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mercoledì 31 maggio 2017

LA MANO DI BERLINO Merkel, golpe anti-Draghi Il piano: vuole massacrarci, lo farà quest'uomo / Foto

LA MANO DI BERLINO Bce, il golpe della Merkel: fuori Draghi e dentro Weidmann, l'uomo con cui vuole massacrarci


di Fausto Carioti



Scordiamoci Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Mettiamo Mario Monti e i suoi successori a palazzo Chigi nella categoria cui appartengono: quella degli irrilevanti. L'unico santo protettore che ha avuto l'Italia negli ultimi cinque anni e mezzo è Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea dal novembre del 2011. Se oggi non siamo in ginocchio come la Grecia, il merito non è dei governicchi che si sono succeduti a Roma, ma dell'intelligenza con cui il banchiere de noantri, dal grattacielo di Francoforte, è riuscito a proteggere il nostro paese e gli altri grandi indebitati di Eurolandia.

Ecco il gelato del futuro!

Un gruppo di bambini ha scoperto il gelato del futuro. Il risultato è sconvolgente! 



Ora immaginiamo cosa succederebbe ai conti pubblici e ai depositi bancari italiani se al posto dell'attuale capo della Eurotower arrivasse uno che si comporta in maniera diametralmente opposta. Uno che non si sa dove finiscono le sue idee e iniziano quelle di Angela Merkel, perché sono le stesse. Uno convinto, al pari della cancelliera, che Draghi sia stato troppo generoso con noi e che in questi anni il nostro paese abbia «abusato» della flessibilità concessa. Un'Europa definitivamente "berlinizzata" e un'Italia kaputt: quello che avremo dal novembre del 2019, se la Merkel riuscirà a portare Jens Weidmann, suo ex consigliere e oggi numero uno della Bundesbank, sulla poltrona che adesso è occupata da Draghi. Finora la presidenza della Bce non è mai andata a un tedesco, proprio per evitare che il paese economicamente e politicamente più forte avesse in mano anche la leva della banca centrale. Una regola non scritta, che però è diventata obsoleta nel nuovo ordine europeo, dove chi comanda non intende più nascondersi.

Così a Berlino hanno rotto gli indugi e dato il via alla sfida finale, quella che stabilirà i rapporti di forza per i decenni a seguire. La cancelliera ha deciso che l'Europa dovrà essere una sorta di protettorato tedesco, pronto a occupare parte dello spazio lasciato libero dalla scelta isolazionista di Donald Trump e a svolgere un ruolo molto più importante nello scenario mondiale. Se necessario, anche opponendosi a Stati Uniti e Russia. La nomina di Weidmann è un pezzo essenziale del mosaico e le probabilità che vada in porto sono alte. Olanda, Francia e Italia, i tre paesi dell'euro con la più solida tradizione bancaria, hanno già visto un proprio uomo ai vertici dell' Eurotower, e dunque sono fuori gioco; la Spagna a questo giro pare accontentarsi della vicepresidenza e i paesi del Nord Europa fanno già blocco con la Germania.

Per l'Italia è iniziato così il conto alla rovescia. I messaggi che il presidente della Bundesbank e attuale numero due della Bce ha inviato in questi anni non lasciano spazio alle illusioni. Weidmann ha detto che le aspettative di chi aveva scommesso sul proseguimento degli sforzi di risanamento dell' Italia dopo l' entrata nell' euro sono «andate deluse», che il nostro paese ha violato il patto di stabilità più volte di quante lo abbia osservato; in aperta polemica con Draghi ha sempre sostenuto che il quantitative easing (il programma di acquisto dei titoli degli Stati di Eurolandia messi sotto pressione dai mercati) è inutile e sbagliato, e ha bocciato come «ultraespansiva» la politica monetaria della Bce, invocando la sua «normalizzazione». Sarebbe sbagliato, però, ridurlo a un semplice "falco": Weidmann è la prosecuzione della Merkel sotto altre forme.

