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lunedì 15 settembre 2014

Il dossier sulle previsioni meteo "Ecco perché non è arrivata l'estate" La profezia: "L'inverno sarà gelido"

Le previsioni de ilmeteo.it: "L'inverno sarà gelido"




Quella appena passata è stata una tra le estati più fredde degli ultimi anni. In tanti si affrettano a profetizzare un colpo di coda del caldo anche ad ottobre, ma gli esperti assicurano che l'inverno è alle porte e che le temperature saranno abbastanza rigide. Il meteo.it prova a dare una spiegazione all'estate fredda cercando le cause di questo clima inaspettato: "Per rimanere in ambito europeo, considerando che tutta la circolazione terrestre è responsabile dei cambiamenti, possiamo dire che nel 2014 vi è stata la presenza maggiore di aree anticicloniche ad alte latitudini (Groenlandia, Scandinavia); tale posizione ha favorito la discesa del flusso perturbato atlantico, quello che ci invia le perturbazioni, a medie latitudini, influenzando quindi anche il tempo sull’Italia". 

"Inverno gelido" - Poi arrivano le previsioni per l'inverno: "Le ultime elaborazioni delle previsioni stagionali prevedono un Inverno più freddo e nevoso del solito. Il meteo di questa estate può avere conseguenze per il prossimo inverno? Se la circolazione atmosferica dovesse rimanere tale allora sì, ma in Inverno si ha un cambiamento anche di tale circolazione e nuove figure bariche iniziano a formarsi per influenzare il clima europeo: questa sarà la discriminante". 

La prossima estate - Infine uno sguardo sulla prossima estate: "Difficile da dirsi in quanto una tendenza non è mai una certezza. L’inverno precedente doveva essere freddo e nevoso ed invece è stato piovoso e mite. Al momento i modelli prevedono ancora una volta un inverno gelido e nevoso. L’”anomalia” di questa estate 2014 è un caso isolato dopo anni vissuti con frequenti incursioni di caldo africano: se anche l’anno prossimo l’estate si comporterà più o meno allo stesso modo allora potremo tenere in considerazione la possibilità di una tendenza".

Rivolta Rai contro Giannini: "Chiedi scusa per i tuoi insulti". Ecco cosa è successo...

L'Usigrai contro Giannini: "Chiedi scusa, siamo con la schiena dritta, ci hai offeso"




Non è nemmeno andato in onda e Massimo Giannini scatena la bufera in Rai. In viale Mazzini dal giorno del suo arrivo in tanti chiedono la testa del neo-conduttore di Ballarò. Ad attira ele polemiche è stato il suo contratto e la scelta da parte dell'azienda di non valorizzare le risorse interne. Ma a scatenare la rabbia dei dipendenti Rai è stata un'intervista dello stesso Giannini rilasciata ad Oggi. L'ex vicedirettore di Repubblica, parla così dei colleghi di viale Mazzini: "Bisogna chiedersi come mai la Rai debba guardare fuori. Quello che rende complicato riconoscere le professionalità interne - ha aggiunto Giannini- è una certa diffusa arrendevolezza del sistema Rai alla politica. La professionalità di un giornalista si misura sulla sua autonomia, l'impermeabilità ai condizionamenti esterni, se rinunci a quella perdi il tuo valore". 

La rabbia dei dipendenti - Parole di fuoco che hanno scatenato la reazione dell'Usigrai, il sindacato interno di viale Mazzini: "Caro Massimo Giannini, smentisca o si scusi. Le sue parole riportate in una intervista da lei rilasciata a un settimanale sono un insulto alle centinaia di giornaliste e giornalisti Rai", si legge in un comunicato. Infine l'affondo al conduttore e al direttore generale Gubitosi: "Sappiamo bene - replica l'Esecutivo dell'Usigrai- cosa vuol dire avere la schiena dritta. E opporsi al controllo di governi di qualunque colore, e a interessi economici di qualunque provenienza. Ma in fondo, il problema non è lei, ma il Dg che per primo esprime questa disistima nei confronti di tutte le professionalità interne della Rai, attingendo sempre dall'esterno per tutti i ruoli chiave". 

