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lunedì 27 ottobre 2014

La Bce boccia i conti di Monte Paschi: dove sono i soldi dell'Imu per salvarla?

Stress test: la Bce boccia Monte dei Paschi e Carige




Ricordate i 3,9 miliardi di Monti-bond con cui nel dicembre 2012 il governo Monti salvo la banca Monte dei Paschi dalla chiusura. Ecco, dimenticateli. Perchè a distanza di meno di due anni da quella operazione, oggi l'istituto di credito senese, nota cassaforte del Pd e "braccio bancario£ del maggior partito della sinistra italiana, è stato bocciato dalla banca centrale europea. Una delle 25 che non hanno superato gli stress test della Bce sulla base dei bilanci 2013. Di queste, nove sono italiane: oltre a Montepaschi, Carige, Creval, Banco Popolare, Popolare di Milano, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Veneto Banca. Cinque tuttavia hanno già realizzato operazioni di rafforzamento patrimoniale nel corso del 2014, e la Bce lo segnala. Restano carenti di patrimonio, per gli elenchi Bce, dunque Montepaschi, Carige Bpm e Pop. Vicenza: queste ultime due, a loro volta, hanno realizzato sempre nel 2014 altre operazioni computate dalla Banca d’Italia come rafforzamento patrimoniale. Di conseguenza, alla fine sono solo due le banche italiane con deficit patrimoniale: Montepaschi per 2,111 miliardi (che scende a 1,35 al netto dei Monti bond) e Carige per 814 milioni.

Ci si può chiedere, dunque, che fine hanno fatto quei 3,9 miliardi di euro che appena due anni fa il governo travasò nella banca che fu di Mussari. Anche perchè, allora, le polemiche furono asprissime. Proprio nello stesso periodo del salvataggio di Mps il governo Monti rimise l'Imu, la tassa sulla casa, con cui portò via dalle tasche degli italiani circa 4 miliardi di euro. E furono in molti a vedere nelle due operazioni più che un legame, coi soldi degli italiani pagati per l'Imu finiti nella banda del Pd.

"Dissi a Moratti di cacciare quel... di Thohir". Il presidente della Sampdoria perde la testa in diretta tv: ecco cosa ha detto

Sampdoria, Massimo Ferrero: "Avevo detto a Moratti di cacciare quel filippino di Thohir"




"È ingiusto che Moratti sia stato trattato così, sono molto dispiaciuto per lui. Io glielo avevo detto: caccia quel filippino...". Con queste parole il presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, intervistato da Stadio Sprint su Raidue, ha commentato le polemiche dimissioni anche dal ruolo onorario dell’ex presidente dell’Inter e del nuovo numero uno, l’indonesiano Erick Thohir.

La polemica - Ferrero sempre in diretta tv ha rincarato la dose: "È venuto dall’Indonesia per insultare un emblema del calcio. A Thohir voglio bene, ma non mi deve toccare Moratti. Doveva difenderlo, al posto di Moratti gli avrei dato due pizzicotti. Credo Moratti sia un grande uomo, ho avuto modo di conoscerlo al telefono. Lo sento ogni tanto al telefono, mi sembra ingiusto che sia stato trattato così. Ha dato tanto al calcio italiano".

Più tardi, per evitare polemiche per la battuta sul “filippino”, Ferrero ha voluto diffondere attraverso il sito ufficiale della Sampdoria una nota nella quale afferma: “Non volevo mancare di rispetto al signor Thohir, ai dirigenti dell’Inter e alla gente delle Filippine alla quale da sempre mi legano rapporti bellissimi”.

