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sabato 29 aprile 2017

RICERCA Anche dal caffè una protezione contro il cancro della prostata?

Anche dal caffè la protezione contro il cancro della prostata?


di Laura Fusillo



Un altro componente tipico dello stile di vita italiano andrebbe ad aggiungersi alla già lunga lista di elementi che contribuiscono a fare degli italiani uno dei popoli più ‘in salute’ al mondo. Questa volta tocca al caffè. Una ricerca, condotta dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed di Pozzilli in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Irccs Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma, mostra come la popolare bevanda, se consumata più di tre volte al giorno, possa abbassare il rischio di ammalarsi di cancro della prostata. E il dato sull’azione antitumorale del caffè viene confermato anche in laboratorio. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Cancer, punta a fare chiarezza in un campo fino ad oggi ancora molto dibattuto: il ruolo del caffè in relazione al carcinoma prostatico e, specificamente, l’azione della caffeina. Alcuni studi recenti, sia inglesi che americani, avevano suggerito un effetto protettivo della popolare bevanda.

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“Negli anni recenti sono stati condotti diversi studi a livello internazionale - spiega George Pounis, ricercatore greco presso Neuromed e primo autore del lavoro - ma le evidenze scientifiche disponibili erano considerate insufficienti per trarre conclusioni, e in alcuni casi i risultati apparivano contraddittori. Il nostro scopo, così, è stato quello di ampliare le conoscenze in modo da fornire una visione più chiara”. Il lavoro scientifico parte dall’osservazione, durata in media quattro anni, di circa settemila uomini residenti in Molise e partecipanti allo studio epidemiologico Moli-sani. “Analizzando le abitudini relative al consumo di caffè - spiega Pounis - e mettendole a confronto con i casi di cancro alla prostata che si sono verificati nel corso del tempo, abbiamo potuto evidenziare una netta riduzione di rischio, il 53 per cento, in chi ne beveva più di tre tazzine al giorno”. A questo punto i ricercatori hanno cercato conferme testando l’azione di estratti di caffè su cellule tumorali prostatiche coltivate in laboratorio. Sono stati provati, in particolare, sia estratti contenenti caffeina che decaffeinati. Proprio i primi hanno mostrato la capacità di ridurre significativamente la proliferazione delle cellule cancerose e la loro capacità di metastatizzare. Un effetto che in larga parte scompare con il decaffeinato.

“Le osservazioni in laboratorio - dice Maria Benedetta Donati, responsabile del Laboratorio di medicina traslazionale - ci permettono di dire che l’effetto benefico osservato tra i settemila partecipanti è molto probabilmente dovuto proprio alla caffeina, più che alle numerose altre sostanze contenute nel caffè”. “Dobbiamo tenere presente - commenta Licia Iacoviello, capo del laboratorio di Epidemiologia Molecolare e Nutrizionale - che lo studio riguarda una popolazione del Molise, che quindi beve caffè rigorosamente preparato all’italiana, cioè con alta pressione, temperatura dell’acqua molto elevata e senza l’uso di filtri. Questo metodo, diverso da quelli seguiti in altre aree del mondo, potrebbe determinare una maggiore concentrazione di sostanze bioattive. Sarà molto interessante approfondire questo aspetto. Il caffè è parte integrante dello stile alimentare italiano, che, ricordiamolo, non è fatto solo di singoli cibi, ma anche del particolare modo di prepararli”. 