Ha lavorato per lei, come consigliere economico, per cinque anni, e quando nel 2011 la cancelliera forzò la mano per imporlo - lui, il suo protetto - alla guida della Bundesbank, facendo carne di porco dell' autonomia della banca centrale tedesca, il settimanale Der Spiegel lo dipinse come un individuo «pragmatico e flessibile»: «Sia che stesse trattando per il governo l' acquisto di una parte della quota della Daimler nella società aeronautica Eads, sia che stesse preparando i sussidi per salvare la casa automobilistica Opel, Weidmann ha sempre dimostrato di essere un leale, efficiente e silenzioso servitore della cancelliera». Anche da banchiere, ha offerto la sua rigidità in esclusiva all' Italia e a pochi altri paesi, comportandosi in modo molto più "politico" nei confronti delle banche tedesche, che in pancia hanno derivati e altri titoli su cui il suo istituto non ha mai fatto davvero luce.

I due la pensano all'unisono su tutto, inclusa la «opportunità» rappresentata dall'arrivo in Europa di centinaia di migliaia di immigrati: per Weidmann «la Germania ha bisogno di ulteriore forza lavoro per potere garantire il mantenimento del proprio benessere», ed è la stessa cosa che sostiene la sua dante causa. L'altro suo sponsor per la poltrona di capo della Bce è Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle Finanze. Luterano, leader della Cdu (la Democrazia cristiana tedesca) prima della Merkel, Schäuble nei giorni scorsi ha detto che «il crescente numero di immigrati musulmani non rappresenta una minaccia, ma un'opportunità di apprendimento per i cristiani e tutti coloro che vivono in Germania». È il secondo pilastro su cui a Berlino vogliono costruire l'Europa di domani: conti pubblici rigidi e confini flessibili, anzi spalancati, per la gioia delle imprese manifatturiere tedesche, sempre a caccia di manodopera a basso costo.

NESSUNO SE LI FILA Aboliamo il voto all'estero: chi sono e quanto costano senatori e deputati / Foto

NESSUNO SE LI FILA Aboliamo il voto degli italiani all'estero: chi sono e quanto ci costano i senatori e i deputati


di Tommaso Montesano

Laura Garavini (PD)



Fabio Porta (PD)
E dire che di materiale, negli ultimi tempi, ce n'è a sufficienza. Dall'offensiva jihadista in Europa, con l'attentato alla Manchester Arena, all'attivismo di Donald Trump in Medio Oriente (prima l'attacco alla Siria, poi la missione in Arabia Saudita), passando per le tensioni nel Mediterraneo alle prese con la stabilizzazione della Libia e i venti di guerra in Corea del Nord. Eppure a nessuno, a Palazzo Chigi, in Parlamento, tra gli addetti ai lavori, è passato per la testa di chiedere lumi, ad esempio, al senatore Francesco Giacobbe, eletto con 6.978 preferenze nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, oppure alla deputata Francesca La Marca, sbarcata nell'Aula di Montecitorio dopo aver incassato 8.472 voti nella circoscrizione America settentrionale e centrale. Così come, mentre l'agenda di politica estera irrompeva nel dibattito politico italiano, non si è alzata la voce di Renato Turano, senatore del Pd emigrato negli Stati Uniti con la famiglia dal 1950, e neppure quella di Marco Fedi, il programmatore elettronico marchigiano giunto ormai alla terza legislatura proveniente dall'Australia.

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Angela Nissoli
(Centro Democratico)
Come sono lontani i tempi di Luigi Pallaro, el senador argentino che dal 2006 al 2008 tenne in scacco la fragile maggioranza del centrosinistra di Romano Prodi con il suo voto. Dall'inizio della legislatura i parlamentari eletti nelle varie circoscrizioni estere - sei senatori; dodici deputati - al netto delle presenze in Aula sono finiti nel dimenticatoio. Eppure costano alle casse pubbliche, tra stipendi e indennità, oltre quattro milioni di euro all'anno. Uscite alle quali vanno aggiunte le spese per i trasporti aerei per i parlamentari eletti nella circoscrizione estero: 660mila euro, solo nel 2016, per i deputati. Quanto ai senatori, è disponibile solo il dato generale: 7,6 milioni di euro per i «Servizi di mobilità, trasporto e spedizione» di tutti i 319 inquilini di Palazzo Madama. Il deputato eletto all'estero più presente in Aula - i dati si riferiscono al mese di aprile - è la democratica Laura Garavini: a Montecitorio, certifica l'associazione Openpolis, ha partecipato ad oltre l'87% delle votazioni elettroniche. Residente in Germania da 25 anni, Garavini ha in tasca la doppia tessera: a quella del Pd unisce quella della Spd tedesca, il partito socialdemocratico per il quale, nel 2013, è stata componente del "governo ombra" in occasione delle elezioni regionali in Assia.



