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venerdì 13 giugno 2014

Caso Mineo, una voce dal Pd: "Scissione e voto anticipato"

Caso Mineo, una voce dal Pd: "Scissione e voto anticipato"


I dissidenti del Pd hanno in mano una pistola. La cartuccia è una sola: il voto anticipato. Se decidessero di "sparare" il premier Matteo Renzi e il Pd di fatto tornerebbero immediatamente alle urne delapidando di fatto il successo delle europee. Già, perchè il Pd che si presenterebbe al voto non sarebbe un partito compatto e unito, ma sarebbe in preda ad un terremoto interno che può lasciare dietro di sè solo macerie. In Transatalantico dopo l'epurazione di Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali arriva una voce interna al Nazareno che parla chiaramente di "scissione e di voto anticipato". 

La fronda e il voto - Di fatto i dissidenti Pd, i 14 senatori autosospesi e tutta la fronda civatiana sarebbero pronti ad andare al voto sciogliendo di fatto il loro le game col Pd. In Senato si rincorrono voci che indicano nuove adesioni da parte di Luigi Manconi, Luigi Cucca e Rosaria Capacchione. A quanto pare la minaccia del voto anticipato ha già attecchito a Palazzo Madama, dove si è diffuso il timore che gli autosospesi formino un gruppo autonomo, fuori dal Pd. Così anche nella maggioranza e soprattutto a palazzo Chigi è scattato il panico, tanto che qualcuno ha anche ipotizzato strambe vie d’uscita, come per esempio lo scioglimento solo del Senato con elezioni anticipate solo per quel ramo del Parlamento, per salvare la Camera e non mandare al macero tutto il 40,8 per cento conquistato alle europee. 

La minaccia - Pippo Civati lascia aperto ogni possibile esito: “Se non riesce più a tenere una situazione così, può anche essere che qualcuno lasci il gruppo del Pd non dico per sempre, ma per un tempo più lungo di questa autosospensione che ovviamente è una richiesta di chiarimento al gruppo nel suo complesso". Mineo invece dice che il gruppo autonomo è “fuori discussione” anche se “si è rotto un rapporto di fiducia: ora vogliamo chiarimenti”, a cominciare dall’incontro con il capogruppo Luigi Zanda previsto per lunedì e poi l’assemblea dei senatori martedì. Civati riflette sugli ultimi giorni e sui viaggi istituzionali del premier: “Renzi ha rivendicato la decisione dalla Cina, a volte queste cose venivano dalla Bulgaria ma evidentemente siamo ancora più esotici...". Lo scontro ormai è aperto. E l'esito di un voto anticipato con un Pd diviso è del tutto imprevedibile...

Martino contro il Cerchio Magico: "Silvio sequestrato ad Arcore, non mi fanno parlare con lui"

Forza Italia, Martino: "Basta puntare tutto su Silvio, il partito si apra alle facce nuove"

Intervista a cura di Tommaso Montesano 



Antonio Martino, tessera numero due di Forza Italia nel 1994, dopo la sconfitta alle Europee è arrivata quella delle Amministrative: perché?

«Domanda importante e quanto mai opportuna. Il voto di domenica scorsa ha confermato quanto accaduto in elezioni precedenti».

L’arretramento di Forza Italia?

«Soprattutto il fatto che il più importante partito italiano sia quello degli astenuti. Un partito che anche due giorni fa ha ottenuto la maggioranza assoluta». 

E questo che incidenza ha avuto sul risultato di FI?

«La mia ipotesi è che un gran numero, se non la maggioranza, degli astenuti, sia composto da persone che avrebbero votato per noi se non li avessimo delusi. Avevamo promesso agli italiani che avremmo cambiato questo Paese cercando di allargare gli spazi di decisione di persone, famiglie e imprese e di restringere quelli affidati a meccanismi politici. Quando hanno visto che questo non avveniva, pur in presenza di qualche attenuante da parte nostra, se la sono presa e ci hanno puniti».

Adesso come si riparte?

«I problemi sono gli stessi del 1994, anche un po’ peggiorati: l’incidenza della spesa pubblica totale sul reddito nazionale è maggiore rispetto ad allora; il Pil continua a diminuire e la disoccupazione è ai massimi storici».

