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lunedì 16 marzo 2015

Elton John contro Dolce e Gabbana: "Vi boicotto in nome dei miei figli"

Elton John contro Dolce e Gabbana: i miei figli non sono sintentici, boicottateli





È scontro aperto fra gli stilisti Dolce e Gabbana e Elton John. Pomo della discordia, un’intervista rilasciata dai due stilisti a Panorama, nell’edizione in edicola giovedì 12 marzo. La copertina del settimanale riporta una loro foto insieme e il titolo: "Viva la famiglia (tradizionale)". Nell’intervista i due, che da tempo hanno fatto coming out sulla loro omosessualità e che in passato sono stati fidanzati fra loro, spiegano che per loro l’unica famiglia è quella "tradizionale" ed esternano il loro disaccordo sulla nascita di figli grazie alla chimica e alla fecondazione in vitro o agli uteri in affitto.

"La vita - spiegano - ha un percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate". Sdegno da parte di Elton John, che con il compagno storico David Furnish ha avuto due figli da una madre surrogata grazie alla fecondazione artificiale. "Il vostro pensiero arcaico - afferma il cantante - è superato, come i vostri vestiti. Non indossate Dolce&Gabbana". "Come vi permettete di chiamare sintetici i miei figli?», ha aggiunto Elton John su Instagram. Il cantante spiega di considerare una "vergogna" la critica che i due stilisti rivolgono alla fecondazione in vitro, una tecnica considerata da John "un miracolo che ha permesso a una moltitudine di persone che si amano, sia omosessuali sia eterosessuali, di poter realizzare il loro sogno di diventare genitori". Elton John è sposato con David Furnish da dicembre, grazie all’approvazione della nuova legge nel Regno Unito sui matrimoni gay del marzo 2014. I due sono genitori di Zachary, di quattro anni, e di Elijah, di due anni.

730 precompilato, occhio alle fregature: ecco quanto si perde se si accetta

Nuovo modello 730, così il governo fa la cresta

di Antonio Castro 



Semplifica, gratta via qualcosa e fai la cresta: di certo qualcosa resterà in cassa. Il 730 precompilato potrebbe trasformarsi in uno scippo (di mancati rimborsi fiscali) per gli italiani. Quest’anno oltre 20 milioni di contribuenti, dipendenti e pensionati (entro il 15 aprile) riceveranno per via telematica dall’Agenzia delle Entrate la prima dichiarazione dei redditi “quasi”" precompilata. Ma è proprio nei dettagli che si nasconde la potenziale fregatura. O meglio: una “cresta”, con relativa “piallatura” dei potenziali rimborsi, che solitamente i lavoratori dipendenti ricevono a luglio e i pensionati ad agosto/settembre. Ogni anno gli italiani spendono (in spese deducibili/detraibili) oltre 52 miliardi. Circa dieci dovrebbero tornare come rimborso l’anno successivo. Il condizionale è d’obbligo. Perchè su questi si nasconde la potenziale fregatura.

LA SEMI PRECOMPILATA - In sostanza l’Agenzia delle Entrate compilerà circa il 90% della nostra dichiarazione. Bene, benissimo, se non fosse per un modesto dettaglio. Quest’anno la precompilata sarà una “semi-precompilata”. Ad esempio non compariranno - tra le voci deducibili e detraibili - gli scontrini della farmacia. Certo il contribuente ha, e mantiene, la facoltà di integrare la dichiarazione precompilata, ma modificandola verrà a decadere lo “scudo” garantito dalla Entrate in caso di errore. Oggi i contribuenti hanno la facoltà, quando acquistano i farmaci, di dare al farmacista il proprio codice fiscale. E con lo scontrino “parlante” si può (l’anno successivo) portare in detrazione il 19% delle spese sostenute. Se si spendono in un anno 1.000 euro in aspirine, antibiotici e pillole per la pressione, l’anno successivo si ottengono dal “sostituto d’imposta”, 190 euro di rimborso fiscale.

