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martedì 17 febbraio 2015

Salvini leader di tutto il centrodestra Il sondaggio: chi vota Silvio dice sì

Sondaggio Ipsos, gli elettori vogliono Salvini leader del centrodestra





Bene la svolta nazionale, sì a Matteo Salvini leader del centrodestra. Secondo il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera la nuova linea del segretario della Lega sta dando i suoi frutti tanto che nelle ultime settimane si è registrato un vero e proprio testa a testa con Forza Italia per il primato nel centrodestra (entrambi i partiti sono dati tra il 13 e il 14 per cento). La svolta nazionale, infatti, sembra convincere gli elettori, soprattutto quelli del Sud e delle isole dove il 40 per cento vede positivamente questo cambiamento di prospettiva. 

Conquista del Sud - In particolare, l'ipotesi ventilata dal segretario del Carroccio di correre alle regionali Centrosud con il simbolo "Noi con Salvini" se ottiene il 36% di dissenso contro il 29 di consenso (comunque altissimo), convince invece il 78 per cento degli elettori leghisti e il 59 di quelli azzurri e un terzo dell'elettorato meridionale. A dimostrazione del fatto che Salvini è molto amato dalla base. 

Coalizione - Per quanto riguarda la leadership nel centrodestra, la candidatura di Salvini è ben vista dal 45 per cento degli italiani contro il 36 per cento che si dice scettico. Sorprendente che proprio tra gli elettori di Forza Italia quasi il 90% ci creda fortemente. Del resto Salvini sembra l'unico in grado di rendere competitivo il centrodestra contro il Pd di Matteo Renzi. 

Perché oggi Mattarella sfiducia Renzi Occhio alla sorpresa: "Silvio potrebbe..."

Silvio Berlusconi al Quirinale da Mattarella





Il momento è propizio, dopo il caos in Parlamento sulle riforme. Questa settimana, forse già oggi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrebbe ricevere al Quirinale una delegazione di rappresentanti delle opposizioni, ovvero le forze politiche che negli scorsi giorni sono uscite dall'aula della Camera per protestare contro il "metodo Renzi" nella scelta del capo dello Stato e sulle modalità di approvazione degli emendamenti al decreto-Boschi. Al Colle saliranno dunque esponenti di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle. E ai piani alti di Forza Italia si sta alacremente lavorando perché a parlare con Mattarella per conto degli azzurri ci vada Silvio Berlusconi in persona, anche in qualità di leader del maggior partito di opposizione. Sarebbe, quello, uno schiaffo non da poco a Matteo Renzi, col Cavaliere che dopo aver voltato le spalle al premier si accrediterebbe al Quirinale come interlocutore principe dell'opposizione a quello che per mesi è stato il suo alleato. Ed è chiaro che, se Mattarella, "accettasse" la salita al Colle del Cavaliere, a schiaffo aggiungerebbe schiaffo.  Anche perchè Renzi, al Quirinale, dal momento della nomina di Mattarella, non ci è ancora stato.

lunedì 16 febbraio 2015

L'Isis pianifica già lo sbarco: "Siamo arrivati a sud di Roma"

L'Isis pianifica lo sbarco: "Siamo in Libia, a sud di Roma"





Un conto è stare in qualche buco sperduto della Siria o dell'Iraq. Un altro sulle rive del Mediterraneo, e quindi a poche centinaia di chilometri dall'Europa. O meglio, dall'Italia. Nelle scorse ore, i jihadisti dell'Isis hanno preso il controllo di alcune aree costiere della Libia, puntando a prendere il controllo dell'intero paese. Non per nulla, ioeri la farnesina ha orinato agli italiani di lasciare il Paese e chiuso l'ambasciata italiana a Tripoli. Il paese è completamente fuori controllo, una polveriera. A poche centinaia di chilometri da noi. E i fanatici del califfato hanno iniziato a sparare alto contro il nostro Paese. Poche ore fa, uno dei militanti spiegava sui social network come di fatto il nostro Paese si trovi ora a portata di missile. "Colpiamoli con uno scud" era l'incitamento ai compagni. Capirai...la Libia è zeppa di armi lasciate lì e finite in chissà che mani quando il regime del colonnello Gheddafi è stato fatto crollare. Poi nel mirino è finito il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, definito "un crociato". E di conseguenza il nostro Paese, a questo punto ufficialmente indicato tra quelli nemici. Oggi un altro intervento : "Prima ci avete visto sulle colline della Siria, ora siamo a sud di Roma. In Libia". Tradotto: "Stiamo arrivando". Il messaggio è stato divulgato insieme al video, girato in Libia, che mostra la decapitazione di 21 cittadini egiziani di religione copta.

