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martedì 24 maggio 2016

Finalissima Miss Mondo Elena Santoro in Pole Position

Finalissima Miss Mondo Elena Santoro in Pole Position





MONTESARCHIO - La sannita Elena Santoro, una bionda dagli occhi azzurri, è la nuova Miss Mondo Campania, qualificata di diritto per le finali nazionali di Gallipoli in programma dal 28 maggio all’11 giugno. Ha vinto per un pelo sulla casertana Caterina Di Fuccia, 18 una mora dai capelli ricci e dagli occhi azzurri, nella finalissima disputata presso il centro commerciale Liz Gallery. Oltre a loro andranno a Gallipoli, a giocarsi il titolo nazionale, altre otto ragazze campane che elenchiamo in ordine di classifica: Assunta Bove di Cervinara, 20 anni, Federica Petrillo, 18 di Pietradefusi (Avellino), Francesco Covino anche lei 18 di Cervinara, Mariapia Cardone 16 anni, residente a Pomigliano d’Arco, Marta Gomma 19 anni di Benevento, Fara Molino, 19enne di Napoli, Sara Simeone, 16 anni di Portico di Caserta e Lia Pondo, 16 anni, di Somma Vesuviana.  

Elena Santoro, 25 anni di Limatola, prossima alla laurea, è scoppiata in lacrime al momento della vittoria: “E’ stata un’emozione unica, anche mia madre ha pianto, il titolo è molto rappresentativo, sono orgogliosa, credo nella Campania che ha grandi bellezze” ha dichiarato a caldo.

Caterina Di Fuccia, 20enne casertana, è giunta seconda, battuta proprio al fotofinish, in una sfida vietata ai malati di cuore: “Spero di rifarmi alle finali, comunque eravamo entrambe bellissime, sono stanca ma è un’emozione grande arrivare seconda”.  

La giuria era composta da professionisti, modelle e giornalisti fra cui le miss e modelle Anna Ragucci, Chiara Cennamo e Giovanna Pacilio, già finalista a Miss Mondo, Walter Tordiglione, organizzatore di eventi di spettacolo e moda. La serata, presentata dall’attrice Roberta Adelini e da Antonio Esposito, si è avvalsa delle stupende coreografie di Rosanna Giaquinto, in dolce attesa di un maschietto, e dell’organizzazione dell’Ag Production. 

Diocesi di Aversa Il volto della Misericordia nell’arte cristiana: convegno in Seminario

Diocesi di Aversa Il volto della Misericordia nell’arte cristiana: convegno in Seminario


a cura di Gaetano Daniele


Mercoledì 25 maggio, Mons. Pasquale Iacobone del Pontificio Consiglio per la Cultura interverrà all’evento organizzato dal Museo Diocesano e dall’.I.S.S.R. "San Paolo"


Arte e Misericordia di nuovo al centro dell’interesse della diocesi di Aversa e, nello specifico, delle iniziative ideate dal Museo Diocesano in occasione Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco. Dopo l’inaugurazione della Mostra storico-artistica “Misericordiae Vultus: La Bellezza della Misericordia  in  Terra di Lavoro”, che si concluderà martedì 31 maggio, il Museo Diocesano di Aversa e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "San Paolo" organizzano il convegno dal titolo "Il volto della Misericordia nell'arte cristiana". L’incontro si terrà mercoledì 25 maggio 2016 alle ore 18:00, nella Pinacoteca del Seminario Vescovile (Piazza Normanna), e vedrà la presenza di un illustre relatore: Mons. Prof. Pasquale Iacobone, Responsabile del Dipartimento Arte e Fede del Pontificio Consiglio per la Cultura. Previsti gli interventi della Dr. Lucia Bellofatto, storico dell’arte della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Caserta e Benevento; del Prof. Don Emilio Nappa, Direttore Istituto Superiore Scienze Religiose “San Paolo”; di Mons. Ernesto Rascato, Direttore del Museo Diocesano di Aversa. Le conclusioni saranno affidate a S.E. Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa.

Ospitato nell’ampio Deambulatorio della Cattedrale e articolato in tre sezioni (Volto di Gesù Misericordioso, Maria Mater Misericordiae, Santi testimoni della Misericordia), il suggestivo itinerario storico-artistico presenta documenti, sculture, argenti, stoffe, dipinti  che ricoprono un arco temporale di nove  secoli e offrono una rassegna di testimonianze altamente significative per la storia della Civiltà della Misericordia nel Mezzogiorno d’Italia. In particolare, una rassegna della ricchezza spirituale e caritativa della Chiesa aversana attraverso la quale, come ha scritto il Vescovo Spinillo nell’introduzione al catalogo della Mostra, è possibile “ripercorrere nelle varie espressioni artistiche le raffigurazioni del Volto del Cristo paziente e glorioso, Volto crocifisso e risorto, Volto agonizzante e trasfigurante”.

