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lunedì 9 marzo 2015

"Don giussani santino autoreferenziale" Socci: ora il Papa demolisce i ciellini

Antonio Socci: così il papa demolisce Comunione e liberazione

di Antonio Socci 


Antonio Socci 

Che cosa è accaduto ieri in piazza San Pietro fra papa Bergoglio e gli aderenti a Comunione e liberazione? Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Il 3 marzo scorso, nell’omelia di santa Marta, il papa disse: «Ma come posso convertirmi? La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia... Si toglie col “fare”... cioè la strada del fare il bene. E come faccio il bene? È semplice! “Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”».

In quelle stesse ore don Julian Carron, responsabile pro tempore di CL, sul tema della conversione scriveva l’esatto opposto: «Ogni volta che davanti a questa o quella situazione ci chiediamo che cosa dobbiamo fare, dimostriamo che non abbiamo ancora risposto a quella domanda. Niente lo documenta più di questo “che cosa fare?”. Abbiamo una cosa da fare, solo una: convertirci».

Bergoglio identifica la conversione con un “fare”, con un attivismo sociale che abbiamo già visto in America Latina e qui negli anni Settanta in certi gruppi cattolici di sinistra, dove alla fine Cristo si riduceva a “pretesto” per un attivismo sempre più politico e ideologizzato. Invece don Carron percorre la via di un ripiegamento intimistico che toglie alla fede e alla comunità cristiana ogni dinamica umana espressiva e si risolve in quella “scelta religiosa” che decenni fa venne fatta dall’Azione Cattolica e fu sempre combattuta da don Giussani come il suicido del cattolicesimo. Giussani aborrì allo stesso modo la riduzione “sociale” e attivistica del cristianesimo che considerava succube delle ideologie.

Fra la risposta bergogliana del “fare” e quella carroniana dell’intimismo psicoanalitico, c’è infatti una terza risposta, quella giusta, che è sempre stata espressa, potentemente, da don Giussani, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Si potrebbe sintetizzare così: l’incontro con Cristo, attraverso il volto dei suoi amici, della comunità cristiana, dà senso e bellezza alla vita, abbraccia e cambia tutta la persona, tutta la sua esistenza, e genera un popolo che ha uno sguardo originale su tutto, che ha un giudizio cristiano su ogni aspetto della vita personale e sociale, proponendo a tutti un orizzonte più umano e più vero di quello delle ideologie dominanti.

Ieri, in piazza San Pietro, papa Bergoglio e don Carron, pur da posizioni contrapposte, si sono trovati convergenti nel tentativo di liquidare proprio questa via, che Giussani ha percorso dando vita a Comunione e liberazione, la via che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno riconosciuto e sostenuto, essendo anche la loro e quella della Chiesa. Certo, ieri a Roma si è reso omaggio all’uomo Giussani, ma trasformato in un santino e isolato dalla sua storia. Tentando di delegittimare e archiviare l’opera che da lui è nata, il popolo di Comunione e liberazione e la sua formidabile presenza sociale e culturale, la sua originale creatività che dagli anni Settanta ha incontrato e coinvolto tantissimi giovani e molti non credenti. Oggi restare fedeli con il cuore a quella storia, «a quella forma di insegnamento, alla quale siamo stati consegnati» (Ratzinger), significa, secondo Bergoglio, essere «guide da museo e adoratori di ceneri». E purtroppo don Carron converge su questa “liquidazione” di una storia comunitaria e di una presenza eccezionale.

Così però Bergoglio dice il contrario di quanto hanno affermato Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e don Giussani. È innegabile, se non si vuol nascondere la testa sotto la sabbia. Faccio due esempi. Una delle bastonate di Bergoglio a CL è sull’autoreferenzialità. In effetti CL, come altre realtà ecclesiali, oggi ha questo grave problema, tanto è vero che la sua presenza pubblica è pressoché svaporata, e però Bergoglio non ha colpito solo l’attuale CL carroniana, ma anche e soprattutto il forte senso di appartenenza che Giussani ha insegnato, cioè l’identità comunitaria tuttora viva dei ciellini.

