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domenica 18 settembre 2016

Terremoto, parla il sindaco di Amatrice: "Via dalle tende": c'è anche la data

Terremoto, l'annuncio del sindaco di Amatrice: "Via dalle tende". C'è anche la data



"Il tempo dell’emergenza è alle spalle. Ora iniziamo una nuova fase, siamo pronti a partire con lo smontaggio delle tendopoli, che inizierà venerdì prossimo". È quanto ha dichiarato il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. "Entro il prossimo weekend, d’accordo con le istituzioni regionali - ha sottolineato Pirozzi - daremo avvio alle operazioni per consentire in tempi ragionevoli il rientro dei cittadini di Amatrice in edifici più consoni. Abbiamo le liste di chi ha scelto il contributo per la sistemazione autonoma, quelle di chi potrà rientrare nella prima casa perché agibile, quelle di chi ha messo a disposizione la propria seconda casa per chi non ha più un tetto e l’elenco di quanti preferiscono gli alberghi. Dal prossimo weekend - ha concluso il sindaco - iniziamo a costruire la nuova Amatrice".

L'intervista - Doris, la sua profezia dopo la Brexit: "Italia fuori dall'euro? Si può se..."

Doris, la profezia dopo la Brexit: "Uscire dall'euro? Solo se..."


intervista di Giuliano Zulin



Presidente Ennio Doris, a "La Gabbia" su La7, ha detto: «Se fossi inglese, avrei votato per la Brexit». Lo diceva anche prima del referendum o lo afferma adesso, dopo i buoni dati britannici?

«Lo dicevo anche prima del referendum del 23 giugno. Pensavo che qualche conseguenza immediata di carattere negativo ci sarebbe stata perché i cambiamenti e l' incertezza generano negatività. E anche per il pessimismo che si era diffuso, ad esempio sono convinto che una serie di imprese abbia rinviato di mesi decisioni importanti».

Lei è forse l' unico, almeno in Italia, a pensarla così nel mondo dei banchieri e della finanza. È lei che ama andare sempre controcorrente o sono gli altri che stanno sbagliando tutto?

«Le racconto questo episodio: subito dopo il referendum inglese ero in Spagna, a un incontro con le principali case d' investimento mondiali. Ho parlato con uno strategist di una grande casa, la persona adatta, immaginavo, per comprendere la Brexit. Gli ho chiesto: cosa prevede dopo il voto di Londra? E lui: "calo del Pil britannico intorno al 4-6%". Ho provato a rispondere che avevo letto le stesse catastrofiche previsioni anche quando la Gran Bretagna era rimasta fuori dall' euro: si diceva che gli investimenti multinazionali avrebbero preferito l' Eurozona e che fosse minacciata la leadership londinese come mercato finanziario. Poi però è successo il contrario. Controreplica dello strategist: "Si sono salvati perché hanno svalutato". Bene, allora dico io, ma anche adesso hanno svalutato la sterlina...»

E lo strategist?

«A quel punto ha farfugliato...»

Come mai lei era sicuro di questo esito?

«C' era una tale pressione contro la Brexit, da parte dell' Europa e degli enti finanziari, come non avevo mai visto. Io, che istintivamente mi fermo quando tutti vanno in un' unica direzione, ho quindi letto con spirito critico le dichiarazioni dei vari Juncker e Schäuble, capendo che si trattava prevalentemente di messaggi elettorali: la Germania esporta 100 miliardi nel Regno Unito... »

Messaggio elettorale? Ma qua si gioca con i soldi e il lavoro di centinaia di milioni di persone…

«Le dico di più: è un discorso di democrazia. Per conquistare la sovranità in casa propria tanta gente ha dato la vita. Io sono europeista convinto, fin da bambino, ero innamorato di Schuman, De Gasperi, Adenauer. Sono del 1940, la guerra me la ricordo bene, e una volta finita anch' io capivo che c' era il desiderio di dire basta. Basta confini, creiamo un' unica comunità. Poi un giorno ho incontrato la Thatcher, che non mi piaceva tanto perché era anti-europeista: mi sono innamorato perché parlando di democrazia e sovranità disse: "Non accetterò mai che un ente esterno all' Inghilterra, che non ha ottenuto il suffragio del popolo, possa imporre leggi contrarie ai nostri usi e alle nostre regole. La UE deve essere rispettosa delle peculiarità dei singoli Stati».

Detto questo l'economia non va nemmeno meglio...

«L' Italia ha un virus, ha la febbre. Quando si ha l' influenza le medicine sono due: la tachipirina, che abbassa la temperatura ed è anti-infiammatoria, ma non basta a guarire, e quindi servono anche gli antibiotici. Per intenderci: la tachipirina sono i tassi di interesse, gli antibiotici sono invece le tasse».