Dove vuole arrivare?

«Forza Italia dovrebbe recuperare la saggezza di alcune intuizioni del '94. Non basta dire che gli altri sono cattivi statalisti, comunisti e tassatori: non funziona più. Dobbiamo dire che cosa faremmo noi se avessimo la maggioranza: ad esempio una riforma radicale della sanità pubblica e delle Regioni, un focolaio di malaffare inutile. E comunque non mi riferisco solo alla ricetta economica». 

E a che altro?

«Nel '94 c’erano i club e quel poco di partito che c’era, era determinato da scelte che provenivano dal basso. I coordinatori locali non venivano scelti a Roma per tutta Italia, ma con la partecipazione degli iscritti in elezioni periferiche. Questo permetteva di coinvolgere molte persone nella vita del movimento. Gli elettori partecipavano, potevano dire la loro. Questo lo abbiamo abbandonato: dobbiamo riprenderlo».

Cosa non le piace della Forza Italia attuale?

«Oggi le facce nuove, giovani, intenzionate a partecipare, vengono fatte scappare perché abbiamo un movimento che è ancora gestito con criteri che non sono compatibili con l’ingresso di una nuova generazione di attivisti».

Una parte di Forza Italia, capeggiata da Raffaele Fitto, invoca le primarie. 

«La questione delle primarie è mal posta. Le primarie sono un ottimo strumento in un particolare sistema politico, quello americano. Trasportate in Italia, creano solo confusione: l’esempio del Pd è da evitare». 

La ricetta giusta per coinvolgere gli elettori qual è?
«All’ultimo comitato di presidenza ho ascoltato quanto ha detto Fitto e su una cosa ha ragione: bisogna tornare a scegliere i dirigenti locali dal basso, con una partecipazione diretta degli iscritti».

E come?

«Meglio avere un congresso che non averlo. Altrimenti chi dovrebbe fare le scelte?».

Finora le ha fatte per lo più Silvio Berlusconi. 

«E infatti, poiché lui non poteva fare tutto, ha finito con il delegare una parte delle scelte ad altri. Persone stimabili, per carità, ma al centro nessuno possiede la quantità di informazioni necessarie per sapire chi ci debba rappresentare a Scurcola Marsicana».

In tutto questo che peso assume il tema della leadership di Berlusconi?

«Berlusconi ha basato Forza Italia sulla sua leadership personale. Questo è andato benissimo per vent’anni, ma continuare a puntare tutto su Berlusconi è rischioso. Se non altro perché Berlusconi non potrà essere un capo partito al meglio delle sue possibilità a causa delle decisioni della magistratura».

E chi dopo Berlusconi?

«Un altro Berlusconi non esiste, non dobbiamo cercarlo. Dobbiamo assumere l’iniziativa, invece, affinché Berlusconi sia affiancato da un movimento vitale, in grado di esprimere, con il tempo, i leader che, prima o poi, si formeranno. Ma perché questo accada, Forza Italia deve spalancare porte e finestre». 

Non pensa che nel calo di Forza Italia giochi un ruolo anche l’atteggiamento ambiguo nei confronti di Matteo Renzi?

«È possibile, ma non è la ragione principale: la disaffezione del nostro elettorato è precedente. Ciò premesso, se riuscissi a parlargli, cosa che non mi riesce più da diversi mesi perché non me lo passano quando telefono, a Berlusconi consiglierei di stare attento al rapporto con il premier: va bene se porta a casa riforme utili all’Italia, non va bene se questo non accade».