“I numerosissimi visitatori, giovani e adulti, ammirando i capolavori della rassegna hanno scoperto e rivissuto la tenerezza e la dolcezza del Volto di Maria, Madre di Misericordia, in tante preziosissime icone esposte, apprezzando il peregrinare di Testimoni della carità, santi che hanno fatto della misericordia la loro missione di vita”, commenta Mons. Rascato, curatore della Mostra. “Le numerose istituzioni caritative, frutto della creatività e della generosità di tanti vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, famiglie, confraternite, dinastie regali e semplici fedeli, rappresentano il vero volto della solidarietà e della compassione di un popolo, animato ed ispirato dalla Misericordia divina”. 

Giletti beccato con una giovane donna Lui non la molla mai: chi è? / Guarda

Massimo Giletti beccato con l'ereditiera super sexy . Lui non riesce a toglierle gli occhi di dosso. Chi è?



Massimo Giletti si è presentato allo stadio per lo "scontro" fra Juventus e Milan con una bellissima ragazza. Giletti è stato paparazzato in tribuna vip con una giovane donna dai capelli rossi. Si chiama Angela Tuccia ed è un'attrice, ex "ereditiera". Lui sembrava non riuscire a toglierle gli occhi di dosso... 

"Basta, devono ridare i soldi a Sposini" Dal Pd un siluro sulla Rai di Renzi

"Risarcite Lamberto Sposini". La battaglia del renziano Anzaldi

di Franco Bechis



Michele Anzaldi, il renziano del Pd che si occupa di Rai è ormai divenuto il vero erede di Epurator-Francesco Storace per la sua mania di chiedere teste di personaggi della tv di Stato. Ora però ha iniziato un altro tipo di guerra. Una buona battaglia: quella per il risarcimento a Lamberto Sposini, ex conduttore colpito da un ictus proprio mentre stava per entrare in trasmissione e soccorso con qualche ritardo decisivo. Questa volta la Rai c'entra poco, è con il tribunale di Roma che ce l'ha Anzaldi. Perché ha respinto la causa di risarcimento intentata da Sposini, che ancora oggi vive le tragiche conseguenze di quel che gli è accaduto. Ma ha concesso un milione di risarcimento a Ivana Vaccari, celebre volto di Rai Sport (famosa per le numerose gaffes in diretta), per colpa di un demansionamento subito quattro anni fa. Sposini fatica a vivere e ancora non riesce a parlare. Per lui nessun danno. Alla Vaccari invece è stata riconosciuta una invalidità permanente del 7% per le «sofferenze psicologiche patite sul lavoro». Fate voi il parallelo...

Raggi kamikaze, il video-spot con l'uomo che ha distrutto Roma

Virginia Raggi, lo spot kamikaze: il video con l'uomo che ha distrutto Roma



Più che candidata, una kamikaze. Virginia Raggi è la grande favorita delle Comunali di Roma, in notevole vantaggio rispetto a Roberto Giachetti, Giorgia Meloni e Alfio Marchini. Gli ultimi sondaggi disponibili la davano vincente in tutti i casi di ballottaggio. Eppure nel finale di questa campagna elettorale sulla pagina Facebook della grillina rampante è spuntato un video che rischia di essere molto, molto imbarazzante. 

Perché proprio lui? - Un minuto e mezzo di auto-spot con... l'Imperatore Nerone. Sì, proprio quello che ha bruciato Roma, l'uomo associato nella Capitale al concetto di "sciagura". Non esattamente il testimonial migliore, al di là delle buone intenzioni. Il video che vorrebbe essere comico esorta i romani a cambiare la loro storia, puntando su cultura, arte, turismo, rispetto per la città. "E voi vorreste tornare a farvi governare da questi bifolchi? - domanda l'attore-Nerone, riferendosi a chi ha governato la Capitale - Tutt'al più potrete tornare alla lira, alla mia lira". Battuta che a qualcuno è suonata sinistra: "Per vincere a Roma - scrive un commentatore - bisogna sotterrare l'idea della lira altrimenti vincerà il Pd". Nerone o Raggi, Lira o euro, un po' troppe gaffe in un minuto e mezzo. 

