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domenica 11 maggio 2014

Delrio avvisa Ncd: "Dopo il 25 maggio può cambiare tutto"

Delrio avvisa Ncd: "Dopo il 25 maggio può cambiare tutto"



Un avvertimento, anzi una minaccia. Graziano Delrio parla in una lunga intervista a Panorama e mette in guardia il governo e gli alleati di Ncd: "L’alleanza con Alfano è dettata dall’emergenza del paese, se alle europee il Pd andasse al 24, 25 per cento, questa alleanza non sarebbe certamente un buon viatico per un governo che dura a lungo". Un messaggio chiaro e forte da parte del governo: se le cose vanno male può venire giù tutto. 

L'avvertimento - Poi Delrio spiega meglio le condizioni che possono causare un terremoto nell'esecutivo e nella maggioranza:"Se il Pd andasse male e Angelino Alfano non facesse la soglia, non sarebbe un bene per il governo". E ancora: "Se noi andassimo molto bene, questo darebbe un segnale di forza all’azione di governo. Alfano ha fatto una scommessa molto rischiosa separandosi da Berlusconi, vedremo se il suo coraggio sarà premiato". Insomma il voto del 25 maggio deciderà le sorti del governo, del premier e degli alfaniani. Ma Delrio non parla solo di alleanze e governo. 

"Cambiamo il canone" - Delrio parla anche di un tema caldissimo: la riforma del canone Rai. L'esecutivo da tempo annuncia tra le righe una riforma della tassa-tv ma tra smentite e retromarce non è chiaro ancora quale sia il piano del governo. A fare chiarezza ci pensa lo stesso Delrio: "L'ipotesi di allegare il canone alla bolletta elettrica non è stata per niente accantonata". Insomma a quanto pare l'esecutivo ritorna ancora su i suoi passi e ripropone una riforma totale del canone legata alle utenze dell'energia elettrica. Delrio, come è noto, è l'ombra di Renzi a palazzo Chigi. Le sue parole hanno un peso. Il 25 maggio sapremo due cose: se Renzi resta ancora a palazzo Chigi e quanto pagheremo di canone nel 2015...

Montanelli stronca Travaglio

Montanelli stronca Travaglio 


di Alessandro Sallusti


In materia di giustizia Montanelli smentisce il capofila dei giornalisti forcaioli anche dall'oltretomba 


Il tintinnio di manette riaccende gli entusiasmi di Marco Travaglio, capofila dei giornalisti forcaioli tanto cari alle procure. Si è autonominato erede unico del pensiero di Indro Montanelli, del quale millanta (sapendo di non poter essere smentito) l'amicizia e la stima. Sarà, ma il vecchio Indro, che non ha mai amato presunti portavoce, lo smentisce anche dall'oltretomba. E che smentita.

È contenuta in un articolo scritto su Il Giornale il 13 luglio dell'81. Il giorno prima Spadolini aveva ottenuto la fiducia del suo primo governo ma il Pci annunciava sfaceli perché il neopremier aveva posto con forza la questione della riforma di una giustizia già malata allora. Ecco come commentava l'accaduto Montanelli: «Riduciamo i termini all'osso. Ci sono state, per eccesso di garantismo istruttorie svogliatamente durate anni e concluse con assoluzioni poco meno che scandalose; mentre ci sono le manette per reati che non le comportano obbligatoriamente, seguiti da procedimenti penali che, anche quando si concludono col proscioglimento da ogni accusa, segnano la rovina materiale e morale di chi ne è stato bersaglio». E ancora: «Non è possibile andare avanti con queste invasioni di campo della magistratura che sono arrivate a tal punto da rendere plausibile il sospetto che certi magistrati le pratichino non per ristabilire l'ordine ma per sovvertirlo, scatenando caccia alle streghe e colpendo all'impazzata».

