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domenica 5 aprile 2015

Il manager coop canta, panico a sinistra: "Vi spiego come compro i politici..."

Inchiesta Cpl Concordia, Francesco Simone vuota il sacco: "Così corrompevo i politici"





Ora Francesco Simone collabora con i magistrati di Napoli. Il manager della coop Cpl Concordia che teneva rapporti con i politici e amministratori pubblici parla per oltre otto ore e senza giri di parole ammette l'esistenza di un sistema corruttivo. Simone fa tremare la politica, perché rivela il meccasnismo che avrebbe consentito alle società di aggiudicarsi gli appalti truccati per la metanizzazione dei Comuni. L'interrogatorio è avvenuto due giorni fa a Poggioreale, dove Simone è rinchiuso dallo scorso lunedì insieme ai responsabili della società e al sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino. Per tutti l'accusa è di corruzione, turbativa d'asta, riciclaggio e false fatturazioni. Il sospetto è che abbiano pilotato i bandi di assegnazione grazie a un giro di mazzette.

I verbali e gli "omissis" - La rete di Simone, che per anni è stato segretario e uomo di fiducia di Bettino Craxi, è stata ricostruita grazie a intercettazioni e verifiche svolte dal pm John Henry Woodcock. E dopo il primo interrogatorio di giovedì, in cui non ha voluto rispondere, l'ex socialista - come rivelano i verbali coperti da alcuni "omissis" - spiega: "Lo strumento di penetrazione "da parte di Cpl delle pubbliche amministrazioni, stazioni appaltanti dei lavori e dei servizi cui la Cpl è interessata, è rappresentato dalle consulenze, dal subappalto ovvero dalle forniture in favore di soggetti legati ai pubblici ufficiali che gestiscono i medesimi appalti. Voglio dire che Cpl affida o una consulenza (più o meno fittizia) ovvero individua un subappaltatore o un fornitore segnalato dal soggetto pubblico che poi gli fa aggiudicare l’appalto o che gestisce le pratiche amministrative, tanto è avvenuto, secondo un protocollo ben consolidato".

Il caso di Procida - Per fare un esempio concreto sulle modalità utilizzate dalla cooperativa, Simone ha parlato ai pm dell'incarico ottenuto da Cpl a Procida: "Lo stesso metodo e lo stesso protocollo è stato usato in relazione all’appalto che la Cpl si è recentemente aggiudicata per la metanizzazione di Procida. Il facilitatore è stato l’ex senatore Muro, già sindaco di Procida è legatissimo all’attuale sindaco". Scecondo Simone il coinvolgimento di politici o funzionari prevederebbe una contropartita: " La Cpl ha utilizzato Muro per ingraziarsi l’amministrazione comunale e cioè per ottenere le autorizzazioni e gli atti che il Comune ha dovuto adottare. In tal caso l’utilità è stata destinata a Muro pagando a lui o a un suo prestanome una quota tra il 10 e il 20% del capitale della società che è stata costituita ad hoc dalla Cpl per tale opera, le cui quote sono possedute dalla stessa Cpl".

"Per ogni lavoro una mazzetta" - Il racconto di Simone si fa via via più dettagliato, e dopo Procida spiega come il medesimo metodo sia stato utilizzato ad Ischia, dove Ferrandino aveva negato di aver percepito mazzette per agevolare l'appalto. Al contrario, Simone sostiene che tutti i lavori sarebbero stati ottenuti seguendo la stessa procedura. Questo è quanto recitano i verbali, dove si può leggere: "Quando la Cpl partecipa a un appalto accade talvolta che si costituisca una società di scopo (a Ischia per esempio era la Ischia gas). Ebbene al momento della costituzione il capitale e dunque le quote di tale società di scopo hanno un determinato valore - di regola basso - che ovviamente lievita in modo straordinario dopo l’aggiudicazione dell’appalto e soprattutto dopo l’erogazione del finanziamento pubblico. Voglio dire che se per esempio il 10% di tale società di scopo vale 100 euro prima del finanziamento, dopo il finanziamento il valore della stessa quota sarà di 100 mila euro".

C'è una microspia nascosta. E adesso il "vino" si complica "Compagno Massimo D'Alema, volevo solo dirti che..."

