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sabato 20 dicembre 2014

Classifica dei lavori che fanno ingrassare (e quelli che fanno dimagrire)

La classifica americana: ecco quali sono i mestieri con il più alto rischio di obesità




L'American journal of preventive medicine ha pubblicato, nei giorni scorsi, la classifica del rischio obesità in base all'occupazione. Come riportato dal Corriere della Sera, sono dati molto importanti negli Usa, dal momento che lavoratori in buona forma fisica significano, per il datore di lavoro, un risparmio medio del 9% in spese sanitarie e assenze per malattia.

I dati - Il tasso di obesità, cioè la probabilità di diventare sovrappeso, supera il 40% per poliziotti, pompieri e guardie giurate: sono questi i mestieri più a rischio, seguiti (35,6%) dai lavoratori del sociale e dagli uomini di chiesa. Dopo i primi, i mestieri più colpiti sono infermieri, terapisti, architetti, ingegneri, autisti e camionisti. I più virtuosi, invece, sono gli economisti, gli scienziati e gli psicologi, con un tasso di obesità del 14% circa: poco sopra stanno artisti, attori e reporter, poi cuochi e baristi.

Vuoi vedere dal vivo la finale a Sanremo? Ecco quanto devi pagare per una poltrona

Festival di Sanremo, seguire la finalissima all'Ariston costerà 660 euro




In un modo o nell'altro seguire il Festival della Canzone Italiana, in onda dal 10 al 14 febbraio  ha il suo bel costo, e se i 113,50 euro del canone Rai vi sembrano troppi per un anno di tv, date un'occhiata ai prezzi delle serate del teatro ligure. Per presenziare all'Ariston e seguire Sanremo comodamente seduti in teatro, i prezzi vanno dal centinaio ai 660 euro. Precisamente vi costerà 100 euro la galleria nelle prime 4 serate, 320 nella finalissima, i prezzi del biglietto aumentano per la platea dove costerà 180 euro per sera fatta esclusione per la finalissima dove si arriva a 660 euro. Optando per l'abbonamento, disponibile per la sola galleria il costo rsta quello degli ultimi 5 anni, ovvero 672 euro.  A chi si domanda la ragione, semplice perché Sanremo è Sanremo...

Anche i francescani sono in rosso: buco milionario nei conti, rischio crac

Francescani in rosso: buco milionario, rischio crac




Investimenti sbagliati, controlli insufficienti operazioni finanziarie dubbie e i frati francescani rischiano il crac. In una lettera pubblicata sul sito dei frati e ripresa dal Messaggero, il ministro generale, padre Michael Perry scrive: "La Curia generale si trova in una situazione di grave, sottolineo grave, difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti". Da un'indagine interna avviata a settembre sulle attività finanziarie dell'economato degli stessi francescani, è emerso che "i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell'Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l'inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente". Inoltre "sembrano esserci state un certo numero di dubbie operazioni finanziarie, condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell'Ordine, senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell'attuale Definitorio generale".

Secondo il superiore generale dei francescani "la portata e la rilevanza di queste operazioni hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale. Queste dubbie operazioni vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda". Per questo si è anche deciso di chiedere l'intervento delle autorità civili. Intanto Perry ha chiesto a "tutti i Ministri provinciali e Custodi la loro comprensione e un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all'attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi".

Infine padre Michael, consapevole dell'impatto che questa vicenda avrà su tutti, ha richiamato tutti all'esempio di "Papa Francesco nel suo appello alla verità e alla trasparenza nelle attività finanziarie sia nella Chiesa che nelle società umane".

Le auto blu e la bufala sui tagli: dovevano restarne 93, ce ne sono mille

Auto blu, bufala sui tagli: dovevano restarne 93, ce ne sono ancora mille. Marianna Madia: "Colpa dei rinvii"




