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lunedì 18 aprile 2016

CUPE PREVISIONI Viene giù tutto, ciao pensioni L'anno: quando spariranno

Nel 2030 troppi pensionati: assegni a rischio



Nel 2030 il sistema pensionistico italiano potrebbe implodere. Il 2030 non è una data a caso: è l' anno in cui andranno in pensione i figli del baby boom del biennio 1964-65, quando l' Italia nel pieno miracolo economico partorì oltre un milione di bambini. Quei bambini, al compimento dei 66-67 anni, busseranno alla porta dell' Inps. Un picco di richieste che si tradurrà in uno choc, soprattutto se la crescita economica rimarrà modesta. Il periodo più critico arriva fino al 2035. Poi, se le casse dell' Inps reggeranno, anno dopo anno la situazione dovrebbe migliorare per stabilizzarsi tra il 2048 e il 2060. All' Inps,come riporta il quotidiano La Stampa, ammettono che "qualche problema potrebbe esserci fino al 2032, quando il sistema sarà tutto contributivo".

Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all' Università Bicocca di Milano, Ha appena rielaborato i dati Istat in uno scenario che svela un processo di invecchiamento inarrestabile: "Il rapporto tra la popolazione attiva (20-65 anni) e i pensionati raddoppierà nel giro di una generazione. La percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37% di oggi al 65% nel 2040. Questo significa: il doppio del carico previdenziale. A parità di condizioni, in pratica, servirebbe raddoppiare la produttività. I 16 milioni di pensionati di oggi aumenteranno fino a 20 milioni, in meno di 25 anni. "Tra i nuovi pensionati e chi muore, cioè tra chi entra e chi esce dal sistema previdenziale, c' è uno sbilancio che oggi è nell' ordine delle 150 mila unità. Nel 2030 salirà a 300 mila e resterà tale fino a circa il 2038". Non resta che tenere le dita incrociate.

"Siete solo ipocriti, falsi e ladri" Renzi vince e sfotte: ecco chi

Renzi vince il referendum e parte all'attacco degli sconfitti: "Ipocriti, falsi e rubasoldi"



Qualche minuto appena e poi, dopo aver appreso i dati sull'affluenza alle urne per il referendum sulle trivelle, Matteo Renzi è apparso in diretta tv. Lui, che aveva liquidato la consultazione come "una bufala" senza rilievo politico, è passato all'incasso e i primi passaggi del suo intervento sono stati incendiari. Dopo ave invitato gli italiani che lavorano a brindare per la difesa compita di 11mila posti di lavoro (quelli connessi alle trivelle), il presidente del Consiglio è partito lancia in resta contro le Regioni, vere promotrici del referendum definendo i loro presidenti (il pugliese Emiliano, suo concorrente per la leadership nel Pd in primis) "Ipocriti", "falsi", "spreca soldi". "Si riempiono la bocca di mare pulito e poi sono i primi ad avere poca cura dei loro mari perchè non fanni i depuratori". E sul costo del referendum ha parlato di "300 milioni di euro buttati l vento: 300 milioni coi quali si sarebbero porute acquistare 350 carrozze per nuovi treni, per il trasporto pulito".

domenica 17 aprile 2016

ADESSO È TERRORE PURO Renzi a casa? Occhio ai dati: l'affluenza al referendum

ADESSO È TERRORE PURO Renzi a casa? Occhio ai dati: l'affluenza al referendum




Arriva il primo dato sull'affluenza al referendum sulle trivelle. Secondo i dati diffusi dal ministero dell'Interno, intorno alle 12 si è recato alle urne circa l'8% (il dato è relativo a 5.617 comuni su 8mila totali). Nel dettaglio, è la Basilicata la regione in cui si sta verificando l'affluenza più alta, con oltre l'11 per cento; segue la Puglia al 10 per cento. Al Nord spicca il Veneto, tra i nove enti promotori della consultazione, con affluenza al 9,90 per cento. Le regioni che votano di meno, invece, sono Sicilia e Calabria, con affluenza sotto al 6 per cento.

