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mercoledì 23 dicembre 2015

L'intervista - Kostner: "Fregata dai miei sentimenti Ora torno, ci vediamo alle Olimpiadi"

Carolina Kostner, squalifica (quasi) finita: "Schwazer e Olimpiadi, le mie verità"


Intervista a cura di Andrea Tempestini
@anTempestini


Carolina Kostner

Immaginatevela ai fornelli, Carolina Kostner. Senza pattini, ghiaccio né lame. «Adoro cucinare». Lo dice con voce ferma, spazzando via per un istante tutta la sua timidezza. «È un momento di pace. Non è proprio meditazione, ma la tua mente si riscatta. Ti concentri solo su quello che fai, non pensi ad altro, ai tuoi impegni». Già, perché se una ragazza che ha costruito un pezzetto di storia dello sport estremizzando il concetto di equilibrio, per sua natura, della concentrazione non può fare a meno, almeno quando cucina degli impegni preferisce scordarsene. E quel momento «lo adoro». Il punto è che se le chiedi quanti sacrifici ha fatto per diventare «la Kostner», lei fa spallucce e ti fa capire che la domanda è sbagliata. «Un grande allenatore mi ha detto che nello sport non esistono sacrifici, ma solo impegni. Lo fai se lo vuoi». Sarà banale, ma tant'è. Impegno dopo impegno, medaglia dopo medaglia, è diventata il pattinaggio artistico in Italia. Ma un giorno l'angelo del ghiaccio è atterrato nel fango. Gli «impegni» cancellati, tutti quanti, e la cucina non c'entrava niente. Fermata per doping. Non il suo, ma quello di Alex Schwazer, l'ex fidanzato. «Colpevole di complicità», e chissenefrega se «amore onorato, né vergogna né peccato». Alla fine è stata assolta anche dall’accusa di «omessa denuncia», ma ha pagato lo stesso. Un prezzo salato. Ricorsi e appelli per stabilire che i pattini non li avrebbe calzati per un anno. Dodici mesi senza «impegni». Una squalifica che tra pochi giorni, il 31 dicembre, verrà riposta nel cassetto dei brutti ricordi.

Fammi un bilancio di questo 2015...

«È stato un anno davvero duro, non c'è stato nulla di semplice. Però questi mesi mi hanno permesso di maturare, di cambiare».

Ora è finita, o quasi.

«Vedo il termine della squalifica. Ringrazio chi mi ha aiutato, guardo avanti e chiudo completamente questo capitolo. Percepisco una leggerezza che mi dà entusiasmo: mi sento davvero bene, posso tornare alle cose che amo fare».

Io, però, devo rimestare il passato. Hanno riconosciuto che ignoravi cosa facesse Schwazer e che eri estranea al doping. Eppure è andata come è andata. Ti hanno punito in modo eccessivo?

«Non so. Di sicuro è stato uno choc dovermi giustificare da quelle accuse: io col doping non avevo nulla a che fare, non ho mai preso mezza scorciatoia. Questa storia, però, mi ha fatto riflettere molto: dagli errori si possono imparare molte cose».

Mi parli di errori: se tornassi indietro faresti qualcosa di diverso?

«Col senno di poi è troppo facile. Forse, come atleta, avrei dovuto evitare di farmi coinvolgere dai sentimenti. Ma non è semplice...».

Ora torni in pista: la prossima gara?

«Non lo so ancora».

Non sai neppure se vai ai Mondiali?

«Esatto, stessa cosa (ride, ndr)».

Delle Olimpiadi, allora, non te lo chiedo neanche...

«Sicuramente non posso prendere oggi una decisione per il 2018. Però...».

Però?

«Ecco, l'Olimpiade è un appuntamento che a qualsiasi atleta dà un entusiasmo e una motivazione unica».

Messaggio ricevuto. Immagino che dia anche una gioia unica, e credo che quel bronzo a Sochi sia stata la tua più grande soddisfazione. Sbaglio?

«Di sicuro quella medaglia rappresenta la vittoria nella battaglia con me stessa».

Cosa hai provato?

«Stare lì in mezzo alla pista, dopo aver fatto la migliore gara della vita, come lo sognavo da anni, è stata un’emozione che sinceramente non so descrivere a parole. Sarei disposta ad aspettare altri 20 anni per riprovare quella sensazione».

Hai zittito chi diceva «tanto Carolina cade sempre»...