L'affondo - "Ed ecco l'ennesimo risultato di questa politica: si ingaggia un esterno - conclude l'Esecutivo dell'Usigrai - lo si paga circa 1 milione di euro in due anni, e gli si consente di venirci a spiegare che in fondo i dipendenti Rai sono di serie B. Il Dg dica con chiarezza cosa pensa dei dipendenti dell'azienda che ancora dirige. O si sente già in uscita?"

Pansa: "Ecco cosa sta facendo Renzi nell'Emilia rossa dei rimborsi pazzi"

C'era una volta l'Emilia Rossa. Poi è arrivato padron Renzi

di Giampaolo Pansa 


Dove è finita l’Emilia rossa del tempo che fu? Ecco una domanda obbligata dopo le disavventure giudiziarie dei compagni Bonaccini e Richetti. Entrambi sono modenesi, un dettaglio topografico che mi riporta alla memoria il monito che nei primi Anni Ottanta, dopo un’intervista, aveva rivolto a Giorgio Bocca il sindaco di Modena, Mario Del Monte: «Se affonda Modena, affonda l’Italia!». Del Monte era un comunista orgoglioso della propria città. Non la riteneva seconda rispetto a Bologna. Il suo non era un campanilismo banale, bensì la rivendicazione puntigliosa di un primato. 

Per fortuna di tutti, Modena non è crollata. Ma l’Emilia rossa certamente sì. Chi l’ha portata ai piedi di Gesù Cristo è l’alieno che sta a Palazzo Chigi, Matteo Renzi. Lui si è mangiata tutta la regione simbolo del comunismo all’italiana. E già che c’era, si è pappata per intero la Toscana. Da granducato che era, l’ha trasformata nel palazzotto del suo Giglio Magico, pieno di fedelissimi, di amici, di amici degli amici. Ma a colpire di più è la brutta fine della potenza emiliana. E adesso leggerete come ne parlavano le eccellenze rosse della regione in un anno preso a caso, il 1982. 

Iniziamo da due intellettuali. Mario Melloni, il mitico Fortebraccio, scriveva: «L’Emilia Romagna è anche un fenomeno di cristianesimo operante. Dove la laboriosità si sostituisce al vizio. E la generosità è generatrice di solidarietà e di carità, virtù che lo spirito religioso giustamente predilige». E Ugo Baduel, firma di rango dell’Unità: «Bologna e l’Emilia sono una grande quercia frondosa sulla linea dell’orizzonte italiano, una quercia che s’impone in ogni stagione».

Luciano Lama, segretario generale della Cgil, parlava così: «L’Emilia è forte. Esprime una realtà diversa dal resto del Paese. Qui i ricchi sono meno ricchi, i poveri meno poveri. Qui si è saputo coniugare una strategia di lungo periodo con obiettivi immediati». E Luciano Guerzoni, segretario regionale del Pci: «Quando si attacca Bologna e l’Emilia, si colpisce la speranza stessa del rinnovamento del Paese. Occorre vincere la sfida qui, per vincerla in Italia». E Renzo Imbeni, segretario federale di Bologna: «In Emilia c’è un esperienza grande del nuovo modo di governare. Qui non c’è malgoverno né clientelismo». 

I compagni emiliani non avevano complessi di inferiorità. Antonio Bernardi, deputato di Reggio Emilia, disse a Fabrizio Coisson dell’Espresso: «Il nostro tessuto di dirigenti è di formazione europea. I quadri delle nostre cooperative girano per la Germania, la Francia, l’Inghilterra. Quelli sono i loro modelli di riferimento. Mitterrand, in Italia, siamo noi!». Persino i comunisti siciliani li invidiavano. Luigi Colajanni spiegò a Maurizio Chierici del Corriere della sera: «I miei compagni emiliani hanno capito che il vero modo di fare politica in una società capitalistica è quello dell’organizzazione stabile degli interessi. Il militante siciliano, escluso dal potere, non l’ha compreso». 