Infatti ha detto: «Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una spiritualità di etichetta: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale». Ma è facile ricordare parole opposte di Giussani sull’ “essere di CL”. Proprio l’altroieri il portavoce di CL, Alberto Savorana, in un’intervista, ricordava che il nome del Movimento nacque da un volantino degli universitari nel 1969: «Un giorno, entrando in uno dei locali frequentati da questi studenti, in via Ariosto a Milano, don Giussani vede quel volantino appeso, con riferimento al nome scelto da quelli della Statale, e dice: “Ecco, noi siamo il nome che si sono dati gli universitari, perché comunione è liberazione”».

La seconda bastonata bergogliana è arrivata quando ha contrapposto il carisma a Gesù Cristo, mentre invece - come ha spiegato mille volte don Giussani - «il carisma è l’avvenimento di Cristo secondo la modalità con cui investe il mio presente... facilita l’appartenenza a Cristo, cioè è l’evidenza dell’avvenimento presente oggi... In questo senso il carisma introduce alla totalità del dogma». Giussani spiegava bene la parola: «Un carisma si può definire come un dono dello Spirito dato a una persona in un determinato contesto storico, affinché quell’individuo dia inizio a una esperienza di fede che possa risultare in qualche modo utile alla vita della Chiesa. Sottolineo il carattere esistenziale del carisma: esso rende più convincente, più persuasivo, più “abbordabile” il messaggio cristiano proprio della tradizione apostolica. Un carisma è un terminale ultimo dell’Incarnazione, cioè una modalità particolare attraverso la quale il Fatto di Gesù Cristo uomo-Dio mi raggiunge e, per il tramite della mia persona, può raggiungere altri». Invece Bergoglio contrappone le due cose: «Ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada». Il messaggio implicito era il seguente: adesso dimenticate la vostra storia e il vostro carisma per seguire me e le mie idee. In realtà, nella storia della Chiesa, la ricchezza è stata proprio nella diversità di carismi: i benedettini sono diversi dai francescani, i domenicani dai gesuiti, i carmelitani dai comboniani. E tutti sono centrati su Cristo.

Anche i papi dei nostri anni hanno affermato cose opposte all’idea bergogliana. Per esempio, Giovanni Paolo II, in una lettera a Giussani per il 50° anniversario della nascita del Movimento, nel febbraio 2004, volle ripetere ai ciellini ciò che già tante volte aveva detto: «Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!». Poi espresse un altro giudizio diametralmente opposto a quello pronunciato ieri da Bergoglio: «Il vostro Movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo».

Papa Wojtyla definiva il Movimento «uno dei germogli della promettente “primavera” suscitata dallo Spirito Santo negli ultimi cinquant’anni». E, considerato che erano stati anni segnati «da una sofferta contrapposizione con le ideologie imperanti, da una crisi dei progetti utopistici e, più recentemente, da una diffusa tendenza al relativismo, allo scetticismo, al nichilismo, che rischiano di estinguere i desideri e le speranze delle nuove generazioni», il grande papa Wojtyla invitava tutti i ciellini «a risalire all’esperienza sorgiva da cui il Movimento ha preso le mosse, rinnovando l’entusiasmo delle origini. È infatti importante mantenersi fedeli al carisma degli inizi per poter rispondere efficacemente alle attese e alle sfide dei tempi». L’opposto di quello che si è sentito ieri.

Dell'Olio, la moglie di Ferrara all'attacco: "Lesbiche e attiviste, vi hanno umiliato"

Anselma Dell'Olio: "Detesto l'8 marzo, è demagogia. Il movimento femminista? Svuotato"





Buona festa della donna. Ma non per tutte. "Io detesto l'8 marzo", attacca Anselma Dell'Olio, giornalista, autrice di teatro, femminista e moglie di Giuliano Ferrara. "Lo detesto come feste e come giorno perché dimostra che gli altri 364 sono appannaggio dei maschi", spiega in un'intervista a Il Giorno. Dunque il dito puntato contro Sergio Mattarella, anche lui colpito dalla "degenerazione demagogica dell'8 marzo" (il riferimento è alla frase con cui il Capo dello Stato ha lodato il lavoro silenzioso delle donne). La signora Ferrara aggiunge: "La demagogia ha raggiunto l'acme con le proteste di Se non ora quando, che hanno cancellato una delle conquiste delle femministe della prima ora; la libertà delle donne di fare del proprio corpo ciò che vogliono".