Marò, tre anni di vergogna italiana E dal governo tutto tace

I marò tre anni di vergogna E dal governo tutto tace


di Chiara Giannini 


Tre anni, ovvero millenovantacinque giorni stretti nella morsa di un incubo che pare interminabile. Avvolti da questa cappa di silenzio imposto dall’ennesimo governo che dice «lasciateci lavorare», ma che poi, di fatto, non fa niente per arrivare alla definitiva risoluzione di una vicenda ormai assurda. Paradossale fino in fondo, perché non si possono scontare tre anni di reclusione senza processo - di più, senza neanche un ben definito capo d’accusa. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono vittime dello Stato, prima che dell’ingiustizia indiana. Solo per aver avuto la sfortuna, quel 15 febbraio del 2012, di trovarsi a bordo della Enrica Lexie, il mercantile sul quale erano operativi assieme ad altri quattro fucilieri del San Marco che componevano il team antipirateria. I pirati arrivarono, come capita di frequente nelle acque dell’Oceano Indiano. Qualche colpo di avvertimento partì dalla nave, gli aggressori fuggirono. Ore dopo la Guardia costiera indiana li richiamò in porto a Kochi: «Hanno ucciso due pescatori del St Antony», questa l’accusa. Peccato che quel barchino, dalla Lexie, non lo avessero mai visto, e che in un andirivieni di versioni fornite e poi ritrattate, l’armatore Freddy Bosco corresse più e più volte quanto dichiarato inizialmente. Ovvero che l’incidente era avvenuto in un orario completamente diverso da quello poi riportato da tutti: dall’Imo (International marittime organization), dalla Marina militare, dall’armatore della nave italiana, dagli stessi marò.

Così Max e Salvo, come tutti sono ormai abituati a chiamarli, da tre lunghi anni vivono da prigionieri in mano straniera. Vero, Latorre ora è a Taranto, e però in attesa di capire se ad aprile, una volta scaduto il permesso concesso dall’India per motivi di salute, dovrà far rientro a New Delhi. Girone vive invece là, all’interno dell’ambasciata italiana. Entrambi di fatto abbandonati dalla politica, ma certo non dai cittadini comuni, dalle associazioni combattentistiche e d’arma e da molti esponenti del mondo militare. Resta il fatto che tre ministri della Difesa e cinque degli Esteri non sono riusciti a riportarli a casa. Non c’è riuscito l’inviato speciale Staffan de Mistura, non c’è riuscita l’Europa, non gli ambasciatori. Solo qualche brillante generale è stato capace di trattare per farli rientrare a votare, a febbraio 2013. Ma i giochi politici che portarono anche alle dimissioni dell’ex ministro Giulio Terzi completarono il quadro dell’incapacità diplomatica dell’Italia e i due marò dovettero far rientro a New Delhi.

Girone, da allora, non ha più messo piede sul suolo patrio, Latorre solo per curarsi dopo l’ictus che lo ha colpito a fine agosto, ma vive una vita in attesa. «Che cosa volete che dica? Mi auguro che tutto questo finisca presto - spiega a Libero Paola Moschetti, compagna di Massimiliano -. E incredibile, sono passati tre anni, oraentriamo nel quarto: per noi familiari è sempre più dura. Più che altro è quest’aria di incertezza. È un’ingiustizia che continua, il silenzio non aiuta». Prende fiato, poi prosegue: «Massimiliano migliora lentamente, sta seguendo le terapie all’ospedale militare. Abbiamo preso un cane, un piccolo carlino che ha un mese e che abbiamo chiamato Napoleone. Perché? Perché Giuseppina Bonaparte aveva proprio un carlino, l’unico che sapesse tener testa alll’imperatore, che riusciva a spodestarlo dalla sua sedia e mandarlo fuori dalla stanza. Ci ha fatto simpatia, Max lo adora». Mentre all’Inddia il nostro governo ha dimostrato di non sapere tener davvero testa. «Tre anni di sofferenza, vergogna, dolore e malattia - aggiunge Marco Cicala, del Cocer Interforze - che due cittadini italiani e due servitori dello Stato si trovano ad affrontare solo per aver servito il proprio Paese. Ma non sono soli, tutte le donne e gli uomini in uniforme sono con loro». Concetto ribadito da Terzi, da Elio Vito (Fi), Ignazio Larussa (Fdl), così come dal Gianluca Pini (Lega Nord), che parla di «tre anni di fallimenti di governi che meriterebbero di finire a processo per alto tradimento». Certamente quello dei marò, visto che dopo tanto tempo ancora non si vede la fine.