«Ero più giovane, quegli attacchi mi toccavano nel profondo. Ti impegnavi, uscivi dal letto quando i tuoi amici ci restavano tutto il giorno e anche tu avresti voluto farlo. Poi alle 7 del mattino ti trovavi sola, in palestra, a provare e riprovare. Magari facevi il salto perfetto, ma nessuno lo poteva vedere. Poi venivi giudicata solo per quell'attimo, per una caduta, da chi di te non sa nulla».

È che il tuo è uno sport «brutale»: per quattro minuti non puoi sbagliare nulla…

«Magari fosse solo quello! Lo devi anche far sembrar facile. Non significa solo sorridere ai giudici. I salti li sappiamo fare tutti, ma farli sembrare semplici no».

E quando smetti cosa farai?

«È una domanda difficile. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono diversi progetti per aiutare gli atleti, anche di altissimo livello, a fare questo passaggio».

Mi stai dicendo che hai paura di smettere?

«No, però non sarà semplice. Sai, lo sport è più di un lavoro: non puoi staccare alle sei, lasciare i fogli sulla scrivania e pensarci il giorno dopo. Te lo porti dentro dalla mattina alla sera. Per questo credo che non lascerò mai il pattinaggio».

E allora, cosa farai?

«Prima di spiegartelo posso raccontarti un aneddoto?».

Devi...

«Avevo 15 anni, l'esordio ai mondiali. Agli allenamenti per la prima volta mi sono trovata davanti ai miei idoli, quelli che avevo visto soltanto in tv. È stato un impatto fortissimo, mi ha paralizzato. Nel vero senso della parola: mi sono attaccata alla balaustra della pista e non riuscivo più a muovermi. Ecco, quando smetterò vorrei diventare la persona di cui avrei avuto bisogno».

Me lo spieghi meglio?

«Per arrivare a certi livelli, da piccola, ho dovuto trasferirmi all'estero. In Italia era più difficile, lo è ancora. Insomma, quando smetterò vorrei trasmettere la mia esperienza alle nuove generazioni, costruire qualcosa qui. Ci sono un sacco di bimbi che vorrebbero pattinare, ma non le strutture. I talenti non devono più andare all’estero per inseguire i propri sogni».

Come invece hai fatto tu...

«Quando mi sono trasferita in Germania avevo 14 anni».

È stato difficile lasciare mamma e papà?

«È stato un grandissimo impegno (impegno, non sacrificio, ndr), per me e per la mia famiglia. Però ho vissuto quel momento come una liberazione, mi sentivo rinchiusa in una gabbia».

Prego?

«Non fraintendermi...è che in Italia non potevo praticare il mio sport come lo sognavo. I miei genitori hanno avuto il coraggio di lasciarmi andare».

Meglio così. Ma il fatto che tu sia nata sportivamente in Germania te lo hanno rinfacciato. Nel 2006, quando sei stata portabandiera alle Olimpiadi di Torino, dicevano che non era giusto perché «non parla neanche l'italiano»...

«Avevo 19 anni, molte cose neppure le capivo. Scrivevano che non avevo l'esperienza per quel ruolo e mi hanno anche minacciato, mi hanno detto che me l'avrebbero fatta pagare. Però so di essere cresciuta da italiana. E col tempo credo di avere dimostrato di avere le carte in regola per portarla, quella bandiera...».

Torniamo ancora più indietro nel tempo: la prima volta che hai messo i pattini?

«Mmmh...sai che non me la ricordo?».

Davvero?

«Davvero. Ero piccola piccola...».

La prima grande gioia sui pattini?

«Quella la ricordo bene. È stato quando ho pattinato in maschera sul ghiaccio, a Ortisei. Dopo il Natale, da bambina, il Carnevale era il momento che attendevo con più ansia».

Sei timida e riservata. Ti dà fastidio la popolarità?

«Essere famosa permette di dare un esempio, forse una speranza a chi fa il mio sport. Però ci sono dei momenti miei, magari quando vado a fare la spesa o sono con gli amici, in cui non vorrei neppure avere la preoccupazione di essere riconosciuta».

Nel tuo tempo libero che fai?

«Mi piace l'arte. Mio nonno è stato direttore dell'accademia d'arte di Ortisei, forse ce l'ho un po' nel sangue. Ora sono spesso a Roma, e se ho un po' di tempo passeggio per la città, ci sono posti meravigliosi da scoprire, in ogni angoletto. Poi adoro la montagna, sono cresciuta lì, è il posto dove io…sono veramente io».

Il tuo viaggio più bello?