Il dato sull'affluenza preoccupa Matteo Renzi: l'8%, infatti, non è un dato basso (si consideri che ai referendum del 2011 si parlò di "affluenza-boom" perché alle 12 del primo giorno si recò alle urne l'11% degli aventi diritto). Nonostante tutte le voci che affermavano il contrario, il raggiungimento del quorum ora è possibile. Come detto, una pessima notizia per il governo: de facto, più che sulle trivelle, questo è un referendum sul governo Renzi (e, in caso di raggiungimento del quorum, è piuttosto scontata la vittoria dei "sì", ovvero un "no" alle trivelle e all'esecutivo). Resta però l'incertezza, perché a questo referendum si può votare soltanto oggi, domenica 17 aprile.

RENZI, MOSSA DISPERATA Cambia la legge all'ultimo: obiettivo, non andare a casa

La mossa disperata di Renzi: all'ultimo secondo cambia la legge (per non andare a casa)


di Elisa Caleffi


Anche in queste ore, tra gli ultimi appelli contro e pro trivelle, Matteo Renzi ha in mente solo una scadenza: il referendum costituzionale in autunno. Tutto il resto, il quesito su cui si vota oggi e persino le elezioni amministrative, li vede come passaggi più o meno complicati, ma gestibili. Per quanto riguarda il referendum di oggi, a Palazzo Chigi sono convinti che il quorum non sarà raggiunto. La partita, si dice, si giocherà sulla percentuale della partecipazione. I fautori del “sì” hanno posto l’asticella sul 40%. Se si raggiungerà, diranno che è un successo. «Dieci punti in meno del quorum», si nota tra i fedelissimi del premier. Ma tant’è. Più l’affluenza si avvicinerà al 40%, più benzina avranno gli avversari del governo, più si avvicinerà al 30%, meno ne avranno. In ogni caso, l’eventualità che il referendum sia valido è ritenuta remota.

Per quanto riguarda le Amministrative, negli ultimi giorni c’è grande preoccupazione, tra i colloboratori del premier, per Milano: la forbice tra Beppe Sala e Stefano Parisi diminuisce ogni giorno, ieri un sondaggio di Nando Pagnoncelli fissava la distanza a poco più di un punto (38,1% contro 37,1%). Ma la corsa è ancora lunga. E comunque, si dice, se si arriva al ballottaggio, poi è un’altra partita.

Resta la sfida delle sfide: il referendum costituzionale. Il punto è che Renzi deve arrivarci bene, non con l’acqua alla gola di una ripresa anemica e di inchieste vaganti. Per questo ha immaginato due step. Fondati su una regola aurea: gli elettori votano con il portafoglio. La parola d’ordine è valorizzare l’azione del governo nel tagliare le tasse. Il primo passaggio, come ha anticipato ieri al Qn, sarà celebrare il 16 giugno l’abolizione della tassa sulla prima casa: «Il 16 giugno in mille piazze d’Italia il Pd organizzerà la Festa dell’Imu», ha detto. Idea che ricorda il No Tax Day berlusconiano, lanciato nel novembre 2014. Ma Renzi non se ne cura, anzi. Ha sempre teorizzato che per vincere bisogna andare oltre il recinto della sinistra. E questo è tanto più vero in una consultazione come il referendum costituzionale, dove contro di lui si coalizzerà un fronte molto ampio.

Certo, si ammette tra i suoi, non è casuale il fatto che il 16 giugno sia tre giorni prima dei ballottaggi. Se ora Renzi si tiene alla larga dalle Amministrative, è probabile che dopo il primo turno dia una mano ai candidati del Pd impegnati nel secondo turno. Soprattutto a Roma o a Milano. «A quel punto l’alternativa sarà Renzi contro Grillo o Renzi contro Berlusconi», si dice tra i suoi. La festa dell’Imu, però, è solo una trovata comunicativa. La “ciccia” sarà un provvedimento fiscale che riguardi le famiglie. Sulla falsariga degli 80 euro, che non a caso vennero annunciati poco prima delle elezioni europee. Quelle nelle quali il Pd raggiunse il record del 40%. Anche di questo ha parlato ieri al Qn, dopo averne accennato nell’ultima e-news: «Pensavamo di intervenire sull’Ires nel 2017 e sulle famiglie nel 2018, ma tutti, anche gli imprenditori, mi dicono che è urgente mettere più soldi nelle mani delle famiglie». Il cronoprogramma prevedeva nel 2016 la cancellazione della Tasi e dell’Imu agricola, nel 2017 il taglio dell’Ires (dal 27,5% al 24%), nel 2018 un intervento sull’Irpef.