QUATTRINI FRESCHI - Già il governo Monti nel 2012 - nell’affannosa ricerca di quattrini freschi - aveva alzato la franchigia per i rimborsi. Quest’anno 129 euro è la franchigia fissata per legge. Insomma, solo superata questa soglia minima si ha diritto al rimborso. Però, se prima era automatico presentare al Centro di assistenza fiscale (Caf) o al commercialista la bustina con tutti gli scontrini nella speranza di recuperare qualcosa delle tasse pagate in più, quest’anno l’operazione diventa un po’ meno conveniente. Perché? Perché se per recuperare 100 euro di tasse già pagate, si deve mantenere un archivio di tutte le spese sostenute, pagare la quota annuale al Caf (in media 50/70 euro a pratica), o la parcella del commercialista (circa 100 euro), scompare evidentemente la convenienza del trambusto.

Di più: l’Agenzia delle Entrate assegna ai contribuenti che accettano la dichiarazione dei redditi precompilata ma senza modifiche, una sorta di immunità in caso di eventuali errori od omesse comunicazioni. Certo la convenienza di pretendere il rimborso fiscale della maggiore tassazione già sostenuta, aumenta proporzionalmente alle spese. E se è vero che l’Agenzia comprende nella precompilata molte di quelle maggiori, tante altre ne restano fuori quest’anno. Quali? Si tratta di spese spesso ricorrenti: le spese per l’istruzione, gli asili nido, i contributi previdenziali per colf e badanti, le donazioni (erogazioni liberali) alle società ed associazioni sportive dilettantistiche e di promozione sociale, quelle a favore delle Onlus, le donazioni per attività culturali, artistiche e dello spettacolo, le spese veterinarie, quelle sanitarie, i canoni di locazione per gli studenti fuori sede e i compensi per le agenzie immobiliari.

Pochi spiccioli? Considerando che ci sono 41 milioni di contribuenti, se già solo 20 milioni (quelli interessati quest’anno dalla precompilata sperimentale), non porteranno in detrazione/deduzione una media di 200/300 euro a testa, si può intuire la massa di miliardi che lo Stato potrebbe non rifondere al contribuenti. Insomma, risparmiare. Vieri Ceriani, ex uomo dei numeri fiscali di Bankitalia, nel novembre 2011 aveva approfondito (prima ancora dell’arrivo di Carlo Cottarelli dal Fondo monetario al ruolo di commissario alla spending review), il cosiddetto tema della tax expenditures.

TAX EXPENDITURES - Ovvero del mancato incasso per le casse statali a causa del drenaggio fiscale delle oltre 600 agevolazioni, detrazioni, deduzioni in vigore. Ne era saltato fuori che ogni anno oltre 260 miliardi di euro non entravano in cassa. L’idea di Cottarelli era di passare il decespugliatore su queste 600 voci. Scorrendo i numeri aggregati, infatti, si capisce l’appetibilità di aggredire questa importante voce di uscita/rimborso. E quindi rendere meno conveniente per i contribuenti chiedere all’erario la restituzione ex post della maggiorazione fiscale pagata. 
Nell’anno d’imposta 2012 (dichiarazioni 2013, dati Dipartimento delle Finanze/Mef ), ben 19.889.811 italiani hanno chiesto detrazioni per spese corrispondenti a ben 29 miliardi e 107 milioni. Nello stesso anno le spese deducibili ammontavano complessivamente a 23 miliardi 794 milioni (10.343.853 i contribuenti che hanno fatto richiesta). Circa il 20% della somma totale (poco meno di 10 miliardi), torna come rimborso. Non sarà lo stesso quest’anno.

A CHI CONVIENE - Certo, chi ha acquistato nel 2014 la prima casa con un mutuo, anche quest’anno ha tutta la convenienza a portare in detrazione le spese per interessi, che soprattutto nei primi anni di pagamento del debito sono consistenti. Migliaia di euro di rimborsi fiscali. Insomma, resta la convenienza di chiedere il rimborso, ma solo se il gioco vale la candela (tanta spesa, maggior rimborso. Se invece l’eventuale rimborso è di 200/300 euro non conviene correggere la precompilata.