Ancora il segretario regionale Guerzoni: «Il pluralismo ha avuto in Emilia-Romagna condizioni di sviluppo sconosciute altrove. Le accuse di egemonismo comunista sono veramente pretestuose». E Alfonsina Rinaldi, la gentile segretaria del Pci di Modena e futura sindaco, diceva a Carlo Valentini del Giorno: «Lei mi chiede perché molti imprenditori emiliani, piccoli e medi, si iscrivono al Pci. La risposta è che condividono il nostro programma. Non chiediamo un’adesione ideologica. Gli imprenditori concordano con noi sulla necessità di una riqualificazione dell’apparato produttivo che il Pci sta sostenendo e che va nell’interesse sia dell’operaio, sia dell’industriale». 

Di nuovo il compagno Guerzoni: «Quello che ci appare assurdo, e lo diciamo al di fuori di ogni interesse di partito, è che nelle venti banche d’interesse pubblico dell’intera regione Emilia-Romagna non vi sia tra i dirigenti un solo comunista». Eppure i compagni dell’Emilia rossa se ne intendevano di denaro. Il segretario federale di Reggio Emilia, Alessandro Carri, spiegò ai giornalisti che nella sua provincia, durante la sottoscrizione a favore della stampa comunista, per la prima volta si era superato il muro del miliardo di lire. Un altro dirigente emiliano disse, fuori dai denti: «Sono quarant’anni che manteniamo le Botteghe Oscure!». 

Secondo Alfredo Reichlin, direttore dell’Unità, esisteva una realtà che era doveroso riconoscere: «Ci sono più elementi di socialismo nelle terre dell’Emilia-Romagna che nelle campagne polacche di Cracovia, più a Bologna che in certe città dell’Est». Merito anche del Psi di Bettino Craxi? Ma non diciamo bestemmie! All’inizio degli anni Ottanta bastava far capolino in una festa del Pci per sentir maledire «quelli del Garofano». Invece di sconfiggere «le Sorelle Bandiera» democristiane, pronte ad andare a letto con tutti, il segretario socialista si era alleato con loro. Alla Festa nazionale di Genova le cuoche volontarie avevano cucinato «la trippa alla Bettino». Alla Festa di Torino niente trippa, ma raffiche di maledizioni. 

La militanza rossa considerava Craxi l’avversario da battere. I compagni strillavano che era arrogante, spregiudicato al punto di digerire la P2 di Licio Gelli come un pitone digerisce un coniglio, un tangentaro, il capo del partito degli scandali. Il compagno Giorgio Napolitano, il comunista pallido chiamato “re Umberto”, chiede un rapporto nuovo con il Psi? Forse, chissà, è improbabile, è impossibile. Comunque sia, prima bisogna liquefare Craxi. Un Bettino che vale un Benito: il nuovo fascismo nascerà sotto il segno del Garofano. 

Per fortuna, il bastione dell’Emilia rossa stava lì, costruito nell’acciaio, una roccia inespugnabile dagli avversari. Nel 1981, alla vigilia del secondo Congresso regionale del Pci, gli iscritti erano 455 mila. Sostenevano un apparato imponente, fatto di 343 funzionari, dei quali 52 erano donne. Un rapporto della Commissione regionale di controllo, redatto da Sergio Soglia, spiegava: «Negli apparati delle federazioni una percentuale alta di quadri proviene direttamente dalla Federazione giovanile comunista e dal Movimento studentesco. Vanno valutati pregi e difetti di questa scelta, forse più spontanea che voluta. Nel senso che la ricerca dei quadri emergenti dalle sezioni e dai luoghi di lavoro conosce un momento di difficoltà. È necessario dare nuova linfa al partito, promuovendo militanti con maggiore esperienza di base, attingendo laddove si vive direttamente la produzione e la durezza dello scontro di classe». 

