo) e la cirrosi alcolica.

Ma il modo per contrastare questa epidemia di malattie epatiche e cardiovascolari dei prossimi decenni esiste. “La dieta mediterranea - aggiunge Abenavoli - è una nostra caratteristica culturale e la nostra ricchezza, anche da un punto di vista economico. Investire in dieta mediterranea significa avere un importante ritorno in salute per la società. La dieta mediterranea, bilanciata e facilmente accessibile, non determina quegli squilibri nutritivi tipici delle diete vegetariane o peggio di quella vegana, che a lungo andare possono avere importanti ripercussioni sulla salute (anemia, problemi neurologici, possibile predisposizione dei vegani all’Alzheimer). Allo stesso tempo ci consente di  ‘coltivare’ il nostro amico microbiota intestinale che è molto importante, ci accompagna per tutta la vita e ci protegge da una serie di malattie”.

Di recente si è visto che la dieta vegana può influenzare la salute di un individuo, agendo sul suo microbiota intestinale. Ma non si può certo affermare che questa sia una dieta ideale. “Dieta mediterranea o dieta vegetariana/vegana - conclude Abenavoli - hanno effetti simili per quanto riguarda il microbiota intestinale, anche se gli studi pubblicati non hanno fatto confronti diretti tra queste tre diete, ma tra dieta vegana-vegetariana o dieta mediterranea e dieta occidentale, piena di grassi e cibi da fast food.

Posto che dieta vegetariana, vegana e mediterranea hanno tutte un effetto positivo sulla composizione del microbiota intestinale, esistono tuttavia grandi differenze tra questi tre regimi alimentari per quanto riguarda il deficit di alcuni nutrienti. Una dieta mediterranea bilanciata non determina deficit nutritivi, cosa che invece è possibile osservare nei soggetti che seguono una dieta vegetariana e ancor di più in quelli a dieta vegana. Non consumare carne determina un deficit di vitamine del gruppo B e di ferro. Nei vegani stretti si possono verificare deficit di vitamine del gruppo B, D, ferro, zinco e altri micronutrienti.