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venerdì 23 dicembre 2016

Gianluca Vacchi, la spifferata: così cambierà la tv italiana per sempre / Guarda

Gianluca Vacchi e la sua fidanzata all'Isola dei Famosi: ecco l'indiscrezione



All'Isola dei famosi manca un nome forte nel cast e Alessia Marcuzzi e i suoi autori starebbero pensando proprio all'imprenditore Gianluca Vacchi, 49 anni, insieme alla sua bellissima fidanzata, Giorgia Gabriele, 31. Il succoso rumors, diffuso da Alberto Dandolo, non ha trovato ancora conferma ma se i produttori riuscissero davvero a convincere la coppia, di sicuro metterebbero a segno un ottimo colpo, assicurandosi uno dei personaggi più seguiti e discussi del web. Inutile ammettere che la curiosità di vedere Vacchi, lontano dal suo esoso stile di vita e dai suoi spassosi balleti, alle prese con la dura sopravvivenza nell'isola, è davvero forte. Non ci resta altro che aspettare e, in questo caso, sperare. 

El Shaarawy, Dzeko e Perotti: la Roma c'è 3-1 col Chievo, secondo posto ipotecato

El Shaarawy, Dzeko e Perotti: la Roma c'è. 3-1 contro il Chievo



Grazie ai gol di El Shaarawy, Dzeko e Perotti la Roma supera il Chievo 3-1 in rimonta all'Olimpico e chiude il 2016 da seconda in classifica alle spalle della Juventus. Un successo sofferto quello dei giallorossi, fischiati anche dai propri tifosi nel primo tempo, arrivato al termine di una gara resa complicata dal vantaggio ospite di De Guzman. La squadra di Spalletti però dimostra carattere ribaltando il risultato a cavallo fra primo e secondo tempo, per poi chiuderla solo nel recupero con il rigore di Perotti. Il Chievo, dal canto suo, ha avuto il merito di restare sempre in partita anche se a parte l'azione del gol non ha quasi mai impensierito Szczesny. I veronesi cadono dopo due vittorie consecutive, ma possono comunque andare alla sosta natalizia forti di una classifica di assoluto valore.

La Roma cerca il riscatto dopo la sconfitta con la Juve per chiudere l'anno al secondo posto. Spalletti deve fare a meno per infortunio di De Rossi e Manolas ma recupera dal primo minuto Salah e Bruno Peres. In difesa c'è Veramelen, mentre in attacco si rivede El Shaarawy preferito a Perotti. Nel Chievo, Maran rispetto alla vittoriosa gara con la Samp deve rinunciare a Castro e a Cacciatore. In attacco turno di riposo per Pellissier, al suo posto Inglese.

Primo tempo complicato per la squadra di Spalletti, che Roma prende subito in mano il gioco e prova a schiacciare il Chievo nella sua metà campo. Al 10' è Dzeko sfiora la rete con un sinistro a giro sul secondo palo di poco a lato alla destra di Sorrentino. Dopo qualche minuto ci prova El Shaarawy con un destro al volo su assist di Bruno Peres messo in angolo dal portiere. Ancora da una iniziativa dello scatenato Bruno Peres c'è un'altra occasione per Salah che calcia alto sulla traversa. Ma al 20' è il Chievo a sprecare una colossale occasione da gol in contropiede con De Guzman. La Roma replica con una punizione di Bruno Peres dal limite con palla che scheggia il palo alla destra del portiere. Proprio l'esterno brasiliano è il protagonista in negativo al 36' quando si addormenta in area e consente a De Guzman di battere Szczesny con un colpo di testa in tuffo su cross di Izco. La Roma accusa il colpo, ma reagisce immediatamente: prima Dzeko fallisce un gol facilissimo tutto solo davanti a Sorrentino, poi al 45' ci pensa El Shaarawy a firmare il pareggio direttamente su punizione dal limite.