Renata Buwno
(Camera USEI)
Quello con il più alto tasso di assenze, invece, è Ricardo Merlo, l'argentino arrivato al terzo mandato: sempre Openpolis rivela che alla Camera si è visto solo l'11% delle volte in cui l'Aula ha votato. Il resto del tempo, oltre l'80%, lo ha passato in missione. Nessuno ha viaggiato quanto lui a Montecitorio: basti pensare che il valore medio delle missioni dei deputati si attesta al 12%. Merlo nel 2017 ha fondato il Movimento associativo italiani all'estero (Maie), dopo aver promosso una scissione dalle Associazioni italiane in Sudamerica, nate nel 2006. Sigle che hanno sempre appoggiato la coalizione uscita vincitrice dalle urne. Tranne in un caso: quando a vincere fu Silvio Berlusconi. Il curriculum legislativo di Merlo non è da buttar via: come primo firmatario, ha presentato 17 proposte di legge. Ma 16 non hanno ancora iniziato l'esame. Tra queste, le «Disposizioni per il controllo della genuinità delle acque minerali» e l'istituzione di «un assegno di solidarietà in favore di cittadini italiani residenti all'estero in condizioni socio-economiche disagiate». Una sorta di reddito di cittadinanza per gli italiani oltre confine.



Renato Turano (PD)
Quanto a proposte di legge presentate, il più attivo è Mario Borghese, il deputato classe 1981 eletto per la prima volta nella ripartizione America meridionale con 14.300 preferenze: sono 21 gli articolati depositati alla Camera come primo firmatario. Viceversa quello che ne ha presentati di meno, appena tre, è Guglielmo Picchi, eletto per la terza volta - con l'allora PdL, adesso siede tra i banchi della Lega - con oltre 20mila preferenze. Dall'inizio della legislatura, Picchi ha partorito un disegno di legge per abolire l'Ordine dei giornalisti; uno per la «promozione, il sostegno e la valorizzazione delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione storica»; il terzo per la modifica al Codice della proprietà industriale. Appena meglio di Picchi ha fatto Francesca La Marca: quattro proposte di legge portano in calce la sua firma. Due testi si occupano dello stesso argomento, il «riacquisto della cittadinanza da parte delle donne che l'hanno perduta a seguito del matrimonio con uno straniero» (poi approvato in testo unificato nel 2015); gli altri chiedono l'istituzione della «Giornata nazionale degli italiani nel mondo» e «la gratuità delle prestazioni ospedaliere urgenti in favore dei cittadini residenti all'estero, temporaneamente presenti in Italia».



Alessio Tacconi (M5S)
Tra i sei senatori eletti nelle varie circoscrizioni estere, quattro di certo non hanno lasciato, almeno per adesso, ricordi indelebili tra i colleghi. Francesco Giacobbe, per esempio, in oltre quattro anni di legislatura ha presentato, come primo firmatario, appena un disegno di legge. Per modificare le «norme sulla cittadinanza», riconoscendola «ai figli di stranieri regolarmente soggiornanti nati in Italia». Lo stesso ha fatto il suo collega, pure lui del Pd, Renato Guerino Turano. L'imprenditore residente a Chicago si è fatto notare, in questa legislatura, per una proposta che «disciplina per l'elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati». Obiettivo: il superamento delle «liste bloccate», l'introduzione del voto di preferenza e il divieto di candidature plurime. Banale: la legge elettorale non è forse la specialità degli azzeccagarbugli nostrani?