Quale femminismo? - Secondo la Dell'Olio "bisogna ristabilire cos'è il femminismo. La verità - aggiunge - è che i maschi ci hanno scippato anche la forza propulsiva del movimento, con la teoria del gender". In che senso? "Il matrimonio gay - puntualizza - è diventato un'urgenza sociale solo quando la battaglia è stata portata avanti dai maschi. Le lesbiche non sono mai riuscite a sfondare il muro del silenzio sul problema. Quando i maschietti si sono fatti avanti, il matrimonio gay è diventato un'icona di libertà". Il femminismo dunque è morto? "E' svuotato di senso, che è peggio". La Dell'Olio conclude: "E' il movimento femminista che ha perso forza, non la spinta individuale delle donne".

L'ultima sòla del governo Renzi: quanto ci fa perdere in tre anni

Tfr in tasca nuovo flop di Renzi: quanto ci si perde in tre anni





Ad accendere il motore della ripresa dei consumi, e quindi dell'economia, dovrà essere qualcos'altro. Perchè come il suo predecessore bonus da 80 euro non ha avuto alcun effetto, anche il Tfr in busta paga sarà un buco nell'acqua. Peggio, potrebbe portare grosse perdite per chi decidesse di aderire all'iniziativa. Come scrive oggi il quotidiano La Stampa, ino a pochi giorni fa solo sei lavoratori su cento avevano optato per l' incasso e alla fine, prevede un sondaggio della Swg per la Confesercenti, meno di due dipendenti su dieci sceglieranno di incamerare la liquidazione nello stipendio.

Il perché lo spiegano le elaborazioni fatte dalla Fiba Cisl, la federazione dei bancari, che per uno stipendio medio parlano di perdite in tre anni che vanno da duemila fino a 10 mila euro rispetto alle opzioni cumulo in azienda o in fondo pensioni. E due conti se li stanno facendo i 14,4 milioni di lavoratori del settore privato, con almeno sei mesi di anzianità alle spalle, che in questi giorni stanno ricevendo i moduli per esercitare entro il mese un' opzione che varrà per i prossimi tre anni.

Un cinquantacinquenne in tre anni incasserebbe 3.778 euro in busta paga, con una perdita di 1.044 euro rispetto a quanto maturato lasciandolo in azienda e di 2.045 euro sulla rendita di un fondo pensioni, calcolando prudenzialmente un rendimento del 3% annuo. "Questo - spiega Andrea Scaglioni del centro studi a La Stampa - perché il Tfr in busta è peggio tassato e non dà rendimenti annui, quelli che rendono ancora più conveniente farlo cumulare in azienda o investirlo nella previdenza integrativa quando si è più giovani". Infatti un lavoratore di 40 anni, con lo stesso reddito, perderebbe 3.140 euro rispetto al cumulo e 5.667 in raffronto al rendimento di un fondo. Un venticinquenne poi ne perderebbe 9.453 non lasciandolo fruttare in azienda e addirittura 10.808 euro togliendolo dalla pensione integrativa.

Stipendi fino a 30mila euro al mese Paghiamo noi i cassintegrati Alitalia

Il Pd ci fa pagare i cassintegrati Alitalia

di Sandro Iacometti 



Qualcuno, come i 36 piloti ex Alitalia e Meridiana pizzicati dalla Gdf qualche settimana fa, aveva persino deciso di arrotondare la cassa integrazioni lavorando illegalmente all’estero. Un bel coraggio, considerato che grazie ai contribuenti italiani i dipendenti delle compagnie aeree in esubero possono intascare fino a 30mila euro lordi al mese.

Ad alzare definitivamente il velo sul generoso aiutino pubblico destinato al personale di volo e di terra dei vettori nazionali, che in diverse occasioni anche noi di Libero abbiamo denunciato, è stato il neo presidente dell’Inps, Tito Boeri, nell’ambito dell’operazione trasparenza con cui la sezione del sito Inps chiamata «porte aperte» si ripropone di svelare i retroscena dei fondi speciali gestiti dall’istituto. Quello per il Trasporto aereo (Fsta), si legge nella scheda tecnica, preleva circa 220 milioni l’anno dai cittadini, «più del finanziamento annuo per la lotta alla povertà attraverso il Sostegno di inclusione attiva». La legge istitutiva del Fondo per l’integrazione dei trattamenti di mobilità, cig e solidarietà (del 2004) prevedeva un contributo solo a carico di datori di lavoro (0,375%) e dei lavoratori (0,125%), escluse le componenti accessorie del salario. Ma la musica è rapidamente cambiata.

