Visualizzazioni totali

venerdì 12 dicembre 2014

Il nero, l'assassino rosso e Alemanno: i giorni insieme nel carcere di Rebibbia

Rebibbia 1982: quando Alemanno, Carminati e Buzzi erano in carcere insieme




Era il 1982 e nel carcere di Rebibbia si ritrovano, con accuse diverse, quattro detenuti che avrebbero in qualche modo fatto la storia di Roma, una storia che viene sintetizzata dal Fatto Quotidiano. C'era un giovanissimo Gianni Alemanno, ventitré anni, già accusato e poi prosciolto un anno prima di aver preso a sprangate uno studente universitario insieme ad altri camerati. Questa volta invece è dentro per aver lanciato una molotov contro l'ambasciata dell'Unione Sovietica, poco dopo sarà prosciolto anche da quest'accusa.  Qui secondo il Fatto Gianni incontra Salvatore Buzzi, tre anni più di lui, e l'accusa di un omicidio commesso con 34 coltellate il 24 giugno nel 1980.

Quattro amici - Ma a Rebibbia non ci sono solo Alemanno e Buzzi. C'é anche Massimo Carrminati, da pochi mesi ferito all'occhio e grande amico di Peppe Dimitri. Quest'ultimo passa da Avanguardia Nazionale a Terza Posizione fino al terrorismo dei Nar è amico sia di Carminati che di Alemanno che anni dopo, quando diventerà ministro dell'Agricoltura, come fa notare il Fatto, gli affiderà una consulenza. Dimitri è compagno di cella di Alemanno. Ma c'è un altro uomo in carcere, Andrea Munno, anche lui appartantente ai Nar . Tutti erano amici di Massimo Carminati, il "re di Roma". Dimitri è morto nel 2001 ma gli altri tre entrano nelle carte dell'inchiesta che in questi giorni ha scosso la Capitale. 

La carriera -  Nei successivi vent'anni Gianni Alemanno diventa prima ministro poi sindaco di Roma, Buzzi ottiene la grazia e si impegna nel sociale, entra nel Pd ma è grazie ad Alemanno che ottiene molti appalti. Carminati - scrive il Fatto diventa il re di Roma, mafioso secondo l'accusa, socio di Buzzi nella cooperativa rossa e negli affari capitolini. Munno ritorna in carcere nel 1994 per usura, ricettazione e triffa nei confronti di commercianti e liberi professionisti a Roma e in Puglia invece per traffico di dollari falsi. Nel 2012 è indagato per i Punti Verdi del Campidoglio di Parco Feronia e Parlo Kolbe. Secondo l'accusa avrebbe messo in piedi un giro di fatture gonfiate. Munno non è indagato nell'inchiesta Mafia Capitale ma il suo nome emerge dagli atti dell'inchiesta. Di quei quattro giovani che nel 1982 erano a Tebibbia, due - Carminati e Buzzi - sono a Regina Coeli, uno Alemanno è accusato di mafia.   

Un siluro greco (da 40 miliardi) contro la Merkel: così Atene può far saltare in aria i conti di Berlino

Grecia, il siluro contro la Germania: così Atene può sabotare i conti di Berlino (e di mezza Europa)




Le voci su un possibile (e probabile) voto anticipato in Grecia, da giorni, agitano i mercati e le Borse, che hanno fatto segnare pesanti passivi. Il motivo? Syriza, il partito della sinistra radicale di Atene, favorito in un'ipotetica contesa elettorale. Già, perché Syriza - che al pari dei neonazi di Alba Dorata e pur da basi politiche profondamente differenti ha cavalcato il sentimento antieuropeista di un Paese massacrato proprio dall'Europa - chiede di stravolgere le politiche imposte da Bruxelles sul debito di Atene. Nel dettaglio, chiede uno sconto che oscilli tra il 70 e l'80% ai creditori internazionali, una richiesta (e qui c'è il curioso tempismo di una storia che ritorna) che ricorda e ricalca quella della Germania, poi accolta degli alleati, che nel 1952 si vide riconoscere uno sconto del 62% su ciò che avrebbe dovuto pagare per le sciagure del nazismo.