Il Condono fiscale del Pd: Renzi prepara la sanatoria per chi ha soldi in nero

Renzi prepara il condono fiscale


di Francesco De Dominicis




Edilizi o fiscali, l’Italia è il Paese dei condoni. Roba da centrodestra, si dice. Per la verità, quasi tutti i governi (e di qualsiasi colore) un colpo di spugna sulle tasse o sugli abusi immobiliari lo hanno sempre servito in tavola ai contribuenti. Dal 1973 se ne contano una decina: gli archivi rivelano che, nell’arco di 40 anni, ben 28 anni sono stati «coperti» da scappatoie per sanare irregolarità con i tributi o col mattone. Per le casse dello Stato le sanatorie sono state spesso una boccata d’ossigeno: complessivamente, il gettito incassato dall’erario è pari a 65,3 miliardi di euro che, attualizzati ai giorni nostri, vuol dire la bellezza di circa 123 miliardi. Ecco perché pure il governo di Matteo Renzi - espressione di quel Partito democratico che ha sempre criminalizzato le «regolarizzazioni» fiscali, puntando il dito contro Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi - adesso cede alla tentazione. Camuffato e tenuto sotto silenzio, sta dunque prendendo forma il condono targato Pd: paghi grosso modo il 30% e chi s’è visto, s’è visto; e occhi chiusi anche per gli aspetti penali. Certo, molto di più del 5% previsto dallo scudo fiscale di Tremonti, ma assai meno di quanto raschiato di norma dal fisco, almeno il 50% (stima prudente) dei redditi, nel caso di un’impresa, tra Ires, Irap e balzelli vari.


In ogni caso, un affare per i contribuenti e pure per lo Stato, sempre a caccia di nuove risorse. Vale anche per Renzi. Vuoi per assicurare copertura alle misure promesse nei primi mesi al governo, vuoi per tenere a bada i conti, col debito pubblico che zavorra la ripresa economica, l’ex sindaco di Firenze ha bisogno di soldi. Di qui il condono mascherato da rimpatrio dei fondi: una serie di sconti e benefici fiscali sulle somme tenute nascoste al fisco in Italia è stata inserita, infatti, nel disegno di legge all’esame della Camera sul rientro dei capitali dall’estero. Con la scusa del rimpatrio di quattrini illegalmente detenuti Oltreconfine o esportati violando le norme tributarie e antiriciclaggio, l’esecutivo punta a fare cassa con chi i soldi li ha nascosti in tasca, sotto il materasso o in una cassetta di sicurezza in banca. E in Italia, mica in Svizzera o alle isole Cayman. L’accordo segreto è stato siglato pochi giorni fa in Parlamento: gli esponenti di palazzo Chigi e i membri della commissione Finanze di Montecitorio hanno deciso di estendere alle evasioni di imposta «senza costituzione di provviste all’estero» le agevolazioni della cosiddetta voluntary disclosure, vale a dire la «collaborazione volontaria» dei furbetti delle tasse. Si pagherà un’aliquota pari al 27% della somma da regolarizzare più un ottavo delle sanzioni: alla fine della giostra il prelievo non dovrebbe andare oltre il 30%. Ma non è tutto: lo sconto fiscale è accompagnato dal dimezzamento delle sanzioni penali in caso di frode. Una sorta di pacca sulla spalla degli evasori «professionisti».


Attenzione: la parola condono non compare mai nei documenti ufficiali del governo che, c’è da scommetterlo, si difenderà brandendo le raccomandazioni dell’Ocse, secondo cui le regolarizzazioni di capitali non devono contenere «discriminazioni territoriali». Per mischiare ulteriormente le carte, la procedura verrà battezzata con la dicitura «emersione domestica» nell’ambito del «ravvedimento speciale per l’integrazione degli imponibili»: il linguaggio degli addetti ai lavori, burocratese stretto. Fatto sta che non sarà un colpo di spugna per tutti: le nuove norme, che riguardano i periodi d’imposta fino al 31 dicembre 2012, prevedono restrizioni. Non potrà fare pace col fisco chi ha ricevuto contestazioni dell’agenzia delle Entrate né chi ha già procedimenti penali. E la misura è >>.

L'ultima sparata del leghista Buonanno "Gli immigrati? Io apro le porte di casa mia se Papa Francesco..."