RIVOLUZIONE ALLO SPORTELLO BANCOMAT Novità sui controlli del fisco: cosa cambia per chi preleva

Bancomat per autonomi e professionisti, il fisco chiude ai controlli



I professionisti fanno pace col Fisco grazie al bancomat. Migliaia di lavoratori autonomi, come racconta il Sole 24 Ore, finalmente non dovranno più dimostrare che i prelievi effettuati dal bancomat e non documentati non corrispondono “a pagamenti in nero”. A stabilirlo è la sentenza n. 228 della Corte Costituzionale che decreta la fine di tale presunzione con cui il fisco finora ha condotto i suoi accertamenti sui redditi dei professionisti. La Corte ha infatti dichiarato incostituzionale la norma di legge che parla di “compensi” stabilendo come sia inapplicabile ai professionisti la conclusione secondo cui i prelevamenti di contanti non documentabili equivalgano a ricavi non dichiarati.

Il caso - A tale presunzione l’Agenzia delle entrate era pervenuta a seguito di una serie di provvedimenti legislativi in materia di accertamento delle imposte sui redditi. Di fatto secondo il fisco ai professionisti andava applicata la stessa “doppia presunzione” di legge valida per gli imprenditori: i prelievi non documentati per le imprese infatti erano solitamente considerati come finalizzati a sostenere dei costi “in nero” non dichiarati.

La sentenza - In questo modo i prelievi di contanti effettuati col bancomat venivano automaticamente considerati compensi in nero, salvo che il professionista non fosse in grado di produrre tutti i documenti relativi alle spese effettuate con tali contanti. Questo vincolo ora è decaduto. Insomma la presunzione nei confronti dei professionisti secondo la Cassazione è lesiva del principio di ragionevolezza e capacità contributiva ed è arbitrario per il Fisco ipotizzare che i prelievi ingiustificati da parte di un lavoratore autonomo siano destinati ad investimenti nell'attività professionale.

domenica 26 ottobre 2014

Sondaggi, cosa succede se si vota oggi Il Cav ride, gli altri piangono / I numeri

Sondaggio Ipsos, cosa succede si si vota oggi: il Pd obbligato alle larghe intese con Forza Italia




Se si votasse oggi, Silvio Berlusconi e Forza Italia sarebbero al governo. E' il clamoroso risultato fotografato dal sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, che prende in esame le proiezioni in caso di ritorno alle urne con questo sistema elettorale, ossia il Consultellum. In attesa che il tanto atteso Italicum venga approvato al Senato (ed è da vedere se sarà uguale a quello licenziato dopo tante fatiche alla Camera), infatti, partiti e segreterie devono fare i conti molto attentamente con la legge uscita dalla bocciatura del Porcellum alla Corte Costituzionale. E come detto il risultato è clamoroso. 

Chi entra e chi resta fuori - Il Pd di Matteo Renzi quasi sicuramente non otterrebbe la maggioranza assoluta. Non solo: non riuscirebbe a governare nemmeno se Ncd o una (improbabile) sinistra unita superassero la soglia del 4% (difficile), quindi secondo l'istituto di Pagnoncelli il verdetto sarebbe scontato: di nuovo larghe intese, come accaduto nel 2013. Lo sbarramento del 4% verrebbe superato solo da quattro partiti: il Pd, dato al 39,4% (si prende in considerazione solo la Camera), il Movimento 5 Stelle al 20,4%, Forza Italia al 16,1% e la Lega Nord all'8 per cento. Esclusi da Montecitorio tutti gli altri: Ncd (3,7%), Fratelli d'Italia-Alleanza nazionale (3,5%), Sel (3,2%), Udc (1,5%), Rifondazione (1%). Certo, gli esclusi potrebbero essere invogliati in questo scenario a unirsi in lista, incrementando la loro percentuale. Non varrebbe, come sempre, l'effetto somma: le liste di due o più partiti tolgono qualcosa al totale ma allo stesso tempo eliminano di qualche decimale quello degli altri partiti/liste. E dunque, se Ncd e Udc decidessero di correre insieme secondo il sondaggio Ipsos arriverebbero al 4,9%, mentre Sel, Lista Tsipras, Verdi e Rifondazione arriverebbero al 4,2 per cento. 