«In macchina, con un'amica canadese, dalla California fino su a Edmonton. È stato spontaneo, semplice. Però, forse, il viaggio più bello è quando torno a casa».

Ti manca?

«Sì. Sono sempre lontana. Sempre».

"Io, in aereo con la bomba accanto": Air France, il racconto di un italiano

"Il mio volo in aereo con la bomba accanto": Air France, il pauroso racconto di un italiano



Sui chiama Domenico Achilarre, ha 49 anni e lavora come portiere in un residence toscano. E lui era tra gli otto italiani che sabato sera si sono imbarcati sul volo Air France partito dalle Mauritius e diretto a Parigi, un volo costretto ad un atterraggio d'emergenza in Kenya per un falso allarme bomba. Achilarre, ora, racconta quello che ha provato a Il Tempo: "Io dormivo e mi hanno svegliato quando hanno annunciato che l'aereo, che al momento sorvolava la Somalia, sarebbe tornato indietro per atterrare a Mombasa per problemi". E ancora: "Mi sono accorto che era grave quando hanno messo giù gli scivoli per scendere e ci hanno detto di farlo velocemente. A quel punto ho capito. Ho visto tutti molto agitati, qualcuno scendeva scalzo. Appena a terra ci hanno detto di correre verso l'aeroporto".

Ma anche quando l'aereo ad alta quota, qualcuno, aveva capito che cosa stava accadendo: "Qualcuno - prosegue nel racconto - parlava di arresti, altri di un ordigno che non doveva scoppiare. I passeggeri che non dormivano quando è accaduto il fatto hanno raccontato che ad un certo punto tutto l'equipaggio si è spostato verso la coda dell'aereo, c'era molta agitazione. Uno degli italiani era sveglio e quando ha capito di cosa si trattava si è sentito male". Insomma, il signor Achilarre sapeva della bomba quando ancora era a bordo del velivolo. E infine, mostra di avere qualche dubbio sulla ricostruzione ufficiale. Infatti, quando gli chiedono quando ha capito che si trattava di un falso allarme, risponde: "Lei che ne pensa? Crede davvero al falso allarme? La sensazione, però, è che Air France non vuole dire più di tanto".

"La storia scottante su De Martino..." La verità: perché Belen lo ha lasciato

"La storia scottante di De Martino...". La verità: perché Belen lo ha lasciato



Dopo mesi di indiscrezioni, la conferma (con tanto di comunicato stampa spedito all'Ansa): tra Belen Rodriguez e Stefano De Martino è finita. Una notizia anticipata sin dallo scorso febbraio da Dagospia, che ora "rivendica" lo scoop e aggiunge ulteriore pepe al caso. Su Dago, infatti, si legge che "tra i due, infatti, già da almeno un annetto buono, i rapporti erano solo strumentali al rigonfiamento dei rispettivi conti correnti". Un matrimonio di comodo, insomma, perché (recita sempre Dago) la coppia era "una inesauribile fonte di fatture e bonifici", tra campagne pubblicitarie, ospitate e set fotografici.

Poi ulteriori indiscrezioni. Si parla della "faida" tra le due famiglie. Sempre secondo Dago, infatti, "i Rodriguez e i De Martino non si sono mai stati troppo simpatici e, probabilmente, entrambe le famiglie avevano assai contato sul rapporto pecuniario della coppia più mediatica del sottobosco televisivo". Infine, l'ultima bomba (o insinuazione, fate voi) sulle reali ragioni della rottura: che cosa ha portato al comunicato stampa di oggi? Dago risponde: "In mezzo c'è un'altra storia. E che non riguarda lei. Una storia forse scottante e che mai verrà comunicata e che appartiene alla sfera privata del De Martino".

Stasi, un retroscena dal carcere: si parla di tasse, diventa una "belva"

Alberto Stasi, un retroscena dal carcere: parlano di tasse, diventa una "belva"