Gianni Farina (PD)
Appena migliore il bilancio di Claudio Zin e Claudio Micheloni. Dal 2013 ad oggi il primo, medico nato a Bolzano, ma residente a Buenos Aires, ha depositato due disegni di legge. Entrambi dedicati al tema della cittadinanza. Quanto a Micheloni, tecnico edile residente in Svizzera, i provvedimenti sono quattro, tra cui spicca quello per modificare l'articolo 38 della Costituzione «in materia di pensioni di vecchiaia». Sette righe per stabilire che «ogni cittadino, raggiunti i limiti anagrafici minimi per il trattamento pensionistico, e sprovvisto dei mezzi necessari alle esigenze di vita, ha diritto ad un trattamento pensionistico». Fa decisamente gara a sé Aldo Di Biagio, forte dei 29 testi presentati che ne fanno uno dei senatori più produttivi. Ma il romano Di Biagio, residente a Zagabria ed eletto a Palazzo Madama con Scelta civica, è alla sua seconda legislatura: in quella precedente è stato deputato, sempre in quota estero, per Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini. E nel suo curriculum, dal 2001 al 2005, c'è anche l'incarico di Capo ufficio relazioni internazionali dell' allora ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno. Insomma, Di Biagio mastica pane e politica, romana, da oltre 15 anni.

Ha vinto il bastardo di Budrio Stato sconfitto, brutta voce: perché non lo troveremo mai

Igor il Russo, l'ultima beffa del fuggitivo di Budrio



Quasi due mesi. Dopodomani saranno sessanta giorni dall'omicidio di Budrio compiuto da Igor Vaclavic, detto il russo, ai danni del barista Davide Fabbri. Tocca constatare, come ricostruisce Il Giornale, che ha vinto lui. Nonostante di due mesi di caccia all'uomo, la più costosa e massiccia tra quelle mai fatte in Italia, Igor è sparito. Puff. Non si trovare. 

Alla caserma dei carabinieri di Molinella dicono: "Il dispositivo operativo è lo stesso di un mese fa, nessuna riduzione. I giornalisti, molto presenti nei primi giorni di aprile, adesso non ci sono. L'attenzione mediatica è crollata. 

La “Cittadella della Pace”

A La Spezia, seguendo le parole di Papa Francesco, è nato un rifugio per chi fugge dalla guerra.



Se all'inizio tutto il paese era un posto di blocco unico, oggi i controlli sono radi.  Ieri, in tutta la vasta solo due posti di blocco: uno a Campotto, al ponte sul Reno, uno a Traghetto, verso il paese che le voci danno come ultimo avvistamento, Ospital Monacale.

Le speranze stanno svanendo. Ha smesso di crederci anche al bar Riccardina di Budrio c' è il bar dove il 1° aprile il serbo fece la sua prima vittima. Ci sono gli striscioni "Giustizia per Davide", "Davide un eroe", quello sì. Si sfoga la vedova di Fabbri: "È uno schifo, si devono vergognare. Lo Stato ci ha abbandonato. Questa caccia è una farsa. Per una settimana dopo la morte di Davide non si sono mossi, e anche quando hanno iniziato, poi cosa hanno fatto per davvero? Niente".

"Se avessero voluto davvero prenderlo", spiega la donna, affranta, "l'unica soluzione era mettere una taglia: e i suoi amici se lo sarebbero venduto subito. Invece i politici sono venuti qui in parata, hanno fatto il loro teatrino. Si devono vergognare tutti. E prima di loro i giudici che lo hanno liberato e gli hanno permesso di restare qui. Igor lo disse chiaramente a un suo amico: Resto in Italia perché qua tutto è permesso".

"Volete fare volontariato?" Noi accogliamo gli immigrati, ci umiliano: rispondono così

Volontariato per i richiedenti asilo a Gragnano: su 24, lo fanno solo in tre



Non chiedete ai richiedenti asilo di fare volontariato nell'attesa lo Stato italiano riconosca loro lo status di rifugiati. Il rischio è che a rispondere sì e a fare "servizio civile" siano pochissimi, alla faccia di quanto predica ogni giorno Laura Boldrini e del suo elogio "delle risorse". Un caso esemplare potrebbe essere quello di Gragnano Trebbiense (Piacenza). Qui i richiedenti asilo sono 24, su 4.600 abitanti. Sono arrivati "a sorpresa" nel 2015, grazie a una società privata che ha vinto una gara d'appalto per l'accoglienza indetta dalla Prefettura.