I giallorossi completano la rimonta in avvio di ripresa con una zampata vincente di Dzeko da centro area su assist sempre di El Shaarawy, complice una mezza dormita dell'intera difesa del Chievo. Roma vicina al terzo gol intorno al quarto d'ora con un gran destro da fuori di Bruno Peres di poco a lato. Maran prova a rimescolare le carte inserendo a sorpresa Bastien al posto di Birsa e poi Pellissier per Inglese, ma è sempre la Roma a fare la partita con Dzeko ancora pericoloso alla mezzora con un colpo di testa respinto dal palo. Il bosniaco ci riprova altre due volte, sempre fermato da Sorrentino, poi è Perotti a sbagliare a porta vuota. L'argentino si riscatta nel recupero quando prima si procura e poi con freddezza trasforma il rigore del definitivo 3-1.

Napoli, la Juve si allontana a Firenze. E l'ultima di Gabbiadini finisce 3-3

Napoli, la Juve si allontana a Firenze. L'ultima di Gabbiadini finisce 3-3



Forse la corsa scudetto del Napoli si è fermata a Firenze, di sicuro ha subìto un brusco rallentamento per 'colpa' della Fiorentina. Forse, però, è giusto così: cioè che la partita - una bellissima partita - sia finita in parità, con sei gol, con tante emozioni, con lo spettacolo servito al pubblico come regalo di Natale. La squadra di Maurizio Sarri, reduce da tre vittorie consecutive, per due volte si è illusa di poter mettere insieme un altro successo. Invece no: la premiata ditta Bernardeschi & Zarate ha rischiato di rovinare le feste ai partenopei. Ma in pieno recupero c'è stato l'intervento in area di Salcedo su Mertens e il rigore di Gabbiadini. Episodio, questo, che ha dilatato le recriminazioni viola: poteva essere una notte da ricordare, resterà come una grande occasione sciupata.

È stato Insigne, dopo 25 minuti di assoluto equilibrio, a schiodare il risultato con un capolavoro balistico. E' vero che il gioiellino partenopeo è partito nel suo movimento a 'banana' - dall'esterno verso l'interno del campo - leggermente in fuorigioco, però il dribbling e la conclusione sono stati davvero eccezionali. Una prodezza che ha costretto la Fiorentina ad abbandonare qualsiasi prudenza per tentare di pareggiare. Solo in questo modo, del resto, poteva ridursi la densità a centrocampo, 'figlia' legittima di un tatticismo esasperato, per dare più slancio alle manovre. La maggiore intraprendenza offensiva della Viola (sfortunata in due occasioni con i tiri di Vecino e Kalinic) ha anche concesso maggiori spazi al Napoli, che ha sfiorato il raddoppio al 35'. Per la verità, in capo a una azione perfetta, Mertens aveva segnato con un micidiale tap-in, ma il belga era in fuorigioco.

L'infortunio di Ciriches ha costretto Sarri a rispolverare l'arrugginito Maksimovic, mentre la ripresa è cominciata con un guizzo del bravissimo Chiesa che ha chiamato Reina a un delicato intervento a terra, giusto per fare capire che la Fiorentina non si sarebbe arresa. Non a caso, dopo sette minuti, una punizione di Bernardeschi, deviata dalla schiena di Callejon, ha riportato la sfida in parità. La gara si è finalmente animata perché le due squadre hanno accettato di confrontarsi a viso aperto. Tutto avrebbe potuto rimettersi in una situazione favorevole ai partenopei se sul tiro di Mertens non si fosse trovato Max Olivera, provvidenziale a respingere sulla linea. Ma poi, in un minuto, dal 23' al 24', il folletto belga ha infilato il suo undicesimo gol in campionato, e Bernardeschi ha infilato Reina con un diagonale imprendibile: il match, manco a dirlo, è diventato una corrida. A finire infilzato è stato il Napoli, matador di turno Mauro Zarate, che a otto minuti dalla fine ha piazzato un piatto al volo micidiale, però nessuno aveva tenuto conto che, in pieno recupero, Salcedo stendesse in area Mertens. E che Gabbiadini, appena entrato, trasformasse il rigore.

