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martedì 7 aprile 2015

"Eh ti pareva che la Lilli alla fine..." La iper-renziana la sfotte in diretta

Otto e mezzo, la moglie del renziano Carrai sfotte la Gruber: "Ti pareva che la Lilli non mi faceva questa domanda?"





La super-renziana sfotte in diretta Lilli Gruber. Imprevisto a Otto e mezzo, dove si parla di islam, cristianesimo e massimi sistemi geopolitici. Tra gli ospiti Lucio Caracciolo direttore di Limes e la filosofa Francesca Campana. Per chi non lo sapesse, è la bella e bionda moglie di Marco Carrai, potente imprenditore nonché amico intimo del premier Matteo Renzi. La Gruber si trattiene per tutta la puntata ma dopo mezz'ora non può esimersi dalla domandina maliziosa: "Ma Carrai a casa parla mai di politica?". "Ah, ecco che la Lilli mi fa la domanda su Carrai", è la reazione un po' stizzita della Campana. Momenti di imbarazzo, poi la Gruber insiste: "Ma allora, parlate mai di politica?". "Sì, ogni sera e guardando Otto e mezzo"...

Alonso, l'ultima drammatica verità Amnesia? Non c'entra la botta ma...

Formula uno, Fernando Alonso è stato sedato due volte dopo l'incidente





L'amnesia temporanea di Fernando Alonso dopo l'incidente nei test di Barcellona è stata causata dalla negligenza dei medici. A dirlo è la rivista specializzata tedesca Auto Motor und Sport secondo la quale il pilota spagnolo della McLaren sarebbe stato sedato due volte per sbaglio dai sanitari che lo hanno soccorso. La dose massiccia di sedativi ha quindi causato la perdita di memoria per diverse ore dopo l'uscita di pista. Nel corso dei giorni successivi all'incidente la McLaren aveva cercato di mantenere il massimo riserbo sulla dinamica dell'incidente. A quel punto si sono scatenate diverse tesi spesso discordanti. Lo stesso Alonso aveva in parte contestato la sua casa madre.  I giornalisti tedeschi hanno sentito molti testimoni dell'incidente. Secondo quanto raccolto Alonso è stato sedato dai soccorritori immediatamente dopo l’uscita di pista e per errore, una seconda volta dall’equipe del centro medico del circuito, prima del trasferimento in ospedale. In questo modo si spiegherebbe l'amnesia tra le 14 e le 18 e la decisione dei medici di trattenere il pilota in ospedale sotto stretta osservazione nei successivi tre giorni e mezzo.

Alberghi con piscina e agriturismi Ecco dove mettiamo i clandestini

Clandestini, ecco dove li ospitiamo

di Matteo Pandini 



Il governo italiano spende circa 35 euro al giorno per ogni profugo. La cifra finisce solo in minima parte agli stranieri (meno di tre euro al dì) mentre il resto è destinato a chi si occupa della loro accoglienza. Solitamente, si tratta di cooperative specializzate o albergatori. L’esecutivo, il ministro dell’Interno Angelino Alfano in testa, giudica  questa politica un esempio di civiltà e di doverosa accoglienza per chi sbarca nel nostro Paese scappando dalla fame o dalla guerra. Di ben altro avviso alcuni partiti, su tutti la Lega Nord di Matteo Salvini, che parlano apertamente di spreco e di discriminazione verso gli italiani indigenti. È un dibattito che si trascina ormai da alcuni mesi, e con la bella stagione è lecito immaginare che gli arrivi sulle coste meridionali possano moltiplicarsi. Nelle ultime ore, per esempio, è stata segnalata una partenza di circa 1.500 persone dalla Libia a bordo di imbarcazioni fatiscenti, dalle quali sono subito partite richieste di aiuto. In queste pagine Libero ha raccolto solo qualche esempio fotografico delle strutture che, in tutta Italia, ospitano i profughi: ci sono alberghi, alcuni dei quali di categorie più che dignitose, alcuni edifici comunali che erano destinati agli anziani, bed and breakfast, ostelli. Va ricordato che ai profughi vanno garantiti colazione, pranzo e cena. Beni di prima necessità per l’igiene personale, dal sapone al rasoio. Poi schede telefoniche e lenzuola pulite. 

Telefoni e l'incubo del cambio gestore: tutti i consigli per evitare fregature

Telefoni, come cambiare operatore telefonico senza dover pagare costi inutili





Ci sono legami che rischiano di essere soffocanti. Mentre in Parlamento si discute di accelerare i tempi per il divorzio per liberarsi da un matrimonio che non funziona, resta ancora complicato riuscire a liberarsi dell'operatore telefonico che in un momento di debolezza ci ha ammaliati con offerte imperdibili, ma che si sono presto rivelate poco convenienti, se non addirittura truffaldine. Il primo allarme sta arrivando in questi giorni a milioni di utenti. Telecom sta avvertendo che dal 1 maggio cambia nome e tariffe, chi c'è c'è: si chiamerà solo Tim, la bolletta sarà mensile e non avrà il più canone, ma secondo gli esperti aumenterà di 10 euro al mese.

