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venerdì 24 aprile 2015

Re Giorgio, Cossutta & C. Comunisti con due pensioni

I 1.800 politici e sindacalisti con la doppia pensione a sbafo





Una bella pensioncina (e neanche tanto "ina") senza mai aver versato il becco di un quattrino in contributi. Non accade nel Paese di bengodi, ma in Italia (per alcuni sono sinonimi). A raccontare la vicenda è il quotidiano Italia Oggi, secondo il quale ci sono migliaia di politici e sindacalisti (la maggior parte di sinistra) che dodono del doppio assegno. A permetterglielo, scrive il quotidiano economico, è la legge Mosca, che, approvata nel 1974, ha permesso lo sbarco a circa 40 mila personaggi, compresi nomi di peso come l' ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di entrare nel paradiso delle pensioni Inps ottenute senza avere mai versato una lira di contributi.

Una sorta di variazione della legge ha consentito a uno stuolo di politic, aggiungendo alla pensione da parlamentare o da sindaacalista anche quella da giornalista, i cui contributi però sono stati pagati dall' Inpgi, l' ente di previdenza dei giornalisti, cioè dai giornalisti in servizio. Lo stesso principio di rivalutazione è stato applicato anche ai non parlamentari che abbiano lavorato in nero o senza contratto o con contratto improprio in giornali politici, sindacali ecc. Accorgimento costato alle casse della previdenza dei giornalisti (Inpgi) quattrocento miliardi di lire.

Scrive Italia Oggi che la leggina fu presentata per sanare la situazione di qualche centinaio di persone, che nel dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè senza che a loro nome fossero stati versati all' Inps i contributi dovuti. Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività. Tra i beneficiari della legge Mosca, molti nomi della politica e del sindacato che furono: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D' Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano del Turco. In base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale di doppio contributo - in vista di una pensione moltiplicata per lo stesso fattore - sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo alla Cgil.

Blitz contro una rete di Al Qaeda in Italia Preparavano attentati: diciotto arresti

Terrorismo, blitz contro rete di Al Qaeda in Italia: 18 arresti





Diciotto persone sono state arrestate nell'ambito dell'inchiesta che ha portato la Polizia a smantellare un network terroristico affiliato ad Al Qaeda con base in Sardegna. Alcuni degli indagati sono responsabili di numerosi e sanguinari atti di terrorismo e sabotaggio in Pakistan, compresa la strage nel mercato cittadino Meena Bazar a Peshawar il 28 ottobre del 2009, dove un'esplosione uccise più di cento persone. Ad accertarlo sono stati gli investigatori del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di prevenzione e della Digos di Sassari. Fra i fondamentalisti fermati ci sarebbero anche due fiancheggiatori di Osama Bin Laden.

Le ordinanze di custodia cautelare sono a carico di appartenenti a "un'organizzazione dedita ad attività criminali transazionali, che si ispirava ad Al Qaeda e alle altre formazioni di matrice radicale sposando la lotta armata contro l'Occidente e il progetto di insurrezione contro l'attuale governo in Pakistan". La strategia degli atti terroristici compiuti - spiegano gli investigatori - era quella di "intimidire la popolazione locale e di costringere il governo pachistano a rinunciare al contrasto alle milizie talebane e al sostegno delle forze militari americane in Afghanistan". Di più. Dalle prime informazione pare che i terroristi avessero preparato un attentato contro il Vaticano, quando c'era Ratzinger, e che avessero progettato altri attacchi in Italia.