di Franco Bechis
@FrancoBechis


Alberto Stasi dopo la condanna a 16 anni per l'assassinio della sua fidanzata Chiara Poggi a Garlasco si è consegnato subito al carcere modello di Bollate per l'espiazione della pena. Il giorno dopo è andato a trovarlo un parlamentare del Pd, Giacomo Portas, che è anche a capo del movimento de I Moderati. Lo ha trovato incredibilmente sereno e tranquillo, vista la situazione. Poi però Stasi gli ha chiesto: «Cosa fa in Parlamento? Di che si occupa?». E Portas: «Sono presidente della commissione bicamerale sull'anagrafe tributaria, mi occupo soprattutto di fatturazione elettronica e di tasse...». Non l'avesse mai detto. Stasi, che durante i vari processi ha iniziato a fare il commercialista, si è messo subito a discutere di tasse. E più ne parlava, più diventava una belva: «Prenda l'Imu, cosa dobbiamo fare noi commercialisti? Avete cambiato le regole otto volte in sette anni. Un casino. Non parliamo poi delle proprietà indivise dei separati o divorziati. Le regole sono confusissime, non si riesce a venire a capo di nulla. In Parlamento sembrate godere a complicare la vita a noi professionisti...». Un diluvio di domande, chiarimenti e vibrate proteste. «Non riuscivo più a venire via, saremo stati un'ora e mezzo a discutere - racconta Portas - quel ragazzo ha una vera passione per il fisco...».

martedì 22 dicembre 2015

Canone in bolletta, incassi record Quanto guadagna la Rai: le cifre

Il maxiregalo di Renzi. Quanto guadagnerà la Rai con il canone in bolletta


Il cavallo di viale Mazzini

Sarà un 2016 molto ricco per la Rai grazie all'imposizione del Canone nella bolletta elettrica voluto dal Governo Renzi. Più precisamente nelle casse di viale Mazzini entreranno almeno 420 milioni di euro, da sommare con i 1569 già registrati nel 2014. Secondo il rapporto di Ricerche e Studi Mediobanca, il nuovo importo di 100 euro ridurrà drasticamente anche l'evasione che oggi si attesta sul 30,5%, arrivando a solo il 5%. In questo modo la Rai diventerebbe il primo gruppo televisivo in Italia per ricavi.

In Europa - Secondo lo studio, già prima della sua riduzione, il canone Rai era tra i più bassi d'Europa, considerando che nel 2014 era pari a 113,5 euro, contro i 133 in Francia, 175,3 nel Regno Unito e 215,8 in Germania. Un primato in positivo per l'Italia che si accompagnava a un altro negativo per il tasso di evasione, quasi inesistente nel resto d'Europa, fatta eccezione per il già minimo 5% nel Regno Unito.

Cosentino, gip nega alla moglie di incontrarlo in carcere: «Trattato peggio di un boss»

Cosentino, gip nega alla moglie di incontrarlo in carcere: «Trattato peggio di un boss»




Fonte: Il Mattino




Il gip del Tribunale di Napoli Nord ha negato a Marisa Esposito, moglie di Nicola Cosentino, l'autorizzazione a recarsi nel carcere di Terni per incontrare il marito. La donna è imputata nel processo sui favoritismi che Cosentino avrebbe ricevuto quando era recluso a Secondigliano. La decisione è stata contestata dagli avvocati che hanno presentato nuova istanza per il 23 dicembre. «Esposito non vede da nove mesi il marito - spiega l'avvocato De Caro - neanche ai boss al 41bis si toglie questo diritto fondamentale»

Bolzano la città dove si vive meglio La vera sorpresa è al secondo posto

Qualità della vita, Bolzano prima e Reggio Calabria ultima


Mercatini di Natale di Bolzano 

E' Bolzano la città italiana che offre la migliore qualità della vita. Ma la vera e propria sorpresa, nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle città italiane, è Milano che si piazza al secondo posto. A chiudere il podio c'è Trento. I criteri valutati nella ricerca sono tenore di vita, lavoro, servizi, popolazione, ordine pubblico e tempo libero. E' la quinta volta in 26 anni che il capoluogo altoatesino conquista la vetta della speciale classifica. L'ultima nel 2012. Ecco i suoi punti di forza: nelle prime due macroaree, Tenore di vita e Affari e lavoro, Bolzano eccelle nel tasso di occupazione (71% contro una media del 56%), nella quota di crediti in sofferenza (solo 5,7%, ossia meno di un terzo rispetto al valore medio) e nei consumi (2.660 euro per famiglia, 700 in più della media).

Impietoso il confronto con il sud in generale e con Reggio Calabria in particolare, piazzatasi al centodecimo e ultimo posto. La città calabrese ottiene i piazzamenti peggiori nelle tre macroaree Tenore di vita, Affari e lavoro e Servizi Ambiente e Salute: alta è infatti la quota degli impieghi a rischio (36%), basso il patrimonio familiare medio (193mila euro contro una media di 345mila), la quota di export sul Pil (meno del 2%), la dotazione di asili nido (coperto meno del 2% dell’utenza).