Visualizzazioni totali

mercoledì 3 dicembre 2014

Imu e Tasi: chi paga e chi no, i calcoli Guida pratica per la rata del 16 dicembre

Tasi e Imu, cosa fare il 16 dicembre




Due settimane e i proprietari di immobili dovranno di nuovo rimettere mano al portafogli. Il 16 dicembre scade infatti il termine per saldare il conto di Imu e Tasi e sarà l'ennesimo salasso soprattutto per i possessori di seconde case o di immobili affittati.

I calcoli - Il meccanismo di calcolo dell’imponibile Imu, ricorda il Corriere Economia, è analogo a quello degli scorsi anni ed è lo stesso anche per la Tasi. Si parte sempre dalla rendita catastale attribuita all’immobile rivalutata del 5%. La rendita rivalutata va poi moltiplicata per il relativo coefficiente moltiplicatore che varia a seconda del tipo di immobile). I moltiplicatori principali sono 160 per le abitazioni e per le cantine, solai, box, posti auto, tettoie; 80 per gli uffici; 55 per i negozi e le botteghe. I moltiplicatori, nei casi di imposizioni, sono da utilizzare anche per la Tasi. Al totale così ottenuto si applicano le aliquote Imu previste dal comune. Per i terreni il valore imponibile si ottiene moltiplicando il reddito risultante in catasto rivalutato del 25% e moltiplicato poi per 135 (o 75 se il titolare è coltivatore diretto o imprenditore agricolo).

Chi deve pagare - L’Imu non è più dovuta sull’abitazione principale (un’unica unità immobiliare ad uso abitativo, nella quale il contribuente e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente) e relative pertinenze (box o posto auto, cantina o solaio), ma deve essere versata per le abitazioni principali di maggior pregio, ossia quelle di categoria A/1 (immobili signorili), A/8 (ville) e A/9 (castelli e palazzi). L’Imu si deve versare anche per gli immobili tenuti a disposizione, come le seconde case, e quelli affittati o sfitti. E si paga anche sugli immobili dati in uso gratuito a figli o parenti di primo grado, salvo i rari casi in cui il Comune li abbia assimilati all’abitazione principale, sulle pertinenze non della prima casa o comunque non agevolabili come ad esempio il secondo box oppure la seconda cantina. E ancora: l’Imu si paga pure per gli uffici, negozi, depositi, capannoni, altri immobili commerciali e industriali e per le aree fabbricabili (conta il valore commerciale al primo gennaio 2014) da chiunque posseduti, i terreni agricoli, pur se incolti inclusi gli orticelli, con esclusione di quelli ricadenti in aree montane o di collina, salvo che l’importo dovuto sia fino al minimo di legge di 12 euro o al minore importo stabilito dal Comune. Dal 2014 sono esclusi gli immobili-merce posseduti dalla società che li ha costruiti per la vendita e rimasti invenduti, a condizione che non vengano locati.

Petrolio, allarme rosso per Putin: perché la Russia rischia la bancarotta

Russia, rischio default: perché la corsa al ribasso del petrolio terrorizza Vladimir Putin




La corsa al ribasso del petrolio, vicino ai 60 dollari al barile, rischia di mettere fuorigioco diversi Stati: si parla di un vero e proprio default, e non del "semplice" blocco della produzione di shale, il rischio che corrono in primis gli Stati Uniti. La lista dei paesi a rischio-crac la stila Il Sole 24 Ore. Al primo posto c'è l'Iran, che fissa il punto di pareggio di bilancio con un petrolio a 140 dollari al barile, 20 dollari in più di quelli "necessari" al Venezuela, altro paese a rischio crac. A rischio anche l'Arabia Saudita, che però può contare su riserve valutarie molto più consistenti. Quindi il Kuwait, la cui fonte di ricchezza quasi esclusiva è l'oro nero, ma che per ora dorme sonni più tranquilli: il punto di bilancio è fissato a 53 dollari. Ma è il quinto Paese della lista quello più sorprendente: si tratta della Russia di Vladimir Putin. Il governo di Mosca, infatti, fatica a mantenere le promesse di spesa pubblica già quando il petrolio scivola sotto i 100 dollari al barile. Il rischio default, dunque, è concreto. Putin, però, ha un vantaggio per esempio rispetto a Venezuela ed Arabia Saudita: si aggancia all'andamento del dollaro per le esportazioni. Può dunque contare su una svalutazione competitiva del rublo (che ha aggiornato il minimo storico a 53,91 centesimi), che dunque in parte controbilancia la caduta del prezzo del petrolio, rendendo le esportazioni del Paese più competitive.

Tre, due, uno: boom. Giannini non fa neppure in tempo a presentare Brunetta: massacrato. Che succede a Ballarò...

