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martedì 14 febbraio 2017

Coop e chiesa, l'affarone dei profughi:  roba da miliardi. Capito che c'è dietro?

Profughi, l'affare che per Coop e chiesa vale 4 miliardi



di Tommaso Montesano



Bocciato. Neanche il tempo di leggerlo, che il decreto legge del governo sull’immigrazione si è attirato gli strali delle associazioni che gestiscono l’accoglienza dei richiedenti asilo. L’«ottica securitaria non è prioritaria» (Caritas); il «territorio chiede non sicurezza in più, ma percorsi di integrazione e valorizzazione» (fondazione Migrantes); «servono nuove norme che progettino modelli di accoglienza diffusa» (Centro Astalli). Non c’era «bisogno» di un giro di vite su migranti e sicurezza, si sfogano su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, gli enti cattolici alle prese con gli aspiranti profughi. E ieri si è levata anche la voce della comunità di Sant’Egidio. «Non si può ragionare solo in termini di sicurezza, ma ispirarsi a princìpi di umanità e puntare sull’integrazione», ha lanciato un appello al Parlamento il presidente, Marco Impagliazzo.

Un passo indietro. Venerdì scorso Marco Minniti, ministro dell’Interno, ha presentato i provvedimenti di Palazzo Chigi per cercare di invertire la rotta sull’immigrazione. In sintesi: via, e si spera in tempi più brevi, gli «irregolari» (da qui il ritorno, sotto il nome di Centri permanenti per il rimpatrio, dei vecchi Cie); e nuove regole per la gestione del sistema di accoglienza, finito spesso nel mirino di procure e Corte dei Conti per i bandi di gara per l’affidamento dei servizi. Il governo, seppur in extremis (manca un anno alla fine della legislatura), ha detto stop. E dopo essersi confrontato con l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, ha emanato le nuove regole: addìo al gestore unico dei centri (gli appalti dovranno riguardare, singolarmente, mensa, assistenza sanitaria e alloggiamento); tracciabilità dei servizi e maggiori poteri di ispezione del Viminale.

Troppo vecchie le regole attualmente in vigore, che risalivano a un decennio fa. E troppo lenti, secondo Minniti, sia l’iter per evadere le domande di chi chiede protezione internazionale (due anni), sia la procedura per espellere dall’Italia chi non ha diritto all’asilo politico. Anche perché il «sistema immigrazione» costa. E tanto. Complessivamente, ha fatto i conti Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, il business dell’accoglienza vale 3,3 miliardi euro. Che visti gli arrivi sulle nostre coste potrebbero diventare, alla fine di quest’anno, 3,8 e, addirittura, 4,2 nel prossimo futuro. E in questa torta, ha evidenziato la Banca d’Italia, la fetta più grande è composta dalle spese per i «lunghi tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza per l’adempimento delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato». Almeno un biennio.

I costi non fanno che lievitare. Tra centri di accoglienza, strutture temporanee e posti Sprar, nel 2014 la macchina del Viminale ha pesato sul bilancio pubblico per oltre 600 milioni di euro. L’anno successivo, la spesa è stata di 1,1 miliardi di euro (918,5 milioni per le strutture temporanee; 242,5 per i centri Sprar). E nel 2016, a fronte dell’aumento del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste - 181.436 - è cresciuta di un ulteriore 60% arrivando a quota 1,7 miliardi di euro. Un’impennata figlia degli immigrati inseriti nel circuito dell’accoglienza dopo lo sbarco: a ieri erano 175.217. E a gestirli sono anche le associazioni che subito dopo il varo del «pacchetto immigrazione» hanno preso le distanze dai provvedimenti.

Adesso Minniti è atteso in Parlamento. Il 22 febbraio il ministro sarà ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza. Anche nel Pd, le perplessità non mancano. Per il presidente della Commissione, Federico Gelli, le nuove fanno «effettivamente intravedere una svolta sicuritaria. Noi siamo sempre stati contrari ai Cie».