Non avranno dimezzato il numero dei parlamentari o i loro stipendi ma almeno hanno iniziato a tagliare le auto blu che secondo il Codacons ci costano un miliardo di euro l'anno. Questa era la speranza della scorsa primavera quando il governo Renzi aveva annunciato che le auto dovevano essere massimo 5 per ogni ministero, per un totale di 93, compresa quella del premier. Speranza che si è tramutata nell'ennesima beffa, dato che a fine 2014 ad oltre sei mesi dal decreto, come segnala Il Messaggero sono ancora più di mille: ben 1.163. Ma il ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia, annuncia un'accelerazione, affermando che finalmente è arrivato il decreto attuativo e quindi dovranno mettersi in regola entro i prossimi due mesi, gli enti che attualmente hanno a disposizione fino a cinquanta auto, entro giugno quelli fino a cento macchine ed entro fine 2015 quelli con oltre un centinaio di vetture. I risparmi 2015 ammonteranno così a 43 milioni. Conferma inoltre la distribuzione delle auto in questione: le amministrazioni con meno di cinquanta dipendenti potranno avere a disposizione solo un'auto, quelle con un numero di addetti tra i cinquantuno e i duecento potranno contare su una coppia, quelle con più di duecento ma sotto i quattrocento tre auto fino a un massimo di cinque veicoli per quelle con oltre seicento lavoratori. Le cause della "solita" lentezza burocratica vengono additate al fatto che gran parte delle auto blu ministeriali non possono essere vendute, così come proposto da Matteo Renzi, perché sono affittate con contratti in leasing che se dovessero essere interrotti prima della scadenza porterebbero al pagamento di grosse penali.

Cornuti sì, ma quanto guadagnano Ecco gli incassi degli arbitri italiani

Arbitri, ecco quanto guadagnano quelli italiani

di Francesco Paolo Giordano 


I più bravi se lo possono permettere: girano in Ferrari, vestono abiti firmati e ogni domenica scendono in campo per il campionato. Ma preferiscono la discrezione: non sono calciatori ma arbitri, non devono (ma qui il condizionale è preferibile) essere al centro dell’attenzione, ma limitarsi a far rispettare le regole. I direttori di gara della nostra Serie A potrebbero essere habitué del jet set, visto il lauto stipendio che spetta a quelli più in carriera: c’è chi, in un anno, riesce a raggiungere la somma di 200.000 euro lordi, solamente grazie al loro lavoro di fischietti. Che si accompagna alla professione autonoma, slegata dal mondo del calcio, esercitata da ogni giacchetta nera.

Bisogna ricordare che non tutti gli arbitri riescono a guadagnare una cifra del genere: dipende dall’esperienza accumulata. È in base alle gare dirette in carriera che cambia l’indennità fissa stagionale. Gli internazionali guadagnano 80mila euro, gli arbitri che hanno fischiato in almeno 70 gare di A percepiscono 70mila euro, 45mila euro per chi ha all’attivo almeno 25 gare di A e 3mila euro per i debuttanti nel massimo campionato. Infine, agli assistenti vanno 23mila euro annui. A queste somme, vanno aggiunti i compensi per ogni singola partita di campionato. Un arbitro guadagna 3.800 euro a gara, cifra che si riduce a 1.080 per gli assistenti e a 800 per il quarto uomo. Per la Coppa Italia, il tariffario varia a seconda dell’importanza della partita: dai mille euro dei primi turni si arriva ai 3.800 della finale, quanto una gara di Serie A. È la Federcalcio a versare i contributi agli arbitri, in quanto l’Aia, l’Associazione Italiana Arbitri, è la settima componente della Figc. In più, gli internazionali hanno la possibilità di arbitrare match gestiti dall’Uefa, dove il tariffario è ancora più remunerativo: 4.800 per ogni gara fischiata, 5.800 se la partita riguarda la fase finale di una manifestazione. 

La questione dei compensi per gli arbitri ritorna dopo l’ultimo Consiglio Federale: è stato approvato il budget 2015 della Figc (ma gli arbitri, insieme ad allenatori e calciatori, si sono astenuti dalla votazione), ma è stato previsto un passivo di 10 milioni di euro. «Ampiamente coperto dalle nostre risorse interne», si è affrettato a dire il presidente Tavecchio. Il segno meno è dovuto alla decurtazione dei contributi Coni decisa ad ottobre: si è passati dai 62,5 milioni di euro del 2014 agli attuali 40,1. Per questo, il numero uno della Federcalcio ha prontamente annunciato: «Ci sarà una riduzione dell’8% della spesa arbitrale, che su circa 50 milioni a disposizione equivale a 4 milioni di euro». La cura non è ancora definita, ma il paziente è già disteso sul lettino. Però, in fin dei conti, buona parte della spesa per gli arbitri viene destinata alle categorie minori: in Italia, ogni anno, si disputano 700.000 partite. Una stagione di Serie A, dal punto di vista del pagamento degli associati Aia, costa circa quattro milioni di euro, cinque se si considerano anche Coppa Italia e Supercoppa. 

