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sabato 24 settembre 2016

Un documento choc sui 5 Stelle: così la Appendino asfalta la Raggi

Il documento choc sui Cinque stelle. Così la Appendino asfalta la Raggi Verità pentastellate



Chiara Appendino e Virginia Raggi. Una sindaco di Torino, l'altra di Roma. Entrambe pentastellate e giovani, chi tra le due vince il confronto? Secondo un sondaggio di Nicola Piepoli per La Stampa, vince la Appendino. Ma vediamo nel dettaglio le risposte date ai test.

Primo: confronto umanistico. Rispetto all'umanità, alla capacità di comunicazione, al valore relazionale, Chiara Appendino vince con il 63%, Virginia Raggi si attesta invece al 45%.

Secondo: il rapporto con la città. Domande tipo: E' vicina alla gente? E' preparata? Pensa al futuro della città? Chiara Appendino raccoglie il 59% di sì, Virginia Raggi il 49%.

Terzo: il profilo politico. Ha iniziato bene il suo mandato? Ha scelto bene la sua squadra? Potresti votarla? In questo caso la differenza tra le due è abissale: Chiara Appendino è al 61%, Virginia Raggi al 35%. Insomma, a differenza dei romani, i torinesi sono nettamente più soddisfatti del loro sindaco.

Infine, per quanto riguarda il gradimento e la fiducia, ancora una volta ha la meglio la Appendino. Batte la Raggi 56% a 42% come gradimento e 64 a 45 come fiducia.

UMILIATO CON UNA PAROLA I tedeschi vedono Renzi e... L'insulto peggiore / Guarda

I tedeschi vedono queste foto e parte l'insulto: "Matteo Renzi, sei un perdente"



Agli americani Matteo Renzi piace, lo considerano quasi un "Obama italiano". Ai tedeschi molto meno, e infatti lo sbertucciano. Nel giro di un paio di giorni il premier si ritrova sbattuto in prima pagina, con esiti opposti. Vogue, la "bibbia della moda" a stelle e strisce, dedica a lui, alla moglie Agnese e ai tre figli una patinatissima intervista-ritratto, con tanto di servizio fotografico firmato dalla star Annie Leibotviz. Di fatto, un altro assist dopo l'uscita dell'ambasciatore Usa a Roma John Phillips, che una decina di giorni fa si era sbilanciato pubblicamente a favore del sì al referendum. 

Renzi "perdente del giorno" - In Germania però non la pensano così, anzi. La Bild si è divertita a inserire proprio Renzi tra i "perdenti del giorno", alla faccia di trionfi, camicie bianche e sorrisoni. "La congiuntura italiana fatica a riprendersi - scrive l'autorevole giornale tedesco (mai tenero con gli italiani) -, il bilancio dello Stato è fortemente indebitato, la capitale precipita nel caos ma invece di affrontare le riforme e le misure di risparmio necessarie Matteo Renzi posa con un vestito di Armani per la rivista di moda Vogue e parla di politica e bella vita". Il Re messo a nudo?

Sfregio ai cattolici nel Duomo: che cos'hanno fatto gli islamici

Sfregio ai cattolici nel Duomo. Cosa hanno fatto gli islamici


di Matteo Pandini



I canti islamici piombano a Santa Maria del Fiore, il Duomo di Firenze, per un concerto che prevede anche melodie cristiane ed ebraiche. Perfino l'edizione locale di Repubblica, non un fogliaccio di destra, titola sui «canti islamici in cattedrale». Perché la notizia è che in un posto del genere arrivino proprio loro, i musulmani: nessuno avrebbe detto «beh» se avessero invitato i buddisti o i pastafariani o, appunto, gli ebrei.

Ma i maomettani, no. Scrive Repubblica: sotto la Cupola del Brunelleschi risuonerà «Il Corano è la giustizia», ma d'altronde - chiosa sempre il quotidiano, tutti «inneggiano allo stesso Dio. Lo fanno in modi differenti, ma tutte guardano la stessa luce». Sono tutte uguali, eppure perfino il giornale della sinistra colta mette in risalto la presenza dei musulmani, mica degli altri. E fa niente se riporta la dichiarazioni di una delle organizzatrici, secondo la quale «a dividere non è la religione, ma l'incultura», perché l'incultura si rifugia anche nelle religioni. E quando la religione è quella islamica, il mix è esplosivo. Letteralmente.