Tempi - Sono quasi 5 mila i reclami che arrivano alla sola sede nazionale dell'Unione nazionale consumatori a proposito di compagnie telefoniche avvinghiate ai proprio clienti. Nel caso di telefono fisso, le regole dell'Agcom impongono 10 giorni lavorativi per il passaggio da un operatore all'altro. Ma le aziende se ne fregano delle eventuali sanzioni, secondo il Fatto quotidiano, prolungano i tempi insistendo con offerte e presunti problemi tecnici finché il cliente, preso per sfinimento, non rinuncia al cambio.

Doppia fattura - Il decreto Bersani del 2007 aveva annullato ogni costo a carico del cliente che vuole cambiare fornitore, ma le compagnie riescono a infilare una tassa per la separazione che può arrivare anche a 100 euro. E peggio succede se non si leggono bene le clausole rescissorie dei contratti, perché succede non di rado di ritrovarsi a pagare due fatture a bimestre: quella del nuovo operatore scelto e quella del vecchio che ancora reclama denaro per servizi di cui non si usufruisce più.

Cellulari - Va meglio se si vuole cambiare operatore sul proprio telenino, i tempi di solito non superano le 48 ore. Ma gli i problemi nascono quando si vuole rescindere un contratto. Bisogna assicurarsi che l'azienda mollata abbia ricevuto chiaramente la nostra comunicazione, altrimenti continuerà ad inseguirci - anche prelevando automaticamente dal conto, se abbiamo attivato la domiciliazione - chiedendo qualche centinaio di euro a volta.

Allarme dichiarazione dei redditi: perché ci costerà più che nel 2014

Fisco, Cgia Mestre: "730 precompilato più costoso per 10 milioni di contribuenti"





Il 730 precompilato sarà più complicato e anche più costoso. L'allarme arriva dalla Cgia di Mestre, secondo cui saranno 10 milioni i contribuenti "obbligati" a ricorrere all'aiuto di un Caf o di un commercialista per presentare la dichiarazione dei redditi. "Nonostante le promesse fatte nei mesi scorsi da autorevoli esponenti del Governo, per la stragrande maggioranza dei contribuenti italiani il modello 730 costerà di più rispetto all'anno scorso", spiega il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi. Nei modelli precompilati da scaricare online, infatti, non si potranno inserire detrazioni e deduzioni, a cominciare da quelle per le spese mediche. Occorrerà dunque integrare il 730 precompilato e secondo la Cgia saranno chiamati a farlo 14.300.000 contribuenti, il 71% dei 20 milioni complessivi. "A nostro avviso, almeno i 2/3 dei contribuenti, pari in termini assoluti a circa 10 milioni, saranno costretti a ricorrere ad un intermediario fiscale - spiega Bortolussi -. Sarà molto difficile che un pensionato o una persona con poca dimestichezza con il computer possa procedere autonomamente: nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, ricorrerà ad un Caf o ad un professionista". E proprio per questo pagheranno di più le loro dichiarazioni: da quest'anno, infatti, gli intermediari saranno chiamati a rispondere degli errori nelle dichiarazioni sia per le sanzioni sia per le imposte. Conseguenza: gli studi dei commercialisti hanno dovuto adeguare al rialzo i massimali delle loro assicurazioni, facendone ricadere il peso sui clienti: "I Caf, a seconda della complessità - conclude Bortolussi -, stanno facendo pagare l'elaborazione dei modelli cosiddetti precompilati che, fino all'anno scorso, erano gratuiti".

Aumento Iva, sarà bagno di sangue: quanto si spenderà in più e per cosa

Def, occhio all'aumento dell'Iva: 842 euro di spesa in più a famiglia





Una corsa contro il tempo (e i conti) per scongiurare l'aumento dell'Iva e una stangata da 842 euro a famiglia. Sono le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori a lanciare l'allarme: se il governo non riuscisse ad eliminare dal Def l'attuazione delle clausole di salvaguardia, gli aumenti dell’Iva e delle accise, tra ricadute dirette e indirette, rischiano di comportare un aggravio pesantissimo sugli italiani. 

Cosa crescerà, voce per voce - "Desta forte preoccupazione - denunciano le due associazioni - l'allarme circa la necessità del Governo di reperire le risorse necessarie (circa 10 miliardi) ad evitare l'attuazione delle famigerate clausole di salvaguardia". Tali clausole, calcolano Adusbef e Federconsumatori, "prevedono l'aumento dell'Iva dal 10 al 12% nel 2016, al 13% nel 2017 e dal 22 al 24% nel 2016, al 25% nel 2017 ed al 25,5% nel 2018", con un costo di 176 euro a famiglia nel 2016, di 90 euro nel 2017, cioè 266 euro, cui vanno aggiunti 461 euro per gli aumenti dell’Iva negli anni successivi e 28 euro per l'aumento delle accise sui carburanti. A questa stangata si dovrebbero poi aggiungere altri 87 euro delle ricadute indirette per l'aumento dell'Iva su gas, elettricità, più le accise sui carburanti che incidono su costi di produzione e costi di trasporto. Per un totale a regime, appunto, di 842 euro a famiglia.