Bossetti, drammatica lettera dal carcere "Mi manchi, sei..." (e non è alla moglie)

Bossetti, la sua lettera strappalacrime dal carcere al padre defunto



Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo in primo grado per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha scritto dal carcere di Bergamo una lettera al padre, scomparso un anno fa. Alla vigilia del terzo Natale dietro le sbarre, lontano dalla moglie e dai tre figli, Bossetti trova nel padre la persona perfetta per sfogare tutto il suo dolore e la sua tristezza. Con una calligrafia ordinata e precisa, scrive: "Ciao amato papà, il mio pensiero per te in questi giorni si è intensificato, puoi benissimo immaginare il motivo...Si avvicina il Natale, il terzo Natale lontano dalla mia amata famiglia e il primo Natale senza più te papà accanto al mio fianco", si legge nella lettera in possesso dell'Adnkronos. "Natale, dovrebbe essere la festa più grande, più bella, più sentita dell'anno. La festa in cui tutte le famiglie, genitori con figli, figli con genitori, si abbracciano, si baciano, si uniscono con gioia, felicità, serenità (...). Papà, come vedi per me niente è più risentito come un tempo, niente che esista in natura possa a me permettere nel poter gioire e strapparmi un piccolo sincero sorriso. Niente di niente può colmare il dolore che resta chiuso in me (...) Come vorrei riaverti di nuovo accanto a me, averti vicino in questa triste, malinconica, angosciosa 'stanza' per riempire questo vuoto dall'amore tuo che mi manca e sentir meno la tua mancanza (...). La tua fede al dito, la tua foto attaccata al muro, è tutto quello che mi resta, so che mi sei vicino (...). Ti voglio bene e mi manchi tantissimo", firmato con tanto di piccolo cuore disegnato, "dal tuo amato figlio Massy". Parole che oltre a dimostrare smarrimento, mostrano il profondo amore di un figlio per il padre.

La difesa è ancora esterrefatta dall'esito del processo, guidato da "un'opinione pubblica forcaiola", a detta dell'avvocato Claudio Salvagni. Il problema è che nei processi non è "ammesso il contraddittorio": i giudici infatti, secondo l'avvocato, dovrebbero acconsentire all'analisi dei reperti e soprattutto alla perizia del Dna, più volte chiesta dallo stesso imputato. Di conseguenza la sentenza emessa non si fonda altro che su una "violazione dei diritti della difesa", senza contare che l'analisi del Dna, su cui si basa tutta l'accusa, presenta "anomalie e gravi contraddizioni" a cui si è arrivati utilizzando "kit scaduti da mesi". Inoltre il legale si premura di ricordare che "non è stato possibile ricostruire la dinamica" del tragico giorno, il 26 novembre 2010, così come "non è stato dimostrato il movente". Le celle telefoniche collocano sì la vittima e l'imputato nella stessa zona ma "solo a distanza di un'ora e in direzioni opposte". Insomma l'avvocato Salvagni non ha dubbi: "E' ora di aprire i codici, valga il diritto e non le suggestioni. Si torni a trattare Bossetti come un imputato, non come un condannato definitivo e gli si dia la possibilità di difendersi".

Poletti jr: "Aiuto, mi vogliono uccidere". L'incubo per i 500 mila euro dallo Stato

Vogliono ammazzare il figlio del ministro Poletti. L'incubo per quel contributo



Manuel Poletti, figlio del ministro al Lavoro Giuliano, è stato minacciato di morte via email e sui social network dopo la diffusione della notizia sui contributi statali incassati dalla sua cooperativa. Il 42enne ha presentato denuncia ai carabinieri di Faenza come rappresentante legale della coop che pubblica Setteserequi, un settimanale locale e ha goduto negli ultimi anni di circa 500 mila euro di finanziamenti pubblici.