Troppi italiani affetti da ‘fegato grasso’ “Fare attenzione alla scelta della dieta”

Troppi italiani affetti da ‘fegato grasso’ “Fare attenzione alla scelta della dieta”


di Martina Bossi



Un italiano su 4 è affetto da ‘fegato grasso’, ovvero da ‘steatosi epatica non alcolica’ (Nafld), una patologia un tempo ritenuta innocua ma che è ormai noto essere un fattore predisponente alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari. “Nel corso degli ultimi millenni -spiega Antonio Craxì, presidente Sige - l’evoluzione costante della specie umana ha selezionato gli individui più capaci di accumulare grassi, premiandone la maggiore resistenza alla malnutrizione. Questo assetto genetico “’frugale’ costituiva un importante vantaggio in tempi di fame e carestie, ma si è trasformato in uno svantaggio potenzialmente letale, per le conseguenze metaboliche (diabete, malattie cardiovascolari) nel momento in cui il nostro profilo alimentare si è arricchito a dismisura di fonti caloriche e nel contempo l’attività fisica si è ridotta. Il fatto poi che si viva assai più a lungo, grazie ai progressi nel curare malattie e traumi, favorisce ulteriormente la comparsa delle malattie degenerative legate all’accumulo di grassi in molti organi e sistemi del nostro corpo”.

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Se dunque nasciamo già predisposti ad accumulare troppo, a peggiorare le cose generando una vera e propria epidemia di ‘fegato grasso’ (al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90 per cento degli obesi e nel 30-50 per cento dei diabetici) interviene un fattore potenzialmente correggibile, e cioè una dieta ricca di grassi e di calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo ‘occidentale’, che si sono troppo discostati dalle nostre radici alimentari, dal regime dietetico amico della salute per eccellenza, la dieta mediterranea. Negli ultimi anni tuttavia ci si è resi conto che questo effetto negativo delle diete piene di ‘cibo spazzatura’ non è sempre diretto, ma anche mediato da un ospite silenzioso e importantissimo per la salute, il microbiota intestinale. “Per microbiota intestinale - spiega Ludovico Abenavoli, professore associato di gastro-enterologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro - si intendono quei miliardi di batteri localizzati in particolare nel piccolo intestino, che possono raggiungere una massa di 2-3 chili”. Il microbiota facilita la digestione e l’assorbimento degli alimenti che passano dallo stomaco nell’intestino. Ma la relazione tra il microbiota e il suo ospite, cioè l’uomo, è  ‘bidirezionale’, nel senso che il tipo di alimenti che compongono la dieta abituale di un individuo è in grado di ‘modellare’ la composizione del microbiota.

Di anno in anno si vanno moltiplicando i lavori a conferma di questa osservazione, che risale ad uno studio molto importante di Carlotta De Filippo e colleghi pubblicato nel 2010 su PNAS. Questa ricerca ha valutato la flora batterica intestinale di un gruppo di bambini di Firenze, paragonandola a quella di un gruppo di bambini del Burkina Faso. I bimbi africani, che hanno una dieta a base di verdura, frutta e fibre, presentavano una maggiore variabilità nella composizione del microbiota intestinale, rispetto a quello dei bambini italiani, che seguono un regime alimentare ricco di carne, fruttosio e altri zuccheri complessi. “E oggi sappiamo - spiega Abenavoli -  che una ridotta variabilità del microbiota intestinale predispone ad una serie di patologie:  aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e quindi predispone al sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza e al diabete mellito, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica.

Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura - aggiunge Abenavoli - ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo da fast food presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, ad un aumento della permeabilità a livello dell’intestino (soprattutto del piccolo intestino), con conseguente passaggio delle tossine batteriche (soprattutto del lipopolisaccaride batterico) e di altre componenti tossiche nel circolo portale, che le veicola al fegato, dove provocano danni e facilitano l’infiammazione.

Questo microbiota dalla composizione squilibrata e dalla scarsa variabilità induce un aumento dei livelli circolanti di citochine infiammatorie, che predispongono alla formazione della placca ateromatosa e favoriscono l’aggregazione piastrinica; fattori questi che a loro volta predispongono allo sviluppo di eventi cardiovascolari nel medio-lungo termine. Avere il fegato grasso (cioè le cellule epatiche piene di trigliceridi) va dunque considerato un campanello d’allarme non tanto per oggi, quanto per gli anni futuri. Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C (che grazie alle nuove terapie e al vaccino sono destinate a ridursi nel tempo) e la cirrosi alcolica.