Ed oggi l’Fsta è alimentato principalmente dall’addizionale comunale sui diritti d’imbarco di 3 euro. Un’anomalia a cui la Fornero ha dato un termine temporale (il 2014), ma che il Destinazione Italia di Letta nel dicembre 2013, con l’attuale premier Matteo Renzi che già faceva il severo cane da guardia del governo, ha tranquillamente prorogato fino al 2019 per agevolare la vendita di Alitalia agli arabi. A questo scopo l’addizionale è stata aumentata di 1 euro (era a 2) mentre la scorsa estate accordi di governo con le parti sociali hanno aumentato il periodo di godibilità del beneficio da parte dei lavoratori fino a 9 anni dai precedenti 7, aggiungendo anche il pagamento dei contributi previdenziali.

In questo periodo, alla faccia degli esodati, gli ex lavoratori delle compagnie aree prendono stipendi da favola semplicemente stando a casa. Il Fondo garantisce, infatti, un’integrazione del salario all’80%. Il che significa, come scrive Boeri, che i lavoratori percepiscono una prestazione che supera di gran lunga il massimale di 1167,91 euro previsto per cig e mobilità. Con assegni che scavallano spesso i 10mila euro lordi mensili e in alcuni casi limite si avvicinano ai 30mila euro. Il tutto dal 2007 al 2014 è costato quasi 1,4 miliardi. Di cui, stando alle percentuali definitive del 2013, il 98% a carico dei viaggiatori attraverso l’addizionale.

Dopo Aurora e Sole è nata Celeste, la terza figlia di Michelle Hunziker

Nata Celeste, la terzogenita di Michelle Hunziker





"È nata la nostra terza bambina alle 10.30  di ieri, domenica 8 marzo. Si chiama Celeste ed è un amore pazzesco! 3kg 330g di donnina che ci renderà la festa delle donne ancora più speciale per tutta la vita! Vi voglio bene Michelle". Così, sul suo profilo Facebook, Michelle Hunziker ha annunciato ieri la nascita della sua terzogenita, la seconda figlia avuta da Tommaso Trussardi dopo Sole.  Anche il papà bis ha celebrato su Facebook la nascita della secondogenita: "Oggi si festeggiano le donne; quale dì più importante  e significativo.... Per noi si riempie di una gioia ancor più grande. È nata la piccola Celeste!!! Grazie a tutti coloro che ci hanno  sostenuto ed assistito. Tomaso e Michelle". Il benvenuto a Celeste arriva anche dalla sorella maggiore Aurora, primogenita di Michelle Hunziker avuta con Eros Ramazzotti: "Sorellona per la terza volta!! Benvenuta Celeste!".

Il cucchiaio di Icardi fa felice Mancini Il Napoli fallisce l'operazione 2° posto

Calcio, serie A: Napoli-Inter 2-2





Il secondo posto resta stregato per il Napoli. Nel posticipo serale della 26esima giornata, i biancocelesti pareggiano 2-2 al San Paolo gettando al vento la possibilità di portarsi a sole due lunghezze dalla Roma, che nel pomeriggio aveva pareggiato a reti bianche col Chievo. E pensare che la squadra di Benitez conduceva per due a zero fino a mezz'ora dalla fine.

Il primo tempo è divertente, con le folate azzurre che mettono in ansia la difesa nerzzurra: al 13’ Higuain, servito da Mertens, non trova lo specchio, al 14’ Handanovic mette in angolo su Hamsik. Al 21’ Higuain si divora il vantaggio a a tu per tu con Handanovic. L'argentino ha un'altra occasione  al 31’, quando Mertens lo serve alla perfezione ma lui spara in curva.