La telefonata di Silvio a Bush: "Aiutami a rifare Forza Italia"

Berlusconi: per rifare Forza Italia chiamo Bush





Silvio Berlusconi vuol fare l’americano.  Ieri, durante la riunione con i suoi deputati, il Cav ha promesso che  Forza Italia diventerà il partito dei moderati sul modello di quello  repubblicano a stelle e strisce. E avrebbe annunciato che si avvarrà  della consulenza di un big del partito dell’elefante, l’ex presidente  degli Stati Uniti, George Bush junior, con cui ha sempre avuto un  feeling particolare quando era a palazzo Chigi, a partire dal 2001. Ascolterò i consigli del mio amico Bush, avrebbe detto il leader  azzurro, che imposterà la campagna elettorale per le regionali sempre  in stile Usa, rilanciando l’attività di fund raising. In tempo di  crisi e di tagli al finanziamento pubblico, infatti, Berlusconi  avrebbe ribadito la necessità di evitare sprechi, invitando i suoi  parlamentari a darsi da fare per rimpinguare le casse del partito  tramite la raccolta di fondi. L’ex premier avrebbe promesso una serie  di iniziative per spiegare a deputati e senatori come trovare risorse.

Spese mediche e lavori in casa detrazioni tagliate: ecco di quanto

Spese mediche e ristrutturazioni casa: detrazioni tagliate: ecco di quanto





L'annuncio verrà dato nei prossimi giorni. E' di quelli che non fanno piacere agli italiani, anzi danno un'altra mazzata alle tasche già svuotate. Renzi, per far cassa (circa quattro miliardi in un biennio) taglierà le detrazioni fiscali per chi ha un reddito superiore a 75mila euro lordi l'anno. In pratica chi guadagna più di 3500 euro netti al mese non avrà più alcun beneficio tributario, per tutte le spese mediche, di qualsiasi tipo (incluso le "malattie catastrofiche". Non solo le spese mediche, sotto la scure di Matteo Renzi sono finite anche le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni delle case che calano dal 36% al 20%. 

giovedì 23 aprile 2015

“Il giornalismo è ancora il mestiere più appassionante del mondo”

Alla firma del “Buongiorno” il prestigioso premio fondato da Montanelli, Biagi e Bocca “Oggi l’attenzione è sbriciolata, i quotidiani non sono più vangelo. Ma c’è bisogno di voci autorevoli”

a cura di Beniamino Pagliaro 


Mario Calabresi e Massimo Gramellini sono il direttore e il vice direttore del quotidiano «La Stampa». In questo dialogo affettuoso ricordano i loro inizi


È iniziato tutto dal Toro, e da un mal di denti, e oggi Massimo Gramellini riceve il premio è Giornalismo. Un dialogo con il direttore della Stampa, Mario Calabresi, intreccia inizi di carriera e grandi attese in cerca della notizia, fino ai consigli a chi comincia oggi un mestiere cambiato e «totalizzante». Gramellini non conosceva nessuno «nel mondo dei giornali». «Un’estate fui costretto a restare a Torino in agosto per un mal di denti - racconta Gramellini -, andai a vedere una partita del Toro con Alberto Pastorella, che scriveva per il Corriere dello Sport. Arrivato a casa scrissi degli appunti, e glieli diedi, per gioco. Lui li fece leggere al caporedattore, Enzo D’Orsi, il quale commentò: “Questo qui o è un genio o è un cretino”. Poi aggiunse: “Una cosa non esclude l’altra”». 

Gramellini aveva 25 anni e si stava per laureare in giurisprudenza. Un mese dopo fu chiamato al giornale. «D’Orsi mi accolse con un discorso memorabile: “Tu sarai un collaboratore esterno, i pezzi li scrivi a casa e ce li dai attraverso lo zerbino. Non puoi superare la porta della redazione. Le notizie sono pagate mille lire, i pezzi cinquemila. Non hai nessuna possibilità di avere un aumento. Non hai nessuna possibilità di diventare collaboratore fisso”».  

«Quello di essere assunti è un periodo ipotetico dell’irrealtà. E anche nel caso disperato in cui un giorno tu diventassi giornalista, sappi che questo è un mestiere di merda. Allora che fai, accetti?”. Io dissi di sì».  