La richiesta - Ma torniamo a questi giorni, torniamo alla delicatissima richiesta della Grecia che, se accolta, costituirebbe un significativo precedente nell'Eurozona, che ad oggi non ha mai fatto ricorso alla ristrutturazione di un debito a carico dei contribuenti di altri stati (i soldi che ha ricevuto la Grecia, infatti, sono tecnicamente dei prestiti che, presto o tardi, dovrebbero essere restituiti). Syriza ha reso nota la sua posizione la scorsa settimana, a Londra, dove due esponenti del partito guidato da Alexis Tsipras hanno spiegato quella che sarà la loro richiesta a una platea di 35 banchieri d'affari, che sono rimasti eufemisticamente perplessi di fronte all'idea del partito greco. Già, perché Syriza, nei fatti, chiede un sconto del 70-80% su un debito che ammonta a 330 miliardi di euro, ossia il 177% del Pil del Paese. Syriza, inoltre, chiede anche di ridurre le politiche di austerità.

Cifre alla mano... - Ma non sono soltanto i banchieri ad essere rimasti perplessi: la stessa reazione è stata registrata in Germania. Il motivo? Gran parte del debito greco è in mani tedesche. Di quei 330 miliardi, come scrive Il Sole 24 Ore, il 72% sono da considerarsi "official loans", ossia in mano a istituzioni pubbliche (il 60% della Ue e il 12% del Fmi). Un altro 5% sono prestiti, l'8% è detenuto dalla Bce e il restante 15% sono "marketable debt", ossia trattabili sul mercato secondario (così ripartiti: 11% bond e 4% bills, ossia prestiti a breve termine). Il conto, dunque, è presto fatto: se Atene ottenesse il maxi-sconto pur di evitare l'uscita dall'euro a perderci di più sarebbe la Ue, attraverso l'Esm (il fondo salva-Stati) e attraverso i suoi stati membri. E tra gli stati membri è proprio la Germania a detenere la maggiore quota del debito ellenico, pari al 27% (segue la Francia con il 20% e infine, con poco meno del 18%, figura l'Italia). In soldoni, alla Germania, fatti due semplici calcoli, potrebbero mancare 40 miliardi di euro, una cifra monstre che crea più di un grattacapo a Berlino (proprio come creano seri grattacapi i 28 miliardi che mancherebbero alla Francia e i 25 che non arriverebbero alla già disastrata Italia).

ITALIANI, POPOLO DI FRIGNONI L'Europa insulta e ci imbavaglia:

Jean-Claude Juncekr: "L'Italia non si può lamentare"




Dopo la minaccia di "conseguenze spiacevoli" e le risposte del governo italiano, con tono sprezzante, torna a farsi sentire Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, il falco del rigore pilotato dalla manina della Germania di Angela Merkel. "Se c'è qualcuno che non può lamentarsi - afferma - è proprio l'Italia. Sento molte più lamentele per la comprensione mostrata", afferma scordandosi con tutta evidenza gli ultimi tre anni vissuti dal Belpaese, che ancora sconta gli effetti della "cura Monti", ossia tasse ed austerity di matrice europea.

La minaccia - Juncker, nel corso di un'intervista ai quotidiani Avvenire, The Guardian e Suddeutsche Zeitung in edicola domani, venerdì 12 dicembre, ritorna poi su quelle "conseguenze spiacevoli" di cui aveva parlato: "Avremmo potuto attivare per l'Italia una procedura per debito eccessivo. Invece ho parlato con Renzi, per il quale nutro sentimenti di amicizia, anche al G20 in Australia e gli ho detto: se vuoi mostrare la volontà di intraprendere le necessarie riforme, per favore scrivetemi una lettera per dirmelo. E questo l'Italia ha fatto". Juncker, poi, difende a spada tratta l'operato delle istituzioni continentali, affermando che nel caso dell'Italia e della Francia, la Commissione "ha operato in modo politico, non burocratico. Dobbiamo prendere atto che l'intera situazione economica anche a livello globale è drammaticamente peggiorata. Anche questo dimostra che si tratta di una Commissione politica e che dunque non siamo per un'attuazione burocratica del Patto di Stabilità". Juncker ribadisce che "il patto non è mai stato applicato in modo più felssibile".