BERSANI, CRISI DI NERVI Che cosa si riduce a fare  Pd, scissione a un passo

Bersani, crisi di nervi. Cosa si riduce a fare, scissione a un passo



La minoranza del Pd guidata da Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema potrebbe disertare il congresso. Quello che hanno tanto voluto. Perché troppo presto non va bene. Lo lascia intendere Roberto Speranza. Addirittura la scissione all'interno del Pd potrebbe consumarsi sabato, in occasione della assemblea nazionale, qualora non ci fossero garanzie su più lunghi tempi congressuali.

Matteo Renzi vuole un congresso a breve ed elezioni. A giugno, massimo settembre. Questa è la sua linea e nel Partito democratico, è questa a prevalere. Speranza, rivela Repubblica, è "preoccupato". Nico Stumpo dice: "Facciamo un nuovo partito. Se pensano che ci svendiamo per due capilista, sbagliano". Gli scissionisti sono molto tentati: basta il 3 per cento per entrare alla Camera ma il passo fa paura. 

"Ricattabile dalla Russia", si dimette  Donald Trump è già nel caos / Foto

Usa, si dimette il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn: "Ricattabile dalla Russia"



Donald Trump è già un presidente nel caos: la sua amministrazione, a poco più di tre settimane dall'insediamento, perde il vertice del National Security Council, l'organo che elabora per il presidente le strategie militari e di politica estera. Si è infatti dimesso il generale Michael Flynn. Le ragioni? L'alto consigliere "è ricattabile dalla Russia".

A spingere il generale alle dimissioni, in particolare, sono stati due elementi. Il primo: una o più chiamate compromettenti nelle quali aveva discusso con l'ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, sullo stop delle sanzioni a Mosca. Nel mirino, nel dettaglio, una telefonata avvenuta quando ancora Flynn non si era insediato nel suo nuovo incarico ma vi era stato già designato: in questa posizione, le sue chiamate erano obbligatoriamente intercettate dalle agenzie di intelligence a stelle e strisce. Dunque, il secondo caso: una volta interpellato e messo alle strette dal vicepresidente Mike Pence, che chiedeva chiarimenti sui negoziati segreti tra Flynn e l'alto rappresentante di Vladimir Putin, il generale ha mentito.

In questo contesto, il Dipartimento di Giustizia diretto da Jeff Sessions ha convinto Trump che la posizione del suo consigliere strategico non era più sostenibile. Infatti secondo la presidenza, era ricattabile da parte dei russi che sanno tutto sui contenuti delle conversazioni private e possono rivelarli a piacimento. Di qui la decisione e l'annuncio: un primo durissimo colpo per Trump, che deve liberarsi di un collaboratore dei più preziosi a pochi giorni dall'inizio del mandato. Tra i candidati a sostituire Flynn, il presidente ha in mente l'ex capo della Cia generale David Petraeus.

lunedì 13 febbraio 2017

Bomba di Maria De Filippi. Aspetta la fine del Festival per distruggere Sanremo: "Vi dico la verità sulla giuria"

Sanremo 2017, Maria De Filippi: "La giuria di qualità ci deve mettere la faccia"



Il Festival di Sanremo è finito, non le polemiche. Una, in particolare, quella relativa alla giuria di qualità, perché secondo molti alcuni di questi giurati non avevano nulla a che spartire con la qualità musicale: per esempio e su tutti Greta Menchi, ma anche Giorgia Surina e Violante Placido. Ad attaccare la Giuria di qualità ci ha pensato Gigi D'Alessio: "Se avessi saputo certi nomi me ne sarei rimasto a casa", ha dichiarato. E se questo non sorprende (è stato infatti eliminato rapidissimamente), sorprende di più il fatto che una volta terminato il Festival sia proprio Maria De Filippi ad attaccare la stessa giuria: "Devono metterci la faccia", ha affermato. E ancora: "Abbiamo sempre detto che il televoto era appannaggio delle bimbeminchia, allora vediamo cosa votano i giurati di qualità che Carlo ha nominato, uno per uno, durante le serate". Maria, insomma, invoca lo stop al voto di qualità "segreto", e aggiunge: "Che mettano la faccia non solo in televisione ma dicano anche per chi hanno votato. Sono esperti? Vediamo come operano in campo musicale?". Il messaggio è arrivato, forte e chiaro.