Mancavano pochi anni alla caduta del muro di Berlino, alla fine dell’Unione sovietica e all’estinzione del Pci per mano di Achille Occhetto. Ma il Partitone rosso si attrezzava davvero come una grande azienda, convinto di sopravvivere per l’eternità. Nel 2014 non esiste più nulla di quel mondo. Anche i dirigenti rimasti ancora in vita sembrano tutti defunti, perché non parlano, non scrivono, non s’incontrano. E un bene o un male? Un grande filosofo diceva: tutto il reale è razionale. 

La famiglia rossa dell’Emilia-Romagna si è disfatta. Quando vedo in tivù il cranio mussoliniano di Bonaccini e la faccia spaventata di Richetti penso a due naufraghi. Anche la rossa Toscana ha ceduto il passo alle donne renziane, ragazze da calendario con il tacco alto. Renzi, il nuovo padrone, ha il viso da bamboccio fiorentino e il pugnale in mano. Mi domando quale sarà il burrone nel quale cadrà. Insieme a tutti noi.

domenica 14 settembre 2014

Ferie delle toghe, Orlando cala le brache "Per i giudici un trattamento speciale"

Andrea Orlando, ferie dei magistrati: "Pronti a riconoscere una specificità"




La riduzione da 45 a 30 giorni di ferie, proposta nella riforma della Giustizia, aveva fatto scattare la mobilitazione delle toghe: i loro due mesi effettivi di ferie, nonostante i milioni di cause arretrate, non devono essere toccati. Eppure nessuno fa più vacanze dei giudici (tanto per capire, i poliziotti hanno dai 28 ai 32 giorni, gli insegnanti hanno 32 giorni e gli infermieri altrettanti). Una sforbiciata sacrosanta, dunque, quella ai giorni "d'ozio" dei nostri magistrati. Eppure, dopo la mobilitazione togata, ecco che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, sembra cambiare idea sulla questione.

Brache calate - Da Firenze, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano di una possibile modifica proprio sul tema delle ferie dei magistrati, spiega: "Da questo confronto credo che potrà venire qualcosa che si può anche tradurre in un emendamento. Ho detto all'Anm che noi chiediamo uno sforzo ai magistrati di comprensione dell'esigenza anche di compiere tutti un sacrificio in questo momento, però ho dato anche disponibilità a riconoscere una specificità che riguarda la magistratura". E quando parla di una "specificità", Orlando, intende un trattamento "specifico" sui giorni di ferie, che per la gioia delle toghe sembrano destinati a non essere toccati (o tagliati con molta più "attenzione"). La sostanza? I magistrati alzano la voce e il governo Renzi cala le brache.

Fini, la rock star kamikaze ci riprova: "Torno in campo. La politica mi scorre nelle vene. Voglio governare..."

Gianfranco Fini torna in politica: "Con Liberadestra un'alternativa al governo Renzi"




Il "grande ritorno" di Gianfranco Fini, preceduto alla vigilia dallo scatto del leader con cerchietto rosa in testa, era stato annunciato tempo fa. Introdotto dall'Inno nazionale, l'ex leader di Futuro e Libertà si è presentato sul palco della Festa della destra di Mirabello. L'attesa per l'evento era piuttosto relativa, come dimostra la fotografia che potete vedere postata sull'account Twitter di Fini, in cui scorgono parecchie sedie vuote. Ma tant'è, Gianfranco - rullo di tamburi - ha colto la palla al balzo per annunciare il ritorno in campo. Non pago dei fiaschi di Fli e della vertiginosa discesa politica, l'ex presidente dalla Camera ci riprova.