Il manager a Massimo D'Alema: "Il tuo vino e quei 400 alberghi di Ischia"





Il "vinogate" che lambisce Massimo D'Alema si complica. Infatti si scopre che agli atti dell'inchiesta c'è anche una riunione, che si è tenuta a Ischia, di un gruppo di 400 albergatori; un metodo - sottolinea Il Mattino - per presentare al meglio della ristorazione isolana il vino prodotto dal Baffino democratico. E dalle pagine dell'inchiesta spunta anche una nuova intercettazione, un colloquio tra il manager della Cpl Concordia Francesco Simone, finito agli arresti (e che ha cominciato a "cantare"...), e Baffino. I due, of course, parlano di vino. E di affari legati alla possibilità di sponsorizzare il prodotto dell'azienda vinicola di D'Alema. La conversazione è stata intercettata grazie a una microspia installata negli uffici di via del Bufalo, a Roma, sede capitolina della Concordia, dai militari del Noe. Si sente la voce di Simone, ma non quella di D'Alema, che come è noto non è indagato in questa vicenda.

La conversazione - Eppure, sempre Il Mattino, presenta una sintesi di questa conversazione, ricostruita alla luce di quanto depositato finora agli atti. "Buonasera presidente - esordisce Simone -, senti ho parlato del nostro incontro con Casari (leader della Cpl Concordia, finito in carcere), al sindaco di Ischia, che è un compagno di vecchia data, si chiama Giosi Ferrandino...bene, lui è in collegamento con quattrocento operatori alberghieri di Ischia". Si arriva poi alla proposta di Simone: "Siccome tu ci avevi accennato della tua produzione eccellente, lui (Ferrandino, ndr) sarebbe disponibile, quando vorrai, se vorrai e riterrai, di fare una specie di riunione degli albergatori più importanti e presentare il frutto del sudore della fronte". Secondo la ricostruzione del Noe si parla di affari, della possibilità di "parlare con il finanziario della Concordia". Quindi la domanda conclusiva di Simone: "Allora, tu mi autorizzi a farla chiamare e capire qual è questo gap... diciamo documentale...ottimo e abbondante...senti presidente, ti ringrazio tantissimo e ti auguro buon lavoro". Ad oggi, stando alle indagini condotte a Napoli, la Concordia ha acquistato vino da casa D'Alema per 20mila euro. Ora agli atti c'è anche una possibile "triangolazione" che coinvolgerebbe il gruppo di 400 albergatori.

Il "gioco" della Boschi con Alfano: così nasce il partito di Maria Elena...

Maria Elena Boschi, le manovre del ministro con i resti di Ncd


di Fausto Carioti 


Cosa rappresenti il partito della Nazione di Matteo Renzi per il Nuovo centrodestra lo ha spiegato bene Maria Elena Boschi al nocciolo duro degli alfaniani: «Non siamo noi a cercare i vostri, sono loro a venire da noi». L’erigendo PdN è una calamita per i singoli parlamentari e una calamità per il Ncd e la sua autonomia. «Loro» sono gli esponenti di Area popolare (la sigla che unisce Ncd e Udc) che hanno già fatto la fila per presentare a Renzi la garanzia di affidabilità: se davvero Ap dovesse rompere con il premier, il suo progetto e il governo potranno comunque contare su di loro.

Devono essere stati convincenti, tanto che il presidente del Consiglio vuole mettere uno di «loro» sulla poltrona di ministro che spetta a Ncd (Affari regionali, probabilmente). Di modo che, in caso di spaccatura della maggioranza, ad andarsene sarebbero solo Alfano e pochi altri: certo non tutti i parlamentari e nemmeno il grosso dei ministri. La titolare della Sanità, Beatrice Lorenzin, ha già dovuto assicurare che le voci su un suo passaggio al Pd sono «destituite di fondamento». Convincendo alcuni nel suo partito, ma non tutti.