Forza Italia, un "big" torna in campo: "Stiamo sparendo. Ora ci penso io..."/L'intervista

Antonio Martino: "Forza Italia si sta dissolvendo. Ma a risollevarla ci penso io"

Intervista a cura di Giancarlo Perna 



«Forza Italia è in dissolvimento. Appena smaltiti i postumi dell’influenza, mi impegnerò nel dibattito del partito per rimediare a una situazione di totale friabilità». È la prima cosa che mi dice Antonio Martino dopo i convenevoli. L’influenza cui si riferisce l’ex ministro, tessera numero due di Fi, essendo Silvio Berlusconi la numero uno, è di quelle che avrebbero atterrato un bufalo. Una settimana a letto, febbre a trentanove e spossatezza prossima al deliquio. «Ora tiro le cuoia, mi dicevo pensando ai miei settantadue anni mentre ero scosso da brividi», racconta di buonumore Martino, tornato in forma seppure con la raccomandazione medica di riguardarsi ancora per qualche giorno. Ha fatto uno strappo per venire nel suo ufficio di parlamentare di fronte a Montecitorio e sottoporsi all’intervista.

Dietro il vestito scuro con panciotto si intravedono le bretelle, ha il distintivo di Fi sul bavero della giacca e, seduto allo scrittoio, rappresenta a pennello la schiatta dei Martino, ministri degli Esteri da due generazioni. Lo fu il padre, Gaetano, negli anni ’50. Lo è stato lui, nel 1994, col primo governo Berlusconi. Esperienza che lo gratificò lasciandogli una maniacale cura dei dettagli, tra i quali spicca il rito della barba per il quale usa pennelli venuti apposta da Londra e un sofisticato rasoio con lama che surclassa quelle dell’Isis. Ancora di più gli piacque essere ministro della Difesa, sempre col Cav, tra il 2001 e il 2006. Dopo di allora la vita del professor Martino - già esimio docente di Economia alla Sapienza e alla Luiss - ha preso un andamento più quieto, conforme al suo carattere. Ora però, la sensazione di avere perso tempo con l’influenza in un momento critico per Fi, gli ha dato un fervore inusitato. «Sto pensando, caro dottore, di avere una colpa emendare: non ho mai fatto attività politica nel partito. Ho lavorato per me, secondo la mia indole individualista. Ma oggi Fi è in tale stato, senza una vera classe dirigente, da spingermi da subito a occuparmene».

«Che intende fare?», chiedo. «Inizierò da “Rivolta l’Italia”, movimento di cui sono cofondatore con Giuseppe Moles (giovane ex deputato, da un ventennio braccio destro di Martino, ndr), la cui finalità è quella di aggregare le anime liberali, ripeto liberali, di Fi. Nascemmo nel 1994 con l’obiettivo di diventare un partito liberale di massa. Abbiamo invece dirazzato, diventando altro. Mi batterò per tornare alle origini». «Mi compiaccio per l’attivismo», dico. «Si è ringalluzzito perché nelle settimane scorse il suo nome è stato fatto per il Quirinale?». «Mi ha fatto piacere. Ma non sono mancate ombre», replica. «Che ombre?», domando. «Silvio si è comportato malissimo. Quando ha proposto ai grandi elettori di Fi di votare il mio nome per il Colle c’è stato un applauso fragoroso. Poi però, uscito dalla riunione, ha cominciato a fare una gran pubblicità per Giuliano Amato, il suo vero candidato». «Si è sentito preso in giro?», domando. «Mi aveva appena proposto e già mi accantonava per un uomo di tutt’altra storia politica. Per di più, era recidivo. Una decina di anni fa, quando ero ministro della Difesa, gli Usa puntavano su di me come segretario generale Nato. Quando l’ambasciatore americano lo disse a Silvio, che allora era premier, lui replicò: «Perché non Amato?».

L’ambasciatore rispose: «Non ci siamo capiti. Noi non vogliamo un italiano. Vogliamo Antonio Martino». Declinai poi io stesso perché avevo da fare alla Difesa. Però...». «Ora che so il retroscena capisco la sua reazione di fronte al giornalista che le chiese quale sarebbe stata la sua prima mossa in caso di elezione al Quirinale. “Mi dimetterò”, fu la sua replica, sgarbata e non da lei. La verità è che era offeso?», chiedo. Martino si appoggia allo schienale e dice: «Sdrammatizzavo. Un modo per dire che non mi struggevo per andare al Quirinale. Sette anni sul Colle, come dice mia moglie Carol (americana, ndr), sono peggio di una condanna a morte. La battuta, “mi dimetterò”, non è nemmeno mia. Fu un autorevole deputato yankee, Buckley, che alla domanda: “Se fosse eletto sindaco di New York, che farebbe?”, rispose: “Chiederei di ricontrollare le schede”». Martino ride e io gli faccio compagnia.