La tachipirina c'è, la dà Draghi

«Sì, ma la si usa male. La stessa cura viene data per abbassare la temperatura a tutti, così la Bce compra titoli italiani e tedeschi, solo che la febbre italiana era a 38, mentre la Germania non ce l' aveva. La tachipirina funziona, noi scendiamo da 38 a 37,5, ma in Germania da 36,5 crollano a 35,5. Fa male anche la temperatura così bassa, cioè i tassi negativi. Allora la Germania dice: basta tachipirina, ma vuole toglierla a tutti, noi però abbiamo ancora la febbre…»

L'Unione Europea è al servizio dei tedeschi...

«Stiamo mantenendo il vantaggio a favore della Germania. Allora l' Inghilterra dice, le medicine me le scelgo io. E l' economia non potrà che andare meglio».

Noi cosa possiamo fare?

«Forse l' uscita dell' Inghilterra potrebbe favorirci, la Spagna ad esempio è stata graziata sul deficit-Pil alto. Ma bisogna battere i pugni sul tavolo a Bruxelles...».

Per battere i pugni bisogna essere forti...

«Sì, ma forti in Italia. Ci vorrebbe un governo forte, che lavori per cinque anni. Come prima cosa bisognerebbe tagliare 10 miliardi di spesa pubblica e conseguentemente 20 miliardi di tasse, cioè gli antibiotici di cui dicevamo prima. Allora potremmo battere i pugni. Renzi ha detto bene: ci prenderemo quello che ci serve…»

Ma uscire dall'euro, no? 

«È difficilissimo, però o l' Europa cambia o le cose possono precipitare, il rischio che salti l' euro c' è. Quando si stava aderendo all' euro, io, da europeista, ero contro, perché lo ritenevo un pericolo per l' Europa unita... Concordavo con Antonello Zunino, autore del libro L' insostenibile pesantezza dell' euro che diceva: quando è nato l' euro la Baviera quanto il Veneto sono diventate regioni di tutti ma con leggi diverse, senza più le rispettive valute che facevano da cuscinetto».

Renzi, referendum. Lei vota Sì?

«Il problema non è il referendum, sono le medicine da dare all' economia. Ci vuole subito una riduzione delle imposte ai lavoratori, per stimolare i consumi e ridare fiducia. Poi una cosa radicale: riduzione fiscale alle imprese, così partono gli investimenti. Nel breve aumenta il deficit, ma solo nel breve. Due esempi: l' Irlanda negli anni '80 avevano debito-Pil peggio del nostro, poi hanno tagliato tasse e spese e sono arrivati quasi al 25%. Secondo esempio: a inizio anni '80 l' aliquota familiare negli Usa era al 71%, quando arrivò Reagan il primo provvedimento fu ridurla al 50% e nel secondo mandato al 28%. Ebbene, da lì è partito il grande sviluppo americano fino al 2001. La crescita si fa con meno tasse, non tagliando il debito».

Usa bombardano (per sbaglio) 62 soldati A un passo dalla guerra: la furia di Mosca

Gli Usa bombardano 62 soldati siriani. Venti di guerra



Sarebbero almeno 62 i soldati dell’esercito siriano rimasti uccisi e un centinaio quelli feriti nell’attacco aereo della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti nell’area montuosa di al Tharda, nella Siria orientale. Lo riferisce il Ministero della Difesa russo. «Oggi, nelle zone vicine all’aeroporto di Deir ez-Zor, la Coalizione internazionale contro lo Stato islamico (Is) ha effettuato quattro attacchi aerei contro le truppe governative siriane circondate da terroristi», ha detto in una dichiarazione il portavoce del ministero, generale Igor Konashenkov, aggiungendo che gli aerei militari sono entrati nello spazio aereo della Siria dal confine iracheno. Il bilancio sarebbe invece di almeno 30 vittime secondo l’Osservatorio siriano sui diritti umani. Se confermato, sarebbe la prima volta che la coalizione a guida Usa prende di mira le forze governative siriane. Secondo fonti vicine all'esercito Usa, il bombardamento sarebbe partito per errore, avendo scambiato la postazione delle forze siriane per una postazione dell'Isis. Le forze della coalizione hanno comunque sospeso i raid. 

Canone Rai in bolletta: è un bidone Quanti soldi (nostri) hanno già perso

Flop del canone Rai in bolletta, è un bidone: quanti soldi ha perso Viale Mazzini



Un'operazione fallimentare. Il tanto discusso canone Rai in bolletta si sta rivelando un vero e proprio flop. Da una indagine condotta da ItaliaOggi, la metà degli italiani si è rifiutato di versare l’obolo alla tv pubblica, versando solo l’importo dei consumi elettrici. A comunicare la notizia all’Agenzia delle Entrate sono state le società elettriche, secondo cui l’evasione ha raggiunto punte del 60% al Sud mentre al Nord i valori medi non superano il 50%.