Renato Brunetta, dopo tre secondi scintille a Ballarò con Massimo Giannini: punta il dito e lo (ri)smaschera




Qualche settimana fa, nello studio di Ballarò, si consumò un acceso scontro tra il conduttore, Massimo Giannini, e l'ospite, Renato Brunetta. L'azzurro, al culmine del nervosismo, smascherò l'ex firma di Repubblica, rivelando in favor di telecamera il piagnisteo telefonico con il quale lo aveva convinto a partecipare alla trasmissione. I duellanti, nella serata di martedì 2 dicembre, si sono ritrovati nello stesso studio. Giannini presenta gli ospiti della puntata, e dunque arriva all'onorevole forzista: "Con noi anche Renato Brunetta, che è tornato a trovarci senza bisogno di piagnistei da parte della redazione". Brunetta, sornione, sorride e poi punta il dito contro Giannini. "No, no. Non della redazione. Suoi, suoi". Giannini, insomma, smascherato due volte: l'unico a piagnucolare, assicura Brunetta, fu proprio lui...

martedì 2 dicembre 2014

EQUITALIA, GLI STROZZINI DI STATO Se rateizzi ti chiedono il 45% di interessi

Equitalia, strozzini di Stato: per 2.100 euro ne vogliono 3 mila

di Franco Bechis 


Avviene tutti i giorni in gran parte delle case degli italiani. A metà mattina suona il postino «Raccomandata!», apri e ti trovi fra le mani una missiva di Equitalia, che sono sempre dolori. Si tratta delle solite multe prese magari senza nemmeno accorgersene (soste, infrazioni al traffico, eccessi di velocità etc..) o di contestazioni della Agenzia delle Entrate per rilievi formali magari di poco conto sulle dichiarazioni dei redditi. Al signor Marco Rossi (il nome è di fantasia) proprio quest'ultima è arrivata: una cartella Equitalia con una contestazione per irregolarità formali da parte della Agenzia delle Entrate su una dichiarazione dei redditi di cinque anni prima. «Ma come? Sono lavoratore dipendente, l’unica cosa che aggiungo è qualche detrazione di spese mediche e per questo invio tutto al commercialista». Marco manda la cartella di Equitalia al commercialista, che allarga le braccia: «La cifra non è enorme. Bisogna pagarla». Marco sospira: «Per lei non saranno enormi 2.114,66 euro. Ma per me sono più di un mese di stipendio. Almeno si può pagare a rate?». Con l’aiuto del commercialista è subito pronta la lettera da spedire ad Equitalia: non c’è bisogno di allegare documentazione che comprovi le difficoltà del momento per cifre così basse. E infatti Equitalia tempo un mese risponde a Marco, che apre la lettera tutto felice: «Le abbiamo accordato la ripartizione del pagamento di tale documento in n.28 rate mensili».

Rateizzare - Il piano di ammortamento- scrivono- è stato «formulato secondo il criterio alla francese, che prevede rate di importo costante con quota di capitale crescente e quota interessi decrescente». Il signor Rossi non ci capisce molto: qualcosa cresce, qualcosa altro decresce. Ma vede il conto totale a fine operazione: 3.076,44 euro. Rateizzare quel debito che nemmeno capisce gli costa insomma 950 euro più che pagare subito. Sono 20 giorni di stipendio che si involano un po’ salendo un po’ scendendo «alla francese» per finire in tasca ad Equitalia. Le varie colonne dicono «quota capitale», «quota interessi di mora», «quota interessi di dilazione», «quota compensi di riscossione». Si fa due calcoli e significa che in due anni e 4 mesi il suo debito aumenta del 45,2%. Se va da uno strozzino dal cuore buono finisce che per una cifra così i prestito riesce perfino a risparmiare rispetto a quanto gli chiede il fisco italiano. Equitalia vuole il 32,58% in interessi di mora, poi il 4% di interessi di dilazione e l’8,6% di compensi di riscossione. Avranno ragione? Naturalmente hanno ragione: sono le leggi e i regolamenti che prevedono questo lievitare del debito dei contribuenti. Ogni governo di questi ultimi anni ha fatto finta di addolcire la pillola, si è sgolato parlando di «fisco amico», di «sportello amico», di una Equitalia dal volto umano, magari ha anche allargato e allungato le possibilità di rateizzare il debito per cifre via via più consistenti e perfino in tempi più lunghi, per venire incontro alle difficoltà che la crisi economica crea nel bilancio familiare o aziendale di milioni di contribuenti. Ma al ruolo vocazionale di strozzinaggio lo Stato non ha mai rinunciato, in nessuno dei volti in cui si presenta.