La prospettiva svizzera sulle Obbligazioni.

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Per questo, come racconta a Repubblica, la sindaca Patrizia Calza ha deciso di sfruttare gli aspetti positivi della convivenza. "Ci siamo subito accorti che questi richiedenti asilo venivano alloggiati e sfamati, ma non veramente gestiti - ha raccontato - per questo ci siamo attivati. Non ci piace che ci siano persone che per mesi girino per il paese senza fare nulla, non sapendo come ammazzare il tempo. È indecoroso per chi deve accoglierli, ma anche per loro. Non sono dei pacchi da collocare in un posto e basta". Così nell'agosto 2016 il Comune ha chiesto ai 24 rifugiati di firmare un patto di volontariato. Di quei 24 hanno risposto sì in 18, "gli altri hanno rifiutato ogni tipo di impegno". E di questi 18, conclude la sindaca, "solo tre hanno garantito un lavoro continuativo e serio".

Per mesi hanno contribuito alla manutenzione del verde, alla pulizia delle strade dalle foglie, all'annaffiatura degli alberi, all'allestimento delle manifestazioni cittadine. Sono Keita dal Mali, Abdou dal Togo, Kouname dalla Costa d'Avorio. Loro sì esempi di integrazione e volontà di dare in cambio qualcosa a chi li accoglie. Ma sugli altri 21 nullafacenti o quasi, la Boldrini spenderà mai una parola?

Renzi ai suoi, colpo di grazia al governo Gentiloni in diretta "Quando si vota". E Brunetta...

CIAO CIAO GOVERNO Direzione Pd, Renzi annuncia: "Accordo con Forza Italia sul tedeschellum, si vota entro luglio"



"Votate sì al sistema tedesco entro la prima settimana di luglio, perché o si fa entro la prima settimana di luglio o non si fa più". Matteo Renzi mette i suoi con le spalle al muro in direzione Pd e, di fatto, ufficializza l'accordo con Forza Italia e Movimento 5 Stelle sulla nuova legge elettorale. Sarà Tedeschellum, con "soglia di sbarramento al 5% inamovibile": "Non difendiamo i veti dei piccoli partiti", è l'appello (o meglio l'ordine) del segretario democratico. 

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Di sicuro c'è l'intesa tra dem e azzurri, certificata dai capigruppo Rosato e Zanda da una parte e Brunetta e Romani dall'altra. "Domani, mercoledì 31 maggio, verrà presentato in commissione Affari costituzionali a Montecitorio il maxi-emendamento Fiano al testo base - spiega una nota di Forza Italia alla Camera -; giovedì 1 giugno inizieranno le votazioni in Commissione; il nuovo testo base arriverà in Aula alla Camera lunedì 5 giugno, e qui verrà approvato nel più breve tempo possibile; il testo licenziato dalla Camera arriverà al Senato, dove la nuova legge elettorale verrà approvata in modo definitivo entro la prima settimana di luglio", proprio come chiesto da Renzi. L'ipotesi è quella del voto in autunno, alla faccia di Angelino Alfano ("L'impazienza del Pd costerà miliardi all'Italia", ammoniva questa mattina) e degli orlandiani, la fronda della sinistra dem che maldigerisce l'accelerazione e lo sfratto di Paolo Gentiloni da Palazzo Chigi. E Renato Brunetta accorcia ancora di più la durata dell'esecutivo: "Con i colleghi del Partito democratico si è parlato della data della Camera. Andare in Aula il 5 e approvare la legge nei tempi previsti dal dibattito parlamentare, per poi passare al Senato e anche lì approvarla nel più breve tempo possibile". "Per quanto ci riguarda, si può andare alle elezioni anche il 24 settembre", ha concluso il capogruppo forzista a Montecitorio.