GLI IMBECILLI - Dai fratelli Kouachi a Coulibaly, per citarne due caso (attentati di Parigi), l'elenco di assassini musulmani col quoziente intellettivo di un posacenere è sconfinato. Nella cristiana Italia, male che vada i somari vengono eletti in Parlamento. Nelle comunità musulmane, qualche ignorante può perfino imbracciare il fucile, allacciarsi una cintura esplosiva, guidare un camion contro la folla. Il tutto mentre invoca Allah.

E comunque non va fatto cadere il testo della canzonetta islamica di Firenze, e che dovrebbe essere risuonata ieri sera ma il punto non è questo, non siamo critici musicali. Il punto è: come si può pensare di canticchiare «il Corano è la giustizia», tanto più nel Duomo, «forse per la prima volta in 720 anni di storia» come dice Repubblica? Ecco, per troppi musulmani il loro libretto è proprio così. «È» la giustizia nel senso che è proprio legge. E poi.

I più tarati che s'abbeverano del testo sacro dell' islam, poi, credono che la donna sia inferiore e gli infedeli - cioè tutti quelli che non sono musulmani - bestie da sgozzare. Eppure, «è legge»!

Fatto sta che il concerto - scrive il quotidiano - è stato proposto «una settimana dopo l'attentato a Charlie Hebdo», cioè una strage commessa da integralisti musulmani che urlavano «Allah è grande». Le religioni saranno tutte uguali, ma al momento non risultano orde di energumeni che, in tutto il mondo, ammazzano recitando il «padre nostro». Il problema è il solito. E questo è l'ennesimo articolo a cui ne seguiranno ancora tanti altri, perché ogni giorno capita un nuovo cedimento. Una nuova apertura ai maomettani.

Il solito problema è proprio l'Occidente rintronato, convinto che «siamo tutti uguali» anche se non è vero, forse perché è meglio mettere la testa sotto la sabbia anziché rischiare di farcela tagliare da qualche barbuto. Nelle moschee è vietato perfino entrare con le scarpe, le donne si devono coprire, gli infedeli vengono mal visti e per carità: è comprensibile, è casa loro, è giusto così.

IL PENSIERO - Ma chissà cosa pensano in certe comunità, in certe moschee, in certi Paesi che vivono di Corano e kebab e ancora Corano: chissà cosa pensano dei canti musulmani nel Duomo di Firenze. Forse non lo sapremo mai con esattezza, cosa pensano e cosa dicono, perché in troppi capannoni-sottoscala-magazzini trasformati in moschee abusive parlano in arabo anche se sono a Milano o a Roma o a Firenze. Hanno già conquistato interi quartieri, gli imam sono gettonatissimi nei nostri talk-show, l'odio anti-Occidentale è tracimato tra i detenuti. Ora i musulmani sono perfino nelle chiese, che si svuotano di credenti e si riempiono di fedeli di Allah. Firenze è solo l'ultimo caso. Corriamo verso il burrone, e forse ci siamo già caduti.

venerdì 23 settembre 2016

Dalla parte di Porro - "Violenza privata" contro Marcegaglia Stravince Nicola Porro: la sentenza

"Violenza privata" contro la Marcegaglia. Stravince Nicola Porro: ecco la sentenza



Assolto con formula piena. Vince, anzi stravince Nicola Porro, il quale secondo il tribunale di Roma non avrebbe esercitato alcun tipo di "violenza privata" nei confronti di Emma Marcegaglia quando era presidente di Confindustria. Smontato il teorema di Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, che ordinarono nel 2010 di perquisire le case e gli uffici di Porro, vicedirettore de Il Giornale.

La vicenda era sorta dopo l'intercettazione di alcuni sms di Porro da parte della procura di Napoli nell'ambito di un'altra inchiesta. Porro scriveva: "Domani super pezzo giudiziario sugli affaire della family Marcecaglia", "sposta i segugi da Montecarlo a Mantova". Il giornalista ha spiegato che erano sms di "cazzeggio", consueti tra gioranlisti ed addetti stampa. Per la procura di Napoli, invece, erano un "pizzino" con cui venive annunciata una campagna contro la Marcegaglia "in stile montecarlo". Niente di tutto questo.

