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domenica 8 gennaio 2017

Garlasco, c'è qualcosa che non torna: Sempio e Stasi, "dettaglio" inspiegabile

Su Stasi e Sempio stessi indizi: perché uno è in cella e l'altro no?


di Cristiana Lodi



Domanda lecita: per quale motivo Alberto Stasi, il 12 dicembre 2015, viene condannato dalla Cassazione che conferma la pena a 16 anni, inflitta nell' Appello bis un anno prima? Basta leggere le motivazioni depositate dalla stessa corte di Cassazione (il 21 giugno 2016) per rendersi conto che la risposta alla suddetta domanda, di fatto, sfugge. Perché manca la prova regina; nonostante il biondino di Garlasco sia stato dichiarato colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Colpevole, si legge, senza che abbia però voluto infliggere alla fidanzata sofferenze aggiuntive oltre a quei 17 colpi che le hanno massacrato il cranio. E sferrati in un raptus, senza alcuna programmazione preventiva sempre per usare le parole della Corte. Uno scenario che spiegherebbe l' assenza di crudeltà da parte di Alberto, giustificando così la condanna a 16 anni invece che all' ergastolo (seppur con la riduzione derivante dal rito abbreviato).

Ma "sfumature" procedurali a parte, è curioso constatare come le motivazioni della condanna di Stasi, di fatto, descrivano uno scenario del tutto indiziario, privo della cosiddetta prova regina.

Alberto infatti, secondo gli ermellini è l' assassino perché, testuale: Ciascun indizio risulta integrarsi con gli altri come in un mosaico, fino a creare un quadro d' insieme convergente verso la colpevolezza. Alberto, per i giudici supremi è l' assassino perché, testuale: Le modalità emergenti dalla scena del crimine si presentano tali da rivelare l' esistenza di un "pregresso" tra vittima e aggressore tale da scatenare il raptus omicida. Alberto, stando alle toghe di piazza Cavour è l' assassino perché, testuale: Quando trova il corpo senza vita, sostenendo di avere attraversato i locali della villetta dell' omicidio, al suo passaggio non modifica le macchie di sangue sul pavimento e sulle sue suole non resta traccia di residuo ematico. Inoltre lui descrive la vittima, al momento del suddetto ritrovamento, bianca in volto invece che ricoperta di sangue. Alberto, secondo il collegio giudicante è l' assassino perché, testuale: La superficialità e gli errori compiuti durante le indagini hanno fatto sì che non venisse sequestrata nell' immediatezza la bicicletta nera da donna di famiglia. Un anello mancante, come il movente, di cui la corte d' Appello che ha condannato, si è fatta carico.

A leggere questi motivi, forse si comprendono le ragioni per le quali, il procuratore generale (l' accusa) prima del verdetto tombale, avesse chiesto di annullare la condanna. E probabilmente non è un caso che Stasi sia stato (oltre che subito scarcerato dal gip per mancanza dei gravi indizi) assolto in primo e secondo grado; prima che la Cassazione annullasse e rinviasse a un secondo appello. Poi chiuso con la condanna definitva.

A distanza di un anno da quel verdetto, il consulente della difesa: Pasquale Linarello, rilegge il Dna trovato sotto le unghie di Chiara e lo attribuisce invece che a Stasi ad Andrea Sempio. Che viene indagato dalla procura di Pavia. Mentre alla corte d' Appello di Brescia viene chiesto di riaprire il processo, alla luce di quella nuova prova. Ossia il Dna. E qui si apre il bivio. Dice il perito Francesco De Stefano che, in sede di processo bis, esaminò quella traccia: Si sa che è di un maschio ma non si può dire a chi appartenga; anzi non si può nemmeno escludere che sulle unghie della vittima ci siano tracce di Stasi. Ancora: quel Dna è così poco e degradato da non poter essere comparato con nessuno. Né ora, né mai. Chiuse così il genetista De Stefano. Un ostacolo non irrilevante, perché le conclusioni (contrarie) del collega Linarello, forse non potranno essere confermate. Ma neanche smentite. Dunque? Il dubbio resta.