Ma il modo per contrastare questa epidemia di malattie epatiche e cardiovascolari dei prossimi decenni esiste. “La dieta mediterranea - aggiunge Abenavoli - è una nostra caratteristica culturale e la nostra ricchezza, anche da un punto di vista economico. Investire in dieta mediterranea significa avere un importante ritorno in salute per la società. La dieta mediterranea, bilanciata e facilmente accessibile, non determina quegli squilibri nutritivi tipici delle diete vegetariane o peggio di quella vegana, che a lungo andare possono avere importanti ripercussioni sulla salute (anemia, problemi neurologici, possibile predisposizione dei vegani all’Alzheimer). Allo stesso tempo ci consente di  ‘coltivare’ il nostro amico microbiota intestinale che è molto importante, ci accompagna per tutta la vita e ci protegge da una serie di malattie”.

Di recente si è visto che la dieta vegana può influenzare la salute di un individuo, agendo sul suo microbiota intestinale. Ma non si può certo affermare che questa sia una dieta ideale. “Dieta mediterranea o dieta vegetariana/vegana - conclude Abenavoli - hanno effetti simili per quanto riguarda il microbiota intestinale, anche se gli studi pubblicati non hanno fatto confronti diretti tra queste tre diete, ma tra dieta vegana-vegetariana o dieta mediterranea e dieta occidentale, piena di grassi e cibi da fast food.

Posto che dieta vegetariana, vegana e mediterranea hanno tutte un effetto positivo sulla composizione del microbiota intestinale, esistono tuttavia grandi differenze tra questi tre regimi alimentari per quanto riguarda il deficit di alcuni nutrienti. Una dieta mediterranea bilanciata non determina deficit nutritivi, cosa che invece è possibile osservare nei soggetti che seguono una dieta vegetariana e ancor di più in quelli a dieta vegana. Non consumare carne determina un deficit di vitamine del gruppo B e di ferro. Nei vegani stretti si possono verificare deficit di vitamine del gruppo B, D, ferro, zinco e altri micronutrienti. 

Il ponte del 1 maggio rovinato: piogge e temperature a picco, ecco dove non andare / Guarda

Meteo, previsioni: il 1 maggio piogge e freddo al nord



Ieri sulle colline appena sopra Como e Varese, a meno di 800 metri di quota, è nevicato. La primavera, di fatto, non c'è. Dopo un mese di marzo con temperature massime ovunque ben al di sopra dei 20 gradi, aprile è fin qui stato un mezzo ritorno all'inverno, con un calo di una decina di gradi e frequenti piogge. Una perturbazione sta transitando in queste ore sulla penisola: ieri e l'altroieri ha portato al nord la quantità d'acqua che cade di solito in un mese, mentre ora è in transito sul centro-sud.

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E per il fine settimana del 1 maggio si annunciano previsioni luci e ombre: domani, sabato 29 aprile, al nord ci sarà il sole, ma con temperature comunque al di sotto della media stagionale. Bello anche al centro, mentre il sud sarà ancora interessato dalle nuvole e dalle piogge che hanno investito nelle scorse ore nord e centro della penisola. Domenica la giornata migliore, col sole che splenderà ovunque tranne che sulla Liguria e sul Piemonte occidentale, dove ci saranno nubi comunque innocue. Lunedì 1 maggio, infine, la giornata di Festa dei lavoratori sarà rovinata al nord e su parte del centro (Emilia Romagna e Toscana settentrionale) da rovesci e temporali, mentre al centro e al sud prevarranno ancora cieli assolati. Non è finita: anche nella prossima settimana è atteso tempo ancora instabile con possibilità di piogge e temporali al centro-nord.

Scandalo-doping in F1, il mistero svelato: Mercedes? Altro che "bottone magico"...

Formula 1, l'olio "dopato": scoperto il segreto della Mercedes?