Si spiega con questo disegno, e non certo con la motivazione delle quote rosa, il desiderio del premier di non fare entrare nel governo Gaetano Quagliariello, preferendogli una parlamentare di Ncd. I nomi alternativi messi in giro da Renzi non tranquillizzano certo l’entourage alfaniano. Dorina Bianchi ha iniziato con il Ccd nel 2001, ha aderito all’Udc, ha proseguito con la Margherita, attraverso la quale è transitata nel Pd, per tornare poi nell’Udc, da dove è passata al Pdl, che ha lasciato per seguire Alfano. Adesso è considerata vicina alla onnipotente Boschi. «Ho sicuramente l’esperienza per fare il ministro», ha detto ieri a Repubblica annunciando la propria disponibilità, sulla quale peraltro non c’erano dubbi.

Altro nome passato da palazzo Chigi ai giornali come possibile ministro «in quota Ncd» è quello di Federica Chiavaroli. Che già appariva tra gli undici senatori di Ap che il 30 gennaio firmarono la lettera nella quale dicevano, in sostanza, che avrebbero comunque votato Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica: una prova d’amore nei confronti di Renzi, uno sgarbo ad Alfano e agli altri dirigenti, clamoroso anche perché in calce alla lettera apparivano i nomi delle due vicepresidenti del gruppo (la stessa Chiavaroli e Laura Bianconi). Un gesto che spinse il capogruppo dei senatori, Maurizio Sacconi, a dare le dimissioni.

Dopo avere svuotato Scelta Civica, Renzi si prepara insomma a fare lo stesso con Ncd. L’operazione, però, non è ancora conclusa. E che portarla a termine non sia così facile lo conferma l’allungamento dei tempi: la nomina del ministro di Ncd non avverrà prima di qualche settimana. Nella cerchia ristretta di Alfano assicurano che i nomi di chi in questi giorni ha bussato alla porta di Renzi debbono ritenersi sin d’ora depennati. «Agiremo con tutta calma e in assoluta autonomia. Se qualcuno si è offerto al Pd per fare il ministro, sappia che facendolo ha perso qualsiasi chance»: è il messaggio a uso interno inviato a chi vuole entrare nel governo grazie a Renzi e alla Boschi.

I danni che il premier sta producendo dentro il Ncd non risparmiano gli auguri. Dopo che Quagliariello, tramite il Corriere della Sera, aveva sostanzialmente dato il benservito a Nunzia De Girolamo, perché «è difficile immaginare un capogruppo dissidente», l’interessata ha twittato «sarò pure dissidente, ma mai burattino. Buona Pasqua».

Controreplica: «Rispetto le tue scelte e le loro conseguenze. Buona Pasqua». Tira le somme un sempre più disilluso Fabrizio Cicchitto: «Il problema è se si conferma l’esistenza di un governo di coalizione o se il progetto è quello di un Partito della Nazione che diventa quasi un Partito Unico...».

Quella visita di Matteo Renzi ad Arcore: "Un giorno...": la strana frase di Berlusconi

Silvio Berlusconi, il giorno in cui invitò Matteo Renzi ad Arcore: "Un giorno tutto questo sarà tuo"





Le leggi naturali della politica hanno sempre dimostrato che non esistono regali, da parte di nessuno. Ci starà pensando ormai da tempo Silvio Berlusconi guardando e riflettendosi in Matteo Renzi, un tempo suo ospite alla villa di Arcore in un incontro ampiamente raccontato dai retroscenisti quando il presidente del Consiglio era ancora sindaco di Firenze.

Dopo qualche anno ci si interroga se in quell'occasione Berlusconi avesse colto le potenzialità politiche di quel "simpatico ragazzo", definizione ricordata nella ricostruzione di Francesco Verderami sul Corriere della sera. Chissà se voleva lasciargli tutto in eredità, come i grandi possidenti di terreno che mostrano ai figli le proprietà sterminate. Di sicuro, il Cav, ci aveva visto lungo: "Un giorno tutto questo sarà tuo", disse Berlusconi a Renzi. Una frase che deve avere avuto una sorta di effetto propulsivo sul ragazzo da Rignano sull'Arno, che da allora Renzi non è stato a guardare e qualsiasi cosa si fosse imputato di prendersi, se l'è preso. Anzi oggi è diventato un polo molto più attrativo del Cavaliere, tanto da far temere una grande migrazione verso il Partito democratico dei freschi fuoriusciti Sandro Bondi e Manuela Repetti e a seguire Denis Verdini con i suoi.

