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lunedì 20 aprile 2015

Rossi c'è e trionfa davanti Dovizioso Marquez avvelenato: scontro con Vale

Moto Gp, Valentino Rossi scontro con Marquez e trionfo in Argentina





Valentino Rossi ha vinto il Gran Premio di Argentina, terzo appuntamento del Mondiale classe MotoGp. Sul circuito di Termas de Rio Hondo il pilota della Yamaha, al secondo trionfo stagionale, ha preceduto la Ducati di Andrea Dovizioso e la Honda del britannico Cal Crutchlow, che ha sorpassato la Ducati di Andrea Iannone a pochi metri dal traguardo. Marc Marquez (Honda) è uscito di pista a due giri dal termine dopo un contatto con Rossi. "La gara è stata ottima ha detto felicissimo Valentino - avevo un grande passo, sapevo che dovevo spingere tanto e l’ho fatto al cento per cento. La moto è stata fantastica, ho già due vittorie. Penso che possiamo lottare fino alla fine". E sulla caduta di Marquez, Rossi chiarisce: "Sono veramente spiacente per Marc, ma mi ha toccato dentro la curva, poi ci siamo toccati di nuovo. Spero stia bene".

Caserta: trova 2 miliardi di lire in un cassetto vuole incassarli ma spunta la fregatura

Caserta, un anziano scopre un Bot del 1950: vale più di 1 milione di euro





Un anziano di 96 anni di Caserta, Giuseppe Ferri, ha ereditato un Bot di 500 mila lire datato 1950. L'uomo ha rischiato il malore quando però ha scoperto che quel pezzo di carta del fratellastro morto vale oggi più di un milione di euro. L'uomo ha scoperto per caso di possedere quel Bot. Alcune settimane fa, mentre riordinava alcune fotografie e vecchie carte, la figlia che lo ospita con suo marito ha trovato in un cassetto l'obbligazione fatta da 100 buoni da 5 mila lire l'uno che sono cresciuti del 5% all'anno. Secondo uno studio legale di Roma consultato dalla famiglia casertana il valore esatto di quel mucchio di carte è oggi di 1.024.000,00 euro. Ora però comincerà una battaglia legale contro la Banca d'Italia, contro la quale gli avvocati dell'anziano hanno già spedito una diffida.

La rivolta delle donne contro Renzi Minaccia rosa: "Matteo, ora basta"

Nel Partito democratico di Matteo Renzi parte la rivolta in rosa con Alessandra Moretti e Maria Elena Boschi





Nel Partito democratico sta montando un'altra fronda contro il segretario e premier Matteo Renzi. Niente a che fare con la frammentata minoranza Dem dei Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani, stavolta le spine nel fianco di Renzi sono le figurine rosa sulle quali aveva tanto puntato. Alessandra Moretti dal Veneto e Maria Elana Boschi a Roma sembrano ormai le teste d'ariete di una rivolta che vede assemblati i più renziani tra i renziani, contrapposti proprio a quell'uomo solo al comando che rischia di rimanere davvero senza compagnia.

Ladylike - L'emergenza immigrazione sta mettendo a dura prova la pazienza dei sindaci, soprattutto in Veneto dove i primi cittadini, per buona parte Pd, non hanno nessuna intenzione di subire passivamente le imposizioni dei prefetti che cercano sistemazioni alla bella e meglio per tutti i profughi sbarcati dalla Libia. Dal sindaco di Treviso, passando per quello di Vicenza, fino al primo cittadino Dem di Belluno, sono sul piede di guerra in vista del vertice in prefettura a Venezia previsto lunedì 20 aprile. Nessuno di loro vuole partecipare e con la campagna elettorale per la Regione in corso, la candidata Alessandra Moretti ha dovuto virare la sua posizione per evitare che l'ammutinamento piddino portasse tutta l'acqua al mulino della Lega e di Luca Zaia. Così Ladylike si è ritrovata nell'imbarazzo di dare addosso anche al capo: "I profughi? - ha detto l'europarlamentare - Pronta ad accoglierli se da Roma garantiscono adeguate risorse: altrimenti direi no anche a Renzi".

Quoque tu- Tra i rivoltosi è spuntata anche la fedelissima Maria Elena Boschi, che da ministro per le Riforme ha stoppato l'accenno di apertura da parte di Renzi alla sinistra del partito sulle riforme costituzionali. Con la minaccia della fiducia da imporre sul provvedimento, i più riottosi del Pd avevano detto senza mezzi termini al segretario Pd che la rottura interna sarebbe stata inevitabile. Renzi aveva quindi concesso la possibilità di discutere su un Senato elettivo e non più formato da rappresentanti delle Regioni. Ma alla sola prospettiva, la Boschi ha tuonato: "Sia chiaro che indietro non si torna" e non si ridiscute: "un punto chiave della riforma". Maria Elena non vuole neanche sentir parlare di ripensamenti: "Non si può mica ricominciare da capo e rimettere in discussione i capisaldi della riforma". Mano fermissima quindi, più del capo evidentemente.