E non è l' unico. Anzi, a ben guardare, quanto finora emerso dall' indagine appena cominciata nei confronti del nuovo indagato, sembra indebolire l' impianto indiziario che ha portato alla condanna di Stasi. Rendendo più pungente la presunta nuova prova del Dna, su cui si fonderà la risposta della corte d' Appellodi Brescia chiamata a decidere se riaprire il processo. Dalle carte consegnate al pm che indaga su Andrea Sempio, salta fuori che questi il giorno del delitto era a Garlasco. A dispetto del tagliando di un parcheggio di Vigevano da egli stesso consegnato a scopo preventivo ai carabinieri a oltre un anno dall' omicidio. Emerge poi che Sempio aveva cercato Chiara nei giorni del delitto, sapendo che era a casa da sola. Risulta anche che lui all' epoca aveva i capelli lunghi e castani, come quelli di Chiara.

Capelli uguali a quei 7 privi di bulbo e rimasti senza nome, trovati accanto al corpo. Si chiederà di sequestrare la bici dell' indagato? Quella stessa che, come dichiara la mamma di Chiara, Sempio usava per andare a casa loro? Si sentiranno i due testimoni che, all' epoca misero a verbale (uno di questi ritrattò per ragioni mai chiarite) che davanti alla casa dei Poggi, all' ora del delitto c' era una persona con i capelli lunghi a caschetto che sembrava una donna? Sempio, come conferma il fratello di Chiara, frequentava casa Poggi e la camera di lei, usando anche il suo pc. Il computer compare sempre sulla scena del crimine. È successo anche con Stasi. Nel suo caso, il pc, gli aveva offerto un alibi non considerato tale dalla Cassazione. Chiara muore fra le 9 e12 e le 9 e 35.

Alberto alle 9 e 35 accende il pc di casa. Poteva, in 23 minuti, andare (con una bici mai identificata) a casa della fidanzata distante due chilometri, litigare, scatenare il raptus omicida, sferrarle 17 colpi, gettarla in fondo a una scala, pulirsi e tornare a casa per accendere il computer e guardare un film porno? Lui ha lasciato zero tracce sulla scena del crimine. Dove però c' è l' orma di una scarpa numero 42. Lo stesso che calzerebbe Andrea Sempio.

Italia, dove sventolano bandiere Isis L'orrore a pochi km dalla tua casa

Albania, sventolano le bandiere dell'Isis a 100 km dalle nostre coste


di Gianluca Veneziani



E adesso chiamatela Albanislam. O, ancor peggio, Albanisis. Non è più solo la Bosnia l’estrema frontiera occidentale dello Stato Islamico o la sua sua roccaforte europea, ma lo sta diventando l’Albania. La terra da cui, oltre 25 anni fa, migliaia di albanesi si imbarcarono per fuggire la miseria dopo la fine del regime comunista e trovarono accoglienza in Puglia. E nella quale oggi un altro regime, altrettanto spietato, sta attecchendo, di matrice non più ideologico-politica, ma religiosa. Parliamo dell’islam radicale che, in quell’enclave musulmana nel cuore dei Balcani, ottiene sempre più proseliti, giungendo a minacciare l’Italia sua dirimpettaia, e rischia di diventare una polveriera per la Puglia. Che da quella dista un braccio di mare, gli 85 chilometri del Canale di Otranto, città dove nel 1480 si consumò una delle stragi più tremende compiute dall’islam, l’uccisione da parte degli ottomani di 800 persone, «colpevoli» solo di essere cristiane...

Il nastro si riavvolge e la storia si ripete, con tutti i suoi profili più inquietanti. Oggi il Sud-est dell’Albania è terra di nessuno, dove spadroneggiano il Califfo e la sua predicazione più violenta. In diversi villaggi, come Leshnica, Rremeni e Zagorcan, già sventola la bandiera dell’Isis. Proprio a Leshnica operava Almir Daci, uno degli imam albanesi più pericolosi, che ha reclutato centinaia di musulmani e poi è partito come combattente per la Siria, dove sarebbe morto lo scorso aprile. Ma, oltre a lui, altri dieci imam vengono da tempo «attenzionati» dai servizi albanesi come «fortemente pericolosi». Ci sono poi almeno mille foreign fighters di etnia albanese, il numero più alto d’Europa, di cui 900 proverrebbero dal Kossovo, 150 dall’Albania e una cinquantina dalla minoranza albanese di Macedonia. Oggi, dopo i contraccolpi militari subiti dall’Isis, molti di essi restano in patria a radicalizzarsi. E ciò rappresenta una minaccia ulteriore per il nostro Paese.