Aggiungeva Montanelli: «Questi magistrati sono inamovibili, impunibili, promossi automaticamente, pagati meglio di qualsiasi altro dipendente pubblico, incensati dai giornali di sinistra (cioè dalla maggioranza) e molto spesso malati di protagonismo». E ancora: «I comunisti non possono rinunciare alla magistratura com'è. Essa costituisce la più potente arma di scardinamento e di sfascio di cui il Pci dispone».

E chiudeva: «Questa non è la magistratura, è solo il cancro della magistratura. Ma che è già arrivato allo stadio di metastasi». Trent'anni dopo siamo ancora lì. I giornali di sinistra (più Travaglio) a fare da addetti stampa a magistrati eversivi ed esibizionisti, noi de Il Giornale a puntare il dito sul «cancro della magistratura» che sta distruggendo il Paese. E siamo fermi anche nel puntare il dito contro ladri e mascalzoni. Ma contro tutti i mascalzoni (anche se di sinistra, anche se magistrati) e soprattutto se davvero ladri oltre ogni ragionevole dubbio.

sabato 10 maggio 2014

L'Appello di Sandra Lonardo, moglie dell'On. Mastella, candidato al Parlamento Europeo con Forza Italia

L'appello di Sandra Lonardo, moglie dell'On. Mastella


a cura di Gaetano Daniele 




Il prossimo 25 maggio si vota per il rinnovo del Parlamento Europeo, nella lista di Forza Italia è candidato mio marito Clemente Mastella, ti chiedo, sempre se puoi e ti fa piacere, di votarlo e di farlo votare. Se decidi di farlo, in questa competizione elettorale si esprimono le preferenze, per votare si deve barrare il simbolo di Forza Italia e subito dopo sul rigo a fianco del simbolo scrivere: MASTELLA 

Si vota solo nella giornata di domenica 25 maggio

Il Collegio del SUD, è molto vasto ed è così composto: Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo e Molise, ovunque hai amici in queste regioni, puoi sponsorizzare la candidatura MASTELLA 

Viviamo in un momento storico davvero molto delicato, dove l'Europa decide sempre più del nostro futuro e dei nostri destini, per cui e' fondamentale mandare a Bruxelles persone capaci, preparate e che posseggono qualità politiche , garanzie  per  rappresentare al meglio i nostri problemi e di conseguenza le relative risoluzioni. 

È riconosciuto da tutti che Mastella possiede spiccate qualità politiche , che è preparato e che e' molto capace, che ha sempre messo la gente ed i suoi problemi, al centro della sua agenda politica . Da sempre uomo moderato del SUD. Per il SUD si è sempre speso, il suo slogan è da sempre: "IO. VOI. IL SUD."

Vince l'Italia se vince il Sud, dicono gli studiosi di economia, ma quanti realmente si interessano dei problemi del Sud? Anche il governo attuale è nord-centrico, poca rappresentanza del nostro amato Sud. Quindi, in Europa, mandiamo con i nostri voti un uomo del territorio, un uomo che ha sempre battagliato per i nostri territori.

 Diamo forza al SUD, vota Clemente Mastella

Il ministro della banalità sputa sulla tv

Il ministro della banalità sputa sulla tv 


di Luigi Mascheroni 



Il ministro: "I canali risarciscano i danni fatti alla lettura". Intanto, prima degli incontri, si proiettano pillole di tv trash


