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lunedì 13 ottobre 2014

Ebola, altro che sicuri: ancora un'infermiera contagiata in Occidente

Ebola, altro che sicuri: ancora un'infermiera contagiata in Occidente

di Enza Cusmai 



Aveva curato il "paziente zero" morto a Dallas, ora è malata. Eppure dicevano che i nostri ospedali sono al riparo da rischi

«Si è infettata un'altra infermiera con il virus Ebola? E allora? Avrà fatto qualcosa di sbagliato, anch'io mi sono punto con un ago usato da un sieropositivo. Sono i rischi del mestiere..». Al Sacco di Milano l'infettivologo di guardia non dà peso all'ultima notizia arrivata dall'America. In Italia Ebola non è ancora arrivata ma gli esperti sono pronti ad affrontarla. E anche se si infilano tute come scafandri e guanti e occhiali e copri- scarpe, sanno di correre il rischio di infettarsi per disattenzione o per sfortuna. Com'è accaduto in Texas. Dopo la signora Ramos, infermiera di Madrid, anche una sua collega a Dallas si è beccata il virus mentre era al capezzale del liberiano Thomas Duncan, il primo caso di Ebola diagnosticato negli Stati Uniti, il «paziente zero» stroncato dal virus contratto in Liberia. Le due infermiere sono ricoverate entrambe in terapia e in isolamento sconfortate dal fatto di essere incappate nell'infezione nonostante le protezioni e i protocolli adottati in ospedali che dovevano essere a prova di contagio.

Sarà, ma intanto sono già due i casi di malati «indiretti», quelli cioè che non hanno mai messo piede in Africa. Due infermiere contagiate su un totale di tre pazienti curati in Occidente (due in America, Duncan e un missionario, e uno in Spagna). E viene da pensare: non è che Ebola è un virus più infettivo di quello che ci lasciano intendere? Come possono essere state contagiate due infermiere in ospedali super-accessoriati se avevano usato le precauzioni sanitarie previste dal protocollo? La risposta va trovata nei fatti. A Dallas, l'Health Presbyterian Hospital era sicuro che l'infermiera aveva rispettato tutte le rigorose procedure di sicurezza. Ma Thomas Frieden, direttore del Centro per la Prevenzione ed il controllo delle Malattie di Atlanta (Cdc), ha ipotizzato che la causa del contagio dell'infermiera potrebbe essere stata «il mancato rispetto delle regole di sicurezza durante l'intubazione dei reni per la dialisi di Duncan». Un dettaglio che ha spinto perfino il presidente Obama a intervenire per raccomandare il rispetto delle procedure.

In attesa di fare chiarezza sul come e perché è avvenuto il contagio, Frieden avverte però che tutti coloro che hanno avuto contatti con il liberiano-americano nell'ospedale di Dallas sono considerati a rischio di contagio. «Sfortunatamente – ha aggiunto il direttore del Cdc - sono possibili nei prossimi giorni altri casi».

L'America ha i brividi per la paura. E pure l'Europa. Teresa Romero, l'infermiera spagnola che si è preso cura del missionario Manuel Garcia Viejo e risultata positiva all'Ebola, ha ammesso in un'intervista che forse il contagio è avvenuto mentre si sfilava la tuta protettiva dopo i trattamenti sul paziente.

Ma uno dei medici dell'ospedale, German Rodriguez, sostiene che la donna potrebbe essersi toccata il viso mentre indossava ancora i guanti protettivi. Insomma, piccole, dramamtiche, sviste che fanno capire quanto sia difficile gestire il virus a distanza ravvicinata. Per fortuna il bollettino medico di ieri dice che la donna è in leggero ma costante miglioramento.

Ma il problema resta un altro. La donna, pur con una leggera febbre, ha partecipato a un esame professionale con altri candidati. E quanti di questi sono stati a stretto contatto con l'infermiera già ammalata? Per il momento a Madrid sotto osservazione ci sono 16 persone ma non è escluso che il numero possa aumentare.

Le precauzioni, del resto, sono diventate planetarie. Israele, per esempio, ha deciso di aumentare i controlli sui viaggiatori in arrivo nel paese dalle aree più colpite dal virus Ebola: Liberia, Guinea e Sierra Leone.