L’idea è di anticipare all’anno prossimo, quindi inserendolo nella legge di stabilità che si voterà alla fine di quest’anno, una misura che incida sul reddito delle famiglie. Si stanno studiando varie ipotesi. Una è di anticipare l’intervento sulle aliquote Irpef, quello previsto per il 2018. Un’altra è di lavorare sulle detrazioni fisacli e sugli assegni familiari, quindi sulla parte imponibile del reddito. Questa via ha il vantaggio che potrebbe essere anticipata rispetto alla legge di stabilità. Si potrebbe sfruttare, si dice, il lavoro che si sta facendo nella delega fiscale e in quella contro la povertà sul riordino delle tax expenditures, ossia la montagna di detrazioni fiscali arrivate a 799 per oltre 300 miliardi. Renzi vuole annunciare questa misura già a giugno. Per inserirla, successivamente, in un decreto o nella legge di stabilità. Del resto, che sia questa la ricetta, lo dicono ormai tutti. «Se si vuole stimolare la domanda e i consumi», spiegano i suoi collaboratori, «bisogna mettere soldi nelle tasche degli italiani, ce lo chiedono anche gli imprenditori». Con quale formula è un affare che dovranno definire Nannicini e i tecnici del Mef.

OPERAZIONE COMPIUTA Cav, il sorpasso ora è realtà: il sondaggio che cambia tutto

Cav, operazione sorpasso compiuta. Il sondaggio cambia tutto: le cifre



Milano è sempre Milano. È lì che si respira prima l'aria che tirerà in futuro nel Paese. Per questo, guardando i risultati del sondaggio Ipsos realizzato tra il 9 e il 13 aprile sulle elezioni per il sindaco del capoluogo lombardo, Matteo Renzi dovrebbe toccare qualcosa di più del classico ferro. Perché il margine di vantaggio del suo candidato, l'ex numero uno di Expo Giuseppe Sala, si è ridotto ai minimi termini: Ipsos lo dà al 38,8% contro il 37,1% del suo avversario di centrodestra Stefano Parisi. Il 5 Stelle Gianluca Corrado segue col 16,5% davanti al veterano Basilio Rizzo col 3,5%.

Se poi si guarda al voto di lista, si scopre che il sorpasso del centrodestra c'è già stato: i partiti che sostengono Parisi messi insieme (Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, Milano Popolare e Lista Parisi) arrivano al 36,5% delle preferenze, contro il 35,9% di quelli che sostengono Sala: Pd, Lista Sala, Sinistra per Milano e Italia dei valori.

Un altro indice a favore di Parisi è quello delle risposte alla domanda se il nuovo sindaco dovrà proseguire o meno nella direzione e nel lavoro di Giuliano Pisapia: a gennaio il 39% degli intervistati da Ipsos rispondeva che bisognava proseguire nel solco del sindaco uscente, mentre oggi quella percentuale è scesa al 32%. Il 57%, invece, ritiene che si debbano cambiare sostanzialmente contenuti e modo del governare.

Le cattive notizie per il centrodestra, però, arrivano dal ballottaggio: ad oggi, sempre secondo la rilevazione in esame, si imporrebbe Sala con il 52% (contro il 48% di Parisi). Va però detto che lo svantaggio è assolutamente colmabile: all'inizio della campagna elettorale, infatti, il candidato del Pd veniva dato come vincente sicuro. Ma l'aria, appunto, è cambiata.

Truffati dalle banche e pure umiliati A chi regala 800 mln il governo Renzi

Truffati dalle banche e pure umiliati: il governo dà agli istituti 800 milioni


di Franco Bechis
@FrancoBechis


È l’ultima beffa che il governo ha preparato per i risparmiatori truffati di Banca Etruria, Banca delle Marche, e Casse di risparmio di Ferrara e di Chieti. All’inizio della prossima settimana arriverà in consiglio dei ministri un nuovo decreto, che in teoria avrebbe dovuto regolare i rimborsi a chi ha perso tutto il 22 novembre scorso, ma che nella sua vera sostanza farà un nuovo incredibile regalo al sistema bancario. Perché la ciccia più corposa contenuta nelle bozze che circolano in queste ore, e anticipata dallo stesso viceministro dell’Economia Enrico Zanetti, sarà un regalo non da poco che il governo fa al sistema bancario. Il decreto infatti sanerà una dimenticanza provvidenziale della Banca d’Italia (che in questa vicenda ha inanellato una sfilza di errori che non onorano certo l’antica competenza e prestigio maturati nei decenni), e stabilirà di trasferire in capo alle nuove banche circa 800 milioni di euro di crediti di imposta che sono restati in pancia alla bad bank creata il 22 novembre dello scorso anno con i decreti di risoluzione.