Alla cerimonia d'inaugurazione, ieri mattina, presenti intellettuali e autorità, Dario Franceschini rischiava di passare inosservato, senza lasciar traccia, come tutti i suoi colleghi ministri della Cultura che lo hanno preceduto negli anni, circa venti, in 27 edizioni del Salone del Libro. E ci stava quasi riuscendo, impantanato nella solita retorica sulle bellezze d'Italia, la grandiosità del nostro patrimonio artistico, la nostra incapacità di sfruttarlo, il valore economico della cultura... Poi, al centro del tavolo d'onore, tra il presidente del Salone Rolando Picchioni, il direttore Ernesto Ferrero, reverendissimi monsignori in rappresentanza della Santa Sede (ospite d'onore) e il sindaco Fassino, Dario Franceschini ha scosso la coda lunga di un'interminabile cerimonia, con un'alzata di testa orgogliosa, non solo metaforica, e un'alzata di voce improvvisa, per nulla aspettata. Dopo aver snocciolato i dati drammatici sulla (non) lettura in Italia, Franceschini ha tirato la staffilata: «Come ministro della Cultura intendo sfidare la televisione, pubblica e privata: ha fatto tanti danni, ora deve risarcirci». Silenzio stupito. «Chiedo a chi fa televisione, per restituirci quello che ci ha tolto, di fare più trasmissioni sui libri, di invitare più scrittori ai talk show, di concedere spazi gratuiti alla pubblicità di libri». Applausi divertiti. E così, nella duplice veste di autore Bompiani e ministro della Cultura, Franceschini ha posto il sigillo istituzionale sulla vulgata secondo la quale gli italiani sono quelli che sono - retropensiero: volgari, ignoranti, potenziali evasori fiscali, bulimici consumatori di calcio, Drive In e Grande Fratello e anoressici refrattari a mostre, romanzi e cinema d'essai - per colpa, e diciamolo chiaramente una buona volta, della televisione. Spazzando via 60 anni di tv pedagogica, da Mike Bongiorno a Sky (che infatti ha risposto stizzita: «Quelle di Franceschini sono critiche quanto meno avventate»; sulla stessa linea Andrea Vianello, direttore di Raitre: «Uno dei nostri scopi precipui è parlare della lettura»), e mettendo la firma ministeriale sotto un j'accuse troppo vecchio, troppo radical chic, troppo da dimostrare. 

«È mai possibile - si è chiesto Franceschini - che nelle fiction televisive non si vede mai una persona che legge o una libreria?». Infatti. Li immaginiamo i figli dei boss della serie tv Gomorra, reticenti testimoni in aula, felici di fare da testimonial tv ai romanzi di Saviano... Per promuovere il libro e la lettura vale tutto, va bene (e di certo è ottima l'altra idea presentata ieri dal ministro: un festival del libro di tre giorni in tutte le scuole d'Italia, dalle elementari ai licei, ogni mese di settembre). Immaginiamo come sarà accolta la sfida del ministro dai «signori» delle televisioni, pubbliche e private, chiamati in correo del disastro librario italiano. E immaginiamo cosa pensino i Costanzo, i Fazio, i Marzullo, gli Augias, i Bonito Oliva, gli Sgarbi, i Daverio, tutti i direttori dei tg, nazionali e regionali, che, almeno in coda, prima della pubblicità, cercano ogni giorno di citare una mostra, o un libro, o un film. «Il punto - liquida la cosa con una battuta Giorgio Simonelli, docente di Storia della televisione, perso tra gli stand del Salone - non è portare chi scrive romanzi in televisione, ma ridare la televisione agli intellettuali che scrivono libri».

Cioè gli «scrittori-umanisti» che crearono la televisione che ha formato l'Italia e l'italiano. Di certo della cosa, ieri, se ne è parlato molto, dentro e fuori il Salone, archiviando l'uscita di Franceschini o tra le boutade o tra gli sfoghi fuori bersaglio. Come ha commentato il presidente di un grosso gruppo editoriale (insigne Storico della letteratura, per altro): «Mi sembra una battuta un po' populista. Grillo ha fatto scuola». E intanto, fra populismo e snobismo, per una concomitante idea del presidente Rolando Picchioni (non concordata con Franceschini, che fa il paio in un attacco concentrico e devastante alla televisione italiana), nei giorni del Salone tra un incontro e l'altro, sugli schermi delle grandi sale, passano brevi video con pillole di tv-spazzatura, tratte dalla Rete, che liofilizzano il peggio della tv: dalla lite cult tra Pappalardo e Zequila alle esibizioni dei cantanti trash a X-factor, da Dean Harrow all'Isola dei famosi agli strafalcioni culturali a L'eredità (domanda: «Quando diventò cancelliere Hitler»; risposta: «Nell'anno 1978»). Il messaggio? Ecco cosa succede quando in tv il libro non c'è. L'idea, un po' trash a dire la verità, è a effetto. Ma talebana. Dividere il mondo (del pubblico) tra chi fa il Bene (quelli che leggono i libri consigliati su La7, per dire, e vedono RaiEdu, ad esempio) e chi vede il Male (Quelli che il calcio... quelli che spiano nella Casa del GF; quelli che passano la domenica pomeriggio in quei certi salotti-tv) non porterà da nessuno parte. Se non irrigidire gli snob e far ulteriormente sbracare il volgo.