Anche in Kenya c'è preoccupazione dopo che una passeggera proveniente dal Sud Sudan è morta nella notte con sintomi simili a quelli causati dall'Ebola, poco dopo l'arrivo nel paese. L'episodio ha causato il panico in aeroporto, che si è svuotato per ore dopo la morte della passeggera. L'Organizzazione mondiale della sanità ha classificato il Kenya come Paese ad alto rischio per l'epidemia che ha già causato oltre quattromila vittime in Africa occidentale.

La Turchia aiuta l'Isis: la Nato deve trovare il coraggio di opporsi

La Turchia aiuta l'Isis: la Nato deve trovare il coraggio di opporsi


di Magdì Cristiano Allam 


Dimostranti portano dei sudari nelle strade di Istanbul: Vogliono contestare Erdogan 

Se nel 2001 e 2003 gli Stati Uniti e la Nato intervennero militarmente in Afghanistan ed Iraq nell'ambito della guerra totale al terrorismo islamico decisa dopo gli attentati alle due Torri Gemelle, oggi non dovrebbero aver alcun dubbio nell'attaccare la Turchia che sostiene in modo inconfutabile i terroristi dell'Isis (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante), considerando che rappresenta una minaccia ben più seria di quella di Al Qaeda. Così come è sconcertante che l'Unione Europea continui a corteggiare la Turchia affinché vi aderisca nonostante che dal 1974 occupi militarmente il territorio europeo del Nord di Cipro, ugualmente sconvolge il fatto che la Nato continui a piegarsi ai diktat della Turchia nonostante sostenga lo Stato Islamico, indicato ufficialmente come il nemico dell'umanità da combattere e sconfiggere.

Secondo il quotidiano turco Milliyet , sono tremila i cittadini turchi che si sono arruolati nell'Isis. Il reclutamento avviene nelle città turche alla luce del sole, da dove partono pulmini che sventolano orgogliosamente le bandiere dell'Isis, in un video su Youtube, si vedono due terroristi islamici sulla metro di Istanbul, tranquillamente vestiti con la maglietta dell'Isis, certi di trovarsi in un ambiente amico. «Sono sempre di più a partire e la polizia non fa nulla», ha accusato Kenan Beyaztas, fratello di un ragazzo reclutato attraverso una delle tante società religiose nate sotto Erdogan. Tra queste, l'associazione caritatevole Hisader, di stanza a Istanbul, ha addirittura adottato come proprio logo la bandiera dell'Isis.

A fine settembre è stata annunciata la morte del turco Yakup Bulent Eleniak, arruolato nell'Isis, nel corso di un bombardamento americano in Siria. Eleniak era un attivista della più importante associazione caritatevole islamica turca, l'Ihh, messa fuorilegge per i suoi legami con Hamas e il terrorismo islamico da Israele, Olanda e Germania. Nel maggio 2010 era a bordo della nave turca Mavi Marmara presa d'assalto da un commando israeliano dopo aver sfidato Israele tentando di attraccare a Gaza, con un bilancio di 9 turchi uccisi, tutti attivisti dell'Ihh. Questa associazione dispone di fondi pari a 100 milioni di dollari annui. Il suo leader, Bulent Yildrim, si è fatto immmortalare con il leader di Hamas Khaled Mashaal e in uno suo tweet ha scritto: «Ogni ebreo residente in Turchia pagherà un prezzo». Il magistrato antiterrorismo francese Jean-Louis Bruguiere ha denunciato il legame tra esponenti dell'Ihh e Al Qaeda. Nel sito dell'Ihh è stato pubblicato un encomio a Shamil Basayev, il capo dei terroristi ceceni responsabile della strage della scuola di Beslan in cui furono assassinate 350 persone tra cui 186 bambini. Ebbene l'Ihh è strettamente legato all'Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) di Erdogan. L'ex leader dell'Ihh, Eyup Fatsa, è un deputato dell'Akp nel Parlamento.

Orhan Sansal, sindaco di Suruç, ultima città turca prima di arrivare in Siria, ha denunciato che «la frontiera è attraversata da camion carichi di armi, giovani occidentali pronti ad arruolarsi tra le fila dell'Isis, feriti di guerra che poi vengono curati negli ospedali di Ankara mentre i bambini sono abbandonati». Nel suo sito www.danielpipes.org/14486/turkey-isis, pubblica una foto in cui si vede un comandante militare dell'Isis, il cui nome di battaglia è Abu Muhammad, nell'ospedale pubblico di Hatay in Turchia, dove è stato ricoverato lo scorso aprile per ferite da guerra riportate in Siria.