L'uomo sbagliato - L'ufficialità sta tutta in una frase: "Con Liberadestra vogliamo costruire un'alternativa al governo Renzi". Tutto vero, insomma: torna in politica (per chi non lo sapesse, Liberadestra è il nuovo "pensatoio" del fu leader di Fli). Gianfranco suona la carica, e spara su Matteo Renzi, definito un "pifferaio magico". Quindi snocciola la sua personalissima ricetta per un improbabile successo: "Oggi - spiega dal palco che accoglie le sue parole con distacco - la destra è divisa, ha perso il rapporto fiduciario con gli elettori. Occorre ripartire con il contatto diretto per capire gli errori". Insomma, Gianfry si propone come ipotetico federatore di un centrodestra frazionato. Un centrodestra che però non ha alcuna intenzione di riaccoglierlo.

Politica nelle vene - Uno dei passaggi-cult dell'intervento di Gianfranco è quello che segue, da vera rock-star: "Si fa politica anche se non si è in Parlamento. La fai se la senti scorrere nelle vene", e lui, nelle vene, evidentemente se la sente scorrere ancora. Quindi un piccolo autogol, quando afferma: "Non ho la presunzione di dire qualcosa di importante, ma di continuare a ragionare su come ricostruire la destra italiana" (ma se non ha da dire nulla di importante, chissà come può ambire a ricostruire un movimento politico). Eppure, Gianfry, ha le idee ben chiare: "Si può fare solo una cosa se si vuole ridare una speranza alla destra, bisogna ripartire dal basso". E proprio in quest'ottica, spiega che "siamo ripartiti con l'autofinanziamento, come facevamo una volta e come si continua a fare qui".

Ovvietà - Nel suo intervento, Fini si produce in una serie di considerazioni trite e ritrite. Spiega che "Renzi ha presentato come se fosse un grande successo l'elezione della Mogherini", quando invece "è fumo" e "piuttosto avrebbe dovuto puntare sull'economia". E ancora: "La destra deve avere il coraggio di dire che gli 80 euro non hanno alimentato i consumi. Sono ben altre le misure necessarie". Peccato però che un po' tutti (destra, sinistra, centro e pure l'Istat) hanno certificato da tempo che i mitologici 80 euro non hanno alimentato alcun consumo. Dunque altre considerazioni, quali "la pressione fiscale in Italia è un record mondiale, bisogna ridurre le tasse per rimettere in moto il Paese" (e lo sentiamo dire da decenni) e "non è solo l'articolo 18 il problema, c'è un sistema ingessato nel mondo del lavoro che va cambiato". La "rivoluzione" di Fini comincia adesso (ma, con tutta probabilità, è già terminata da anni...).

Vaticano, allarme rosso: Papa nel mirino I tagliagole dell'Is lo vogliono ammazzare

Jihad, l'ambasciatore Iracheno in Vaticano: "Il Papa nel mirino dell'Is"




"Il Papa è un bersaglio e la strategia dell'Is punta sul clamore mediatico". A dirlo è l'ambasciatore iracheno alla Santa Sede Habeeb Al Sadr che sul pericolo jihadista dello Stato Islamico aggiunge: "L'Isis è un tumore che si ramifica per metastasi, possiede cellule impazzite che potrebbero colpire anche al fuori dall'area del Califfato. Ho parlato con i responsabili della Santa Sede. Loro sanno bene quale sia la pericolosità di questi gruppi terroristici. Il Vaticano appoggia il governo iracheno negli sforzi che sono in atto per fermare l'Isis".

Mea culpa iracheno - A Franca Giansoldati de Il Messaggero l'ambasciatore conferma gli errori della governance irachena, e alla domanda del perché l’esercito iracheno in questi anni non ha combattuto l'Is e fermato il gruppo terrorista prima che la violenza sfociasse in modo così brutale, Al Sadr fa mea culpa: "Purtroppo alcuni, soprattutto a Mosul, hanno intravisto nell'Isis uno strumento per trarne vantaggio" e sull'escalation jihadista conferma "Pensavano che potesse riportare tanti comandanti sunniti a ricoprire le cariche che avevano in passato."