Come verrebbero distribuiti i seggi - Il problema di Renzi e del Pd è, dunque, di seggi. Arrivando al 39,4% prenderebbe alla Camera 296 seggi, uno in meno di quanti vinti (con il premio di maggioranza) da Bersani nel 2013 (con il 25,4%), ben lontano soprattutto dalla maggioranza richiesta di di 316 seggi. A colmare il gap non servirebbero, appunto, nemmeno Ncd-Udc (che insieme prenderebbero 35 seggi, togliendone però qualcuno al Pd, calato a 280, portando il totale a 315) o Sinistra unita (29 seggi, e Pd calato a 267).  A Renzi dunque servirebbe solo e soltanto Forza Italia, con i suoi 121 seggi, a fronte dei 60 della Lega e dei 153 del M5S. Questo spiega, forse, perché sul patto del Nazareno e la legge elettorale Berlusconi sta frenando, anche a fronte degli sprint di Renzi. Che se si votasse con il Consultellum per governare senza il Cav dovrebbe sfiorare la fantascienza: portare cioè il Pd al 44% sperando nell'alleanza di Alfano e Casini, oppure salire alla cifra-monstre del 49% per fare tutto da solo. 

Nave africana in arrivo, incubo Ebola alla Spezia

Nave africana in arrivo, incubo Ebola alla Spezia


di Gianpaolo Iacobini 



Mercantile in arrivo dalla Sierra Leone, il prefetto ligure scrive al governo: "Confiniamo l'equipaggio a bordo". In porto arriva un mercantile dall'Africa. E il prefetto scrive al ministro Alfano: «Confinare a bordo l'equipaggio per prevenire ogni possibile rischio d'infezione».

Il pericolo si chiama Ebola. A Milano il chirurgo Paolo Setti Carraro e l'ostetrica Chiara Moretti, rimpatriati in Lombardia dopo aver lavorato in Sierra Leone, sono stati messi precauzionalmente in quarantena. Alla Spezia già si scruta l'orizzonte per tenere d'occhio la minaccia. Il protocollo predisposto dalla Regione Liguria seguendo le indicazioni del ministero della sanità prevede «rigide misure di controllo per coloro i quali hanno soggiornato in Guinea, Liberia, Sierra Leone, Nigeria e Congo nei 21 giorni precedenti». Ed è bastato quel numero, unito ai colori della bandiera battuta dal bastimento atteso al molo, per far scattare l'allerta.

L'8 novembre in rada getterà l'a
ncora una nave sorvegliata speciale dal momento in cui, il 23 ottobre, è salpata dalla Sierra Leone. Meno di tre settimane, dall'Oceano Atlantico al mar Ligure. Un periodo troppo breve per poter escludere con certezza che tra i marinai ve ne possa essere qualcuno portatore di un virus che può esplodere nell'arco di 21 giorni dal contagio. Attivato il piano di sicurezza, poiché evidentemente il dubbio non trovava risposta nelle procedure adottate, il prefetto Giuseppe Forlani ha scritto al ministro dell'interno per ottenere «ragguagli sulle precauzioni aggiuntive da adottare». A destare preoccupazione, «la libera circolazione in città dei marinai, che potrebbe costituire un pericolo per la popolazione». Per questo, qualora dovesse essere concesso l'ingresso in porto, il prefetto sarebbe pronto a disporre «il confinamento a bordo dell'equipaggio fino al momento in cui sarebbe da considerarsi del tutto fuori pericolo dal virus Ebola». E per non lasciare nulla al caso, verrebbero impartite prescrizioni particolari «circa il trattamento delle acque di zavorra, lo scarico dei rifiuti e delle acque nere».