Eppure il 4 ottobre il vice-presidente americano Biden si è scusato ufficialmente per aver attribuito a Erdogan l'ammissione che dalla frontiera turca sono transitati migliaia di terroristi islamici provenienti da ogni parte del mondo. Erdogan aveva preteso le scuse e ha puntualizzato: «Sono entrati in Siria come turisti»! Ammettiamolo: quest'Occidente si è sottomesso al ricatto dei turchi. Ma dobbiamo essere consapevoli che nessuna realpolitik giustifica la resa al terrorismo islamico. Abbiamo scelto di suicidarci.

"Nella Terra dei Fuochi i Forestali fanno gli autisti"

La denuncia del Sapaf: "Nella Terra dei Fuochi i Forestali fanno gli autisti"

di Girolamo Tripoli



Ancora uno scandalo per i dipendenti statali, utilizzati per compiti impropri e distolti dalle loro reali mansioni. È questa la pesante accusa lanciata dal sindacato dei Forestali. Nella Terra dei Fuochi, un'area tra le province di Napoli e Caserta, gli agenti della Forestale sono utilizzati come accompagnatori e autisti di tecnici regionali che hanno come scopo quello di effettuare delle mappature. La conseguenza di questo "compito" è che gli operatori del Corpo della Forestale vengono distratti dai loro abituali compiti per "guidare" i dipendenti dell'Arpac (l'agenzia regionale protezione ambiente Campania). A denunciare il fatto è la trasmissione televisiva "Le Iene".

Marco Moroni, segretario generale del sindacato autonomo del Sapaf, il più grande per numero di iscritti della Forestale, ha difeso gli agenti: "Nessuno dovrà permettersi di scaricare responsabilità sugli agenti del Corpo che sono stati ripresi da una telecamera nascosta durante servizi e impieghi a cui purtroppo vengono costretti". Il sindacalista poi ha attaccato la gestione dei dirigenti del Corpo Forestale: "Questa situazione viene assurdamente ignorata da Cesare Patrone, la cui fallimentare gestione decennale è sotto gli occhi di tutti. Ancor più incomprensibile è il comportamento del comandante regionale campano del Corpo forestale, Sergio Costa, che sul proprio profilo Facebook, dopo la denuncia de "Le Iene", ha preso le distanze dal comportamento del personale, nonostante sia stato lui a disporre il servizio". "Chi ha responsabilità di comando - ha aggiunto il segretario - non ha neppure il coraggio delle proprie azioni e la dignità di stare dalla parte dei propri uomini".

Moroni è infine tornato a difendere i suoi colleghi che "non vengono messi nelle condizioni di prevenire e accertare reati conclamati" e "vengono sviliti nelle loro funzioni".  "Nonostante qualcuno cerchi di distoglierci dai nostri compiti primari - ha concluso -, i Forestali proprio nella Terra dei Fuochi hanno dimostrato di poter condurre indagini impegnative e pericolose, essendo stati coloro i quali hanno fatto emergere in tutto il suo dramma la situazione ambientale di quei territori".

Berlusconi: Renzi sta in piedi grazie a traditori eletti con noi

Berlusconi: Renzi sta in piedi grazie a traditori eletti con noi 

di Francesco Cramer 




Berlusconi torna a usare toni combattivi in una telefonata a Saint Vincent per il seminario del «governo ombra» di Gianfranco Rotondi. «Non siamo in una vera democrazia», denuncia serio. Anche se poi, in privato, riconosce le notevoli doti di Renzi: «È in gamba e devo ammettere che è stato anche bravo: ha convinto i senatori a suicidarsi», dice parlando delle riforme con cui si cancella il Senato elettivo. E sul bonus degli 80 euro ci scherza su ma mica tanto: «L'avessimo fatto noi ci avrebbero indagato per voto di scambio». Questo in privato.