UN'ALLEANZA CON GRILLO? Cav, una mossa clamorosa: la sua offerta (irrinunciabile)

Un'alleanza con Grillo? La clamorosa mossa di Berlusconi: un'offerta irrinunciabile



"Giudico interessante, comunque da approfondire, la proposta dei Cinque stelle sul proporzionale e le preferenze". Silvio Berlusconi, con un discreto colpo di teatro, tende la mano a Beppe Grillo nel dibattito sulla legge elettorale e sulle modifiche al testo. Lo fa davanti al Comitato di presidenza di Forza Italia, dove lascia intravedere una possibile convergenza con i grillini su una riforma alternativa all'Italicum.

Il Cav, indirettamente, risponde anche a Matteo Renzi, il quale continua a ripetere di essere pronto a modificare la legge a patto che ci sia una maggioranza in Parlamento. Una maggioranza che potrebbe plasmarsi, dunque, con Berlusconi, Grillo, la minoranza Pd e i centristi di Area Popolare, tutti favorevoli al ritorno del proporzionale, magari con un premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista.

Cav, addio Forza Italia: il nuovo nome E Silvio rivoluziona pure il guardaroba

Berlusconi, doppia rivoluzione. La prima: come si è vestito. La seconda: Forza Italia addio


di Salvatore Dama



La prima novità arriva dall’armadio. All’alba dei suoi ottant’anni, il Cavaliere abbandona il blu scuro, declinato nel suo guardaroba in tutti i capi, dal doppiopetto alle tute di felpa, per concedersi un celestino frufru che lascia di stucco i suoi ospiti. Abito e camicia. Omaggio all’ultima coda dell’estate, che in realtà, in Brianza, è già archiviata da un pezzo.

Preso atto della novità cromatica, il comitato di presidenza di Forza Italia, riunito in trasferta ad Arcore, non ha preso decisioni particolari. È stato uno sfogatoio, come normale che fosse, visto quanto rare sono le occasioni di confronto tra il capo e i suoi dirigenti di fascia A. I colonnelli sono andati via rinfrancati dallo stato di salute del Cav. L’hanno visto bene, in forma e rilassato. Volitivo. Senza fiatare, hanno ascoltato la lunghissima relazione dell’ex premier sull’attualità politica. Berlusconi ha messo in fila «tutti gli errori» del governo Renzi, dalla politica economica, alla gestione dell’emergenza profughi, fino alla minaccia del terrorismo internazionale. Silvio ha puntato l’indice anche sull’Europa e sulla mancanza di peso di questo governo nel braccio di ferro con l’asse franco-tedesco. «Lunedì sera», ha commentato, «ho incontrato Salvini. Quando parla di uscita dall’euro è capace di motivare molto bene le sue ragioni. A momenti convinceva anche me... Il problema esiste, inutile negarlo». Se ne riparlerà perché Silvio non vuole mollare l’alleanza con la destra populista. «Solo se è unito e se ha un programma condiviso», spiega ai suoi, «il centrodestra è un’alternativa credibile». Ed è il momento di riorganizzarsi perché «la sinistra è in difficoltà» e i «grillini stanno dimostrando che, alla prova del governo, sono un fallimento». Però prima della coalizione va rilanciato il partito. A novembre ci sarà la conferenza programmatica di Forza Italia per dire no al referendum coinvolgendo i quadri locali. L’apertura e la chiusura saranno affidate a Berlusconi, che non intende affatto abdicare al suo ruolo di leader.

