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giovedì 26 febbraio 2015

L'intervista di Giacomo Amadori L'impresario sputtana le star di sinistra "Chi voleva i soldi in nero"

"Da Beppe Grillo a Jennifer Lopez: tutti pagati in nero e si dicono di sinistra", un impresario racconta le pretese delle star

Intervista a cura di Giacomo Amadori 


Gino Paoli 

Lello Liguori, ottantenne impresario di lungo corso, è stato definito il Grande Gatsby della Riviera ligure. Ha gestito locali da Sanremo a Santa Margherita ed è stato anche il re delle notti milanesi. Ha conosciuto la malavita meneghina molto da vicino e uno dei boss dell’epoca, Angelo Epaminonda, detto il Tebano, lo ha accusato di tutto: «Omicidio, associazione a delinquere, spaccio internazionale di droga», ha ricordato Liguori. Hanno persino tentato di ucciderlo, ma l’ha sempre sfangata. «Ho pagato cara l’amicizia con Bettino Craxi. Sono stato interrogato da undici magistrati, coinvolto in 11 processi e assolto 11 volte» ha dichiarato qualche anno fa al Secolo I. E per difendere Craxi ha litigato anche con Beppe Grillo: «Lo detesto perché va in giro a fare il politico, a sputtanare tutti quanti, ma quando veniva da me, carte alla mano, si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero», ha detto nella stessa intervista al quotidiano genovese. Dichiarazioni che sono state riprese con enfasi dai media solo nel 2014 e Grillo, fuori tempo massimo, ha minacciato querele.

Signor Liguori, ma il leader del Movimento5stelle, alla fine, l’ha denunciata per davvero? 

«No, mai, anche perché ho documenti e testimoni. Nei giorni scorsi sono stato contattato dai difensori di Luca Barbareschi. Grillo lo ha querelato perché in televisione ha fatto una dichiarazione sui pagamenti in nero. Sono dovuto andare dal comandante dei carabinieri a confermare che Grillo con me ha evaso più di 300 milioni di lire. È venuto almeno 20 volte nei miei locali. Inizialmente prendeva 70 milioni di cachet: 10 in assegno e 60 in nero. Questo lo ha fatto quattro volte al Covo e una volta allo Studio 54 di Milano, che era mio. Poi ha lavorato altre volte a 20-30 milioni. Comunque sempre con la stessa prassi. Quando è venuto a Milano io avevo con me una persona testimone del pagamento: è andato lui alla cassa a prendere i soldi».

E i documenti?

«Ci sono le mie dichiarazioni alla Siae in cui dicevo quante persone c’erano nel locale. Quello è un documento».

Ha mai ingaggiato Gino Paoli?

«Una decina di volte».

E con lui come veniva retribuito? In modo regolare?

«(Breve pausa) Non ricordo. Paoli è un amico e non ricordo. Riguardo a Grillo mi è stato chiesto da più parti, da destra e da sinistra, di asfaltarlo. Naturalmente sotto elezioni tutti speravano in una débâcle di Grillo. E io ho detto: si può fare. Mi sono messo lì tre giorni e ho parlato con tutti i giornali».

Politica a parte, glielo richiedo: lo stesso sistema di pagamento veniva utilizzato con Gino Paoli?

«Guardi, con tutti. Io ho portato in Italia 300 artisti americani, ho lavorato con spagnoli, francesi, greci e i compensi sono sempre stati versati in quel modo. Se lei li vuole è così, altrimenti non vengono».

Dunque non l’ha stupita che Paoli sia accusato di evasione fiscale?

«Io ho una figlia a Lugano e vedo quelli che stanno riportando indietro i soldi».

Ma il cantautore genovese veniva pagato in nero sì o no?

«Io l’ho ospitato tante volte con Ornella Vanoni, ma anche insieme con Grillo. Perciò lo chieda a Grillo (ride)».

Per loro stessa modalità di remunerazione: me lo può confermare?