Sotto i riflettori e ai microfoni di Saint Vincent, tuttavia, il Cavaliere suona la carica della riscossa: «Siamo veramente in una situazione molto lontana da una situazione normale di democrazia: siamo governati da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e da un governo non eletto dal popolo». Denuncia irregolarità in cabina elettorale anche all'ultima tornata: «La maggioranza uscita dalle ultime elezioni politiche è prevalsa su di noi solo per lo 0,32%, cioè 130 mila voti che siamo sicuri che non corrispondevano al risultato vero dell'elezione». Al di là dei numeri, il governo è fragile e «in Senato è tenuto in piedi da 32 senatori che erano stati eletti dai nostri elettori». Chiaro riferimento agli alfaniani con cui in queste ore non corre buon sangue.

Berlusconi si scaglia anche contro «l'uso politico della giustizia» che è stato fatto e contro «la procedura istituzionale che in Senato ha calpestato diverse leggi e che ha allontanato dalla politica il leader di centrodestra». Era da tempo che non parlava del verdetto Mediaset: «È una sentenza paradossale ma sono certo che sarà presto cancellata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», dice ammettendo che «sto soffrendo moltissimo delle restrizioni che mi sono state imposte». Denuncia: «Ho avuto un trattamento che mai nessuno ha subito in una democrazia: in vent'anni - ha detto - mi hanno fatto di tutto, hanno attentato alla mia serenità, al mio tempo, alla mia famiglia, alle mie aziende, al mio patrimonio, ai miei diritti politici perché io non posso votare e non posso essere votato ed infine anche alla mia libertà».

Berlusconi è ferito ma per nulla domo: «Siamo in campo per la riscossa, per costruire una nuova Forza Italia e un nuovo centrodestra vincente. Questa, cosa volete, è la mia follia... Siamo ancora in campo, decisi a combattere per il nostro Paese». Quindi parla del partito: «È indispensabile un'inversione di marcia, siamo al lavoro per costruire una nuova Forza Italia». Priorità: «Superare la scissione dei parlamentari che sono stati eletti nelle nostre fila e hanno tradito il mandato degli elettori». Tira le orecchie alla truppa: «I nostri non sanno vendere il marchio che hanno in casa e ovviamente sto parlando del signor Berlusconi», scherza. Ma poi torna serio immaginando un nuovo 1994: «Dobbiamo essere consapevoli che siamo ancora di gran lunga il primo partito del centrodestra. Siamo ancora in campo». Follia? Sul tema dà vita a un siparietto con Rotondi, dopo aver ripercorso la sua carriera politica, dalla discesa in campo ad oggi: «caro Rotondi sei un po' pazzo anche tu...». E l'ex ministro replica con una battuta: «Che io sia pazzo è accertato...».

Il Pd al bivio del 25 ottobre: o in piazza o alla Leopolda

Il Pd al bivio del 25 ottobre: o in piazza o alla Leopolda




Abortita - per mancanza di materia prima e per fortuna - l'idea di asserragliarsi con i seguaci nel «Leopoldo» hotel in opposizione alla fastosa «Leopolda» renziana, Gianni Cuperlo ha annunciato che sarà in piazza con la Cgil nella manifestazione del 25 ottobre. Assieme a lui, è quasi certo che si affolleranno gli ultimi dei mohicani: Stefano Fassina e Pippo Civati. Il «colpo a sorpresa» al quale si lavora, ma del quale non v'è affatto certezza, è che si possa intravvedere tra le vecchie bandiere anche l'ex segretario Bersani. Di cui la Camusso era pur sempre fervente ammiratrice (scontandone il fio nel pessimo rapporto con il premier).

Ma sulle adesioni «di peso» il vertice del maggior sindacato italiano mantiene il massimo riserbo. Anche perché stavolta il gioco rischia di farsi pesante, e Matteo Renzi lavora di bastone e carota (soprattutto bastone) per ricondurre il dissenso interno a un simpatico intermezzo, un gustoso spot, tra due decisioni già prese. Vanno perciò intesi in senso più che mai «liquido» anche i minacciosi sfoghi intervenuti dopo la battaglia parlamentare sul Jobs Act. «Quelli li caccio fuori!», pare abbia urlato Matteo ai suoi. Ma la pochezza degli antagonisti ha reso molto più malleabile ed elastica la sferza. Il premier ormai pare limitarsi alle battute oblique, e così sarà almeno fino alla direzione del prossimo 20 ottobre, quando dovrebbe annunciare l'arrivo della sparuta pattuglia di dissenzienti vendoliani (Migliore e i suoi cari). Parlando dell'alluvione di Genova, Renzi ha scritto su Facebook: «Se vogliamo essere seri, se vogliamo evitare le passerelle e le sfilate da campagna elettorale, l'unica soluzione è spendere nei prossimi mesi i due miliardi non spesi per i ritardi burocratici. E cambiare finalmente le cose: portare a termine le riforme contro cui altri stanno facendo ostruzionismo in Parlamento».