"Un mare di fuoco, come Hiroshima, la catastrofe" Kim ha già fatto le prove generali della mattanza

ARSENALE IMPRESSIONANTE Corea del Nord, l'analisi degli esperti: "Mare di fuoco su Seoul, come bomba di Hiroshima"



Un "mare di fuoco" su Seoul, 25 milioni di ostaggi, 10mila cannoni, 64mila morti in 24 ore. Sono i numeri del terrore di Kim Jong-un, pronto a scatenare l'inferno sulla capitale dell'odiatissima Corea del Sud. Deterrenza? Minacce solo verbali? Molti dimenticano che, come ricorda il Corriere della Sera, la Corea del Nord ha già fatto le prove generali della mattanza: era il novembre 2010 e il regime guidò l'assalto all'isola poco abitata di Yeonpyeong. Il bombardamento provocò 4 morti e 19 feriti, con momenti di altissima tensione militare e diplomatica. 

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Da allora, il regime al di là della propaganda ha continuato ad aumentare la propria potenza bellica. Dal 2012 sono stati 88 i test missilistici ordinati dal dittatore, con una drammatica escalation negli ultimi mesi. Il capo del Pentagono pochi giorni fa ha messo in guardia il mondo: "Un conflitto con la Nord Corea sarebbe catastrofico. Perché? I nordcoreani hanno una grande quantità di cannoni e lanciarazzi che tengono sotto tiro una delle città più densamente popolate del mondo, Seul, la capitale della Sud Corea".

Eccolo, l'obiettivo intermedio. Come noto ai servizi di intelligence occidentali, Kim Jong-un ha intenzione di arrivare a poter colpire la costa occidentale degli Usa con missili a lungo raggio. Ci vorrà ancora qualche anno, però. E gli Stati Uniti non staranno a guardare. Se messo alle strette, Kim potrebbe giocarsi la carta della guerra "regionale". Seoul è bersaglio facilissimo, perché a soli 40 km dalla Zona demilitarizzata a ridosso della quale il Nord ha schierato il suo arsenale, secondo le stime 13.600 cannoni e lanciarazzi a lungo raggio, il più potente dei quali è il Koksan da 170 mm, che colpisce fino a 60 km di distanza.

Un genio della tattica militare come Harlan Ullman in una lettera al Financial Times ha già descritto filo per segno l'Apocalisse eventuale: "Con almeno 10 mila pezzi puntati su Seul, se ogni cannonata portasse 20 libbre di esplosivo ad alto potenziale (9 chili circa), con una cadenza di cinque colpi al minuto per pezzo, sulla capitale sudcoreana pioverebbero 1.000 tonnellate di esplosivo ogni 60 secondi. In un quarto d'ora si arriverebbe all'equivalente della Bomba di Hiroshima".

martedì 30 maggio 2017

PAROLINA: DIMISSIONI "Mi mandano a processo?" Raggi testimone in aula, la risposta lascia di stucco

LA SINDACA DI ROMA Processo Marra, Virginia Raggi andrà in aula come testimone: "Se rinviata a giudizio non mi dimetto"


Processo Marra, Virginia Raggi andrà in aula come testimone: "Se rinviata a giudizio non mi dimetto"

Andrà a testimoniare al processo contro Raffaele Marra, ma Virginia Raggi se rinviata a giudizio non si dimetterà. Ad annunciarlo è stata la stessa sindaca di Roma. L'esponente del Movimento 5 Stelle sarà testimone della difesa del suo ex capo del personale, accusato di corruzione in concorso con il costruttore Sergio Scarpellini, e andrà in aula il prossimo 30 giugno. "Testimoniare è un dovere", ha spiegato la sindaca, che ai giornalisti a proposito di eventuali dimissioni ha ribadito: "Stiamo parlando in questo momento di una cosa che non è attuale, e comunque direi di no". Diversa la risposta del big grillino Luigi Di Maio: "Nel caso faremo ciò che il nostro codice etico stabilisce". Non sembra esattamente la stessa posizione della prima cittadina.

ECCO IL GELATO DEL FUTURO!

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