«Era la stessa per tutti. Io adesso sto trattando per l’Expo. Hanno preso Andrea Bocelli non da me, da un inglese. Volevano un’altra star. Abbiamo tentato di affiancargli Angelina Jolie, ma Bocelli non ha voluto perché oscurava un po’ il suo nome. Allora abbiamo deciso di puntare su Jennifer Lopez. Ma con gli intermediari è la solita storia: costa 1,8 milioni, però bisogna dargliene "normali" (ufficiali ndr) 1,2. Tanto per dire. Non lo riporti, però, perché non abbiamo ancora firmato i contratti e faremmo brutta figura con la Lopez».

Ritorniamo alla coppia Grillo-Paoli. Mi può ribadire che facevano “nero” insieme?

«Ma sì. Guardi che se lo chiede a Grillo, lo ammette. Tanto dice che è tutto finito in prescrizione. In effetti sono cose di tanti anni fa».

E secondo lei anche Gino Paoli confermerebbe?

«(Liguori cambia all’improvviso registro) Gino Paoli non ricordo neanche... mi sembra di averlo pagato regolarmente. Anche perché il mio direttore, che è mio cognato, ha suonato per vent’anni con Paoli. Era capo orchestra. È stato lui a fare i contratti, non io».

Dunque con l’autore del “Cielo in una stanza” avete fatto tutto a regola d’arte?

«Mah. Io penso. Non sono in grado di dire né sì, né no».

Però quando è venuto con Grillo, l’accordo l’hanno fatto con lei?

«Naturalmente, li ho messi insieme io».

E in quell’occasione stesso pagamento per entrambi?
«Non so, perché Grillo è andato via prima. Paoli si è fermato sino a tardi con mio cognato che aveva accesso alla cassa».

Mi sembra di capire che lei sia troppo amico di Gino Paoli...

«È così».

Ci sono altri personaggi con cui ha avuto brutte esperienze?

«Io ho una causa con Teo Teocoli. Nel 1999 doveva fare una serata per la Confindustria, ma rinunciò per motivi di salute. Ho dovuto sostituirlo a mezzanotte con Giorgio Faletti che ho trovato all’ultimo momento vicino a Portofino; eppure Teocoli ha incassato diversi milioni dalla Confindustria. L’ho scoperto recentemente. Grazie a una vecchia fattura ho visto che in quell’occasione c’erano 1.100 persone per un conto totale di 94-95 milioni. A me ne hanno dati solo 72, perché avevano scalato il cachet di Teocoli. (Il 22 febbraio ndr) il suo avvocato mi ha mandato una lettera in cui diceva che se io avessi divulgato questa notizia mi avrebbero querelato. Io naturalmente sono andato subito a sporgere denuncia per appropriazione indebita e furto».

Altri personaggi con cui ha trattato?

«Io ho lavorato con Ornella Vanoni, Patty Pravo, Vasco Rossi, Claudio Baglioni e sono stati tutti pagati regolarmente. Senza nero».

In ogni caso, con tutto quello che guadagnano gli artisti, non le sembra un po’ scorretto che alcuni cerchino di evadere le tasse?

«E gli sportivi allora? Guardi Valentino Rossi. Mi sembra che abbiano trovato conti all’estero un po’ a tutti. Non dovete andare a toccare il nostro mondo. Compresi noi dei locali notturni. Sono stato al Covo 37 anni e avevo 40 locali contemporaneamente, tra Italia ed estero. Ovviamente, proprio per colmare i disavanzi causati dai pagamenti in “nero” delle “attrazioni”, quando si poteva, cercavamo di fare qualche biglietto in meno per la Siae».

Beh, sta dicendo che eravate costretti a costituire fondi neri per i compensi fuori busta degli artisti. Adesso sembra che abbiano trovato il tesoretto svizzero di Gino Paoli...

«Che è della sinistra estrema...».

Si definisce ancora "comunista".