Dopo l'abbandono dell'ex fedelissimo, Berlusconi ha tuonato: "Chi va via abbia la decenza di stare zitto", ha cercato di alzare i toni e riportare tutti agli ordini. Ma il tentativo è sembrato sfibrato e inascoltato. I dissidenti ed ex, vedi Angelino Alfano e Raffaele Fitto, ormai pensano in proprio, sperimentano alleanze per le prossime elezioni regionali, guardano avanti senza di lui.

Non è bastata la conferma dell'assoluzione della Cassazione a riabilitare psicologicamente e politicamente il leader forzista. Ancora senza passaporto soffre nell'attesa di tornare libero anche di candidarsi in prima persona. E non nasconde la rabbia verso Renzi che, continua Verderami, si è "rivelato uno di quelli", cioè un comunista aggiornato che però usa gli stessi metodi, forse anche meglio. Come quando fu sconfitto nel primo confronto alle primarie contro Pierluigi Bersani, mentre trovo la vittoria nella seconda occasione: "Siccome avevo capito come facevano - avrebbe detto Renzi a Berlusconi - la volta dopo li ho fregati io".

I colpi al cuore del Cavaliere non si contano più e quelli più difficili da schivare sono proprio quelli che vengono da amici e alleati. Dopo una vita passata a collezionare imprese epiche, dal Milan alla stessa Mediaset, l'ultima mazzata è arrivata da Matteo Salvini quando a proposito di una sua possibile candidatura a sindaco di Milano, il leader del Carroccio ha commentato: "Dopo Pisapia, chiunque può farlo". E di sicuro la memoria di Berlusconi sarà tornata al '92, ricorda Verderami, quando la Dc di Martinazzoli gli negò di fatto la candidatura a palazzo Marino.

Il canone Rai arriva sul cellulare: così pagherai la tassa più odiata...

Riforma Rai, il decreto legge del governo Renzi: i poteri dell'ad e il canone pagato con il cellulare





Da uomo forte a uomo forte, Matteo Renzi vuole un capo di azienda vero alla guida della Rai. Una persona sola che prenda le decisioni, certo consultando il Consiglio di amministrazione, ma con strumenti nelle mani inediti finora al settimo piano di viale Mazzini. I dettagli della riforma Rai sono tutti concentrati nei sei articoli del decreto legge renziano. Partono da nuove modalità di nomina dei consiglieri di amministrazione fino ad aprire scenari su che fine farà l'odiato canone.

La riforma - A capo della Rai non ci sarà più un direttore generale, ma un amministratore delegato. Questo potrà proporre anche la revoca di uno o più membri del Cda, passando per l'Assemblea dei soci - con il ministero del Tesoro che mantiene il 99,56% delle azioni - e incassando la valutazione favorevole della Commissione di vigilanza parlamentare. Come anticipato nei giorni scorsi, il Cda sarà composto da sette consiglieri: quattro eletti dalla Camera, due dal Senato (ma avranno voto limitato), due dal Governo e uno dall'Assemblea dei dipendenti Rai. Il Cda dovrà approvare il piano industriale, quello editoriale e tutti gli acquisti superiori ai 10 milioni di euro.

Il capo - L'amministratore delegato è eletto dal Cda su indicazione del Governo. A lui spetta il compito di nominare i direttori dei Tg, i direttori di rete e tutti i dirigenti di primo e secondo livello. Può consultare i membri del Cda sulle nomine, ma non è costretto a farlo. Il suo tetto di spesa sale a 10 milioni di euro. Un acquisto di un centesimo di più richiederebbe una gara d'appalto comunitaria, burocrazia, tempi lunghi... Sotto i 10 milioni invece l'Ad può fare quel che gli pare, affidare incarichi, appalti, servizi in base ovviamente alla convenienza per l'azienda. Rimane in carica tre anni e se venisse revocato, dovrà percepire solo tre mensilità come buonuscita.