venerdì 9 maggio 2014

La Procura di Milano si spacca. Dopo le accuse alla Boccassini sulla titolarità del caso Ruby, volano stracci per gli arresti sull'Expo

La Procura di Milano si spacca sull'ultimo blitz


di Luca Fazzo 


Dopo le accuse alla Boccassini sulla titolarità del caso Ruby, volano stracci per gli arresti sull'Expo


Milano - Dal caso Ruby all'inchiesta Expo, volano gli stracci e chissà quando smetteranno. L'ultima puntata della rissa interna alla Procura di Milano va in scena davanti alle telecamere, alla fine della conferenza stampa sulla retata di ieri per gli appalti Expo. Pettorine, investigatori, il procuratore Bruti Liberati con al suo fianco Ilda Boccassini e due pubblici ministeri. Chi manca? Il capo del pool che indaga proprio su questi reati: corruzione, turbativa d'asta, violazione di segreti. Cioè Alfredo Robledo, il procuratore aggiunto protagonista di uno scontro con Bruti Liberati che ha portato alla luce il lato meno noto della Procura milanese: quello delle inchieste fatte e non fatte, indirizzate di qua o di là, affidate a chi non ne avrebbe il titolo ma fa parte del «cerchio magico» del procuratore capo e di Magistratura Democratica.

Ieri alle domande sulla assenza di Robledo, Bruti risponde senza giri di parole: non condivideva l'impostazione dell'indagine, e quindi l'abbiamo fatta senza di lui. Il procuratore non entra nei dettagli. Ma nei verbali riempiti da Bruti e da Robledo davanti al Consiglio superiore della magistratura la storia di questo fronte dello scontro c'è già. Robledo ha denunciato al Csm di essere anche in questo caso stato esautorato senza alcuna giustificazione. Ha consegnato al Csm la lettera in cui, già nel marzo scorso, manifestava a Bruti il suo dissenso sulla gestione dell'indagine, e il suo rifiuto di firmare la richiesta di mandati di cattura. Non c'era nessun motivo perché l'indagine venisse coordinata dalla Boccassini, capo del pool antimafia, visto che qua non si parla di mafia ma di colletti bianchi. Ma anche qui la dottoressa ha fatto pesare la sua autorevolezza e la sua esperienza, esattamente come nel caso Ruby, quando fece irruzione in una inchiesta di cui, secondo il procuratore generale Manlio Minale, «non aveva la titolarità».

Nelle retrovie del caso Expo, però, lo scontro interno alla Procura milanese ha toccato un altro tasto assai delicato. Lo scontro tra Robledo e il resto della Procura avviene sulla richiesta di arresto di uno degli indagati, ma il dissenso risale all'inizio dell'inchiesta e riguarda la scelta dell'organo di polizia giudiziaria cui affidare le indagini. È un tema cruciale. Fin dai tempi delle inchieste sui giudici corrotti della Capitale, la Boccassini ha utilizzato la squadretta di finanzieri in servizio in Procura: pochi, con mezzi limitati, ma direttamente alle sue dipendenze e pienamente controllabili. Anche nella indagine su Expo, la Boccassini insiste per dare la delega alla sua squadra. Il materiale di inchiesta è quasi sterminato. Affidarlo a un piccolo gruppo di investigatori vuol dire per i pm rinunciare a controllare appieno e direttamente tutti gli spunti investigativi. Ad ascoltare una per una le telefonate intercettate sono di fatto solo i finanzieri, e sono loro a decidere quali trascrivere e quali no. Alla fine, nell'inchiesta Expo ci sarebbero migliaia di telefonate di cui non si conosce il contenuto. Forse irrilevanti. Forse no.