Calabresi: Il più grande motore della mia passione giornalistica è stato proprio leggere i giornali, affezionarmi alle firme, fare ritagli. Già al liceo ero pieno di ritagli. Mi piacevano le storie americane di Furio Colombo, di Vittorio Zucconi, i primi racconti che faceva Gianni Riotta, le storie di cronaca. Uno degli incontri più stupefacenti è stato quello con Indro Montanelli. Ricordo una sua frase che misi anche nel primo editoriale quando diventai direttore de La Stampa: «I giornalisti sono al servizio dei giornali, e i giornali sono al servizio dei lettori. Chi pensa il contrario farebbe bene a cambiare mestiere». 

Gramellini: Tu avevi i ritagli, io avevo la libreria di mio papà. La parte centrale era coperta da un vetro, con i libri che non dovevano prendere polvere: l’intera storia d’Italia di Montanelli, l’intera geografia di Biagi, e tutti i libri di Bocca sull’Italia e sul terrorismo: i tre fondatori del premio è Giornalismo. Per me erano i tre miti, a cui aggiungerei un quarto, Gianni Brera con la Storia critica del calcio italiano. Il momento della consacrazione professionale fu nel 2000: avevo cominciato il Buongiorno da un anno, e mi cercò Montanelli. Mi fece i complimenti: «Vedi, quelli come noi non devono fare gli editoriali, per cui serve il panno curiale. Quelli come noi devono fare i corsivi, gli elzeviri». Di questa frase quel che mi colpì era ovviamente quel «quelli come noi». Mi aveva messo nel suo stesso gruppo! 

Calabresi: Beh, quel giorno sei cresciuto di venti centimetri! Oggi guardiamo a Biagi, Bocca e Montanelli e ci rendiamo conto che il giornalismo tradizionale ha un impatto sulla società inferiore a un tempo. Ma la caratteristica del nostro tempo è che l’attenzione è sbriciolata, non ci sono più i quotidiani come cattedrali che ogni giorno distribuiscono il loro vangelo. Oggi ci sono mille rivoli che portano informazione. Ed è anche finito un modo di essere giornalisti che io ho soltanto intravisto. Un maestro, anche in maniera scherzosa, è stato Gian Antonio Stella. Quando ero un giornalista dell’Ansa imparai subito che c’era poca letteratura, ma molta praticità, asciuttezza e velocità. Stella mi dava il tormento: bisognava svegliarsi presto la mattina, aver letto tutti i giornali, essere i primi ad arrivare in Parlamento. Per un lungo periodo mi telefonava alle sette per vedere se fossi sveglio. 

Gramellini: Anche oggi, nonostante tutte le rivoluzioni digitali, vai a cercare la voce di un testimone autorevole, affidabile. Anch’io da lettore continuo a guardare le firme, sono un punto di riferimento, una certezza. Il vero valore aggiunto di un giornale è nelle firme, quelli che lo pensano e lo scrivono. 

La comparsa dell’«io»  
Gramellini: Negli ultimi anni è anche crollato un grande tabù: quello di non usare mai l’«io». Una volta era vietato. Un esempio emblematico del cambiamento è stato Terzani: dopo una vita da inviato, fa un libro sulla propria malattia, tutto in prima persona. Un esempio ancora più eclatante è Gomorra: Saviano non racconta niente di inedito, le cose che ha detto erano anche in libri già usciti, però non li aveva letti nessuno. Così il giornalista diventa l’io in cui il pubblico si identifica. 

Calabresi: Il rapporto con il lettore è cambiato anche con la Rete: il lettore cerca un’esperienza e vuole che il contenuto abbia un autore, che quella persona sia credibile, affidabile. Un giornalista che è perfettamente al passo con i tempi è Domenico Quirico, anche se Domenico è quanto di più lontano dalle nuove tecnologie uno possa immaginare. È un inviato vecchio stile, ma si infila nell’acqua della realtà e la racconta. Quando prende il barcone dalle coste del Nord Africa e naufraga davanti a Lampedusa, il lettore è insieme a lui. Non è un caso che anche online i suoi pezzi siano tra quelli che hanno i tempi di lettura più lunghi. Le persone riconoscono l’esperienza, la credibilità: si fidano e ti seguono. 