Canone - Renzi è consapevole della impopolarità del canone Rai. Da tempo studia il modo per farlo sparire, ma senza coperture adeguate il rischio è solo quello di lasciare un gran bel buco nel bilancio dello Stato. Il decreto legge sulla Rai prevede già che entro un anno dall'entrata in vigore, dovrà cambiare la modalità di riscossione del balzello. L'idea mai del tutto smentita è quella di camuffare il canone all'interno della bolletta elettrica. L'idea è che basta un dispositivo connesso a internet o al digitale terrestre per renderlo tassato.

sabato 4 aprile 2015

Il governo italiano alza la testa Il marò non torna in India. E l'altro...

Marò, il governo italiano alza la testa: Massimiliano Latorre non tornerà in India


di Chiara Giannini 


Massimiliano Latorre non tornerà in India. Una notizia che fonti vicine alla Difesa danno ormai per certa. Per il fuciliere di Marina, alla data del 12 aprile prossimo, giorno in cui scadrà il permesso di soggiorno in Patria concesso da New Delhi per consentirgli di curarsi in seguito all’ictus che lo colpì alcuni mesi fa, il governo Renzi avrebbe infatti presentato un’istanza con cui si chiede una proroga «per motivi umanitari», esattamente come accadde lo scorso gennaio, quando la richiesta fu accordata. Latorre, infatti, non sta ancora bene. Non è in grado di affrontare un viaggio verso una terra così lontana, anche se, da uomo d’onore, non ha mai nascosto che - se gli venisse chiesto - non esiterebbe a prendere l’aereo per raggiungere Salvatore.

Massimo riserbo - L’India avrebbe già mostrato segnali di apertura, cosa che renderebbe onore al governo Modi, anche se la comunicazione ufficiale non è ancora arrivata. Le conferme che l’intenzione del governo italiano siano quelle di procedere su questa strada, arrivano anche da alcuni rappresentanti del Cocer interforze, che pur non potendo parlare dell’incontro che hanno avuto martedì scorso con il ministro della Difesa Roberta Pinotti, per essere aggiornati sulla vicenda, dichiarano: «Non è Massimiliano che deve tornare in India, ma Salvatore che deve tornare in Italia». Antonio Colombo, proprio del Cocer interforze, precisa: «Devo mantenere il riserbo, ma non vorrei che questo silenzio fosse interpretato come disinteresse, perché così non è. Da sempre siamo presenti e attenti per la vicenda dei nostri fucilieri. Noi restiamo in attesa di vedere cosa accadrà il 12 aprile, giorno in cui scadrà il permesso per Latorre, e se quanto ci è stato promesso, ovvero che Massimiliano non tornerà in India, sarà rispettato». Sulla stessa linea anche un altro collega del Cocer, Vito Alò, che ribadisce: «Se non parliamo non significa che siamo disinteressati, tutt’altro». Quasi un invito, insomma, a far lavorare chi di dovere.  D’altronde un indizio di una trattativa in corso starebbe proprio nel pressante silenzio che il governo e, in particolare, il ministro Pinotti e quello degli Esteri, Paolo Gentiloni, stanno continuando a tenere a ridosso della data del 12 aprile. Un silenzio dietro cui, lo dicono ancora fonti vicine alla Difesa, si nasconderebbe proprio la trattativa in corso anche per il possibile rientro di Girone.

La sorte di Girone - Il ministro avrebbe parlato della nuova istanza e del dialogo per una soluzione per il secondo marò per il quale, a questo punto, le cose sembrerebbero cambiare. Per il fuciliere, che trascorrerà la Pasqua assieme alla sua famiglia a New Delhi, il governo avrebbe messo in campo una serie di azioni. Voci di corridoio parlano di un negoziato e di una trattativa per il rientro veloce in Patria per motivi umanitari, viste le sue condizioni di stress psicologico. Insomma, niente arbitrato internazionale, ma un dialogo aperto tra due Paesi per una soluzione che possa mettere tutti d’accordo.  Il presidente della commissione Difesa della Camera dei deputati, Elio Vito, che a inizio settimana, assieme ad altri esponenti della commissione, ha fatto visita a Taranto a Latorre, racconta: «L’ho detto subito che Massimiliano deve restare in Italia ed è semmai Salvatore che deve tornare a casa. Max è un uomo forte, anche se l’ho visto provato e a causa delle sue condizioni di salute è auspicabile che resti in Italia. Potrà iniziare a star meglio solo quando troverà la dovuta serenità. Stessa cosa - continua - vale per Salvatore, le cui condizioni di stress sono alte. Da precisare che hanno già scontato una pena di oltre tre anni per un reato che non hanno commesso. È l’ora che tornino entrambi in Patria».  E anche l’ammiraglio Guglielmo Nardini, presidente dell’associazione Leone di San Marco se lo augura: «Sono già tre anni che dovevano essere qui, invece finora ci sono state solo chiacchiere che non hanno portato a niente. Noi non abbiamo più fiducia in quelli che dovrebbero essere coloro che curano i nostri interessi. Noi non siamo informati su cosa stia facendo il governo, ma posso assicurare che Massimiliano in India non ci tornerà. Siamo disposti anche a incatenarci ai cancelli d’imbarco, se la cosa dovesse accadere. E anche Salvatore deve essere riportato a casa, prima possibile. Perché sono innocenti e non esiste capo d’accusa». Il silenzio dietro cui si sta trincerando il governo Renzi, per una volta, pare si possa interpretare come un segnale di «lavori in corso». La speranza è che non si tratti del solito falso allarme.