I cristiani abbandonati - Poi c'è il problema delle minoranze, indifese e massacrate dalla furia sunnita, come ad esempio la comunità cristiana. Come spiega l'ambasciatore "più di 100 mila cristiani sono stati costretti a lasciare tutto, ma il nuovo governo iracheno ha firmato un documento che si impegna in questa direzione. I cristiani verranno anche risarciti per i danni subiti". Ma sulla possibilità che possano tornare nelle loro case (a Mosul ad esempio, occupata interamente dalle milizie islamiche, ndr) Al Sadr ci va cauto "Stiamo anche pensando di realizzare una specie di cintura di sicurezza in quella zona per garantire maggiormente i cristiani. Lo abbiamo fatto sapere alla Santa Sede".

La forza dell'Is - L'intervista si conclude con una domanda secca: "Perchè l'is è così forte?". L'analisi dell'ambasciatore è centrata e sintetica: "Perché nessuno ha ancora seccato le sue fonti finanziarie". Ma su chi finanzi realmente i miliziani sunniti Al Sadr non si sbottona e si nasconde dietro a un cauto no comment. "Oltre al Qatar, chi?". "Preferisco non dire".

Occhio alla finta lettera del Fisco L'ultima trappola dei truffatori

Falsa mail del fisco: così i truffatori sfruttano il caos tasse

di Nicolò Petrali


A quanto pare le tasse non complicano più la vita dei soli contribuenti, ma di chiunque abbia un pc e utilizzi la posta elettronica. Nelle caselle mail di tanti italiani, infatti, continua ad arrivare un messaggio con oggetto «le linee guida» e all’interno il logo dell’Agenzia delle Entrate, che contiene in allegato un virus in grado di rubare tutti i dati sensibili degli utenti. Ovviamente, questa è solo l’ultima delle tante truffe che girano sul web, tant’è che l’ente guidato da Rossella Orlandi si è da subito adoperato per evitare che gli internauti cadano nella trappola del cosiddetto "phishing". 

Questa vicenda, che per certi versi può anche far sorridere, è però sintomatica di un qualcosa di più profondo. E cioè del clima di terrore in cui vivono gli italiani per quello che ormai è diventato un vero e proprio inferno fiscale. In quest’ottica diventa importante chiedersi come mai dei furfanti del web abbiano scelto proprio l’Agenzia delle Entrate come protagonista e vittima della propria azione. E mettendosi nei panni degli autori della truffa non è poi così difficile ipotizzare una risposta. Serviva loro un’idea innovativa e che allo stesso tempo andasse a toccare nel vivo quante più persone possibile. Un’istituzione magari, un’autorità in grado di incutere timore. Occorreva però anche un tema di cui le persone non ci capiscono più nulla in modo da poterle «guidare». Possiamo figurarcelo il momento in cui uno dei malviventi si è alzato dicendo «eureka, usiamo il tema delle tasse e fingiamoci l’Agenzia delle Entrate». 

Han fatto bingo, non c’è che dire. Niente e nessuno racchiudeva in sé tutte le caratteristiche di cui sopra più del fisco. Inoltre, spacciarsi per esattori garantisce altri due importanti vantaggi. Il primo è che in questo Paese la questione fiscale è sempre un argomento attuale, quindi riciclabile. E l’altro è che gli italiani hanno ormai talmente tanta paura del fisco e delle sue sanzioni che potrebbero decidere di aprire comunque la mail. Della serie «non sia mai che sia vera, alla peggio c’è l’antivirus». Quel che è certo che la Polizia di Stato, alla lista delle varie truffe telematiche presente sul suo sito, dovrà aggiungere la voce «falsa mail da parte dell’Agenzia delle Entrate».