Così, siamo finiti a Mattarella, cattocomunista, antiliberale, nemico del Cav.

«Un piccolo capolavoro di masochismo. Mattarella è garbato ma non vedo perché farlo presidente. Se si eleggessero tutte le persone garbate, sarebbe un mondo invivibile: non avremmo che cafoni in giro».

Solo adesso il Cav ha capito che Renzi è una lenza? 

«Dubito che ne avesse davvero fiducia. Altri lo hanno indotto ad accordarsi con Renzi per attenuare il danno che lo strapotere del Pd poteva arrecare a lui e alle sue imprese».

Le aziende sono il tallone di Achille del Cav. 

«Da quando lo hanno condannato, Silvio è stato preso dal terrore irrazionale di essere diventato povero. Un tempo regalava cravatte di Marinella. Oggi ha cambiato fornitore per risparmiare».

Lei come ha preso la rottura del patto del Nazareno?

«Era basato su due riforme sbagliate: l’Italicum e l’abolizione del Senato. Con l’Italicum, Renzi si farà un partito unico di centro, tipo Dc, circondato da una congerie di partitini. Con il nuovo Senato saranno rafforzate le Regioni che sono l’organo più corrotto dell’Amministrazione pubblica».

Ora, come niente fosse, il Cav ripudia tutto ciò che ha fatto con Renzi. 

«Non è il suo primo ripensamento. Fece voltafaccia anche ai tempi della Commissione per le riforme di D’Alema negli anni ’90».

Riconoscere gli errori non è nelle sue corde. 

«Per farlo dovrebbe avere la fiducia in se stesso che invece a Silvio manca. Paradossale per un uomo che ha fatto tanto come lui. La prova è che, oltre a circondarsi di complimentatori, vanta di continuo i propri successi».

L’amicizia che ha per lui non le fa velo.

«L’amicizia è senza veli».

Un leader tentennante e perdente è ancora un leader?

«Chi è incerto sulla linea da seguire, non è più un leader».

È il caso del Cav? 

«Non lo so. Con lui nulla è mai scontato. Certo, è imprigionato in una cerchia di persone che non valgono niente, a parte Dudù. Eliminati, invece, chi gli voleva bene: la segreteria Marinella, Valentino Valentini, il portavoce, Paolo Bonaiuti».

E col Nazareno ha perso metà elettorato.

«Senza contare tutti i nostri che non vanno più a votare».

Che motivo ha oggi un liberale per tifare Cav?

«Pochi. Ma, con l’antiliberalismo degli altri partiti, Fi resta ancora il luogo più ospitale per noi».

Il Cav è vero liberale? 

«Istintivamente, sì. Gli manca qualche lettura. Ha però due convinzioni profonde: è anticomunista e filoamericano. Entrambe essenziali, ma non sufficienti per dirsi liberali».

L’ha mai preso per il bavero per ricondurlo sulla retta via?

«Sarebbe inutile. Riesce ad ammansire chiunque. Fa il sorriso giusto, trova il giusto argomento. Alla fine molli».

Più il Cav declina, più si pensa stia in politica per le aziende, anche per la continua presenza di Fedele Confalonieri.

«Non l’ho mai pensato, neanche quando entrò in politica. Confalonieri c’è, perché è un cervello di prima classe. Sarebbe stato un ottimo uomo di governo».

Riallearsi con Angelino Alfano?

«Controproducente. L’elettore di Fi è rancoroso. Ha cacciato Gianfranco Fini senza appello. Allearsi con Alfano può diventare un autogol».

Matteo Salvini?

«Mi sembra un esagitato estremista. Inoltre, come alleato di Marine Le Pen non è l’ideale per uno che vota Fi. Sull’Ue però dice cose sensate, abbandono dell’euro a parte».

Renzi è la nostra ultima speranza?

«È una preoccupazione. Ha vitalità, eloquio e capacità di persuasione. Non ha però la stoffa del riformista solutore di problemi. Con una spesa dello Stato abnorme e le aziende tassate al 65 per cento contro il 41 della media Ue, non si rilancia l’economia».

Ha ancora voglia di fare politica?

«Mi basta mezzora alla Camera per perdere ogni voglia. C’è una costante, puntuale come gli acciacchi in vecchiaia: ogni legislatura è peggiore della precedente».