A CHI NON CONVIENE - Tra spese di Caf/commercialista e franchigia, il potenziale rimborso si riduce e poi c’è da ricordare che si finisce nel calderone dei possibili controlli. Ultimo dettaglio. Scomparendo la convenienza nel presentare scontrini e fatture per spese sostenute si incentiverà il sommerso. «Il rischio», avverte Giuseppe Buscema, esperto fiscale dalla Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, «è di disincentivare i contribuenti a richiedere i giustificativi di spesa e così si rischia di incentivare, in qualche caso il sommerso». Bel paradosso, se si vuole combattere l’evasione...

Landini sfida Renzi e spacca il sindacato Camusso lo gela: "Io non ti appoggio"

Coalizione sociale, Maurizio Landini: "Restiamo insieme alla Camusso". La Cgil lo gela: "Nessun appoggio al progetto, non ci ha avvisati"





"Il sindacato non deve essere un partito e io non voglio fare un partito e uscire dal sindacato. Ma il sindacato deve essere un soggetto politico". Maurizio Landini gioca con le parole, ma anche nell'intervista a Lucia Annunziat a In mezz'ora su Raitre il segretario della Fiom non nasconde la finalità ultima della sua "Coalizione sociale": partito o movimento che sia, entrerà a gamba tesa sul governo di Matteo Renzi. Ma occhio, perché prima dovrà risolvere qualche problema in casa sua. "Faccio il sindacalista e la coalizione sociale parte dal sindacato, io voglio che si riformi il sindacato", dice, assicurando che con la collega della Cgil Susanna Camusso "finora stiamo stati assieme e abbiamo intenzione di proseguire assieme". Peccato che il portavoce della Camusso qualche ora dopo l'intervista di Landini precisi con gelo che né il segretario né la segreteria della Cgil sono stati informati dell'iniziativa organizzata sabato dalla Fiom, né tantomeno hanno espresso appoggio al progetto "Coalizione sociale". Se Landini vuole "saldare" la sinistra anti-Renzi, l'inizio lascia a desiderare.

L'indiscrezione del fedelissimo fa tremare il Vaticano: "Il Papa ci sta pensando davvero. La morte? No..."

Papa Francesco e il "pontificato breve", un collaboratore: "Potrebbe lasciare come ha fatto Ratzinger"





Se l'espressione "pontificato breve" usata da Papa Francesco ha un significato concreto e non semplicemente scaramantico, questo significato va ricercato nell'esempio del predecessore del Pontefice, Benedetto XVI. In altre parole: il 78enne Bergoglio potrebbe comportarsi come Joseph Ratzinger, dimettendosi tra qualche anno sotto il peso dell'età e dello sforzo della sua missione. A sostenerlo è uno strettissimo collaboratore del Papa, intervistato dal vaticanista di TgCom Fabio Marchese Ragona sul Giornale. Il collaboratore, che chiede di restare anonimo, spiega: "Il Papa non pensa affatto che dovrà morire presto, ma è una persona molto realista: sa bene che la terza età non finisce più a 75 o magari 80 anni, ma che si è allungata molto, diciamo fino a 90, 95 anni. E credo che lui sia convinto che non si possa governare la Chiesa se il Papa ha un'età troppo avanzata, se non è più in forze". D'altronde è stato lo stesso Francesco a ricordare qualche giorno fa, intervistato da un'emittente messicana, che "la scelta fatta da Papa Benedetto XVI non dev'essere considerata un'eccezione, ma una possibilità". 

Nel mirino dell'Isis - Certo, ci sono poi le incognite da mettere in conto. La morte naturale, certo, e il rischio di finire nel mirino dei terroristi islamici dell'Isis, che hanno nel Vaticano uno dei loro obiettivi "mediatici" e strategici più clamorosi. In volo dallo Sri Lanka alle Filippine, Papa Francesco aveva scherzato a modo suo sulla questione di un eventuale attentato: "A me preoccupano i fedeli, ho paura per loro, ma io ho un difetto, una bella dose di incoscienza. Ma se mi accade questo? Soltanto chiedo la grazia al Signore che non mi facciano male, perché non sono coraggioso di fronte al dolore".