Solo chi riceve a casa il bollettino postale può decidere di non pagare. Se avete l’utenze domiciliata in banca, invece, non c'
è scampo. Nel caso del bollettino postale, dovete prenderne uno bianco e compilarlo con il numero di conto corrente del gestore elettrico, inserendo l’importo della fattura sottraendo la voce del canone.

Attualmente l’Agenzia delle Entrate è all’opera per verificare l’avvenuto pagamento della tassa sulla tv e controllare le dichiarazioni di esenzione, i mancati pagamenti e le certificazioni di non possesso, inviate dai contribuenti per non pagare il canone. Manca all’appello una buona fetta degli incassi previsti: i dati presi in considerazione riguardano il solo mese di luglio e manca un mese di fatturazione. È tuttavia da escludersi che l'operazione canone in bolletta possa avvicinarsi a quel 100% auspicato dal governo Renzi, che rischierebbe di dover affrontare un flop e di dover abbandonare l’idea della riscossione attraverso l’utenza elettrica.

Il Fatto Quotidiano, che riporta uno studio  della Cgil, sostiene che con un'evasione a zero l'extra-gettito sarebbe di 220 milioni, che si riducono a 100 con un' evasione al 4%. Con quella provvisoria fornita dall' Enel (cioè 2,1 milioni di evasori) l' importo finale supera di poco gli 1,6 miliardi e non c'è extra-gettito. Dal numero complessivo dei paganti stimato, vanno infatti tolti gli 820 mila utenti che hanno chiesto l'esenzione all'Agenzia e i 300 mila ultra-settantacinquenni con reddito fino a 6.850 euro annui che lo sono per legge. 

sabato 17 settembre 2016

Siluro miliardario sulla banca tedesca La multa-vendetta: quanto pagheranno

Il siluro miliardario contro la banca tedesca. La multa-vendetta: quanto pagheranno



Conto la banca tedesca Deutsche Bank sta per arrivare una delle multe più care mai inflitte a un istituto di credito. Il contenzioso sulla vendita dei titoli tossici distribuiti prima del 2008 potrebbe costare carissimo alla banca di Francoforte, contro la quale il Dipartimento di giustizia americano ha chiesto una multa di 14 miliardi di dollari. Come riporta il Fatto quotidiano, mai finora è stata pagata una cifra così alta. Un precedente simile si ritrova solo nel caso di Goldman Sachs, protagonista del crac economico del 2008, che avrebbe dovuto pagare 16 miliardi di dollari, poi però ridotti a 5 grazie a un accordo.

Le previsioni dei tedeschi erano più rosee. Solo la scorsa settimana la stampa tedesca aveva previsto una multa di circa 2,4 miliardi di euro, grazie al patteggiamento. La Deutsche Bank aveva comunque messo a bilancio circa 6 miliardi per poter affrontare la mole di cause che la coinvolgevano sulla vicenda dei titoli tossici. Numeri comunque lontanissimi da quelli richiesti dagli americani, particolarmente irritati, secondo il Financial times, dopo la maxisanzione a cui è stata condannata la Apple per l'elusione fiscale in Irlanda.

Claudio Amendola, umiliato dalla star del web: l'insulto ferocissimo / Guarda

Rovazzi VS Amendola, il botta e risposta al peperoncino: "Sei solo un...", volano insulti



Fabio Rovazzi è l'idolo dell'estate e dei giovanissimi: la sua "Andiamo a comandare" è un inno alla leggerezza social dei ragazzi 2.0, e non a caso è diventata il tormentone 2016, spammatissima su ogni piattaforma web. E proprio sui social, Rovazzi si è reso protagonista di un botta e risposta pepato con uno degli storici personaggioni della tv, Claudio Amendola.

Al "Tale e Quale Show", Enrico Papi si è esibito in un'imitazione del cantante ventiduenne, suscitando grandi risate tra i giudici del programma, ma Claudio Amendola, uno dei giurati, è stato parecchio critico, più su Rovazzi che su Papi. Le opinioni della star de "I Cesaroni" non sono andate giù al buon Fabietto, proprio lui che aveva fatto dell'autoironia il suo punto di forza. Sulla sua pagina Facebbok, Rovazzi ha postato il video di Papi commentando con "Claudio Amendola, fino a ieri pensavo fossi solo una fermata della metro". E in effetti, a Milano esiste la fermata Amendola, sulla linea 1. Una battuta che ha molto divertito i fan di Rovazzi...ma come la prenderà Claudio?