Se lascia che fa?

«Ho più musica che non ho potuto ascoltare e libri che non ho letto degli anni che mi restano da vivere».

Rivoluzione Mattarella al Quirinale: chi ha scelto per la poltrona più pesante

Quirinale, la rivoluzione di Sergio Mattarella: i nomi dei suoi uomini (e le riconferme)





Al Quirinale va in scena la rivoluzione firmata da Sergio Mattarella: tra lunedì e martedì il presidente della Repubblica completerà la sua squadra. Fari puntati su quella che è considerata la casella più importante e delicata, ossia quella di segretario generale attualmente ricoperta da Donato Marra. Secondo Il Messaggero, esclusi ribaltoni (improbabili) dell'ultimissima ora, il ruolo verrà ricoperto da Ugo Zampetti. Si tratta di un grande esperto di procedure parlamentari, per 15 anni segretario generale della Camera. Zampetti, dunque, dovrebbe bruciare la concorrenza di Alessandro Pajno, nonostante l'antica amicizia che lega quest'ultimo a Mattarella.

Altri rumors - Ci sono poi gli altri incarichi in via definizione. L'obiettivo dell'inquilino del Colle è il contenimento dei costi. Squadra snella, dunque. E ove possibile anche un ricambio generazionale, una volontà già dimostrata con la scelta del portavoce: Giovanni Grasso, 52 anni, giornalista parlamentare di Avvenire, starà al fianco di "Sergiuzzo" (al suo attivo anche una biografia su Piersanti Mattarella, il fratello del presidente ucciso dalla mafia). Nella stretta cerchia di Mattarella, inoltre, anche Simone Guerrini, ex segretario dei giovani Dc all'epoca in cui l'attuale inquilino del Colle fu ministro della Difesa, nel 1998. La poltrona di consigliere per i problemi dell'informazione è stata invece assegnata a Gianfranco Astori, altro fedelissimo di Mattarella e suo portavoce ai tempi dell'incarico alla Difesa, nonché ex direttore dell'agenzia Asca e più volte deputato dc e sottosegretario di governo.

Chi invece resta - C'è infine chi, al Quirinale, della squadra di Giorgio Napolitano verrà riconfermato. Tra questi Antonio Zanardi Landi, che dovrebbe restare nel ruolo di consigliere diplomatico. E ancora Giulio Cazzella come consigliere per gli Affari interni e per i rapporti con le autonomie. Non è neppure escluso che resti a tempo anche Rolando Mosca Moschini, attuale consigliere militare e del Consiglio supremo di difesa. Infine un "niet": nonostante le precedenti indiscrezioni, al Colle non dovrebbe arrivare il generale Giampaolo Di Paola, poiché già in pensione, e dunque non potrebbe essere richiamato.

Brunetta-show: lite in tv, poi fa strike Così massacra Casini, Monti e Fitto

Brunetta, show da Maria Latella: "Pier Ferdinando Casini chi?"





Un crescendo rossiniano. Un Renato Brunetta "forza nove", quello andato in scena nell'intervista concessa su Sky a Maria Latella. Si parte dal rituale bisticcio con la conduttrice. Si parla del complotto del rating e dell'inchiesta di Trani, e il capogruppo di Forza Italia attacca: "Perché non ne parlate? Perché non ne parla mai? Mi faccia una domanda". E Latella: "Se permette, qui, le domande le faccio io". Poi si parla di attualità politica, e Brunetta ne ha per tutti. Si parte da Raffaele Fitto: "Se sarà costretto a lasciare Forza Italia? Penso che tutti siano fondamentali in questa fase. Fitto è una grandissima risorsa per Forza Italia. Predicava attendismo nei confronti di Renzi, poi sulle riforme è stato superato dagli eventi". Poi si passa a Mario Monti, che ci ha lasciato dietro di sé solo "macerie", ma il meglio Renato lo dà quando si parla di Pier Ferdinando Casini. "Potrebbe tornare in Forza Italia?, chiede Latella. E Brunetta: "Casini chi? Chi? Non lo conosco. Non conosco questo Casini, guardi". C'è poi spazio per Denis Verdini, definito "la prima vittima di Renzi". Argomenta Brunetta: "Si era speso per il superamento della guerra civile strisciante e Renzi lo ha buttato via". Infine una battuta sul Patto del Nazareno, che "era alla base del riconoscimento reciproco anche nel fare le riforme costituzionali. È stato un anno duro e difficile di Nazareno e questo aveva come punto fondamentale l’elezione condivisa del presidente della Repubblica, Renzi ha stracciato questo patto per tenere insieme il suo partito".