Sanremo, è l'ora della rivoluzione Ordine partito: la Rai sposta il Festival

Sanremo, la Rai vuole un Palafestival per le prossime edizioni della kermesse



Il prossimo Festival di Sanremo potrebbe non essere più trasmesso dal mitico teatro Ariston. Gli emissari della Rai incaricati di rinnovare la convenzione con il Comune ligure per le prossime edizioni hanno rilanciato quello che in città è noto ormai come un tormentone: il PalaFestival. Da anni, racconta il Secolo XIX, viale Mazzini lamenta l'inadeguatezza del teatro Ariston per le esigenze televisive. Quarant'anni fa il Festival aveva abbandonato il salone del Casinò per passare all'Ariston, con una breve parentesi al mercato dei fiori di Valle Armea. Le ultime tre edizioni sono state un enorme successo riconosciuto dalla stessa giunta comunale, che adesso ha tutto l'interesse di rinnovare la convenzione assecondando gli eventuali capricci della Rai.

E uno di questi capricci potrebbe essere spostare il Festival in una nuova struttura, la cui collocazione sarebbe ancora tutta da definire. Non ne sarebbero felicissimi ristoratori e albergatori, che ancora ricordano le ferite sulla loro pelle dell'esperimento al mercato dei fiori. Come ricorda però il quotidiano ligure, negli ultimi mesi si è riacceso il dibattito locale sulla riorganizzazione del zona del porto vecchio, magari con un finanziamento misto tra pubblico e privato.

Patata bollente, tanti saluti Boldrini La Palombelli con Feltri: cosa dice

Patata bollente, Palombelli sta con Feltri e Libero: tanti saluti a Laura Boldrini



Non si è mai accodata al luogocomunismo, Barbara Palombelli. E anche su un tema delicato come la "patata bollente" la conduttrice di Forum e moglie di Francesco Rutelli va controcorrente, schierandosi con Vittorio Feltri e Libero. Su Facebook, pur non nascondendo qualche perplessità, scrive: "Per me Vittorio Feltri è un grande, anche quando esagera un pochino!". Con tanti saluti a Laura Boldrini, a Beppe Grillo, alle donne e agli uomini scandalizzati per il presunto "sessismo" del titolo del nostro quotidiano su Virginia Raggi. Un po' più di ironia, un po' meno moralismo. 

Dopo la patata la Raggi perde la brocca: la frase pazzesca con cui si auto-umilia

Berdini la copre di fango e la Raggi anzichè cacciarlo: "Pensi a lavorare di più"



Virginia Raggi ha una capacità che nessuno può disconoscerle. Ogni volta che apre bocca riesce a darsi la zappa sui piedi. Qualche giorno fa, richiesta di commentare le dichiarazioni del suo assessore all'urbanistica che la definiva "inadeguata" e "impreparata", la sindaca di Roma rispose che "Berdini ha detto quelle cose ma non le pensa".

Poi, di Berdini, è stato reso pubblico un secondo audio nel quale diceva a un cronista che "Raggi e Romeo erano amanti". Ora, uno che parla in questi termini con un giornalista del suo sindaco andrebbe dal sindaco suddetto cacciato a badilate fuori dalla giunta. Sempre ammettendo la buona fede del sindaco, ovviamente. E, invece, oggi, Virginia Raggi che fa? Invita il suo assessore a parlare meno e a lavorare di più: "Continuo a leggere interviste e  dichiarazioni. Sinceramente non so dove trovi il tempo, c’è da  lavorare e c’è da lavorare tanto. Noi lavoriamo anche fino a notte  fonda. Lui sa bene che ci sono dei dossier da portare avanti e per senso di responsabilità nei confronti di Roma e dei cittadini dovrebbe farlo".

Quindi, a completare l'effetto comico, aggiunge: "Vi dico, la pazienza delle persone ha un limite". Oggi, comunque, in Campidoglio è previsto un vertice di maggioranza nel corso del quale si dovrebbe discutere proprio del caso dell’assessore Berdini.