I primi 45 minuti si chiudono sullo 0.0, ma a inizio ripresa il Napoli concretizza la superiorità fin lì dimostrata passando in vantaggio. Al 6' Henrique scodella in area, Hamsik incredibilmente solo non ha difficoltà nell’incornare l’1-0. Al 18’ arriva il raddoppio con un gran tiro di Higuain dalla distanza che non lascia scampo ad Handanovic. Quando il Napoli sembra avere la gara in pugno, arriva la rete dell'Inter, che  accorcia con Palacio, bravo a spedire in rete un pallone vagante. Finale palpitante: al 41’ Henrique atterra Palacio in area: rigore e secondo giallo per il difensore di casa che finisce anzitempo negli spogliatoi. Icardi si incarica della battuta e, con un cucchiaio, firma il 2-2.

Pansa: "Renzi da rottamatore a zar Ha trasformato l'Italia nel Cremlino"

Pansa: "Nel Cremlino di Renzi obbedire o tacere"

di Giampaolo Pansa 



«Sai che cosa mi ricorda Palazzo Chigi? Il Cremlino» dice un vecchio collega che ha fatto per parecchio tempo il corrispondente dall’Unione sovietica. La sua sicurezza mi sorprende: «Perché il Cremlino?». Lui risponde: «Per molti motivi. Il primo è che nessuno conosce davvero che cosa accada in quel palazzo. Quali sono gli obiettivi di chi ci lavora? Che intendono fare dell’Italia e del potere che hanno raccolto per strada, grazie a un insieme di circostanze oscure e senza essere eletti da nessuno? Ma la ragione più forte è un’altra. Come nel vero Cremlino, la fortezza di molti leader sovietici e oggi di Vladimr Putin, anche quello di largo Chigi è abitato da una persona sola che sta diventando sempre più potente».

La persona sola è Matteo Renzi, il nostro premier. Non esiste ancora un’analisi spassionata del leader fiorentino. Tuttavia qualche elemento del suo identikit lo conosciamo. Ha un alto concetto di sé. L’autostima non ha incertezze. È tutto preso dalla propria volontà e intelligenza. Non assomiglia a nessuno dei leader della Prima Repubblica. Neppure Alcide De Gasperi o Palmiro Togliatti erano come lui. Soltanto Amintore Fanfani, un altro toscano, ma di Arezzo, presentava gli stessi difetti: l’arroganza, il fastidio sprezzante per le lungaggini del Parlamento, la convinzione di essere il meglio del meglio. Era sicuro di vincere sempre. Poi incontrò la disfatta nel referendum contro il divorzio. Matteo rifletta.

È il carattere a suggerire a Renzi la forma di governo che preferisce. L’ha spiegata più volte e l’ha ripetuta nell’ultima, importante intervista a Marco Damilano dell’Espresso. Ha detto: «Per il governo io ho in testa il modello di una giunta che funziona con un forte potere di indirizzo del sindaco». In apparenza la parola «giunta» è innocua. Ma pronunciata dal nostro premier assume un significato equivoco. La politica mondiale ne ha conosciute molte di giunte, comprese quelle dei militari golpisti. E dal dopoguerra in poi abbiamo visto molti leader autoritari che sostenevano di essere soltanto gli amministratori della loro nazione. 

Sindaco d'Italia - Renzi si presenta come il sindaco d’Italia. Ma non ha nulla di chi si accolla la difficoltà di lavorare per i cittadini. Lui lavora per se stesso. Matteo è il centro della vita di Matteo. È un logorroico, capace di pronunciare un’infinita quantità di parole. Si sente un gigante tra i nani. È un cinico senza limiti, lo ha dimostrato nella conquista volpina di Palazzo Chigi, attuata con l’assassinio politico di un premier del suo stesso partito. È un campione della promessa a vuoto, dell’annuncio senza costrutto, dell’ottimismo predicato in ogni istante. Sempre a velocità folle.

Un vecchio motto dice: puoi illudere uno per un’infinità di volte e puoi illudere tutti una volta sola. Ma non puoi ingannare tutti ogni volta. Renzi non si cura di questa regola saggia. Nel Cremlino di Matteo domina la strafottenza. La parola renzista è sostanza. Le promesse si avverano da sole. Il suo verbo non ammette dubbi e meno che mai resistenze. Pensa di avere la meglio su tutto e su tutti. Il dissenso è un atteggiamento proibito che rasenta il reato. La regola è una sola: obbedire o tacere. La sottomissione di chi gli sta accanto è la virtù indispensabile per sopravvivere. Lo dimostra la sorte dei ministri di Renzi. Un critico sorprendente, il direttore del Foglio Claudio Cerasa, venerdì ci ha spiegato che non contano quasi nulla. Tranne una: la ministra per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, che ha ottenuto persino un ufficio all’interno del Cremlino. Gli altri e le altre, nel giro di appena un anno, appaiono comparse.