Da dove derivano quegli 800 milioni? Lo diciamo in parole povere: le banche avevano pagato negli anni tasse anticipate sulla loro attività, fra cui c’era anche la concessione di prestiti alla clientela e l’emissione di strumenti finanziari come le obbligazioni ordinarie e subordinate. Il 22 novembre con i decreti di risoluzione è stata decisa una clamorosa svalutazione dei crediti derivanti da quelle attività condizionata da una operazione fatta pochi giorni prima da Banca Etruria, che aveva venduto (quasi regalato) a Fonspa al 14,7% del loro valore circa 300 milioni di propri Npl (non performing loans, crediti in sofferenza). Grazie alla solerzia degli uomini di Bankitalia che stavano lavorando ai decreti di risoluzione, quella operazione è stata comunicata alla Commissione europea come «operazione di mercato», e come tale è stata presa a riferimento dalla Ue per dare il proprio ok alle svalutazioni che sarebbero state fatte per le 4 banche il 22 novembre successivo.

Un falso clamoroso, perché sul mercato solo la vendita di Etruria a Fonspa è arrivata a cifre così basse (oggi la media di cessioni di Npl oscilla qualche punto sopra il 30% del valore dei crediti), e l’affare l’ha fatto il compratore, perché ha potuto scegliere i 300 milioni in un pacchetto di sofferenze assai più ampio. Una volta svalutate in modo così selvaggio (che il governo invece definisce benignamente «molto prudenziale») le sofferenze, le vecchie banche hanno guadagnato il diritto a vedersi rimborsare sotto forma di crediti di imposta quelle tasse già pagate su attività il cui valore si era ridotto così sensibilmente. Almeno 160 milioni di euro di quegli 800 milioni però sono crediti di imposta nati sull’azzeramento da 750 milioni a zero delle obbligazioni subordinate. Nascono quindi dalla ormai certa truffa ai piccoli risparmiatori. Invece di essere accantonati per trovare soluzioni ulteriori per il loro rimborso, vengono allegramente regalati alle nuove banche per «renderle più appetibili», come dice il Tesoro, ai compratori. Sono soldi dei risparmiatori, e vengono dati alle banche: vengono truffati una seconda volta.

Per addolcire questo sonoro schiaffo dato a gente ormai stremata da truffe e vuote promesse fatte dall’esecutivo in questi mesi, nel nuovo decreto è stato inserito quello che nella pratica è poco più di un contentino. Il viceministro Zanetti spiega a Libero che è stato accettato lo spirito di un vecchio emendamento di Scelta civica, facendo venire meno il tetto massimo di 100 milioni previsto dalla legge di stabilità per i rimborsi ai truffati. Zanetti aggiunge che dopo tanto tempo perduto in trattative con Ue e sistema bancario italiano, nel decreto saranno previsti automatismi di rimborso.

Nell’ultima bozza entrambe queste anticipazioni trovano posto: non c’è più il tetto massimo di spesa a 100 milioni di euro, ed è stato previsto un meccanismo automatico per sbloccare i risarcimenti. Ma varrà solo per chi aveva dossier titoli inferiori ai 50 mila euro complessivi per nucleo familiare e in possesso di un Isee assai basso. Traduce in pratica Alvise Aguti, consulente della Associazione vittime del salva-banche: «Se i parametri sono questi, di fatto i rimborsi automatici riguarderanno pochissimi risparmiatori, escludendo di fatto tutti quelli che hanno casa di proprietà». Per tutti gli altri (se è così, oltre il 90% dei risparmiatori) si andrà invece ai previsti e lunghissimi arbitrati. Risultato: alle banche subito un nuovo regalo, ai risparmiatori ora una mancetta ai più bisognosi e poi chissà...

sabato 16 aprile 2016

Intervista - L'ultimatum della Meloni al Cavaliere "Vuoi salvare l'alleanza? Fai così..."