Tutto chiaro, tutto pronto per fronteggiare eventuali emergenze? A giudicare la vicenda col metro della trasparenza, qualche perplessità sorge. L'Autorità Portuale si sfila: «Noi non c'entriamo. Delle questioni di sicurezza si occupa la Guardia Costiera». In Capitaneria lo schema non cambia: «Stiamo seguendo la cosa», dicono dall'Ufficio Comando, «ma la guida delle operazioni è nelle mani della Prefettura». Un salto in via Vittorio Veneto, dalle parti dell'Ufficio territoriale di governo, non aiuta a spazzar via le perplessità. «È stato attivato il protocollo sanitario previsto per situazioni del genere», confermano dall'Ufficio di Gabinetto. Ma quando il dialogo si sposta sulla lettera inviata dal prefetto al Viminale, sulla conversazione cala il gelo della riservatezza: «Ci sono contatti in corso col ministero, ma al riguardo non rilasciamo dichiarazioni».

Insomma, impossibile saperne di più. A sentire la Regione, in ogni caso nessun problema: «Sono stati individuati 38 posti letto idonei a garantire adeguate condizioni di ricovero: a Genova 13 al San Martino, 2 al Galliera e 3 al Gaslini. Poi 13 a Sanremo, 3 a Savona e 3 alla Spezia». C'è però chi non si fida. «Pochi giorni fa - ricorda il consigliere regionale leghista Edoardo Rixi in un'interrogazione urgente depositata mercoledì - un importante sindacato di infermieri che operano al San Martino ha dichiarato che se fosse ricoverato il primo malato di Ebola il rischio sarebbe di operare senza tute protettive appropriate e solo con laconiche linee guida».

Non resta che attendere l'8 novembre e confidare, italicamente: io speriamo che me la cavo.

249 mld in tasse e burocrazia Macigno sulle nostre imprese

249 mld in tasse e burocrazia Macigno sulle nostre imprese


di Raffaele Binelli 



Cgia: tra tasse, contributi previdenziali e burocrazia le imprese italiane sopportano un costo annuo enorme. Immaginate di avere un macigno posizionato sopra la vostra automobile. Voi al mattino vi svegliate, fate colazione, uscite di casa e, mettendo in moto la vostra macchina, andate a lavoro. 

Ma sopra di voi c'è quel macigno che blocca tutto. L'auto si sposta ma fa una fatica pazzesca. Quasi non si muove. Quel macigno è formato da tasse, contributi previdenziali e burocrazia: l'auto è+ rappresentato dalle imprese italiane, che ogni anno sono costrette a sopportare un costo di 248,8 miliardi di euro. Un peso enorme, in grado di bloccare ogni slancio. Un peso che, a conti fatti, non ha eguali nel resto d’Europa. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha stimato il contributo fiscale e i costi burocratici che le nostre imprese si fanno carico ogni anno. "In nessun altro Paese d’Europa - segnala Giuseppe Bortolussi segretario Cgia - viene richiesto un simile sforzo fiscale. Nonostante la giustizia civile sia lentissima, il credito sia concesso con il contagocce, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, la fedeltà fiscale delle nostre imprese è massima".  

Le aziende italiane contribuiscono al gettito fiscale nazionale per oltre 110 miliardi di euro, secondo una stima fatta tenendo conto delle metodologie utilizzate da Eurostat; in questo importo, però, mancano alcune tasse "minori", come il prelievo comunale sugli immobili strumentali e altri "piccoli" tributi locali. Che messi tutti insieme contribuiscono a dare peso al macigno di cui parlavamo prima.  Complessivamente questa voce ammonta ad almeno 12,5 miliardi di euro. "Inoltre - dice la Cgia -, vanno aggiunti anche i contributi a carico delle imprese versati per la copertura previdenziale dei propri dipendenti, una cifra che stimiamo in circa 95 miliardi. Complessivamente le imprese italiane subiscono un peso tributario e contributivo pari a 217,8 miliardi (anno 2012). Se allo sforzo fiscale aggiungiamo altri 31 miliardi di euro che, secondo la presidenza del Consiglio dei Ministri, sono i costi amministrativi che le Pmi italiane patiscono ogni anno per districarsi tra timbri, certificati, formulari, bolli, moduli e pratiche varie, l’ammontare complessivo del carico fiscale e burocratico sale a 248,8 miliardi di euro: una cifra che solo a pensarci fa tremare i polsi".