Dopo la gaffe del ministro Dem sugli italiani all'estero che "farebbero bene a togliersi dai piedi", Manuel Poletti aveva rilasciato diverse dichiarazioni a difesa del padre, ottenendo un clamoroso effetto boomerang. Intervistato poi da radio Capital, Poletti jr aveva tentato di difendersi anche dalla polemica sui finanziamenti al suo giornale: "La nostra azienda rispetta la legge - ha detto - sono sereno. Non mi sento un privilegiato, faccio con passione il mio lavoro da vent'anni dopo dieci anni di precariato. Mi sono costruito un percorso professionale, sono pubblicista dal 1999 e professionista dal 2011. Ora - a 42 anni - mi laureo".

Formigoni devastato dai magistrati: maxi-condanna, la sua fine politica

Associazione a delinquere, corruzione: condannato Formigoni, maxi pena



Formigoni nella cenere. L’ex Governatore della Lombardia e senatore di Ncd Roberto Formigoni è stato condannato oggi a Milano a 6 anni di carcere con l’interdizione dai pubblici uffici. Lo ha deciso la decima sezione penale del Tribunale nel processo sul caso Maugeri e San Raffaele per il quale l’ex numero uno del Pirellone è imputato per associazione per delinquere e corruzione con altre 9 persone. La sentenza è stata letta nella maxi aula della Prima Corte d’Assise d’Appello, la stessa dei processi a carico di Silvio Berlusconi. Nove anni all’uomo d’affari Pierangelo Daccò.  

Il tribunale ha anche condannato Formigoni, in solido con Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone a versare una provvisionale complessiva alla Regione Lombardia di 3 milioni di euro 

La storia. È il 13 aprile 2012 quando la Procura di Milano comunica l’arresto di 5 persone accusate di avere sottratto 56 milioni di euro dalle casse di uno dei "gioielli" della sanità lombarda: la Fondazione Maugeri con sede a Pavia e ramificazioni in tutta Italia, specializzata in terapie riabilitative. Tra loro, oltre al patron della Fondazione, Umberto Maugeri, spiccano l’ex assessore regionale Antonio Simone e l’uomo d’affari Pierangelo Dacco’. I due sono legati all’allora presidente della Regione Roberto Formigoni detto il "Celeste" dalla militanza in Comunione e Liberazione.

Oggi, a due anni e mezzo dall’inizio del processo, i giudici del Tribunale di Milano devono decidere se c’è stata una gigantesca corruzione che ha portato l’ex governatore a ricevere circa 8 milioni di «utilità» in cambio di appoggi illeciti a Simone e Dacco’ o se si trattava solo di un rapporto di grande amicizia. 

 I capi d'accusa - Il pm Antonio Pastore e Laura Pedio hanno chiesto di condannare a 9 anni di carcere Formigoni come «promotore» dell’associazone a delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati per «avere messo a disposizione, assieme ad altri imputati, la sua funzione per una corruzione sistematica nella quale tutta la filiera di comando della Regione è stata piegata per favorire gli enti suoi amici che poi lo pagavano». Secondo i magistrati dell’accusa, la Maugeri, operando attraverso i suoi intermediari Dacco’ e Simone che sfruttavano la loro amicizia col presidente, avrebbe pagato tangenti «in percentuale agli stanziamenti poi riconosciuti dalla Regione soprattutto per le funzioni non tariffabili (i finanziamenti che la Regione può distribuire con discrezionalità alle strutture ospedaliere, ndr) pur di avere in cambio 40 milioni di euro ogni anno in più rispetto ai rimborsi dovuti». I vertici della Fondazione «sapevano benissimo che stavano pagando Formigoni» in un contesto in cui «l’intensità dei rapporti tra gli associati» nella comune appartenza a Cl «è fondamentale per la nascita del vincolo corruttivo». Per "ringraziare" Formigoni di una quindicina di delibere favorevoli alla Maugeri, Dacco’ e Simone lo avrebbero ricompensato «provvedendo a tutte le sue esigenze ricreative» anche attraverso vacanze di capodanno in Patagonia, Brasile, Caraibi, altri viaggi, l’uso esclusivo di tre yacht, contanti che gli venivano consegnati periodicamente, una villa in Sardegna, cene di lusso. Tutto ciò «mentre dal 2002 al 2012 i conti correnti di Formigoni sono stati silenti, non viene registrata nessuna spesa, non un bancomat, non una carta di credito». Durante le indagini, i pm disposero un sequestro di oltre 60 milioni di denaro e beni e lo yacht "America". Per l’accusa, in questo modo «oltre 70 milioni sono stati rubati ai malati della Regione».  