Belpietro bastona Lega e Forza Italia: ecco cosa succederà al centrodestra

Maurizio Belpietro su Forza Italia e Lega Nord: "Così il centrodestra si suicida"

di Maurizio Belpietro 



Fino a qualche giorno fa pensavo che Raffaele Fitto e Flavio Tosi fossero due kamikaze destinati presto a schiantarsi. Ebbene, mi sbagliavo, perché Fitto e Tosi non sono i soli due aspiranti suicidi: con loro punta ad ammazzarsi l’intero centrodestra, che si sta dando un gran da fare per regalare a Renzi ciò che manca alla sua collezione di poltrone, ovvero la presidenza del Veneto. Mi spiego. La guerra dell’ex governatore della Puglia contro Silvio Berlusconi è nota e non c’è bisogno di aggiungere altro, anche perché lo stesso Fitto ne ha scritto in una lettera a Libero. Diversa è la storia del sindaco di Verona, che con la sua uscita dalla Lega rischia di far perdere il centrodestra anche in uno degli ultimi bastioni rimasti. Una sconfitta che, bisogna riconoscere, non sarebbe solo colpa di Tosi, ma anche di Matteo Salvini e, a quanto pare, perfino di Silvio Berlusconi.

Della bega tra il leader della Lega e il primo cittadino si sa: essa origina dalle aspirazioni del secondo, al quale, essendo rimasto a bocca asciutta dopo la nomina del nuovo segretario del partito, era stata promessa una poltroncina più importante di quella attualmente occupata, vale a dire la candidatura a governatore del Veneto. Così, giunta l’ora delle elezioni, Tosi ha rivendicato il posto di Zaia e, quando si è visto sbattere la porta in faccia, ha cominciato a protestare, minacciando di candidarsi comunque con una sua lista. Risultato: prima Salvini gli ha intimato di piantarla, poi lo ha sbattuto fuori senza troppi complimenti. Fin qui ciò che è accaduto. Tuttavia adesso la faccenda si fa più rischiosa, perché la resa dei conti leghista non si esaurisce con una lite da pollaio a ridosso del voto, ma c’è pericolo che lo scontro degeneri e produca davvero un patatrac. Altro che ostentare sicurezza dicendo che, nonostante la rissa con Tosi, Zaia è avanti nei sondaggi. I dieci o otto punto di vantaggio su Alessandra Moretti oggi sembrano tanta roba, ma il 31 maggio, quando si apriranno i seggi, potrebbero rivelarsi niente. Soprattutto se ciò che gira in queste ore divenisse realtà. A cosa alludo? A una voce secondo cui Berlusconi sarebbe fortemente irritato dal protagonismo di Salvini. Certe battute sulla leadership del centrodestra non gli sarebbero piaciute e ancor meno lo divertirebbero i sondaggi che danno la Lega sopra Forza Italia. Insomma, l’ex Cavaliere starebbe considerando l’idea di non allearsi in Veneto con la Lega di Salvini, ma di appoggiare Flavio Tosi e la sua corsa in solitaria contro la Moretti e Zaia, ma soprattutto contro il Matteo leghista. 

Così il fronte moderato si spezzerebbe in due: da una parte il Carroccio e il governatore uscente, dall’altra il sindaco di Verona sostenuto da Forza Italia e Ncd. Nel qual caso, da sicura che era, la rielezione di Zaia potrebbe rivelarsi più incerta di quanto si immagina, perché senza i voti di Tosi, senza quelli di Berlusconi e dell’Ncd i margini di vantaggio sulla Moretti potrebbero assottigliarsi. Non solo. È quasi certo che Zaia non dovrà vedersela con la candidata del Pd, ma con il suo segretario, ovvero con Matteo Renzi. Il quale se si impegnerà in campagna elettorale non lo farà di certo in Toscana o in Liguria, dove il risultato è assicurato, e nemmeno in Campania, dove non ha nessuna voglia di appoggiare il candidato uscito dalle primarie, l’ex sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. No, il presidente del Consiglio punterà sul Veneto, un po’ perché strappare una regione da sempre amministrata dal centrodestra sarebbe un bel colpo, e un po’ perché vincere in terra leghista vorrebbe dire che gli imprenditori, le partite Iva, e anche una quota di moderati possono essere strappati all’opposizione. Per Renzi sarebbe la conferma che è sulla buona strada e che può occupare un’area centrista anche dove il centro non ha mai votato a sinistra. Per Salvini, Berlusconi, Tosi e tutti gli altri sarebbe invece la prova che, anche se in vantaggio, ci si può suicidare. Soprattutto vorrebbe dire che, se non si mettono da parte gli interessi di bottega dei capi, il centrodestra è destinato a morire, cedendo il passo su tutto. Altro che suicidio assistito. Se vanno avanti così, i leader (o aspiranti tali) del centrodestra non hanno bisogno di aiuto: quando c’è da farsi del male, fanno tutto da soli.