È un tema cruciale. L'asse di ferro con la polizia giudiziaria è da sempre uno dei punti di forza di Ilda Boccassini: fin dall'epoca della Duomo Connection, quando affidò l'inchiesta al piccolo e scalcagnato (ma ipermotivato) nucleo di carabinieri guidati dal capitano Ultimo. E forse non è un caso che nel 2010 la Boccassini sia venuta a sapere dell'esistenza dell'inchiesta sul caso Ruby, precipitandosi poi a chiederne l'assegnazione, poco dopo che la Procura aveva chiesto di svolgere alcune attività tecniche allo Sco, il servizio centrale operativo della polizia, «braccio armato» della dottoressa in diverse indagini. Chi controlla la polizia giudiziaria ha il vero potere di inchiesta. 
Anche di questo si dovrà occupare il Consiglio superiore della magistratura, chiamato a fare chiarezza nello scontro che agita uno degli uffici giudiziari più delicati d'Italia. La settimana prossima il Csm farà nuovi interrogatori: tra questi, stranamente, non sono previsti quelli del procuratore aggiunto Piero Forno e del pm Antonio Sangermano, titolari dell'inchiesta Ruby fino all'irruzione in scena della Boccassini il 30 ottobre 2010.

L'On. Lara Comi Sabato 10 Maggio a Cassano Magnago con Gennaro Gattuso

L'On. Lara Comi Sabato 10 Maggio a Cassano Magnago con Gennaro Gattuso 


A cura di Gaetano Daniele 



Lara Comi, eurodeputata e candidata alle Europee 2014 con Forza Italia, sarà sabato 10 maggio a Cassano Magnago per la Camminata delle Famiglie, evento benefico a sostegno di Milla Onlus, associazione di volontariato che opera sul territorio nazionale per far conoscere il mutismo selettivo. Lara Comi, 31 anni, sportiva e grande tifosa del Milan, compira' il percorso con Gennaro Gattuso e insieme raggiungeranno, intorno alle 11.30, il parco della Magana.

L'incontro e' fissato alle 10 in via Verdi, presso Villa Oliva. Sarà possibile fare una donazione all'associazione e conoscerne le finalità: il mutismo selettivo e' un disturbo dell'infanzia, che colpisce un bambino su 1000, ed e' caratterizzato da una persistente impossibilita' di parlare in situazioni sociali specifiche, come la scuola. Sono ancora pochi gli studi specifici esistenti su questa patologia, il cui riconoscimento precoce e' invece essenziale per impedire lo sviluppo di patologie più gravi e limitare le ricadute negative che interferiscono sul piano scolastico, cognitivo, relazionale e affettivo dei bambini e degli adolescenti.

Per informazioni, incontri e interviste: Valeria Volponi, 348.8983093


La parabola di Greganti: prima la condanna per tangenti, poi la nuova vita da consulente. Fino all'endorsement per Renzi e Chiamparino

Il ritorno del Compagno G sempre fedelissimo al partito


di Luca Fazzo



La parabola di Greganti: negli anni Novanta la condanna per tangenti da amministratore del Pci-Pds, poi la nuova vita da consulente. Fino all'endorsement per Renzi e Chiamparino


Andò così. Che quel branco di lupi che erano i cronisti di Mani Pulite annusarono l'arrivo di un mandato di cattura sul fronte del Pds, e andarono dal giudice Ghitti a chiedergli: chi arrestate? E quello, sibillino: «Uno col nome che comincia per G». Nacque così la leggenda del «compagno G», il pomeriggio del 27 febbraio 1993. Prima ancora del suo arresto le cronache lo definivano «militante di scarsa fama ma di sicura fede». Due mattine dopo, lo arrestarono nel corridoio dell'ufficio di Ghitti. I cronisti si trovarono davanti un tipo «tarchiato, un po' sovrappeso, la barba brizzolata e il giubbotto sportivo gettato sulle spalle». «Li ha presi per sé o per il partito?», fecero in tempo a chiedergli prima che lo portassero via. Lui non rispose. E nei ventun anni successivi ha continuato a non rispondere.