"Meno sprechi e più lotta all'evasione" - "Un importo insostenibile - sostengono Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, i leader delle due associazioni - soprattutto in un momento delicato e difficile come quello che il Paese sta attraversando. Tale aggravio comporterebbe una ulteriore contrazione della domanda interna, con risvolti drammatici per l'intero sistema economico". "Per questo - concludono Trefiletti e Lanutti - è indispensabile che il governo agisca con prontezza e responsabilità, reperendo le risorse attraverso l'eliminazione di sprechi e privilegi, nonché attraverso il potenziamento della lotta all'evasione fiscale e facendo di tutto per evitare nuovi irresponsabili aumenti dell'Iva e delle accise".

Spunta pure la tassa sul cognome: a chi tocca pagarla

Fisco, arriva la tassa sullo stemma di famiglia





Fare cassa con gli stemmi di famiglia si  può. Parola di Paolo Grimoldi, deputato leghista primo (e unico) firmatario di una proposta di legge, unica in materia dalla nascita della Repubblica, per regolare l’araldica privata. L’introito per l’erario verrebbe garantito dal tributo che il singolo cittadino verserebbe allo Stato per registrare lo stemma di famiglia, mettendolo così al sicuro scudi, palle, torri e cavalli rampanti dai malintenzionati. E non si sta parlando di poche decine di loghi legati all’albero genealogico, perchè in Italia ci sono quasi 6mila 300 stemmi familiari. Inoltre, gli esperti sottolineano come il concetto di araldica familiare veda negli stemmi non tanto una rappresentazione grafica del cognome, quanto un segno di riconoscimento personale. Per questo, escludendone la trasmissibilità, lo stemma dovrebbe essere registrato ad ogni passaggio generazionale, con ulteriori vantaggi per il fisco. A gestire la registrazione e la protezione degli stemmi e delle armì familiari "sia di antico uso che di nuova costituzione", dovrebbe essere, secondo la proposta del Carroccio, l’Ufficio del cerimoniale di Stato e per le onorificenze istituito presso la Presidenza del Consiglio. E questo è uno dei punti di forza della proposta Grimoldi perchè l’Ufficio già si occupa dell’Araldica pubblica, come quella che riguarda i Comuni, ed è composto da personale preparato che conosce bene la materia. 

Lo scopo - Gli stemmi registrati andrebbero a formare l’archivio araldico nazionale, con sicuro beneficio per studiosi, cultori e ricercatori di tutto il mondo. Ma soprattutto, l’Araldica non potrà essere più considerata oggetto solo di convegnistica o argomento  salottiero per pochi, ma potrà diventare, anche per i singoli e le famiglie, un atto ufficiale dello Stato italiano. L’intento, insomma, al di là dei concreti benefici economici per le casse erariali, è quello di aprire la strada alla possibilità per tutti i cittadini italiani, ma anche stranieri, di poter registrare uno stemma araldico personale o familiare, come avviene già in molti altri Paesi, dall’Inghilterra alla Spagna, dall’Irlanda al Canada. Inoltre, si fa una netta distinzione tra araldica e diritto nobiliare, evidenziando come uno stemma non possa essere considerato in nessun caso un marchio. Potrebbe essere l’occasione, sottolineano gli esperti in materia, per introdurre nel sistema giuridico italiano il concetto stesso di stemma, oggi assente anche a causa della frequente confusione tra stemma, marchio e cognome, spesso erroneamente sovrapposti.

Le problematiche -  Gli stessi esperti di Araldica, tuttavia, sottolineano come vi siano alcuni aspetti della proposta da approfondire. La mancanza, ad esempio, di indicazioni sulla tutela degli stemmi storici che lascia in via teorica a chiunque la possibilità di registrare a proprio nome lo stemma dei Savoia. Analogamente, la proposta Grimoldi non impedisce ad un terzo di registrare uno stemma abbandonato dai discendenti di chi in precedenze se ne era fregiato. L’Ufficio del cerimoniale di Stato è chiamato ad esaminare le domande di registrazione, ma anche di cancellazione, di uno stemma, tenere il registro e la documentazione relativa alle domande, esaminare i ricorsi. La domanda di registrazione di uno stemma può essere  presentata sia in formato cartaceo sia online da cittadini italiani o stranieri. L’Ufficio ha 30 giorni di tempo per verificare la possibilità di registrazione ed altrettanti per effettuarla. Scaduti i termini, rilascia un diploma in carta pergamenata con la miniatura dello stemma e un certificato di iscrizione nel registro degli stemmi italiani, consultabile anche online. Attenzione, però: chiunque utilizzi uno stemma senza l’autorizzazione scritta di chi lo ha regolarmente registrato è punito con una multa fissata dal governo, chiamato anche a stabilire il quantum della tassa per la registrazione dello stemma.