Silvio si riposa dieci minuti prima di intavolare come ultimo argomento quello più spinoso. «Ben venga Stefano Parisi», esordisce l’ex premier, «sta lavorando per allargare il perimetro della coalizione e questo è un bene. Incontra il consenso dell’opinione pubblica. E i grandi giornali sono tutti dalla sua parte». Ancora: «Mi ha assicurato che non vuole fare una riedizione di Scelta Civica o di un’altra lista inutile. Sta lavorando con il mondo degli imprenditori e mi ha suggerito di cambiare il nome Forza Italia in Per l’Italia. Potrebbe essere una strada». Guardando le facce perplesse che lo circondano, però, Berlusconi corregge il tiro: «Devo anche dire che finora Parisi non ha dato grande prova di lealtà. Non ha ricordato i successi dei nostri governi e non ha mai denunciato quello che mi hanno fatto la sinistra e i giudici». Però, conclude Silvio, «diamogli una chance». Apriti cielo. Il Cav ha toccato, consapevolmente, un nervo scoperto. Non poteva fare altrimenti. Adesso però deve sorbirsi le lamentale dei colonnelli. Il più agguerrito, al solito, è Renato Brunetta. Per carità, premette il presidente dei deputati azzurri, «Stefano è un amico, ma non potrà mai fare il leader, non ha la stoffa». Ci vuole altro. E il fatto che Parisi sia coccolato dai «giornaloni» non è un bene per il centrodestra. Semmai è «la dimostrazione» di come mister Chili «sia in realtà la quinta colonna della sinistra, lo utilizzano per cancellare il berlusconismo». Finito l’intervento di Brunetta, attacca Paolo Romani: «Ma quale centrodestra, al Megawatt erano tutti bauscia! Quella gente non è il nostro elettorato, non ci ha mai votato». Giovanni Toti, altro anti-parisiano, evita di affondare il colpo. Un sondaggio pubblicato ieri dal Corriere lo dà come il leader più apprezzato in alternativa a Berlusconi, al 29% contro il 21% di Parisi. Gianfranco Miccichè è forse l’unico che difende Parisi. La base del partito non è contraria, semmai incuriosita dalla sua ascesa. «Tanti», rivela, «mi chiedono di organizzare eventi con lui». Forse in Sicilia. Ma altrove no.

Altri colonnelli vogliono prendere la parola per dire la loro, ma «è tardi», irrompe Niccolò Ghedini, «il presidente è stanco, deve riposare». E se lo porta via. Appuntamento a settimana prossima, quando Silvio festeggerà i suo 80 anni. Stavolta a Roma.

Bahamas, inchiesta sui soldi nascosti. Tremano politici e imprenditori italiani

Bahamas, inchiesta sui soldi nascosti. Tremano politici e imprenditori italiani



Dopo i Panama Papers ecco i Bahamas Leaks. Una nuova inchiesta giornalistica dell'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), di cui fa parte l'Espresso, riporta Repubblica, si abbatte su questo paradiso fiscale e bancario dei Caraibi. Dal maxi-archivio con gli atti di oltre 175 mila società anonime registrate dal 1990 fino ai primi mesi del 2016. Alle Bahamas spuntano i nomi di politici, imprenditori, banchieri e finanzieri di tutti i continenti.

Tra i potenti dell' Europa con l'offshore alle Bahamas spicca il nome di Neelie Kroes, ex commissario alla concorrenza della Ue dal 2004 al 2010, poi responsabile dell agenda digitale dal 2010 al 2014. I Bahamas Leaks mostrano che la Kroes è stata amministratore di una società a tassazione zero delle Bahamas, carica rivestita tra il 2000 e il 2009 quando era la massima responsabile dell'Antitrust europeo. Di più. Come secondo amministratore della Mint Holdings compare l'imprenditore giordano Amin Badr El-Din, uomo d'affari legato alla UAE Offset, una società che reinveste i profitti ricavati dalla vendita di armi negli Emirati Arabi Uniti.

C'è poi il nome di Amber Rudd, il ministro conservatore dell'Interno britannico che ha sostituito Theresa May al momento della nomina a premier, quello di Carlos Caballero Argaez, ex ministro dell'Energia della Colombia, e i figli di due dittatori: Marco Antonio Pinochet, erede del dittatore cileno, e Abba Abacha, che avrebbe nascosto centinaia di milioni di dollari mentre il padre dominava la Nigeria.

Ci sono poi le offshore collegate all'Italia. Il settimanale rivelerà i nomi di industriali, banchieri d'affari, avvocati, commercialisti, nobili e big della finanza.