Gianluca Buonanno (Lega) al Papa: "Se accoglie clandestini e Rom nella Cappella Sistina, lo faccio anche a casa mia"



"Mentre in Italia abbiamo cancellato il reato di immigrazione clandestina, in Vaticano lo hanno mantenuto" dice il leghista Gianluca Buonanno ospite a Un giorno da pecora su Radiodue senza freni quando la trasmissione passa a trattare la questione dell'immigrazione e le recenti dichiarazioni di Papa Francesco sulle discriminazioni subite da Rom e clandestini: "Il Papa dice che dobbiamo accoglierli - ha aggiunto l'estroso Buonanno, da poco eletto anche europarlamentare, ricordando che a Città del Vaticano c'è ancora il reato di clandestinità - E quindi caro Santo padre, se tu prendi i clandestini o gli zingari nella Cappella sistina, io li prendo a casa mia".

Il Brasile soffre ma vince. De Sciglio in ospedale: non giocherà contro gli inglesi

Il Brasile soffre ma vince. De Sciglio in ospedale: non giocherà contro gli inglesi



Il Brasile soffre fino all'ultimo ma porta a casa la prima partita di questo Mondiale. La sfida contro la Croazia si conclude 3 a 1 con la doppietta di Neymar e la rete finale di Oscar. Ma il primo gol è della Croazia ed entra nella storia perché è stato un autogol di Marcelo all'undicesimo minuto: non era mai successo che un Mondiale cominciasse con un'autorete.  Il primo vero gol è arrivano al 29' frmato da Neymar. Nella ripresa al 71esimo l'asso del Barcellona sigla la dischetto (il rigore è stato molto contestato)l gol del sorpasso e della vittoria. Al 91esimo dopo aver rischiato di subire il  pareggio, Oscar mette al sicuro la gara. E il pubblico va in delirio. 

Caso De Sciglio 
Comincia male il Mondiale per gli italiani. Infortunio per Mattia De Sciglio nell’allenamento di questa mattina. Un dolore allacoscia sinistra a fine allenamento, e dopo pranzo il terzino del Milan e della nazionale è dovuto andare all'ospedale di Angrados Reis per una risonanza magnetica.Contrattura con edema del flessore della gamba sinistra,la diagnosi dopo un paio d'ore di attesa e paura.  C'è da capire se quell'edema è solo un versamento provocato dalla contrattura, o nasconde del sangue segno di lesioni. De Sciglio sarà indisponibile domani:anche nel primo caso, forzare il recupero sarebbe un rischio troppo alto. Ma la sua situazione va tenuta comunque sotto osservazione. Prandelli avrebbe tempo fino a domani sera per'eventuale cambio, e se De Sciglio gettasse la spugna il ct non sarebbe obbligato a pescare tra i 30 della prelista: ilregolamento Fifa prevede nell'infortunio l'unico caso di eccezione. In Brasile c'è Ranocchia, anche per questo al momento non risultano corrispondenti al vero le voci di un preallarme di Pasqual e Romulo. Soprattutto, ora Prandelli vuole capire in quanto tempo è recuperabile De Sciglio: la prima impressione è che se ne parli per l'Uruguay, la terza partita degli azzurri del 24 giugno, più che per il Costarica.

giovedì 12 giugno 2014

L'Annunziata contro Renzi nel Pd metodi fascisti "Mineo è stato eletto, tu sei un..."

Lucia Annunziata contro Renzi: "Tentazioni autoritarie"



Lucia Annunziata si schiera con Corradino Mineo che è stato rimosso dalla Commissione Affari Costituzionali per far guadagnare al Pd la maggioranza sulla riforma del Senato. E dà ragione ai 13 senatori che si sono sospesi in segno di solidarietà con Mineo. Critica il sottosegretario Lotti che ha detto che  "dodici senatori non possono permettersi di mettere in discussione il volere di 12 milioni di elettori". E attacca Renzi accusandolo di essere autoritario, di lasciare poco spazio interno al dissenso. 

Perché Renzi sbaglia - I toni sono duri e il messaggio chiarissimo. Scrive la Annunziata: "Potrei chiedere come fa il governo a sapere che quei dodici milioni di italiani hanno votato specificamente per la riforma Renzi sul Senato. Potrei chiedere di quali elettori si parla. Perché se si parla di quelli che hanno eletto l'attuale Parlamento, allora il Premier attuale non è stato votato e Mineo sì. Se invece parla del voto per le Europee andrebbe ricordato che il pur immenso consenso non è comunque consenso politico diretto."