Anche in Formula 1 esiste il doping: non quello dei piloti, ma delle macchine. Sotto accusa ci finisce l'olio. Il motivo è presto detto: poiché la benzina di una monoposto di F1 può contenere una limitatissima quantità di additivi mentre la formulazione del lubrificante è libera, i tecnici delle scuderie hanno studiato un meccanismo per far andare un po' d'olio con ingredienti ad hoc nella camera di scoppio, ovvero dove il carburante prende fuoco. Doping tecnologico, insomma, ad oggi perfettamente legale.

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Un buco nel regolamento che però verrà presto vietato: dopo la denuncia presentata due mesi fa dalla Red Bull, la Fia ha sottolineato che non ci sono infrazioni, ma ha varato una regola che vieterà la pratica dal 2018. Nel dettaglio, verrà introdotto l'obbligo di usare la stessa specifica di lubrificante per tutto il fine settimana di gara. Non un vero divieto, dunque: il motore continuerà a usare olio (non può essere altrimenti), ma il cavillo costringerà gli ingegneri a seguire altre strade.

Per inciso, sull'olio "dopato", in Formula 1 ora regna l'omertà. Ma il sospetto è che il tanto chiacchierato "bottone magico" della Mercedes, che in qualifica riesce notevolmente ad aumentare la potenza, altro non sia che la particolare miscela messa a punto dai tecnici. Nel paddock, ora, lo pensano tutti, o quasi. E questo anche perché, ora, la vicenda dell'olio "truccato" non è più un mistero, e il fatto che la Ferrari abbia raggiunto, o quasi, il motore tedesco sta lì a dimostrarlo: svelato il trucco, svelato l'inganno, la Formula 1 non è più soltanto "formula Mercedes".

"Un atto...": Boldrini, davvero? Bastonate a Di Maio e toga che svelano la truffa-migranti

Ong, Laura Boldrini contro Luigi Di Maio e Zuccaro: "Buttare ombre su chi salva vite atto grave e irresponsabile"



"Andare a buttare questa ombra su chi salva vite umane, senza avere evidenze, è una cosa grave ed irresponsabile". Laura Boldrini alza il tiro dello scontro istituzionale sulle Ong e il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Il caso è già finito davanti al Csm, dopo che il magistrato aveva avanzato l'ipotesi di un finanziamento per alcune delle organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo da parte dei trafficanti. Prove certe, ha spiegato Zuccaro, ma ottenute tramite le intercettazioni operate da servizi segreti stranieri e quindi non utilizzabili in un eventuale processo. Il procuratore però non ha voluto fare i nomi delle Ong sotto accusa, scatenando la reazione del governo. Dal ministro della Giustizia Andrea Orlando a quello degli Interni Marco Minniti, è stato un coro di critiche durissime contro Zuccaro. E ora si aggiunge la Boldrini, che si scaglia senza citarli sia contro il magistrato sia contro Di Maio: "Ong finanziate da trafficanti? Salvare le vite in mare è un dovere, chi non lo fa commette un reato", ha sottolineato a Un Giorno da Pecora su Radio Uno la ex portavoce dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (UNHCR), che sulla materia è parte in causa avendo costruito buona parte della sua carriera politica nella sinistra italiana sull'impegno in difesa di immigrati, rifugiati e clandestini. A fianco delle Ong, ovviamente.

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Clamoroso: valanga continua Un dramma per Renzi addio al Pd, chi altro se ne va

Pd, dopo le primarie si rischia un'altra scissione



Si sta sgretolando pezzo dopo pezzo il Pd. Dopo l'uscita di Bersani, D'Alema e Speranza, si prepara una nuova scissione: Comincerà lunedì, dopo le primarie e proseguirà nelle settimane successive se Matteo Renzi dovesse ottenre percentuali bulgare. Il primo pronto a dire addio, riporta Repubblica in un retroscena, sarebbe Gianni Cuperlo, seguito dai prodiani. E, ovviamente da Michele Emiliano.