domenica 15 marzo 2015

"COLPO DI STATO IN RUSSIA" Putin scomparso, voci inquietanti

Russia, Vladimir Putin scomparso. Da Israele: "In atto un colpo di Stato"





Cosa sta succedendo a Vladimir Putin? Il mistero sulle condizioni del presidente russo è sempre più fitto e dall'Israele l'ex ambasciatore di Tel Aviv a Mosca Zvi Magen, citato dal quotidiano Haaretz, lancia un inquietante previsione: "Ci sono molti segnali di un colpo di Stato". "Il movimento dei militari attorno al Cremlino indica che c'è un cambio di governo, o che un tentativo di cambiare il governo è in corso", spiega il diplomatico secondo cui il potenziale golpe sarebbe portato avanti da "fazioni dell'esercito in lotta tra loro, o da ricchi e influenti imprenditori". 

La malattia, la Svizzera - Di sicuro, c'è che dal 5 marzo scorso Putin non dà notizie di sé. Prima le voci di una presunta malattia, quindi l'indiscrezione secondo cui "lo Zar" si sarebbe recato in gran segreto in Svizzera per il parto della compagna Alina Kabaeva, 31enne ex deputata e ginnasta. Rumors smentiti dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che ha anche rassicurato sulla salute del presidente: "Potrebbe stritolarvi la mano". Eppure, molto non torna. 

La Crimea, l'Ucraina, Nemtsov, la Cecenia - Secondo quanto riferisce l'agenzia Interfax, il responsabile per la stampa del Cremlino si è rifiutato di commentare con i giornalisti dove si trovi Putin, che da mesi è al centro di contese con riflessi internazionali: la guerra in Crimea prima e in Ucraina poi e, nelle ultime settimane, le polemiche interne e dall'estero per l'omicidio del suo oppositore politico Boris, Nemtsov, assassinato a pochi metri dal Cremlino. Le indagini hanno portato all'arresto di cinque sospettati, tutti ceceni. La pista "ufficiale" conduceva alla Cecenia e all'estremismo islamico, presto smentita. Secondo la Novaja gazeta l'omicidio sarebbe legato a una "guerra" tra gli apparati di forza federali e il leader ceceno Kadyrov, uomo di Putin nella instabile regione caucasica. 

Furbata degli onorevoli sui vitalizi: calcoli truccati, altro che taglio

Taglio ai vitalizi, la furbata degli onorevoli: calcoli truccati, ecco quanto guadagneranno dopo 5 anni

di Franco Bechis 



È una delle più straordinarie beffe che il mondo politico e istituzionale abbia messo in scena in questi anni: l’abolizione dei vitalizi. È stato fatto quasi all’unisono nel 2012 prima dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, poi in quasi tutti i consigli regionali italiani: via i vitalizi- dissero- d’ora in avanti la Casta sarà uguale a tutti gli altri italiani, e vivrà come loro anche in età della pensione, con il sistema contributivo che Elsa Fornero e il governo di Mario Monti hanno esteso a tutti. Uguali agli altri italiani. È falso. Ed è falso anche che per deputati, senatori e consiglieri regionali sia entrato in vigore il sistema contributivo che vale per tutti gli altri comuni cittadini. Solo da qualche settimana, grazie alla Regione Puglia che ha messo on line l’intero testo e le tabelle per il calcolo dei coefficienti con cui otterranno la loro pensione, si è alzato il velo sulla grande bugia. Espressamente la Regione Puglia ha premesso che il testo del regolamento adottato e soprattutto le tabelle di calcolo è preso pari pari da quello varato da Camera e Senato. Grazie all’aiuto tecnico della Fondazione studi dei consulenti del lavoro abbiamo così potuto calcolare la nuova pensione degli appartenenti alla cosiddetta casta politica.