 La difesa  - L’attuale senatore di Ncd ha consegnato la sua difesa alle dichiarazioni spontanee rese in aula e alle arringhe dei suoi legali. «Quella che la Procura chiama utilità - ha detto nell’udienza dell’8 luglio 2015 - per me sono scambi tra persone amiche. L’accusa sostiene che avrei cominciato a percepirle dieci anni dopo aver cominciato a favorire la Maugeri iniziando così la mia attività delinquenziale. Per i magistrati, Formigoni è così abile a manipolare le coscienze degli assessori da esporsi al rischio di delinquere per dieci anni senza vantaggi, ma, come sapete, la politica è instabile e se uno vuole dei vantaggi li deve avere subito, poi magari non ti rileggono».

Il "Celeste" chiarisce i suoi rapporti con Dacco’: «Siamo amici e ci comportavamo come tali, nessuno calcolava il valore di quello che uno dava all’altro. Un rapporto di amicizia è la tipica cosa in cui non ci sono calcoli, è gratuito». Quanto al silenzio dei suoi conti correnti, si difende così: «Si è insinuato che vivevo d’aria. Io versavo alla mia casa dove risiedo coi "memores domini" dai 50 ai 70mila euro all’anno. Era un versamento unico che serviva per l’affitto, la manutenzione e per pagare la colf». E sull’«uso esclusivo della barca» invita i giudici a «guardare le riviste di gossip che tutti gli anni mi attribuivano una fiamma diversa pubblicando le mie foto in barca». Per il suo legale Mario Brusa, la Procura «ha costruito un castello accusatorio contro Formigoni colpevole di avere creato una sanità di eccellenza» ipotizzando un’associazione a delinquere in cui «non sono mai stati dimostrati passaggi di contanti». La difesa nega anche che Formigoni abbia mai imposto le delibere, «semmai indicava la pista da seguire,dava indicazioni di massima ai tecnici» e sostiene che «non un solo euro è stato mai sottratto ai malati , i malati in questo processo non c’entrano nulla». 

Pd, incubo Cav: "Così siamo finiti" Lo scenario mortale che li condanna

Pd, incubo Cav: "Così siamo spacciati". Lo scenario cupo che li condanna


di Elisa Calessi



Al Nazareno, dove ieri Matteo Renzi è passato per incontrare i segretari provinciali, gira una cartellina, diventata molto ricercata. Contiene una simulazione, basata sui risultati del referendum del 4 dicembre, del Parlamento che uscirebbe dalle urne se si votasse con il Mattarellum. Cioè se passasse la proposta fatta da Renzi all'assemblea del Pd: far rivivere la legge, in vigore tra il 1994 e il 2005, che prevedeva l'elezione del 75% dei deputati con collegi uninominali e del 25% con il proporzionale.

Il risultato, per il Pd, è catastrofico. In Sicilia non vincerebbe nemmeno un collegio. Ma non andrebbe meglio nel resto del Sud (Calabria, Puglia, Campania), dove riuscirebbe a conquistare una manciata di collegi. A salvarlo sarebbe la solita dorsale rossa, Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche, dove farebbe il pieno. Quasi niente in Veneto, dove la Lega prenderebbe tutto. In Lombardia il Pd vincerebbe solo a Milano città, così come in Piemonte riuscirebbe a strappare con certezza solo il capoluogo. Conclusione: se si votasse con il Mattarellum, il Pd - stando alla fotografia elettorale del 4 dicembre - porterebbe alla Camera dei Deputati tra i 100 e 120 deputati. Una bella scrematura rispetto ai 301 di oggi. Soprattutto, sarebbe sorpassato dal M5S, che risulterebbe primo in termini di seggi. Questa è una delle ragioni per cui, nonostante la proposta ufficiale del Pd resti il Mattarellum, Renzi e i vertici dem negli ultimi giorni si stanno convertendo decisamente al proporzionale. Perché è il male minore.