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Giuliano Pisapia attira molti dem che sarebbero pronti a passare a Campo progressista, in primis proprio Cuperlo, in forse Piero Grasso, come Giancarlo Giordano, che potrebbe dire addio a Sinistra italiana. Prodi si è schierato, anche se non ufficialmente, con Andrea Orlando. E un prodiano come il deputato Franco Monaco ha già deciso: non uscirà subito, ma sosterrà Pisapia. L'ex sindaco di Milano mira al Professore.

I numeri delle primarie determineranno la dimensione della mini scissione. Un sondaggio che gira al Nazareno dà il segretario uscente molto sopra il 60% mentre Orlando ed Emiliano si dividerebbero il restante 35%. Risultato che scoraggerebbe gli antirenziani: "Da domenica sera il Pd diventerà ancora di più il PdR, il partito di Renzi", commenta il dalemiano Massimo Paolucci. "Che si vinca o si perda alle primarie", spiega Marco Meloni, "ci batteremo per una legge elettorale che permetta di ricostruire il centrosinistra. Altrimenti, il Pd sarà condannato a un accordo con Berlusconi". 

Alitalia sta per fallire? Per i dipendenti è una pacchia... Vergogna italiana: quanti soldi prendono e per quanto

Alitalia chiude, per i dipendenti è una pacchia


di Attilio Barbieri



Due miliardi di euro. I soldi necessari a traghettare Alitalia verso un nuovo matrimonio, ammesso di trovare qualcuno disponibile a farsi carico di un'azienda che perde ogni giorno quasi due milioni di euro. Il conto è ben più salato rispetto a quello anticipato giorni or sono dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che parlava di un prestito ponte di 300, al massimo 400 milioni di euro.

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Il conto è presto fatto. Solo i costi vivi di gestione ammontano a 217 milioni di euro. E la cassa sta per finire. Dunque i commissari che si apprestano a sbarcare a Fiumicino dovranno coprirli per almeno sei mesi, il tempo minimo della gestione commissariale. Solo questa voce pesa dunque 1,3 miliardi. Ai quali bisogna aggiungere i 700 milioni di intervento pubblico a sostegno degli ammortizzatori sociali, annunciato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Ma si tratta di una cifra approssimata per difetto. In assenza dei due miliardi di ricapitalizzazione previsti dal piano di salvataggio stoppato dal referendum fra i dipendenti, è molto probabile che gli esuberi siano ben superiori ai 980 inseriti nel preaccordo. Forse non i 9.500 di cui dice Lufthansa per prendersi sulle spalle la nostra ex compagnia di bandiera. Ma ben più di mille.

Così, alla fine, le uniche garanzie sono quelle per i dipendenti. Certo, il futuro resta cupo. E la rinazionalizzazione secca una strada poco percorribile. Ma in ogni caso i lavoratori hanno almeno quattro anni di paracadute assicurato. Per il personale in eccesso, infatti, scatteranno innanzitutto i due anni di Cassa integrazione straordinaria, all'80% della retribuzione attuale. Un pilota che percepisca ora uno stipendio di 12.000 euro al mese ne porterebbe a casa comunque 9.600.

Diverso il discorso con la Naspi, acronimo di Nuova assicurazione sociale per l'impiego, una novità del Jobs Act, destinata a sostituire nel tempo la vecchia Cassa. Nei primi tre mesi di Naspi il medesimo pilota da 12mila euro mensili, percepirebbe 9mila euro di indennità, che però scenderebbero del 3% al mese per i successivi 21 mesi. Così, alla fine del primo anno di Naspi, metterebbe in tasca 5.760 euro, poco meno della metà rispetto al suo stipendio intero. Ma la cifra scenderebbe a 3.600 euro dopo altri sei mesi. La Naspi, infatti, è concepita per invogliare il disoccupato a trovare altre opportunità, anziché starsene a casa, andare al bar o fare un lavoro in nero.

Sempre che, nel frattempo, non arrivi qualche legge su misura a rimettere le cose (le indennità) a posto. Quando si tratta di Alitalia, si sa, valgono regole del tutto speciali.