Un altro utile esperimento si può fare disaggregando la voce tasse: "Scopriamo - rileva l’analisi della Cgia - che l’imposta che produce il maggior gettito per le casse dello Stato è l’Ires: l’imposta sui redditi delle società garantisce all’Erario quasi 33 miliardi all’anno. L’Irpef versata dai lavoratori autonomi, invece, pesa ben 26,9 miliardi, mentre l’Irap in capo alle imprese private garantisce un gettito di 24,4 miliardi. Infine, segnaliamo l’importo dei contributi previdenziali versati dagli autonomi: altri 23,6 miliardi. Al nostro sistema delle Piccole e medie imprese la burocrazia costa quasi 31 miliardi. Per ciascuna di queste imprese si stima che il peso economico medio sia di circa 7.000 euro".

Salta subito all'occhio una cosa: "Trentuno miliardi di euro - sottolinea  Bortolussi - corrispondono a circa 2 punti di Pil: una cifra raccapricciante. Di fatto la burocrazia è diventata una tassa occulta che sta soffocando il mondo delle Pmi".

Il Pd si spacca in diretta tv

Il Pd si spacca in diretta tv: scontro Bindi - Serracchiani

di Libero Pennucci 




La Bindi: "È una contromanifestazione imbarazzante". Il vicepresidente dei Dem: "Rosy non capisce quello che sta succedendo". Due piazze (una fisica, l'altra virtuale), due popoli, due modi di intendere la politica, due differenti visioni. Ma uno stesso partito. Il Pd. Quel Pd che oggi fornisce un esempio plastico, visivo e televisivo della sua somposizione. Da una parte la piazza della Camusso, della bandiere rosse, dei pensionati e di quelli che dicono no al renzismo. Dall'altra, alla Leopolda di Firenze, a poco più di 280 chilometri di distanza, un'ora e mezza di Frecciarossa, va in scena l'apoteosi del renzismo. 

Uno scontro politico ma anche personale, che esplode in un confronto mediatico tra due donne del Pd: Rosy Bindi e Debora Serracchiani. Un battibecco pirotecnico tra le due signore democratiche che si trasforma in un affresco perfetto della faglia che attraversa e spacca largo del Nazareno. 

La Bindi è in collegamento con Skytg 24 e motiva la sua partecipazione alla manifestazione di piazza San Giovanni, il simbolo e il cuore pulsante della sinistra rossa e sindacalista. La Serracchiani è, ovviamente, a Firenze a festeggiare il quinto capodanno renziano. "È una contromanifestazione imbarazzante. È la prima manifestazione del post Pd, per andare oltre se stesso. Si capisce fin troppo", attacca ad alzo zero al Bindi. "Rosy non capisce cosa sta succedendo qui a Firenze, c’è grande ignoranza su cosa stiamo facendo. Qui c’è tantissimo Pd. Certo ci sono tanti imprenditori, ma ci sono tanti consiglieri del Pd", replica il vicesegretario dei Dem.

Ma Rosy non molla e insinua: "Sta succedendo che una grande parte della dirigenza del partito si sta riunendo da un’altra parte per fare cose importanti. Perchè non lo fanno nella casa del partito? Vuol dire evidentemente che c’è un altro progetto". E accusa: "Io do la fiducia ad un governo che dibatte in una sede dove prende finanziamenti da imprenditori che restano fuori dal Pd. Pensa che quelle politiche non influenzino poi le azioni di governo?". Quindi lascia il partito? Assolutamente no. "Io resterò a fare la mia battaglia perchè sono una cofondatrice di questo partito - spiega la Bindi -. Continuerò a porre i problemi che ho posto: voglio verificare se il fatto che il programma del partito e del governo viene elaborato in quella sede impropria, condiziona o meno l’azione del governo. Sono un parlamentare eletto dal popolo con un preciso programma. Voglio vedere se questo programma viene influenzato in sede non proprie". La crisi del Pd va in diretta tv.