Adesso che in nome di una desolante ciclicità della storia italica Primo Greganti è tornato in galera, sarebbe bello andare aldilà del cliché che in tutti questi anni gli è rimasto addosso, il comunista tutto d'un pezzo che si fa la galera senza cantare, e si immola per la causa incassando la condanna a tre anni di carcere. Ma come si fa? Ognuno è il marchio che gli cuciamo. Lui, il «compagno G», il suo marchio ha cercato in questi anni di scrollarselo di dosso in tutti i modi, sostenendo di non avere parlato solo perché non aveva nulla da dire, e che la vera storia di quei 621 milioni di lire girati sul conto «Gabbietta» da un manager del gruppo Ferruzzi era davvero una storia tutta sua, privata, soldi destinati a vaghi appalti in Cina e non a oliare il burosaurico apparato di Botteghe Oscure. Ma chi ci crede, chi ci ha mai creduto? I primi a non crederci erano i militanti del partito, che quando dopo la scarcerazione lo incrociavano ai festival dell'Unità si alzavano in piedi ad applaudirlo come un reduce se non un eroe.

Sono passati vent'anni, e lui non è cambiato. Ingrigito, ancora più cicciotto, questo sì. Ma sempre lì, dalla stessa parte, comunista e poi diessino e poi piddino, fino alla intercettazione di questi giorni «adesso voto Renzi», non c'è evoluzione o involuzione che non lo abbia visto d'accordo; d'altronde lui è uno di quelli «che condividono le decisioni del partito prima ancora che vengano prese» (copyright Fortebraccio): ma forse anche questo è un cliché, e Greganti è semplicemente un signore con i piedi per terra, consapevole che l'unica speranza di sopravvivenza per il suo partito è andare avanti, svecchiarsi. Di questa necessità di sopravvivenza fanno parte in fondo anche le esigenze di cassa di cui lui si è sempre fatto carico, a costo di defatiganti trattative con i compagni della Germania Democratica e con Paola Occhetto, sorella anch'essa baffuta del segretario del partito.

Greganti riappare lì dove lo avevamo lasciato, in quella terra di nessuno che sta a metà tra la politica e il business, e che è il suo vero terreno di militanza. Nella sua Torino, dove si era speso pubblicamente per la campagna elettorale di Chiamparino, ultimamente lo davano attivo nel campo dei lampioni intelligenti, che cosa siano esattamente non si sa, ma di sicuro vanno venduti alle amministrazioni pubbliche. Lui, a chi gli chiedeva quale fosse il suo lavoro, rispondeva: quello di sempre, consulenze, intermediazioni d'affari. E faceva capire che più che finanziare il partito gli stava a cuore oggi quadrare il bilancio familiare, reso traballante dalle sue irrequietezze. Ma al richiamo della foresta, al fare da pontiere tra casse pubbliche e casse di partito o di area non si resiste: e cosa quindi meglio dell'Expo, di cui nelle intercettazioni Greganti dimostra di sapere tutto o quasi tutto, e parla con precisione da tecnico di appalti, consorzi, partiti. Lo fa per se stesso, per la sua società che si chiama Seinco e che campa dell'1 per cento sulle commesse che procura; ma in questo modo, dicono i pm, «rappresenta gli interessi illeciti delle cooperative che rappresenta».
A conoscerlo, è un tipo simpatico che quando gli chiedi come è andata davvero la faccenda di Mani Pulite risponde: «Alla fine ho vinto io».