Due gli esempi esplicativi fatti, che peraltro rappresentano abbastanza bene la situazione della maggioranza dei nuovi eletti in questo Parlamento, visto che il nuovo regime previdenziale che ha sostituito i vitalizi è entrato in vigore dal primo gennaio 2013 e riguarda quindi chiunque sia stato eletto la prima volta in questa legislatura. E varrà anche per i consiglieri regionali che verranno eletti alle prossime elezioni. Ipotesi numero uno: prima elezione, versamenti solo per la legislatura corrente, perchè poi si cambierà mestiere o banalmente non si verrà più candidati o eletti. Età di partenza: 35 anni. Nel caso dei deputati e senatori si parte dal 2013, in quello dei consiglieri regionali si parte in questo 2015 con i versamenti contributivi. A fine legislatura si saranno versati in tutto 216.4158,14 euro, rivalutati secondo il coefficiente di capitalizzazione previsto. Con quei soli 5 anni di lavoro da politico, sarà garantita una pensione al compimento del 65° anno di età. Per tutti gli altri italiani l’età minima è già oggi 66 anni. Per chi oggi ha 35 anni l’età minima sarà intorno ai 70 anni. E già qui c’è un vantaggio di un lustro almeno per la casta. Arrivata l’età della pensione (2043 per l’ipotetico onorevole, 2045 per l’ipotetico consigliere regionale) si riceverà un assegno di 1.985,07. Certo, è inferiore all’ultimo importo previsto per un vitalizio percepito con una sola legislatura alle spalle (circa 3 mila euro lordi), ma è vitalizio pure questo anche se la chiamano pensione contributiva.

Secondo caso previsto: stessa età, 35 anni. Stesse caratteristiche: eletto per la prima volta in Parlamento nel 2013 o in consiglio regionale nel 2015. Unica differenza: due legislature di lavoro in politica, in tutto 10 anni, poi si cambia mestiere. Grazie a questo raddoppio l’ipotetico deputato/consigliere andrà in pensione 5 anni prima del collega di cui abbiamo appena finito di parlare. Dieci anni prima dei loro coetanei italiani che non hanno avuto la fortuna di fare parte della casta politica: a 60 anni. E con due legislature la pensione è praticamente identica a quella che si percepiva prima con il vitalizio: 2.926,42 euro al mese. Perchè così alta? Perchè il trucco con cui le pensioni contributive dei politici restano di fatto dei vitalizi camuffati è tutto nei coefficienti di capitalizzazione che sono altissimi, quasi il doppio di quelli che valgono per tutti gli altri italiani.


Sono vitalizi non solo per l’importo della pensione, ma anche per le caratteristiche della pensionabilità. Con soli 5 anni di versamenti contributivi nessun lavoratore dipendente italiano potrebbe oggi andare in pensione. Prima che sia loro concesso debbono lavorare sette volte tanto. Per i lavoratori autonomi sarebbe comunque impossibile andare in pensione sia con 5 che con 10 anni di contributi all’età concessa ai deputati. Bisognerebbe essere iscritti all’Inps2, che per concedere la pensione con 5 anni di contributi chiede comunque almeno 20 anni aggiuntivi versati a Inps 1. Oggi solo dopo i 70 anni di età è concesso loro di andare in pensione con soli 5 anni di versamenti. E se avessero davvero riversato la stessa cifra (alta) di parlamentari e consiglieri regionali in quel lustro, si godrebbero una pensione lorda di poco superiore ai 750 euro mensili. Meno della metà dei politici, che quindi conservano sotto ogni aspetto il vecchio vitalizio a cui hanno solo cambiato nome e un po’ ridotto l’importo.