Sempre meglio che lavorare  
Calabresi: Penso che il giornalismo non sia un lavoro, è un mestiere. Sono felice di averlo fatto e lo rifarei altre cento volte: è un modo di vivere. Cammino per strada e guardo la realtà con le lenti del giornalismo, e non riesco a smettere, mi sembra che tutto sia giornalismo. È totalizzante, la gioia che ti dà riuscire a capire una cosa, avere un’intuizione. Tra le cose più noiose della vita ci sono le attese, ma poi ripenso a quelle che hanno portato a una notizia, e ritrovo alcune delle gioie più grandi. 

Gramellini: Qual è stata l’attesa più lunga? 

Calabresi: Nel 1998 andavo all’alba sotto casa di Cossiga per capire se sarebbe nato il governo D’Alema. Ero sicuro che la nascita del governo sarebbe avvenuta là. Aspettavo e aspettavo, finché un giorno alle sette vidi uscire Minniti dal portone. Suonai a Cossiga, lui mi offrì il caffè, e gli dissi di aver visto tutto. Inizialmente negò, era sorpreso: «Ma l’ho fatto venire alle sei del mattino!». Risposi che da giorni ero sotto casa sua alle sei. «Allora ti meriti che ti racconti che sta per nascere il governo, con il mio sostegno. Questo per me è il vero compromesso storico». Avevo la mia notizia. 

Gramellini: Una mia attesa lunghissima fu sempre nel 1998, quando Murdoch andò a casa di Berlusconi in via dell’Anima. Minzolini scoprì la notizia e mi disse di andarci. Stetti da solo sotto casa dalle nove del mattino alle otto di sera. Non avevo più alcuna speranza, e invece Murdoch scese e riuscii a fare tre battute. Altre grandi attese furono quelle sotto la casa di Maradona a Napoli: mi infrattavo tra i cespugli. Vedevo il retro del bagno e della camera di letto di Maradona: ho visto cose che voi umani... però non c’erano ancora i telefonini per scattare le foto. 

Calabresi: Quali sono i difetti della categoria? Penso che per dare un futuro al giornalismo dovremmo partire dai difetti. Il più grosso secondo me è il cinismo, l’idea che l’unico motore di curiosità giornalistica possa essere l’indignazione. 

Gramellini: Sono d’accordo e aggiungo: la maggioranza dei giornalisti non vive a contatto con i lettori, ma con il potere da cui prende le notizie. Inevitabilmente finisce per scrivere pensando ai potenti. E questo è il modo per allontanare il lettore. Si accorge se parli a lui o a qualcun altro. La cartina al tornasole è in libreria: giornalisti che hanno un’enorme popolarità nei giornali fanno un libro e non lo compra nessuno. 

Calabresi: Massimo, consiglieresti a un ragazzo di fare il giornalista oggi? 

Gramellini: È sempre più difficile. Per Montanelli e Bocca fare il giornalista era come essere una star. Per noi è un mestiere, il rischio in futuro è di diventare degli impiegati. Io dico: sì fare i giornalisti, ma non dentro a un giornale, bisogna trovare uno spazio esterno, dove poter avere sempre la propria voce. Non bisogna fare quello che fanno gli altri meglio degli altri. Non basta. Devi fare meglio che puoi qualcosa che non ha ancora fatto nessuno. 

Calabresi: Io sono più ottimista, e mi spaventa per i ragazzi l’idea di stare fuori dai giornali, perché corrisponde alla difficoltà di sopravvivere. Gli spazi ci sono e ci saranno ancora nelle organizzazioni giornalistiche, ma penso che i ragazzi debbano imparare a essere figli del loro tempo. Quando io andavo in vacanza a diciotto anni e speravo di fare il giornalista, avevo le cartoline e le telefonate. Oggi un ragazzo comunica le emozioni con foto, video, testi, su Facebook e Whatsapp. Deve diventare un professionista del modo di comunicare di oggi. 