«Appunto».

Eppure sembra abbia accantonato due milioni Oltralpe... Il suo guaio è che non è riuscito a riportarli indietro. 

«Gli do un consiglio: si deve mettere d’accordo con l’Agenzia delle entrate, pagare il 5 per cento e farli rientrare. Così sta più tranquillo».

Forse adesso è troppo tardi. La procura l’ha già indagato per evasione fiscale. In un’intercettazione avrebbe detto di aver ricevuto pagamenti in nero da parte degli organizzatori delle feste dell’Unità. Lo stesso trattamento di riguardo che gli ha riservato lei.

«Io non ho detto di averlo pagato in nero. Anche perché a volte, con i miei locali, guadagnavo un miliardo a sera e non potevo certo controllare tutti i conti. Ma adesso lasciamo perdere l’argomento perché io nel mondo dello spettacolo ci lavoro ancora».

"Siamo laureati, meritiamo di più" In Fiat 20 neoassunti mollano il posto

Alla Fiat di Melfi in 20 hanno rinunciato al lavoro: troppa fatica in catena di montaggio





C'è una scena epica accaduta allo stabilimento Fiat di Melfi che vale simbolicamente più di mille Jobs act. Un ingegnere neoassunto, tra i 300 appena imbarcati da Sergio Marchionne dopo il successo di Jeep Renegade e Fiat 500X, stava lavorando alla catena di montaggio. Poi il raptus: ha preso il paraurti che aveva in mano e lo ha scaraventato per terra. Basta, stop, quel lavoro non era proprio fatto per lui e non è stato il solo a gettare letteralmente la spugna.

Ingegneri ribelli - Mentre a Melfi si preparano ad accogliere altri 700 nuovi arrivi, dopo i primi 300, circa 20 giovani entrati in azienda come operai, scrive Repubblica, hanno abbandonato. "Sociologicamente - dice Roberto Di Maulo del sindacato Fismic - è una percentuale significativa", dal Lingotto minimizzano: "Non sono certo grandissimi numeri, appena si è diffusa la notizia delle nuove assunzioni a Melfi siamo stati sommersi dalle domande di lavoro. Ne sono arrivate decine di migliaia".

Incomprensione - Il problema sta tutto nei requisiti richiesti ai candidati: meno di 30 anni, diploma con voto minimo 85/100 o laurea. E sono proprio i secondi casi ad aver ceduto prima di tutti, per lo più laureati in ingegneria che non si aspettavano di finire a sporcarsi le mani nella catena di montaggio: "Ma nelle fabbriche moderne - spiega Fedinando Uliano della Fim - la distinzione tra colletti bianchi impegnati negli uffici e tute blu addette alla produzione è ormai superata". C'è chi dà la colpa ai ritmi di lavoro più serrati, richiesti dalla Fca e accettati dai sindacati per stringere i denti e tenere in piedi la baracca. Sta di fatto che gli ingegneri non se l'aspettavano quindi di fare gli operai, ma questo gruppo aveva un futuro di carriera e "diventare in futuro un team leader" secondo Uliano. I laureati forse si aspettavano di entrare da subito come impiegati, un misunderstanding avrebbe detto Marchionne. Con la disoccupazione giovanile al 40%, l'ultimo problema per l'azienda sarà trovare sostituti.