Il neo-estremismo jihadista albanese, infatti, rischia di diventare merce di esportazione, anziché per il Medioriente, proprio per la Puglia, che accoglie già una folta comunità albanese, distribuita nel barese ma anche in alcuni paesi del Salento. Era proprio dell’Albania Ervis Alinj, giunto in Puglia piccolissimo e poi tornato in patria dove ha deciso di andare a combattere e morire un paio di anni fa in Siria. E sono albanesi esponenti della malavita barese, molto attivi nel traffico di armi e stupefacenti. Il rischio, secondo gli inquirenti, è che si crei un incrocio tra criminalità organizzata e terrorismo islamico, tra «mafie» locali e jihadismo.

Il problema, infatti, è la maggiore facilità di accesso nel nostro continente grazie ai porti, dove i controlli continuano a essere meno rigidi rispetto agli aeroporti. Non è un caso che proprio dal porto di Bari era transitato Salah Abdeslam, uno degli autori della strage di Parigi. E sempre da Bari era passato nel 2009 Raphael Gendron, ingegnere belga, considerato vicino alle cellule jihadiste, fermato, processato e poi assolto, e infine morto in Siria da miliziano nel 2013. Andando a ritroso nella storia, Bari è stato anche il porto dal quale sarebbero transitati i militanti dell’Uck che, durante la guerra in Kosovo nel 1999, portavano armi per sostenere l’indipendenza kossovaro-musulmana.

Ecco perché è aumentata la sorveglianza in Puglia: oggi il porto di Bari, considerato possibile scalo per i combattenti in Medioriente o approdo per i foreign fighters di ritorno, ha un sistema all’avanguardia di registrazione dei passeggeri che consente di verificare alle forze dell’ordine, in tempo reale, l’identità di chi viaggia e le tappe dei suoi spostamenti. Naturalmente non basta, perché uno zoccolo duro di potenziali radicalisti si è già insediato nella comunità locale. Si pensi al tunisino Choukri Chafroud, complice dello stragista di Nizza Mohamed Bouhlel e per anni vissuto a Gravina di Puglia; o all’iracheno Muhamad Majid, arrestato a Bari nel 2015 in quanto presunto componente della cellula di Ansar al Islam.

A questo scenario ora si aggiungerebbe il nuovo radicalismo di origine albanese. Per rispondere alla minaccia, ci vorrebbe la determinazione di un Giorgio Castriota Scanderbeg, tuttora considerato eroe nazionale in Albania, il quale - alla metà del ’400 - riuscì, in nome della cristianità, a bloccare l’avanzata dei turchi verso l'Europa. Ora come allora infatti, in Albania, Tira’na brutta aria...

La passione nazista del capo dei vigili Il disastro: ecco come si mostra / Foto

Piacentini, il capo dei vigili su Facebook con la divisa della SS: un terremoto



Su Facebook con la divisa nazista delle «SS». Protagonista dello scatto Giorgio Piacentini, 55 anni, nonché capo dei vigili urbani di Biassono, comune della provincia Monza-Brianza. «Se ripristinassimo le Ss, risolveremmo tanti problemi», risponde a chi ha espresso dubbi sull’iniziativa. L’immagine da «SS» è stata postata venerdì sera. Poi, dopo 24 ore e le proteste, è stata rimossa. Ma non le polemiche. L’Anpi Brianza ha inviato un esposto al prefetto di Monza, il sindaco del piccolo comune, il leghista Luciano Casiraghi, si è detto indignato. «È inammissibile che un ufficiale pubblico della Repubblica italiana vesta abiti nazisti. Sono esterrefatto e sto valutando con la giunta se è il caso di rimuovere il comandante dall’incarico». Mentre lui, in diretto interessato, chiosa: «Non ho nessuna simpatia con il nazismo. Sono appassionato di storia e sono socio dei “The Green Liners”, l’associazione che rievoca soldati in divisa».

Ora parla l'ex capo dei servizi segreti: "Attentato in Italia, le mie informazioni"

Nicolò Pollari: "Terrorismo islamico, il rischio di attacchi non è remoto"



Dopo le parole del capo della polizia, Franco Gabrielli, che ha detto di ritenere probabile un attacco terroristico in Italia, parla Nicolò Pollari, il generale della Guardia di Finanza e direttore del Sismi. "Niente di nuovo sotto il sole. L'escalation terroristica di matrice islamica non dovrebbe sorprenderci, è la cronaca di una morte annunciata. Ma è anche vero che se finora l'Italia è stata utilizzata come una sorta di hub dai jihadisti, e quindi non colpita, l'intensificarsi di attività preventive e delle espulsioni potrebbe rendere possibile un fatto acuto sul nostro territorio". Così in un'intervista a Il Tempo, dove dunque Pollari spiega che, in effetti, un attentato terroristico nel Belpaese è molto più che un'ipotesi.