"UN MISTERO CONDIVISO" Socci, Padre Georg, i 2 Papi parole esplosive sul Vaticano

Socci e quel "mistero condiviso dai due Papi": le rivelazioni esplosive di Padre Georg su Bergoglio e Ratzinger


di Antonio Socci
www.antoniosocci.com



Il giallo continua e - nella bandiera vaticana - sta ormai sommergendo il bianco. Infatti le dichiarazioni di ieri di monsignor Georg Gaenswein, sullo status di Benedetto XVI e di Francesco, sono dirompenti (don Georg è segretario di uno e Prefetto della Casa pontificia per l’altro).  A questo punto non si capisce più cosa è accaduto in Vaticano nel febbraio 2013 e cosa sta accadendo oggi. Prima di vedere queste dichiarazioni riassumo la vicenda che ha messo la Chiesa in una situazione mai vista. 

Dopo anni di durissimi attacchi, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annuncia la sua clamorosa «rinuncia», sui cui motivi reali sono lecite molte domande (aveva iniziato il suo pontificato con una frase clamorosa: «Pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi»). Peraltro, a tre anni e mezzo di distanza, si è potuto appurare che non c’erano problemi di salute incombenti né di lucidità. La sua «rinuncia» fu formalizzata con una declaratio, in un latino un po’ sgangherato (quindi non scritto da lui) e senza richiamare - come sarebbe stato ovvio - il canone del Codice di diritto canonico che regola la stessa rinuncia al papato.

Una svista? Una scelta? Non si sa. In ogni caso, la rinuncia al papato non era una novità assoluta. Ce ne sono state altre, in duemila anni, seppure molto rare. Quello che non c’è mai stato è un «papa emerito», perché tutti quelli che hanno lasciato sono tornati al loro status precedente. Invece Benedetto, circa dieci giorni dopo la rinuncia, e prima dell’inizio della sede vacante, fece sapere - sconfessando anche il portavoce - che egli sarebbe diventato «papa emerito» e sarebbe rimasto in Vaticano.

Tale inedita scelta non è stata accompagnata da un atto che la formalizzasse e definisse il «papato emerito» dal punto di vista canonistico e teologico. E questo è molto strano. Così è rimasta indefinita una situazione delicatissima e dirompente. A meno che vi sia qualcosa di scritto che però è rimasto riservatissimo... Del resto, secondo gli addetti ai lavori, la figura del «papato emerito» non c’entra nulla con l’episcopato emerito, istituito dopo il Concilio, in quanto l’episcopato è il terzo grado del sacramento dell’ordine e - quando un vescovo a 75 anni rinuncia alla giurisdizione su una diocesi - resta sempre vescovo (la Chiesa ha precisamente codificato in un atto ufficiale tutte le prerogative dell’episcopato emerito).

Il papato, invece, non è un quarto grado dell’ordine e i canonisti hanno sempre ritenuto che rinunciandovi si potesse tornare solo vescovi (così è stato per duemila anni). Invece papa Ratzinger - uomo di raffinata dottrina - è «papa emerito» e ha conservato sia il nome Benedetto XVI che il titolo «Santo Padre» e pure le insegne pontificie nello stemma (cosa che ha stupito perché in Vaticano i simboli sono molto importanti).

Tutto questo non certo per vanità personale. Ratzinger è famoso per il contrario: ha sempre vissuto come un peso le cariche e fece di tutto per non essere eletto papa. La domanda che dunque rimbalza, da tre anni, nei palazzi vaticani, è questa: si è dimesso davvero o - per ignote ragioni - è ancora papa, sia pure in una forma inedita?

Ad alimentare il mistero c’è pure il discorso di commiato che egli fece nell’udienza del 27 febbraio 2013, nel quale - rievocando il suo «sì» all’elezione, nel 2005 - disse che era «per sempre» e spiegò: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo».

Erano parole che avrebbero dovuto mettere tutti sul chi va là (si trattava di una rinuncia al solo «esercizio attivo» del minister petrino? Era plausibile?). Ma, in quel febbraio-marzo 2013, tutti si guardarono bene dall’andare a chiedere al papa il perché della sua rinuncia, il senso di quelle sue parole del 27 febbraio e la definizione della carica di «papa emerito».