"Vi amo, ma..." - Nelle ultime battute dell'intervista, Juncker torna al punto dal quale era partito, ossia alle "lamentele" dell'Italia. Il presidente della Commissione esprime amicizia per Renzi e per il Belpaese, "che amo", ma critica il fatto che il premier "in numerose dichiarazioni pubbliche ha suscitato l'impressione che la Commissione sia una macchina trascinata da cieca burocrazia". Per ultima, una battuta sulla situazione greca e sulla possibile crisi che deriverebbe da un voto anticipato e dalla vittoria di Syriza, movimento antieuropeista di estrema sinistra: "Quanto è accaduto alla Borsa di Atene - conclude Juncker - non è il segnale di una nuova crisi".

giovedì 11 dicembre 2014

Commercialista inguaia la Melandri: creò la sua Fondazione ma...

Mafia Capitale, Melandri inguaiata dal commercialista della banda: creò la sua fondazione




"Sono addolorata ma anche furiosa per quello che sta accadendo". Giovanna Melandri viene tirata ancora una volta dentro l'inchiesta Mafia Capitale. Il suo nome viene associato a quello di Luca Odevaine (arrestato per corruzione e associazione mafiosa) non solo per via della parentela che li lega, ma anche perché ai tempi lo scelse come consigliere al Ministero della Cultura. Ma c'è di più. Il commercialista di Giovanna Melandri, nonché il socio fondatore della sua organizzazione, la "Human Foundation", è considerato dagli inquirenti uno dei professionisti che riciclavano all'estero il denaro sporco della Cupola romana. Stefano Bravo, avrebbe un ruolo chiave nella banda della Terra di Mezzo: ha contatti costanti con Luca Odevaine, gestisce i suoi conti, porta i soldi in Svizzera, fa altri viaggi per conto dell' organizzazione. Adesso si scopre che aveva un incarico importante anche nella "Human" visto che ha contribuito a farla nascere. Ieri, rivela il Corriere, improvvisamente la sua foto e il suo curriculum sono stati rimossi dal sito Internet ufficiale. Ma nessuno può negare quanta importanza abbia avuto e infatti Melandri chiarisce a Fiorenza Sarzanini: "È il mio commercialista da quindici anni. Sono addo-lorata ma anche furiosa per quanto sta accadendo. L' 8 dicembre gli abbiamo inviato una lettera per chiedergli di lasciare ogni incarico, sia pur nella speranza che possa chiarire la propria posizione. Gli abbiamo scritto che la nostra principale preoccupazione è il danno per la fondazione che nasce sul presupposto della totale trasparenza e innovazione nelle politiche sociali". Nega invece che abbia svolto attività per il Maxxi, il museo d'arte contemporanea di Roma del quale Melandri è presidente: "Nessun contatto, mai".

Beppe Grillo attacca Napolitano: "Dov'eri quando l'Italia affondava?"

#sonoUnEversore, Beppe Grillo e la campagna social contro Giorgio Napolitano




L'hashtag coniato da Beppe Grillo #sonoUnEversore guida la classifica Twitter Italia. Il leader del Movimento 5 Stelle ha lanciato una campagna sul social newtwork, invitando i follower a postare su Twitter una foto con un cartello simile al suo. Tantissimi i deputati e i senatori che in queste ore stanno seguendo l'indicazione del fondatore del M5S.  "#sonouneversorè, ma non sono solo - cinguetta Grillo - I giornali se ne accorgeranno? Primo trending topic di Twitter in Italia"

L'affondo - "Pago le tasse, non rubo, denuncio. Caro Napolitano, confesso! Sono Un Eversore" con questo messaggio il pentastellato attacca Giorgio Napolitano che, nella giornata di ieri aveva aveva attaccato l'anti-politica, definendola patologia eversiva: "La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva". Infine l'affondo "Mi viene spontanea una domanda al presidente Napolitano: ma mentre la Repubblica affondava nel fango, lei dov’era? Su Marte?"