Virginia Raggi, la settimana del terrore Soffiata: "Cosa le accadrà tra poche ore"

Raggi, l'indiscrezione: a giorni l'avviso di garanzia per abuso d'ufficio?



Beppe Grillo ha detto chiaro e tondo che non può sostenerla all'infinito. E ora, l'orizzonte temporale della sindaca-disastro Virginia Raggi potrebbe essere ridotto. Anzi ridottissimo. Le voci sull'avviso di garanzia che potrebbero colpire la grillina si rincorrono da tempo. Ma il quotidiano La Stampa dà informazioni più precise: la settimana della verità potrebbe essere quella che inizia già domani, lunedì 9 gennaio. Ogni giorno infatti potrebbe essere quello giusto, quello in cui verrà notificata la notizia d'indagine alla Raggi. Nel caso, si tratterebbe di un avviso di garanzia per abuso di ufficio. Alla luce del nuovo codice etico M5s, va ricordato, la Raggi non sarebbe costretta a dimissioni immediate nonostante l'ipotetico avviso di garanzia.

Sondaggio: italiani bocciano (quasi) tutti Si salvano solo in tre. Chi finisce a picco

 Sondaggio: Ecco la fiducia degli italiani a chi va



Il Papa, le forze dell'ordine e, nonostante tutto, la scuola. Sono, secondo un sondaggio Demos presentato dal quotidiano La Repubblica, le uniche tre istituzioni del nostro Paese nei confronti delle quali la maggioranza degli italiani ha fiducia. Ossia, che riscuotono l'approvazione di più del 50% dei nostri connazionali. Tutto il resto è sotto quella soglia, in alcuni casi in un vero abisso rispetto a quel 50%.

Se si presentasse alle elezioni, papa Bergoglio le vincerebbe a mani basse, visto che l'82% degli italiani ha fiducia in lui. Rispetto al 2010 (quando c'era Ratzinger), la fiducia del Pontefice ha guadagnato 31 punti di gradimento. Poi ci sono le divise: il 71% degli italiani ha fiducia nelle forze dell'ordine. Sopra il 50% (54) anche la scuola. In entrambi i casi, rispetto al 2010 non è cambiato molto.

Appena sotto il 50% c'è il Presidente della Repubblica, la cui figura ha visto un crollo di ben 22 punti di gradimento rispetto al 2010, quando al Quirinale c'era giorgio Napolitano. Parrebbe tutto demerito di Mattarella, ma la verità è che tra il 2015 e il 2016 l'indice di gradimento del Capo dello Stato è rimasto stabile al 49%. Segno che i 22 punti percentuali li ha persi tutti Napolitano nel corso del suo terzo mandato.

Seguono la Chiesa (44%, -3% rispetto al 2010), il Comune (39%, -2% rispetto al 2010), la magistratura (38%, -12% rispetto al 2010), l'Unione europea (29%, -21% rispetto a sei anni prima) e giù a scendere fino alle banche (14%, -9% rispetto al 2010), il parlamento (11%, -3% rispetto al 2010) e sul fondo i partiti, nei quali ha fiducia solo il 6% degli italiani (che siano gli iscritti?), con un calo del 2% rispetto al 2010.

Il Napoli in rimonta aggancia la Roma al 95'. L'Empoli affossa il Palermo

Il Napoli in rimonta aggancia la Roma al 95'. L'Empoli affossa il Palermo



Riesce per un soffio l'aggancio in classifica del Napoli alla Roma. I partenopei, sotto di un gol con la Sampdoria al San Paolo al termine del primo tempo per un'autorete di Hysaj al 30', riescono a raddrizzare la partita e ad arraffare i tre punti solo nell'ultimo quarto d'ora grazie prima a Gabbiadini che al 32' insacca al volo da due passi un cross dal fondo di Callejon e poi a Tonelli che al 50' infila sotto la traversa dal dischetto del rigore un pallone servitogli dal fondo da Trinic. Napoli a quota 38 punti in classifica, Samp ferma a 23.

Nell'altro anticipo della 19esima giornata di Serie A, l'Empoli ha battuto per 1-0 il Palermo in una sfida-chiave per la salvezza grazie a una rete di Maccarone al 78'. I toscani agganciano il Sassuolo a quota 17 punti, Palermo bloccato a 10.