Più gravi le condanne per corruzione Ecco di quanto vengono aumentate

Aumentata a 10 anni la condanna per il reato di corruzione





Passa in commissione Giustizia del Senato l’emendamento del Governo che alza la pena della corruzione fino a 6 anni nel minimo e 10 nel massimo, ma l’inasprimento rafforza, spinta da più parti - a cominciare da Forza Italia - l’ipotesi che in questo modo si debba rivedere il sistema complessivo delle pene del ddl anticorruzione all’esame del Senato. Al punto che si potrebbe rendere necessario un  correttivo per coordinare, modulandolo, il sistema sanzionatorio contenuto nel provvedimento. Intanto il Governo non ha ancora presentato l’annunciato emendamento sul falso in bilancio e Forza Italia, in commissione, ha reagito chiedendo di approfondire tutti gli articoli, emendamento per emendamento, al testo. Il Governo aveva confermato, nei giorni scorsi, con il viceministro Costa, la volontà di presentare la propria proposta per l’Aula, ma in commissione è scoppiata la protesta. Ieri era stato il presidente della stessa, Francesco Nitto Palma ad annunciare in ufficio di presidenza, secondo quanto è stato riferito, invece, che ci sarebbe al ministero della Giustizia un testo pronto che sarebbe stato portato davanti ai commissari fra ieri e oggi. Ma al momento non è stato depositato. Intanto è saltata la seduta notturna che sembrava prevista al termine dei lavori d’Aula iniziati questo pomeriggio e la commissione si è aggiornata a martedì.

Sindaci dem all'ultimo delirio: arriva la tassa sui menu e gli zerbini

La tassa delirio del Comune di Bologna su zerbini, menù dei ristoranti e cartelli degli orari





La fantasia al potere partorisce grandi colpi di genio quando i sindaci dem la applicano per tassare esseri viventi e oggetti inanimati in nome del bilancio. A Bologna è nata la Delirium tax, come l'ha chiamata in prima pagina il quotidiano Italia Oggi. Il sindaco Pd Virginio Merola ha deciso che qualsiasi forma di pubblicità deve essere tassato. Nel ventaglio di bersagli capita davvero di tutto e soprattutto sfuggire alla morsa degli esattori comunali è praticamente impossibile. Il delirio è destinato a non fermarsi a Bologna, dove certo non si sono inventati niente, ma l'inedito sta nell'applicazione della gabella che sta piacendo a diversi sindaci pronti a portare la genialata anche nei proprio comuni.

Lo zerbino - La Delirium tax bolognese si applica, ad esempio, sui menu dei ristoranti esposti all'esterno dei locali. Una bella fregatura considerando che i ristoratori sono obbligati ad esporre piatti e relativi prezzi fuori dal proprio locale, se non vogliono rischiare il multone. I gabellieri del comune di Bologna, racconta Italia Oggi, sono arrivati a far rientrare nella tassa delirante anche il cartello "Qui si fa lista nozze" in un negozio di oggettistica, la proprietaria ha dovuto sborsare 500 euro. Colpito anche un cartello con le offerte del mese di un ottico e udite udite anche quello con gli orari di apertura: "Era esposto in vetrina" si sono giustificati gli zelanti funzionari. Si arriva anche al tragicomico delirio per le 52 euro pagate da un tabaccaio che ha esposto la scritta "Self service 24 ore su 24". Tassato anche lo zerbino di un gioielliere con le sue iniziali, l'adesivo con le carte di credito accettate in un ristorante e un barista si è visto arrivare una cartella da 3000 euro per aver esposto un adesivo con i nomi delle ditte dei suoi gelati.

Meglio fuggire - I commercianti bolognesi ora hanno un diavolo per capello. Il sindaco ha preferito mandare il suo vice per incontrare i rivoltosi che hanno strappato solo uno sforzato: "Siamo pronti a migliorarla". Commercianti e artigiani di Bologna saranno contenti di lavorare nella seconda città con la pressione fiscale più alta d'Italia. La Cna ha stimato che una piccola impresa commerciale bolognese arriva a pagare fino al 74,2% del proprio reddito per soddisfare la voracità del fisco. In piena crisi economica, dal 2011 al 2014 la pressione fiscale sui piccoli esercizi bolognesiu è cresciuta del 9,6%. C'è anche chi ha rinunciato a organizzare la Sensation white night, una specie di flash mob in cui ci si ritrova a centinaia per cenare all'aperto vestiti di bianco: le tasse da pagare sono aumentate rispetto lo scorso anno e stavolta sarebbero state insostenibili.