L'ultimatum della Meloni al Cavaliere: "Vuoi salvare l'alleanza? Fai così..."


intervista a cura di Paolo Emilio Russo



Per parlarle bisogna letteralmente strappare Giorgia Meloni dalle grinfie del macellaio del mercato di San Basilio, il trentesimo quartiere della Capitale, periferia estrema, dove la candidata sindaco si è spinta a bordo della sua Mini per «ascoltare le persone».

Che le dicono queste persone, i romani che sta incontrando?

«Vogliono che restiamo uniti e che andiamo a vincere queste elezioni, qui e altrove».

Beh, con tre candidati di centrodestra serve un miracolo, non crede?

«Basta anche meno. Ho ancora fiducia che ci sarà una ricomposizione, anzi, ne approfitto per lanciare un nuovo appello. Siamo in tempo».

Antonio Tajani ha smentito il ritiro di Guido Bertolaso, candidato di Fi. 

«Non mi intrometto in questioni che non riguardano il mio partito. So per certo una cosa: moltissimi elettori di centrodestra, se non dovessero cambiare le cose, sceglieranno di esprimere un voto utile e voteranno ugualmente per me. Lo faranno anche gli elettori di Forza Italia».

Lei pensa di arrivarci al ballottaggio, sostenuta “solo” dal suo partito, dalla Lega, dai Liberali e da alcune liste civiche?

«L’alternativa è assistere ad un ballottaggio tra due sinistre: quella del Pd e quella del M5s. È uno scenario che non vedremo perchè io andrò al ballottaggio e i sondaggi dicono che ce la posso fare».

Se la sostenesse anche Berlusconi la corsa per il Campidoglio sarebbe quasi una passeggiata... 

«Già. E sarebbe la cosa più normale, visto che così manderemmo a casa questo governo, conquisteremmo la Capitale, continueremmo quel percorso iniziato alla manifestazione di Bologna. Da quel dì siamo sempre saliti nei sondaggi, abbiamo riaperto il bipolarismo...».

Gliel’ha detto al Cavaliere, quando vi siete visti? 

«Gli ho sempre detto la stessa cosa: non mi sono candidata contro nessuno, ma voglio provare a vincere a Roma. Sono quella che ha le maggiori chance di farcela. Dobbiamo mandare a casa questo governo servo delle lobby, non ultima quella dei petrolieri contro la quale voteremo domenica».

Si parla di un accordo tra Fi e il “civico” Alfio Marchini alle sue spalle.

«Sarebbe una scelta innaturale, non penso che gli elettori amerebbero la prevalenza della tattica sulla politica».

Avrebbe qualche conseguenza questa scelta?

«Beh, io sono segretario di un partito della coalizione, sono stata ministro del governo di centrodestra, mi sono candidata in prima persona, pare che abbia un buon seguito... Se non mi sostengono è difficile parlare di coalizione. Fdi continuerà a stare coi candidati sindaci che ci convincono come Stefano Parisi a Milano, ma niente è più scontato. Non accetto che veniamo considerati figli di un dio minore».

Cosa chiede a Fi, scusi?

«Reciprocità. Noi sosteniamo i candidati “degli altri”, ma non abbiamo neanche un candidato nostro. Alle ultime elezioni non hanno sostenuto nemmeno Guido Crosetto in Piemonte, che era l’uomo giusto».

I sondaggi a livello nazionale dicono che il centrodestra unito sarebbe davanti a tutti.

«Già. Come un tempo. E invece così rischiamo l’irrilevanza».

Lei aspetta una figlia, ha un suo partito, la situazione non si sblocca. Sinceramente non ha mai pensato di fare un passo indietro?

«Mai, nè i sondaggi o gli incontri che ho fatto in questi giorni mi hanno scoraggiato. Lo farei solo se ci fosse un candidato più forte, ma non c’è. Il 21 aprirò ufficialmente la campagna elettorale alla Terrazza del Pincio».

Ci saranno Salvini e Berlusconi?

«Uno sicuramente sì, l’altro non si sa mai...».