Lo stesso papa Francesco - eletto il 13 marzo 2013 - si trovò in una situazione inedita, che poi lui contribuì a rendere ancora più enigmatica, fin dalla sera dell’elezione, perché si affacciò dalla loggia di San Pietro senza paramenti pontifici e definendosi sei volte «vescovo di Roma», ma mai papa (oltretutto non ha messo il pallio - simbolo dell’incoronazione pontificia - nello stemma). Come se non bastasse, Francesco ha continuato a chiamare Joseph Ratzinger: «Sua Santità Benedetto XVI». Insomma, c’era un papa regnante che non si definiva papa, ma vescovo, e che poi chiamava papa colui che - stando all’ufficialità - non era più papa, ma era tornato vescovo. Un groviglio incomprensibile. 

La Chiesa, per la prima volta nella storia, si trovava con due papi: a dirlo fu lo stesso Bergoglio, nel luglio 2013, sul volo che dal Brasile lo riportava in Italia. In seguito qualcuno deve avergli spiegato che - per la divina costituzione della Chiesa - non possono esserci due papi contemporaneamente e allora ha ripiegato, nelle successive occasioni, sull’analogia con l’«episcopato emerito». Ma anche lui sa che non c’è nessuna analogia, per le ragioni che ho detto sopra e perché non c’è nessun atto formale di istituzione del «papato emerito». Qualche canonista ha cercato di decifrare - dal punto di vista giuridico e teologico - la nuova, inaudita situazione.

Stefano Violi, studiando la declaratio di papa Benedetto, conclude: «(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al “ministerium”. Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al “munus” secondo il dettato del can. 332 § 2, ma al “ministerium”, o, come specificherà nella sua ultima udienza, all’“esercizio attivo del ministero”...». Poi Violi prosegue: «Il servizio alla chiesa continua con lo stesso amore e la stessa dedizione anche al di fuori dell’esercizio del potere. Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è l’executio muneris mediante l’azione e la parola (agendo et loquendo) non il munus affidatogli una volta per sempre». Le conseguenze di un fatto simile però sarebbero dirompenti. Un altro canonista, Valerio Gigliotti, ha scritto che la situazione di Benedetto apre una nuova fase, che definisce «mistico-pastorale», una «nuova configurazione dell’istituto» del Papato che «è attualmente al vaglio della riflessione canonistica». Anche questo è dirompente.

Sabato poi, monsignor Gaenswein, alla presentazione di un libro su Benedetto XVI, ha spiegato che il suo pontificato va letto a partire dalla sua battaglia contro «la dittatura del relativismo». Poi ha testualmente dichiarato: «Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco - il 13 marzo 2013 - non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora “Santità”. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani». 

Si tratta di dichiarazioni esplosive, il cui significato è tutto da capire. Che vuol dire infatti che dal 13 marzo 2013 c'è «un ministero (petrino) allargato con un membro attivo e uno contemplativo»? E dire che Benedetto ha fatto «solo» (sottolineo quel «solo») un «passo di lato per fare spazio al Successore»? Addirittura parla di «una nuova tappa nella storia del Papato». E tutto questo - dice Gaenswein - fa capire perché Benedetto «non ha rinunciato né al suo  nome né alla talare bianca» e perché «l'appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora “Santità”». Una cosa è certa: è una situazione anomala e misteriosa. E c'è qualcosa di importante che non viene detto.

SALVINI BUM BUM Chiamata alle armi (vere) A chi vuole dare un fucile

Matteo Salvini: "Servizio civile di 4 mesi per insegnare ai ragazzi a sparare"



Le sentenze sulla legittima difesa stanno, per fortuna, lentamente cambiando. In sempre più casi, l'accusa di eccesso di legittima difesa cade nel nulla, quando la vicenda approda davanti a un giudice. Perchè dopo tanti anni a giustificare, difendere o prendere le parti di ladri e rapinatori, oggi la tendenza è sempre più quella di tutelare la vittima.

Protagonista di questa inversione di tendenza culturale è stata sicuramente la Lega, prima con Bossi e Maroni, poi con Matteo Salvini. Il quale ora avanza una nuova proposta che farà sicuramente discutere: "Non sono a favore dell’armamento indiscriminato, il mio modello non sono gli Stati Uniti ma la Svizzera dove un cittadino su due è legittimamente armata e dove i reati sono molto meno che in Italia. Proporrei a questo proposito in Italia quattro mesi di servizio civile o militare per insegnare ai ragazzi e alle nostre ragazze a saper usare le armi. Perchè se hai l’arma ma non la sai usare sei un pericolo pubblico".