Nello stesso Consiglio, è stato deciso di costituire un gruppo di lavoro che valuti l’introduzione della goal-line technology, il sistema per evitare i gol fantasma, già adottato nei Mondiali brasiliani. In Inghilterra lo usano già, in Germania arriverà a breve. Il presidente dell’Uefa Michel Platini è sfavorevole all’utilizzo della tecnologia sui campi di calcio, ma il fronte a favore sta raccogliendo sempre più consensi. Tra cui lo stesso Tavecchio, convinto anche da alcuni suoi sponsor, come Galliani, furioso per la mancata concessione del gol fantasma di Rami in Milan-Udinese dello scorso 30 novembre. Se si dovesse continuare su questa strada, la Figc potrebbe decidere di abolire gli arbitri di porta, che fin qui non hanno mai convinto fino in fondo. Il loro impiego costa alla Federcalcio, ogni anno, 1,6 milioni di euro. L’installazione della goal-line technology invece, come ha ribadito Carlo Tavecchio, sarebbe esclusivamente a carico delle società, e costerebbe tra i 200.000 e i 250.000 euro a stadio.

venerdì 19 dicembre 2014

Beffa sulle pensioni: via più tardi Ecco quando potrete lasciare il lavoro

Pensioni, dal 2016 si lascerà il lavoro 4 mesi più tardi




Dal 2016 si andrà in pensione quattro mesi più tardi. Età anagrafica per la pensione di vecchiaia e anni di contribuzione per quella anticipata saranno aumentati di quattro mesi. E' - come ricorda Il Giorno l'effetto del collegamento, previsto dalla riforma, tra incremento dell'aspettativa di vita e requisiti pensionistici. Per il 2015 saranno confermati i requisiti già validi: l'età pensionabile delle donne lavoratrici private e quelle autonome (commercianti, artigiane) rimane fissata rispettivamente a 63 anni e 9 mesi e a 64 anni e 9 mesi. L'età delle dipendenti pubbliche e quella degli uomini, rimarrano quelle del 2013 fissate a 66 anni e tre mesi. Restano invariati i requisiti della pensione anticipata che ha sostituito la vecchia pensione di anzianità: 42 anni e 6 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e sei mesi per le donne.

Il quadro - Ma come  dicevamo, il 2016 sarà un anno di stretta previdenziale. L'obiettivo della riforma Fornero è quello di fissare una soglia di età uguale per tutti, ma a questo traguardo arriveremo nel 2018, quando la soglia minima uniforme sarà almeno di 66 anni. Oggi lo è per i dipendenti pubblici di entrambi i sessi: nel 2016 è fissato un nuovo scalino. Il principio ispiratore è quello secondo cui a mano a mano che si vivrà più a lungo si dovrà lavorare di più e si alzerà quindi l'età pensionabile. Il primo adeguamento c'è stato nel 2013 ed è stato di 3 mesi. Il secondo partirà dal 2016: i quattro mesi in più di lavoro sono stati certificati dal decreto che - come scrive iIl Giorno - attende la pubblicazione. Ecco quindi il quadro per il 2016: le lavoratrici private passeranno da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi; 64 anni e 9 mesi a 66 anni e anni e un mese per quelle autonome. 

Arriva la multa sul termosifone, cosa cambia: le sanzioni

La multa del termosifone: le sanzioni per chi non installa valvole termostatiche




Entro il 31 dicembre 2016, così come previsto dal decreto di recepimento della direttiva 2012/27/Ue sull’efficienza energetica, scatterà l’obbligo, per tutti gli italiani che risiedono in condomini con riscaldamento centralizzato, di installare su ciascun termosifone del proprio appartamento le valvole termostatiche con i contabilizzatori di calore. Che permetteranno di risparmiare, ma avranno anche costi d'installazione piuttosto alti e sanzioni altrettanto pesanti. Le valvole di fatto sono meccanismi di termoregolazione che permettono una suddivisione del calore nelle diverse stanze dell'appartamento, consentendo di escludere automaticamente il termosifone una volta che la camera ha raggiunto la temperatura desiderata in base al livello impostato, da 0 a 5. I contabilizzatori o ripartitori di calore sono, invece, apparecchiature che quantificano il calore effettivamente consumato. Grazie a questo intervento di risparmio energetico, si prevede di consentire un risparmio medio annuale tra il 10% e il 30% del totale del combustibile utilizzato da ogni condominio.

Costi e sanzioni -  Secondo una simulazione fatta dal Sole 24 Ore, per un appartamento di 80 mq dotato di 6 caloriferi servono 1.055 euro di spesa per installare le valvole termostatiche (in media si tratta di un'operazione che costa 120 euro a calorifero), compresi i costi per adeguare le pompe di circolazione dell'impianto condominiale da portata fissa a variabile. I condomini che non osserveranno la legge saranno soggetti ad una sanzione amministrativa compresa tra i 500 e i 2500 euro, a seconda delle disposizioni adottate dalle singole Regioni.