Come paghi le tasse se non hai soldi la nuova guida per il Fisco

Case, mobili, opere d'arte: ecco come pagare le tasse




Siete senza soldi per pagare le tasse? Ora potete rispettare gli impegni col Fisco cedendo all'erario uno specchio o un mobile del salotto. Secondo le nuove norme che sta studiano il governo, sarà possibile pagare i debiti anche in opere d'arte, mobili antichi oppure immobili. Lo Stato ha deciso infatti di agevolare il pagamento delle tasse, offrendo come alternativa alla somma di denaro la cessione di alcuni tipi di beni. La legge che la contempla risale a ben trent'anni fa, tuttavia di fatto non è mai stata applicata. E oggi il Governo ha pensato di rispolverarla, per garantire nuove entrate alle casse statali.

La richiesta - Ma come si fa ad ottenere di poter pagare le tasse mediante opere d'arte, mobili antichi o immobili? Per cominciare, occorre che i cittadini e le aziende interessate inviino al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali una richiesta formale, completa di una descrizione dettagliata del bene o dell'immobile che intendono cedere. Da allegare, inoltre, tutta la documentazione attestante il valore di tali beni e gli atti che ne certificano la proprietà. Quest'ultimo passaggio è finalizzato a evitare che si possa tentare la cessione di opere rubate o non detenute legittimamente. Come racconta affaritaliani, una volta ricevuta la richiesta formale con tutta la documentazione necessaria, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali avvia una pratica per la valutazione della proposta del cittadino, rifacendosi a stime particolari per quanto concerne le opere realizzate da artisti ancora in vita o risalenti allo scorso mezzo secolo. 

La procedura - Il MiBACT valuta le condizioni in cui versa il bene, ne quantifica l'effettivo valore e prende in considerazione gli altri eventuali interessati alla cessione, ad esempio le amministrazioni comunali in cui un certo bene è collocato. La procedura è piuttosto lunga e, in attesa del suo esito, il pagamento dovuto dal cittadino non è sospeso e gli atti di riscossione sono ritenuti legittimi. Pertanto è consigliato - se si ha intenzione di percorrere tale via - di procedere con la richiesta formale prima di ricevere eventuali avvisi di pagamento. 

Multe ecco il consiglio del governo per evitare il pagamento

Multe, la decorrenza dei termini inizia quando si verifica l'infrazione




"L'accertamento inizia quando l'operatore verifica l'infrazione". Il ministro Maurizio Lupi boccia la prassi adottata da molte amministrazioni comunali, tra cui il comune di Milano, di far decorrere il termine di 90 giorni per la contestazione delle violazioni del codice della strada non dalla data di commissione delle stesse bensì da quella in cui gli organi accertatori visionano i fotogrammi fatti dagli apparecchi. In virtù di tale prassi numerose multe sono state recapitate nelle settimane scorse per infrazioni commesse nel territorio del capoluogo lombardo scatenando un'aspra polemica che è arrivata in Parlamento. E proprio durante il question time alla Camera il ministro dei Trasporti, definendo illegittima l’interpretazione ’estensiva' dell’articolo 201 del codice della strada relativo alla decorrenza del termine per la notifica della violazione, tuona: "Le norme del Codice della strada non sono fatte per sanare i bilanci". La replica della giunta milanese non si è fatta attendere: "Le dichiarazioni del ministro Lupi ci meravigliano", ha puntualizzato l’assessore alla Sicurezza e alla Polizia Locale, Marco Granelli. "Voglio chiarire un equivoco: il Comune non fa cassa con le multe ma la Polizia locale - ha proseguito - ha il dovere di sanzionare chi non rispetta la legge e mette a repentaglio l’incolumità propria e quella degli altri utenti della strada. Anche così abbiamo dimezzato gli incidenti a Milano". Il ministero fa sapere comunque che "laddove dovessero pervenire ulteriori segnalazioni di fattispecie analoghe, assumerà le opportune valutazioni in ordine all'eventuale emanazione di una circolare esplicativa finalizzata a favorire l'uniformità del giudizio delle prefettura nell'attività di decisione dei ricorsi presentati dai cittadini. Automobilista avvisato, mezzo salvato.