Forza Italia si spacca in due Chi lascia e va con Verdini

Denis Verdini e il pressing per un nuovo gruppo parlamentare





Forza Italia si spacca in due. Pare che Denis Verdini, dopo l'incontro-addio della settimana scorsa con Berlusconi, stia contattando diversi parlamentari per sondare il terreno e valutare la possibilità di creare gruppi parlamentari nuovi fatti dai fuoriusciti azzurri. Di questo restroscena dà conto il Corriere della Sera che spiega come "le carte del divorzio" siano ormai pronte che riferisce anche della rottura con Daniela Santanché la quale ha detto che non avrebbe lasciato Berlusconi. "Io sono un paracarro e non lascerò mai Berlusconi",  avrebbe risposto la Pitonessa al "pressing" di Verdini.  E ancora: "Io con Renzi e Alfano non andrò mai e poi mai". 

I papabili - Verdini può contare su una decina di deputati, soprattutto quelli che hanno alle spalle più di tre mandati e che potrebbero essere "falciati" dalla rottamazione di Berlusconi targata Maria Rosaria Rossi che vuole ringiovanire le liste. La situazione al Senato è più o meno simile: il toscano può contare su una quindicina di parlamentari che sarebbero pronti a lasciare Berlusconi. Anche in questo caso di tratta di parlamentari "anziani" che potrebbero essere allettati dall'idea di far parte di un gruppo nuovo che, salvo sorprese elettorali, potrebbe reggere fino al 2018. 

RENZI STA CON SALVINI "Fermare i barconi in Libia"

Strage Canale di Sicilia, Matteo Renzi chiede un Consiglio europeo straordinario: "Fermare i barconi dalla Libia"





Davanti alla strage nel Canale di Sicilia dove sono morte almeno 800 persone cadute in mare da un peschereccio vicino le coste libiche, Matteo Renzi ne fa una questione lessicale. Nella sostanza però dice le stesse cose di chi lo accusa di avere sulla coscienza quelle morti, per non essere intervenuto in ambito internazionale con la giusta determinazione. Il presidente del consiglio dice che per impedire che si ripetano stragi come quella di questa notte, è indispensabile fermare le partenze direttamente dalle coste della Libia. Il premier ha chiesto che sia convocato con urgenza un Consiglio europeo straordinario e ha intenzione di mettere in discussione l'operazione Triton, che dopo Mare nostrum si è rivelata del tutto inefficace. Renzi poi veste i panni dell'indignato quando richiama il fatto che le vittime sono esseri umani e non "numeretti", poi però richiama i suoi numeri che stavolta sono buoni e vanta 976 scafisti finora arrestati, a fronte di almeno altrettanti sfuggiti camuffandosi tra i profughi.

Metodi diversi - Depurate dalla retorica, le idee di Renzi ora non sembrano poi così diverse da quelle del segretario della Lega Matteo Salvini o dalla parlamentare di Forza Italia Daniela Santanché. Possono anche cambiare i toni, ma nella sostanza le differenze si fanno minime. Anche il premier vuole fermare i barconi direttamente in Libia. Certo cambiano i metodi tra il leghista, la pitonessa e il premier. Il primo chiede un blocco navale, che sia un deterrente per le partenze e uno strumento di repressione contro gli scafisti. Ma per il premier: "Rischia di diventare un taxi per gli scafisti". La Santanché ricorda come si è fermata l'ondata migratoria dall'Albania, cioè rendendo inutilizzabili i barconi direttamente nei porti di Tirana e Durazzo. Per ora Renzi ha solo preso le distanze da queste soluzioni, ma non ha mai detto la sua, trincerandosi dietro il classico: "Non entriamo nei tecnicismi".

domenica 19 aprile 2015

Caivano (Na): I socialisti di Giamante dettano la linea a Monopoli e a Forza Italia? Altro che discontinuità...