Tassi di interesse - Il primo gennaio scorso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana è stato pubblicato il nuovo tasso di interesse legale stabilito dal governo italiano: è l’uno per cento. Il contribuente non si deve attendere di più quando presta soldi o li dà in custodia a Stato o privati secondo le leggi vigenti. Ma se il percorso è quello contrario: è lo Stato che li deposita da te (ad esempio facendoti rateizzare il tuo debito con lui), quella regola non vale più, e sono dolori per il cittadino. Oltretutto non c’è solo Equitalia: quel debito potrebbe essere con l’ufficio tributi di un comune, o con un ufficio giudiziario, o con un altro ente pubblico. E ognuno applica il tasso che vuole. Ad esempio gli interessi sulle dilazioni sono diversissimi in ogni posto di Italia: si va da zero fino al 6 per cento. Ed è questione di fortuna: gli uffici giudiziari applicano il 4,5%. L'ufficio tributi del comune di Monza (e di pochi altri piccoli comuni) non chiede interessi (il tasso sulle dilazioni è 0%). Quello di Livorno vuole il 4,5%, quello di Perugia si accontenta dell'1% che sarebbe poi il tasso legale, quello di Pitigliano chiede il 3,5%. A Messina vogliono il 4%, a Torino il 5%, a Milano sulla tassa per i rifiuti viene applicato un interesse dilazionatorio del 2%, a Novara l'ufficio tributi chiede il 2,5%, in un posto vip come Courmayeur si accontentano dell’1,5% (a Cortina invece è 1%).

La corsa al ribasso del petrolio: cosa cambia per le nostre tasche

Petrolio in picchiata, cosa cambia per chi investe: su cosa puntare e su cosa invece no




Con la complicità della "manina" dell'Arabia Saudita, il petrolio continua la sua picchiata, ed ha appena ritoccato i minimi dal 2009: il barile ora costa 67,53 dollari sul mercato Usa e 63,72 su quello americano. Obiettivo degli sceicchi - per ora raggiunto - è quello di tagliare fuori dal mercato Washington: con un costo del barile al di sotto dei 70 dollari, lo shale Usa non è più competitivo. Ma la corsa al ribasso dell'oro nero come può influire nelle nostre vite? Per prima una considerazione: il prezzo della benzina, per una serie di fattori, non è destinato a scendere se non di qualche centesimo (così come è già sceso nelle ultime settimane). Gli scenari, però, sono ben più complessi, anche perché come spiega ad Affaritaliani.it Mario Spreafico, direttore investimenti di Schroders, "un prezzo del petrolio a 50 dollari potrebbe accadere presto".

Blue chips - Una circostanza che, in campo macroeconomico, per la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, "è una buona notizia per l'economia mondiale". Per la Lagarde, questa situazione, aiuterà la ripresa dell'economia Usa e di molti altri Paesi, "in un momento in cui il mondo è alle prese con un problema di crescita troppo lenta". Ma, per esempio, per un investitore che cosa può cambiare? Una chiave interpretativa la offre sempre Spreafico, che spiega: "Nel breve periodo, i Paesi dell'Eurozona e in particolare l'Italia potranno beneficiarsi di questa situazione. Quindi, petroliferi a parte, sono gettonabili tutti i titoli azionari del Footsie Mib", il principale paniere azionario italiano. E ancora, Spreafico spiega che "in tutta Europa guarderei in generale ai (settori, ndr) ciclici. Mentre sarei un poco più cauto ad investire sui paesi emergenti".

Pro e contro - Il presupposto è che la debolezza dei prezzi del petrolio riduce l'onere dei costi delle importazioni, e questo in Italia come in Europa o in tutti i Paesi emergenti. In linea teorica, il calo del prezzo del barile dovrebbe favorire quelle riforme economiche indirizzate alla ripresa dei consumi interni. In quest'ottica, gli investimenti più appetibili potrebbero invece rivelarsi proprio quelli relativi ai paesi emergenti, in particolare quelli nell'Apac (Asia-Pacifico), una regione destinata ad assumere un ruolo dominante per via della sua dipendenza dalle importazioni. Rimanendo invece nel nostro orticello, in Italia insomma, gli analisti suggeriscono di investire in una selezione di società dei settori industriali, che così come nei Paesi emergenti dovrebbero trarre vantaggio dalla flessione dei costi. Il calo del costo del petrolio, di contro, dovrebbe penalizzare le forme di energia alternativa nel breve-medio periodo, e dunque anche gli investimenti ad essa legati.

Classifica dei premier che ci hanno tassato di più

Tasse: ecco i premier che hanno spremuto di più gli italiani. Berlusconi invece...