La ricerca clinica in Italia e Europa Position paper dal forum Ambrosetti

10 ANNI DI CELGENE La ricerca clinica in Italia e Europa Position paper dal forum Ambrosetti


di Olimpia R. Sermonti



‘Il Futuro è la ricerca clinica - Un’opportunità per il paziente, il SSN e il Paese’, è il titolo del forum organizzato a Roma da The European House-Ambrosetti in occasione della celebrazione dei 10 anni di Celgene in Italia, con la partecipazione di autorevoli rappresentanti della ricerca nazionale. L’evento è stato l’occasione per confrontarsi sullo stato attuale e le prospettive future della ricerca clinica in Italia e per presentare un Position paper realizzato da The European House-Ambrosetti proprio per Celgene. Secondo il Position paper negli ultimi anni – dal 2008 al 2014 – il numero di studi clinici in Europa si è ridotto del 32%. Anche in Italia tra il 2008 e il 2013 si è registrato lo stesso trend negativo con un numero di studi clinici passati da 880 a 583. Nel 2014, però, nel nostro Paese si registra una lieve ripresa delle sperimentazioni, risalite a 592, pari al 18,2% di tutti gli studi europei. La ripresa è continuata anche nel 2015 con il numero di sperimentazioni cliniche autorizzate che ha raggiunto quota 681. Se oltre l’80% dei trial autorizzati in Italia si concentra nelle fasi II e III, gli unici a essere cresciuti dal 2008 sono gli studi di fase I: un segnale positivo che indica una maggiore partecipazione della ricerca italiana alla realizzazione di nuove cure e anche una maggiore capacità di fare ricerca.

L’Italia dimostra con i fatti la propria capacità di produrre ricerca: il nostro Paese è nella Top 10 mondiale per numero di pubblicazioni realizzate in ambito medico nel periodo 1996-2015 (al settimo posto con quasi 456.000 pubblicazioni), mentre è addirittura al primo posto per numero di pubblicazioni per ricercatore (5,3) e per numero di citazioni per ricercatore (101,6). La prima specializzazione della ricerca clinica italiana è stabilmente nel campo oncologico con il 39% di tutte le sperimentazioni, seguita da neurologia e cardiovascolare. A fronte di questi segnali positivi, permangono comunque in Italia alcuni ostacoli allo sviluppo della ricerca clinica, quali per esempio le tempistiche richieste per avviare i trial e la scarsa accessibilità alle informazioni necessarie che rendono il nostro Paese meno attrattivo per gli investitori rispetto ai competitor europei.  Il nuovo regolamento europeo 536/2014 che entrerà in vigore nel 2018, offre all’Italia l’opportunità di semplificare il processo autorizzativo delle sperimentazioni cliniche e dunque di candidarsi a ‘hub’ europeo. A livello nazionale, la riorganizzazione della sperimentazione clinica - portata avanti dal Disegno di Legge presentato nell’attuale legislatura dal ministro Beatrice Lorenzin – ha come punti di forza, tra gli altri, la semplificazione degli adempimenti formali per ottenere il parere dei Comitati etici e l’indicazione di requisiti chiari per i Centri autorizzati a condurre sperimentazioni di Fase I.

Insieme a regole certe e stabili, per rafforzare la posizione di leadership dell’Italia nella ricerca è necessaria una efficace collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nella ricerca clinica, il Servizio Sanitario Nazionale, i centri di ricerca, le associazioni dei pazienti, l’Accademia e le aziende. Celgene ha dato un contributo positivo alla ricerca clinica italiana. Nell’ultimo decennio in Italia ha infatti realizzato 78 studi clinici di cui 50 ad oggi attivi con un investimento in ricerca e sviluppo di oltre 120 milioni di euro e circa 1.800 pazienti coinvolti. Celgene riveste un ruolo importante anche nella ricerca indipendente,supportando o avendo supportato in maniera incondizionata ben 69 studi accademici.

«Siamo convinti che la ricerca clinica in Italia possa rappresentare un humus straordinario per i piani strategici di espansione dell’industria farmaceutica, supportati oggi da un piano strutturato del Governo Italiano. L’Italia deve puntare sulle proprie caratteristiche di eccellenza, ovvero ricercatori che sanno competere e primeggiare per numero e qualità delle pubblicazioni scientifiche e un’industria capace di produrre ricerca e innovazione di qualità. Per tale motivo Celgene in occasione del proprio decennale in Italia ha deciso di sostenere questi giovani ricercatori con un premio alla ricerca indipendente, sia clinica che di base, il ‘Celgene Research Award’, in quattro specifiche aree: infiammazione, immunologia, ematologia e oncologia – afferma Pasquale Frega, amministratore delegato di Celgene Italia – Celgene, decisamente in controtendenza rispetto al panorama generale dell’industria farmaceutica, investe a livello globale in Ricerca e Sviluppo circa il 30% del suo fatturato. Lo straordinario successo della ricerca Celgene in Italia e il piano strategico di sviluppo consentono di prevedere anche per i prossimi anni un aumento degli investimenti: tra questi figura l’ambizione di creare un centro che coordini le attività di ricerca clinica condotte nel nostro Paese».