La ministra Maria Carmela Lanzetta aveva l’incarico degli Affari regionali, ma è sparita, oggi sta da qualche parte in Calabria. La ministra della Difesa, Roberta Pinotti, voleva invadere la Libia, ma il premier l’ha bacchettata sulle dita e ridotta al silenzio. La stessa sorte è toccata al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che ha parlato ignorando le intenzioni del premier. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non sapeva nulla del decreto fiscale. La ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, è stata messa nell’angolo da Renzi sulla questione dei professori da assumere. Si è dichiarata «basita», ossia stupefatta, ma non ha trovato il coraggio di dimettersi.

Un sindaco «dal forte potere d’indirizzo» può preoccuparsi dei suoi assessori? Ma non scherziamo! Il premier tiene conto soltanto della cerchia ristretta degli uomini di mano, a cominciare dal sottosegretario Luca Lotti, il meno raccontato dai media, uno sconosciuto. Un gradino più sotto stanno i consiglieri, primo fra tutti Andrea Guerra, già amministratore delegato di Luxottica. Sono figure difficili da definire. Senza un profilo istituzionale certo, il loro potere è uno stato di fatto. Contano perché il premier ha deciso così. Almeno per oggi. 

Nel vero Cremlino sovietico accadeva di peggio. Una ministra ripudiata come la povera Lanzetta sarebbe finita in un gulag siberiano. La Federica Mogherini, spedita in Europa con un incarico di cartapesta, prima di partire per Bruxelles avrebbe fatto un corso rapido di rieducazione nel collegio della Lubianka, la polizia segreta. Il Cremlino di Renzi è meno sanguinario. Qui bisogna soltanto dire di sì, oppure tacere. E se non sei disposto al silenzio, non ti resta che accomodarti fuori dall’uscio.

Comunque sia, la vita all’interno di Palazzo Chigi potrebbe essere soltanto un affare del giornalismo d’inchiesta. Non è una specialità oggi molto diffusa, ma in fondo i media non sono l’unica arma da usare per mettere in sicurezza una democrazia. Il vero interrogativo che ci dobbiamo porre è se il modello Cremlino possa espandersi nei rapporti fra il cittadino e il potere politico. Qui arriviamo al dunque. Ossia alla domanda delle domande: il forte «potere d’indirizzo» che connota il renzismo può mutarsi in qualcosa di peggio?

Domanda delle domande - Per peggio intendo una democrazia che, giorno dopo giorno, si incammina verso una mutazione profonda che ha un unico traguardo: il regime di un uomo solo al comando. Sappiamo che Renzi irride quanti ne parlano. Ritiene che sia una fantasia malata fatta circolare da Renato Brunetta, l’oppositore più tenace nel giro di Silvio Berlusconi. Eppure il quesito non è ozioso. Se al Cremlino ci sta un signore che si ritiene investito di una missione storica e non ha modi cortesi, anzi è molto vendicativo, il risultato è fatale. Qualunque centro di potere, burocratico, economico, giudiziario o culturale, prima di prendere una decisione vorrà sentire l’opinione del premier. Tanti si arrendono senza avere il coraggio di combattere. E consegnano all’uomo del Cremlino la loro libertà.

Siamo già di fronte a una democrazia dimezzata. Una condizione che può soltanto peggiorare. Per una circostanza che sta sotto gli occhi di tutti. Il modello Cremlino, ovvero il renzismo nella versione più dura, non ha oppositori. La destra e la sinistra mostrano le stesse pulsioni suicide. All’interno dei loro fortini sempre più fragili, si insultano, si combattono, si distruggono. La loro stupidità rasenta il tradimento. Sono le quinte colonne del generalissimo calato in armi da Firenze. Non s’illudano: dentro Palazzo Chigi è già pronto il mattatoio dove verranno decapitate