Salvini bastona Gianni Morandi: "Sai cosa devi farci coi migranti?"

Matteo Salvini contro Gianni Morandi: "Gli immigrati accoglili e mantienili tu"






Alle migliaia di accuse piovute sulla testa di Gianni Morandi, alcune anche molto volgari, si aggiunge quella politicamente ingombrante di Matteo Salvini. Un paio di giorni fa il popolare cantante emiliano si era lanciato in un paragone tra gli immigrati morti nel Mediterraneo in questi ultimi mesi e gli emigranti italiani negli Usa nel Novecento. Confronto che non era piaciuto a tanti e, a giudicare da quanto scritto sul proprio profilo Twitter, neppure al segretario della Lega Nord.

Morandi e le critiche - Salvini si unisce dunque al coro di chi chiedeva a Morandi di "predicare bene e razzolare meglio", cercando di contribuire in qualche modo a risolvere il problema senza limitarsi a condannare chi chiede di bloccare gli ingressi in Italia. "Sono sorpreso dalla quantità di messaggi al mio post - aveva scritto Morandi sempre su Facebook -. Sto continuando a leggere ma penso sia impossibile arrivare in fondo... 14mila messaggi! Ho anche risposto ieri sera per un paio d'ore. Forse non mi aspettavo che più della metà di questi messaggi facesse emergere il nostro egoismo, la nostra paura del diverso e anche il nostro razzismo". Alla proposta "Accoglili a casa tua" avanzata da qualche suo follower, fondamentalmente identica al tweet di Salvini, Morandi aveva tra l'altro risposto così: "Ho una sola casa, tutti forse no ma qualcuno di loro potrei accoglierlo".

Gli arrestano il suo pusher di cocaina sotto casa. Morgan dà fuori di testa: urla e insulti contro gli agenti. Finisce nel peggiore dei modi (per lui...)

Morgan, insulti ai poliziotti che arrestarono il suo pusher: condannato per oltraggio a pubblico ufficiale





"Avete rotto i c..., state sempre sotto casa mia, andate ad arrestare i trafficanti, che qui trovate poca roba". Parole e musica di Marco Castoldi, in arte Morgan, che ha apostrofato due agenti del commissariato di polizia di Monza al termine di un blitz. Dopo la (volgare) accusa, pure l'insulto: "Andate a fanc...". E per questo momento di follia - scattato nel momento in cui è stato arrestato il suo pusher - a distanza di anni Morgan paga un caro prezzo: 3 mesi di condanna per oltraggio a pubblico ufficiale. I fatti risalgono a quattro anni fa, e si verificarono sotto la casa dell'ex frontman dei Bluvertigo.

I fatti - Due poliziotti in borghese intervenirono per bloccare un cittadino uruguaiano di 35 anni, che era andato da Morgan con tre grammi di cocaina in tasca: l'uomo è stato arrestato con l'accusa di traffico di stupefacenti (dalla quale verrà in seguito assolto). Nel momento dell'arresto, dall'altra parte del cancello, c'era proprio Morgan, sceso per andare incontro all'uomo (al suo terzo arresto nel giro di poche settimane, sempre per il possesso di modiche quantità di polvere bianca).

La testimonianza - Uno degli agenti, nel corso del processo contro Morgan, ha spiegato in aula: "All'inizio, quando siamo intervenuti, si era ritratto, poi quando ha compreso che eravamo poliziotti, si è messo davanti alla nostra auto di servizio, e ha cominciato ad inveire contro di noi". Così il tribunale ha stabilito un risarcimento di 2mila euro per ciascuno dei due agenti, assistiti dall'avvocato Monica Gnesi. Ora il cantautore, finito al centro di roventi polemiche in passato per le sue ammissioni sull'uso di droga, ha 15 giorni per presentare appello contro la sentenza.