Poi, certo, c'è un'altra ragione: È il solo modo per andare a votare, si spiega. È l'unico sistema elettorale che avrebbe i numeri in Parlamento. Lo vuole il M5S, per costringere Pd e Fi alle larghe intese. Lo vuole Silvio Berlusconi per rientrare in partita e sganciarsi da Matteo Salvini. Lo vogliono i partiti piccoli per esercitare un potere di condizionamento. Solo che, se questa è la strada, il Pd si trova di fronte a un dilemma. Ed è l'oggetto delle conversazioni tra i massimi dirigenti. Da una parte, infatti, c'è il vantaggio immediato di poter andare al voto al più presto. Ed è quello che Renzi vuole più di tutto. Ieri ha incontrato i segretari provinciali con cui ha fissato una road map che punta a rimettere in moto il partito per andare alle elezioni prima dell' estate. Dall'altra, però, si apre uno scenario post-elettorale che comporta, per il Pd, un prezzo molto alto: sarebbe inevitabile, infatti, un governo di grande coalizione, formato da Pd, Forza Italia e cespugli centristi. In quest'ottica il voto degli azzurri, a favore della mozione che autorizza il governo a spendere fino a 20 miliardi per salvare il sistema bancario, veniva letto da molti, ieri, come la prova generale di quel che accadrà dopo. Sembra un destino segnato.

Così, almeno, ne parlano in tanti nel Pd, mentre compulsano il cellulare per leggere l'ultimo messaggio da Pontassieve. E se per qualcuno, non sarebbe la fine del mondo, del resto anche in Germania è la seconda volta che si fa la grande coalizione, per altri sarebbe una tragedia. È la fine del Pd. Renzi torna a Palazzo Chigi, ma il Pd è morto. Di sicuro, ragionano i pessimisti, sarebbe complicato spiegare non solo agli elettori, ma ai sindaci e ai presidenti di regioni del Pd, come mai il loro partito a Roma governa con quelli che sono loro avversari in consiglio comunale o regionale.

Non è detto, però, che le cose vadano così. Ci sono almeno due alternative su cui si ragiona. Una migliore, una peggiore. La prima è che la Consulta, nella sentenza del 24 gennaio, salvi il premio di maggioranza, consentendo un meccanismo che garantisca la governabilità. La seconda, invece, è persino più fosca. La spiega Stefano Ceccanti, costituzionalista molto vicino a Renzi: Se si vota con il Consultellum, al Senato entrano solo Forza Italia, Pd, Lega e M5S perché c'è lo sbarramento all'8%. Quindi Forza Italia e Pd da soli non raggiungerebbero la maggioranza. E anche alla Camera non è affatto scontato, se si vota con un sistema proporzionale puro, che la somma di Pd, Forza Italia e cespugli centristi arrivi alla maggioranza. Quindi? Saremmo costretti a tornare a votare e poi a votare ancora. La prospettiva più realistica che vedo è quella di elezioni a ripetizioni, un incubo. Un po' come accaduto in Spagna, dove si è tornato a votare due volte nel giro di poco tempo perché il Partito popolare di Mariano Rajoy, pur arrivando primo, non è riuscito a formare una maggioranza e quindi un governo. E alla fine, continua Ceccanti, se ne è usciti solo perché i socialisti si sono astenuti, permettendo la nascita del governo Rajoy. Ma da noi, né la Lega, né il M5S farebbero mai una scelta simile. L'unica speranza, si ragiona nel Pd, è che il M5S, travolto dalle vicende romane, crolli. Ma, per ora, stando ai sondaggi, è una speranza remota.