Il vaffa di Renzi ai giudici: ecco cos'ha twittato Matteo su Enzo Tortora

Responsabilità civile dei giudici: Matteo Renzi ritwitta la figlia di Enzo Tortora





La foto di Enzo Tortora che fa il segno della vittoria. Una vittoria che "questa sera è anche un pò vostra. È anche vostra". Con queste parole Gaia Tortora, figlia dello storico presentatore Rai ed euro deputato Enzo Tortora, ha salutato l’approvazione della norma sulla responsabilità civile dei magistrati alla Camera. E a poche ore di distanza anche il presidente del consiglio Matteo Renzi si associa nel pensiero all’uomo la cui vita è stata spezzata da una accusa ingiusta e infamante che lo ha portato a vivere anche l’esperienza del carcere. Ed è singolare la coincidenza di date: la legge sulla responsabilità civile dei magistrati è arrivata a pochi giorni dal 20 febbraio, data in cui Tortora, ormai riabilitato, tornò in tv nel 1987 con la celebre frase: "Dove eravamo rimasti?".

Terremoto in tv: Del Debbio sfida la anchorwoman della sinistra

Del Debbio in tv con "Dalla vostra parte", una nuova striscia quotidiana





Nessuno guarda più i talk show ma quei pochi che ancora si accomodano sul divano per sentire parlare i politici il lunedì sera mettono su Rete 4 e si vedono Quinta Colonna. Ed è stato tale il successo della trasmissione di Paolo Del Debbio - altroché Floris, Giannini e Santoro - che dal 3 marzo, anticipa il sito davidemaggio.it, che il giornalista condurrà anche un nuovo programma d'informazione. Si tratterà di una striscia quotidiana, in onda sempre su Rete 4 e si chiamerà Dalla Vostra Parte.

Il talk show andrà in onda a partire dalle 20,30 in diretta concorrenza con Otto e Mezzo su La7 condotto da Lilli Gruber. Dalla Vostra Parte si concentrerà sui principali fatti della giornata, dalla politica all'economia alla cronaca. In diretta dallo studio del tg di Mario Giordano, l'analisi di Del Debbio sarà arricchita dalla presenza di ospiti e da collegamenti sul territorio.

mercoledì 25 febbraio 2015

Mediaset alla conquista della Rai: il piano d'attacco di Berlusconi

Silvio Berlusconi vuole le antenne della Rai





Mediaset ha deciso di muovere le torri che trasmettono il segnale televisivo della Rai e  lancia un'offerta pubblica d'acquisto (Opa) per conquistare il 100% di Rai Way, attraverso la controllata Ei Towers, la società che possiede le antenne delle televisioni di Cologno Monzese. L'azienda, di proprietà della famiglia Berlusconi, è pronta a pagare oltre 1,2 miliardi di euro. A sostegno dell'offerta di scambio Ei Towers ha convocato un'assemblea il 27 marzo per un aumento di capitale. L'opa partirà dopo quella data ed avrà una durata stimata  tra i 15 e i 40 giorni e dovrebbe concludersi entro l'estate. Ecco i motivi della manovra, Ei Towers spiega: "La creazione di un operatore unico delle torri broadcasting è utile per porre rimedio all'attuale situazione di inefficiente moltiplicazione infrastrutturale dovuta alla presenza di due grandi operatori sul territorio nazionale." La società del gruppo Mediaset inoltre assicura che continuerà a garantire l'accesso alle infrastrutture a tutti gli operatori televisivi e aprirà sempre più la propria infrastruttura in prospettiva degli operatori Tlc." Ottimi quindi gli obiettivi di integrazione tra Ei Towers e Rai Way: l'offerta mira a revocare le azioni di quest'ultima dal listino di Piazza Affari (dove Rai Way è stata quotata da poco), o l'acquisto di una partecipazione che rappresenti minimo 66,67% del capitale sociale.