L'ira del Cav: "Chi è andato via stia zitto" Bondi sbotta: "Che miseria"

Forza Italia, Silvio Berlusconi sui fuoriusciti dal partito: "Dovranno fare i conti con la propria coscienza"





Scoppia la rissa a distanza tra Silvio Berlusconi e Sandro Bondi, dopo che l'ex ministro ha deciso di lasciare Forza Italia con la compagna Manuela Repetti. Berlusconi approfitta dello scambio degli auguri di Pasqua per sferrare qualche colpo a dissidenti e fuoriusciti. Nella testa dell'ex presidente del Consiglio ci sono innanzitutto le tensioni nel partito forzista per le alleanze in vista delle elezioni regionali. Fittiani e verdiniani scalpitano da tempo, il Cavaliere prova ancora una volta a dettare la linea: "Stare in un movimento politico - ha detto - significa accettarne le regole, discutere liberamente, e poi collaborare lealmente alla linea che la maggioranza ha deciso. Solo a queste condizioni Forza Italia può continuare ad affrontare con successo le sfide che ci attendono nell’immediato e nel futuro"

I transfughi - Non è morbido Berlusconi quando accenna a chi ha deciso di lasciare Forza Italia. Il riferimento è fin troppo scontato a Bondi e alla Repetti: "Anche chi per ragioni personali ha abbandonato Forza Italia - ha detto il Cavaliere - venendo meno al mandato degli elettori, dovrebbe fare i conti con la propria coscienza restando almeno in silenzio". La linea sulla comunicazione non cambia rispetto al passato, divisioni e polemiche non fanno bene all'immagine del movimento, perché: "viene enfatizzata dai nostri avversari, ai quali non sembra vero di poterci attaccare ed indebolire. E lo fanno anche con le tante notizie false che pubblicano sui loro giornali".

La reazione - A stretto giro Sandro Bondi ha smesso i panni del conciliatore per rispondere direttamente all'invito a tacere fattogli da Berlusconi: "Sono costretto a rompere il silenzio che mi ero imposto, prendendo atto che al contrario il presidente Berlusconi non ha evidentemente alcuna intenzione di custodire almeno un lungo rapporto di collaborazione e di amicizia". Non saltano solo i rapporti politici, ma amicizie ventennali che sembravano granitiche. Dal canto suo Bondi sembra esasperato: "La senatrice Repetti e io - ha aggiunto - abbiamo subito in questi giorni attacchi personali, quasi un linciaggio, che hanno confermato la miseria morale e politica di Forza Italia e la giustezza delle nostra decisione".

La crisi - Che ci sia una questione da risolvere dentro Forza Italia comunque non può negarlo neanche Berlusconi. Il problema irrisolto però rimane l'analisi delle cause: "Anche in Forza Italia - ha aggiunto - stanno emergendo le patologie della vecchia politica politicante: quelle del protagonismo, della rissosità e del frazionismo. Qualcuno ha dimenticato la lealtà nei confronti degli elettori ed anche il rispetto per chi lavora ogni giorno, in condizioni non facili, per far funzionare Forza Italia nel miglior modo possibile".