Ciavano (Na): Giamante fa scacco al Re, e fa uscire matto il candidato a sindaco del centro destra Simone Monopoli? 



di Gaetano Daniele 

Se fosse vero..
Alla faccia della coerenza

Ormai siamo alla solita politica: "Fai quello che dico io... ma non fare ciò che faccio io", in sintesi la cosiddetta politica di facciata, pur di vincere a tutti i costi le elezioni amministrative. Difatti, stando alle ultime indiscrezioni, il candidato a Sindaco di Forza Italia, dott. Simone Monopoli, doveva, come garantito ai cittadini tramite manifesti e appunto slogan, rappresentare la discontinuità nel Paese, ma si smentisce subito?! Aveva costruito la lista facendo candidare, i cosiddetti presentabili, persone normali e perbene, nulla a togliere (secondo noi de il Notiziario) ai socialisti di Giamante che, come Monopoli, fanno politica attiva sul territorio da anni. Ma a dirlo non eravamo noi de il Notiziario, ma appunto, il dott. Simone Monopoli. Il punto però, è un altro. Cambiare parere può essere lecito ma in questo caso rappresenta una concreta incoerenza. Con i manifesti che ha attaccato sino ad ora alle mura della città, dove appunto decantava di non allearsi con la vecchia gestione, ora, cosa faranno gli alleati? e le persone come l'avvocato Domenico Acerra e l'architetto Angelo Marzano, ritireranno le proprie candidature, come promesso? Dicevano che preferivano perdere piuttosto che allearsi con questa gente, ed ora cosa dicono? C'è puzza di bruciato!. Insomma, per dirla breve: Burattini o Burattinai?


Arch. Angelo Marzano 
In data 20/04/2015, l'architetto Angelo Marzano, rappresentante della coalizione Monopoli Sindaco, precisa quanto segue: Ti posso garantire che il PSI nelle sua attuale rappresentanza non può purtroppo far parte della nostra coalizione e questa cosa la sanno un po tutti gli addetti ai lavori di ogni ordine e grado. A me dispiace ma per fortuna le nostre sono sempre decisioni collegiali.

Tfr in busta paga, tutti i calcoli: quando conviene e quando no

Tfr in busta paga, tutti i calcoli: quando conviene, quando no





Il tfr in busta paga: dal 3 aprile possono chiederlo tutti i lavoratori. Una misura fortemente voluta da Matteo Renzi insieme a quella degli ottanta euro in busta paga. Ma conviene davvero? Conviene chiedere all'azienda di mettere in busta paga il trattamento di fine rapporto? Milano Finanza cita il rapporto realizzato da Progetica che aiuta il lavoratore, attraverso delle simulazioni, a capire quale ipotesi (tfr in busta paga, in azienda o nel fondo pensione) sia più conveniente. Le stime sono state fatte su 38 mesi (dall' 1 maggio 2015 al 30 giugno 2018 data di conclusione della sperimentazione dell' operazione Tfr in busta paga), visto che i primi due mesi della finestra, marzo e aprile, sono di fatto già passati.

In azienda o in busta paga? - Secondo quanto spiega un esperto di Progetica, sul piano finanziario converrebbe tenere il Tfr in azienda grazie alla tassazione separata più favorevole rispetto all' aliquota marginale Irpef, e al rendimento del Tfr nel tempo. "Le tabelle quantificano il costo per il lavoratore dello spostamento, oggi, del Tfr in busta paga, pari in media a un 30% circa di ricchezza in meno. Per esempio, un trentenne che guadagna 1.000 euro netti, se decide di monetizzare il Tfr otterrebbe in tutto 2.660 euro. Se invece lo lasciasse in azienda, si ritroverebbe 4.288 euro all' epoca della pensione", spiega Andrea Carbone di Progetica al quotidiano economico.

Fondo pensione -  Per quanto riguarda il confronto tra il Tfr in busta paga con quello versato al fondo pensione, ecco cosa consiglia l'esperto a di Progetica a Milano Finanza.  "Per un quarantenne è  meglio 113 euro netti al mese in busta paga oggi, per 3 anni e 2 mesi, o 38 euro netti in più di previdenza integrativa", spiega Carbone a Milano Finanza. Per rispondere  a questo quesito Carbone fa riferimento all'aspettativa di vita Istat. "La pensione di un trentenne di oggi che si ritirerà dal lavoro a 67 anni durerà almeno 22 anni, quella di un quarantenne 21, quella di un cinquantenne 20. Il quesito del quarantenne diventerebbe: meglio 4.294 euro nei prossimi 38 mesi, o 9.576 euro quando sarò in pensione? Il tutto sapendo che ogni anno in più vissuto rispetto alla media porterebbe un ulteriore beneficio".

La conclusione - In pratica dalle simulazioni fatte da Progetica emerge che conviene mettere o mantenere il trattamento di fine rapporto in un fondo pensione: gli aumenti di ricchezza sarebbero compresi tra le 2 (+94%) e le 3 volte (+207%). E questo soprattutto perché in prospettiva la pensioni pubbliche saranno sempre più magre. E qui le incognite non mancano.