Niente dissenso - Il direttore dell'Huffington Post cita il caso delle ondate di espulsioni dal M5S e scrive che "gli eletti hanno diritto alla libertà di opinione.  Come del resto i militanti di partito - in questo caso, se parliamo al segretario del Pd, mi pare che andrebbe ricordato che in quel partito si è lavorato una vita (del Pd stesso e di varie generazioni di militanti) per affermare il diritto al dissenso interno, con conseguente richiesta di affrontare questo dissenso con pratiche il più possibile lontane dallo stalinismo". La Annunziata fa notare come all'interno del Pd non vi sia alcuno spazio per il dissenso. "Chi dissente è palude". E, caustica, aggiunge: "Non farò a Renzi il torto di accostarlo a Berlusconi, perché sappiamo che ha ambizioni e riferimenti storici molto più alti. Nelle sue idee il paragone è Blair, o Obama. Peccato che anche la traiettoria di questi leader dimostri che il vasto consenso popolare non fornisce un passaporto con il destino. Blair è alla fine caduto nella trappola delle sue forzature (ricordate l'Iraq? In queste ore qualcosa di molto drammatico ce lo ricorda) e Obama in quelle della sua inefficacia". La chiusura dell'intervento del direttore del sito dell'Huffington Post è ancora più forte: "Forse è la visita in Cina ad aver fatto velo al giudizio del nostro premier. Lì certamente c'è un bellissimo modello su come governare insieme un partito, un paese, le riforme, un mercato, e, se possibile, il mondo.

Mose, Orsoni vuota il sacco: "Incassavo tangenti per il Partito Democratico"

Mose, Orsoni: "Il Pd mi spinse ad accettare quei soldi"



Dopo l'inchiesta, arriva la resa dei conti nel partito. Il Pd è sotto il fuoco delle toghe e lo scandalo del Mose rischia di travolgere il Nazareno. A far tremare Renzi&Co. ci pensa il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, tra i principali accusati per il giro di mazzette in laguna. Orsoni comincia a dire la sua verità e punta il dito contro il partito. Le accuse sono pesanti. Secondo quanto ha ricostruito nell'interrogatorio il sindaco, durante la campagna elettorale del 2010 per le comunali e per le provinciali la segreteria del Pd veneto non era contenta di come stavano andando le cose. Lo spauracchio era Renato Brunetta. La sua candidatura, come racconta Orsoni mise in agitazione i dem. A questo punto Orsoni alza il tiro: "E' a quel punto che vennero da me in tre, Michele Mognato, segretario provinciale del Pd, Zoggia e Marchese, altri due dem del Pd veneto. Sono loro secondo quanto dice il sindaco ad aver insistito perchè si avvicinasse al consorzio e ottenesse il finanziamento.

"Tutta colpa del Pd" - L'accusa dunque è chiara: il Pd avrebbe fatto pressioni su Orsoni perchè accettasse quei soldi. I pm hanno hanno già ricostruito come avvenne quel passaggio di 110 mila euro. Il denaro sarebbe passato dalle mani di Piegiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati a quelle di Ferdinando Sutto per poi approdare nelle casse del commercialista di Orsoni. E così adesso dopo le parole di Orsoni si apre la notte dei lunghi coltelli tra i dem. Le parole di Orsoni arrivano fino a Roma e fanno tremare il governo ma anche tutto il Pd della vecchia guardia che teme altre rivelazioni da parte del sindaco di Venezia. Gli esiti dell'inchiesta Mose restano imprevedibili. 

A piede libero - Intanto a otto giorni dall'arresto sono stati revocati dal gip gli arresti domiciliari a Orsoni, che torna quindi in libertà, pur restando indagato nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Lo ha confermato all’Ansa l’avvocato difensore di Orsoni, Daniele Grasso, che aveva fatto istanza al gip Alberto Scaramuzza. Il giudice avrebbe ritenuto, anche dopo l’interrogatorio del sindaco, che non vi fossero più esigenze cautelari per il primo cittadino accusato di finanziamento illecito. E il prefetto di Venezia con una nota fa sapere che Orsoni ora può riprendere il suo posto da sindaco in Laguna.