Chi ci ha governato ha considerato gli italiani non cittadini, ma sudditi da spremere. Almeno stando all'analisi dei balzelli imposti dai governi che si sono succeduti negli ultimi 24 anni a Palazzo Chigi: chi più, chi meno, tutti alla fine ci hanno bastonato gli italiani. Secondo lo studio fatto dal Tempo, però, lo scettro del più rapace in termini di imposizione spetta a Romano Prodi. Nella sua prima esperienza a Palazzo Chigi, dal 1996 al 1994, la pressione fiscale è passata dal 41,4% al 42,2%. Non senza passare per un ben pesante 43,4% nel 1997. L'aumento cumulato alla fine del suo mandato è stato dunque di un +1,3%. La medaglia d'oro nella classifica gli spetta perché anche alla seconda prova governativa, e cioè dal 2006 al 2007, Prodi ha portato il carico fiscale dal 40,1 al 42,7%. Con uno spettacolare incremento di 2,6 punti in soli due anni. A contendergli il primato, puntualizza Marco Valeri, c'è Giuliano Amato che nel settembre 1992 avviò la prima manovra lacrime e sangue e mise in una notte le mani nei conti correnti degli italiani. In un sol colpo fece impennare il peso complessivo del fisco dal 39,2% al 41,7 del Pil. Un salto di 2,5 punti. Il successore non fu da meno: Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993, aumentò le tasse di un altro punto percentuale.

I tagli fiscali - Gli unici che cercarono di ristemare le cose furono Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema. Arrivato al comando il Cav nel 1994 pretese e portò a termine un taglio fiscale "monstre". Dal 42,7 del governo Ciampi si arrivò al 40,6% con un taglio della pressione fiscale tagliata del 2,1%. Non solo. Nel 2005 Berlusconi riuscì a farla arrivare al 40,1%. Un record. Ma anche il suo concorrente dell'epoca non fu da meno. D' Alema nei 2 anni di esecutivo fece scendere il peso del fisco di quasi un punto.

L'uomo della provvidenza - Poi ci fu Mario Monti: l'uomo della provvidenza chiamato dall'emergenza a salvare il Paese. Prese l'Italia già sotto pressione con un fisco al 42,5% del Pil nel 2011 e riuscì, a colpi di Imu, a portare l'asticella dove mai nessuno aveva osato: 44% dunque 1,5 punti di Pil sottratti dal fisco in meno di 365 giorni. Adesso c'è Matteo Renzi. Le rilevazioni del Tempo arrivano dal Def e non lasciano prevedere nulla di buono: nel Documento economico e finanziario più aggiornato la pressione fiscale con lui resta al 43,3% del Pil.

Renzi, altro siluro al Patto del Nazareno: "La proposta di Berlusconi è irricevibile"

Matteo Renzi: "La proposta di Silvio Berlusconi è irricevibile. Subito la riforma elettorale"




Dopo la mano tesa ai grillini, nella direzione nazionale del Pd Matteo Renzi spiega che al M5s "non stiamo chiedendo un'alleanza politica, nessuna strana coalizione, ma dobbiamo vedere se su alcune cose di buon senso riusciamo a farli discutere". Si parla di riforme, di quelle riforme che, ora che il Patto del Nazareno scricchiola, il premier tenta di portare a casa con l'appoggio dei pentastellati, sempre più spaccati e dunque sempre più insidiabili. Non a caso, Renzi si rivolge anche a Silvio Berlusconi, affermando che "la sua proposta di scegliere prima il prossimo Capo dello Stato" rispetto all'approvazione della legge elettorale "va restituita al mittente. Questo tentativo sarebbe inaccettabile". Per l'uomo da Rignano sull'Arno, infatti, "non c'è alcune ragione per ritardare la legge elettorale" che "va calendarizzata il prima possibile".

Appello alla minoranza - In uno dei passaggi più importanti del suo discorso, Renzi respinge la tesi secondo la quale "l'astensionismo in Emilia è stato un segno di contrarietà al Jobs act (che poi definisce "la riforma più di sinistra mai fatta", ndr). Mi pare un'analisi superficiale, parziale e discutibile. Si è innanzitutto vinto", ha affermato scordando come in Emilia, territorio rosso per eccellenza, l'astensione abbia raggiunto livelli mai visti prima. Sui futuri assetti della politica, spiega: "La nuova destra non deve essere sopravvalutata, bisogna guardarla negli occhi, senza avere paura". Poi si torna a parlare di grillini, e Renzi spiega che "il Pd ha fatto sostanzialmente saltare Beppe Grillo. Se si è stancato lui, figuriamoci chi lo ha votato". Infine un appello al suo partito, in particolare a quella minoranza che continua ad opporsi alle riforme del premier: "Voglio il voto della direzione su questo - ha detto -, voglio capire se la direzione del Pd è convinta, come me, che le riforme vadano accelerate, non ritardate".