Di espulsioni non si parla più. La dolce senatrice Laura Puppato, ormai sempre più in odore di renzismo, dice di esser pronta a battersi, pur di «scongiurare sanzioni nei confronti di colleghi che hanno ben lavorato e per i quali dovrebbe piuttosto valere una valutazione di tipo scolastico». Più o meno: vabe' ti perdono perché sei bravo. Persino il ministro Poletti ieri in tv ha tenuto a moderare i termini (alla Camera si vorrebbe evitare il ricorso alla fiducia), e propone una «riflessione su come si sta all'interno di un partito, di una comunità». Sottoscritta per i non comprendenti: si obbedisce. Invece il numero due del governo, Graziano Delrio, si appella ai reprobi: «Se i parlamentari evitassero di andare in piazza risparmieremmo ai cittadini quei brutti episodi del governo Prodi. Prampolini diceva: “uniti siamo tutto, divisi siamo nulla». Parole scelte con cura, in quanto la nuova linea in voga al largo del Nazareno è quella di varare un partito largo, «a vocazione maggioritaria» come sarebbe piaciuto a Veltroni (se Berlusconi non l'avesse affogato in culla). Una «casa» nella quale c'è posto per tutti e uno sgabuzzo pure per il custode delle orchidee in serra, sempre che non faccia schiamazzi oltre le 20, chè si mangia. Inevitabile il parallelo con la Balena bianca, quel che nel gergo dei cultori della materia viene definito «partito pigliatutto». Nelle parole del «reggente» Lorenzo Guerini, è un messaggio assai chiaro per i lavoratori stremati dalla crisi: «Non possiamo più cercare rifugio in una rappresentanza predefinita, ma dobbiamo parlare a tutti gli italiani». Grazie a Cuperlo e Fassina si terrà ancora un po' viva l'antica tradizione del partito «di lotta e di governo». L'importante è che rientrino a Casa Renzi rigorosamente per cena.

Fisco, clima da Ddr

Il peso delle tasse: un milione di italiani ha denunciato i vicini. Così si rischia di tornare ai tempi della Stasi

di Andrea Cuomo 



Le segnalazioni hanno portato alla luce 165 milioni di euro di sommerso. La rabbia dei contribuenti: chissà quanti sassolini dalle scarpe si saranno tolti quegli italiani che hanno denunciato il commerciante, l'artigiano, il professionista poco incline alla ricevuta fiscale



Roma - Un milione di spiate dal valore di 164 milioni di euro e spiccioli. È la delazione fiscale, bellezza. Un modo per far trionfare l'onestà, certo. Ma chissà quanti sassolini dalle scarpe si saranno tolti quegli italiani che hanno scritto al sito evasori.info per denunciare il commerciante, l'artigiano, il professionista poco incline alla ricevuta fiscale. Siamo nell'anno di grazia 2014 e se il ristoratore non ti ha portato lo scontrino, soffiandoti il conto nell'orecchio con piglio da cospiratore, le cose sono due: o lo stronchi su TripAdvisor o gli mandi la finanza elettronica. Comunque ti godi l'acre sapore della vendetta senza nemmeno muoverti da casa.

C'è un mood un po' da Germania dell'Est nell'elaborazione dei dati di evasori.info fatta dall'agenzia AdnKronos. Quel clima plumbeo che ha ispirato narratori e registi, per cui in appartamenti incistati in falansteri da architettura socialista ciascuno diffidava del vicino di casa che avrebbe potuto spiarlo attraverso il muro di cartongesso per poi raccontare alla Stasi, la polizia segreta, che con la moglie si era lamentato della mancanza dei cetriolini sottaceto giù al supermercato di zona.

Ma se ci si libera di quel sapore un po' ferroso da collaboratori del regime, ci si può congratulare con l'erario, che festeggia 164.860.730 euro di evasione fiscale potenzialmente recuperata grazie alle soffiate «spontanee» dei cittadini arrivate entro le ore 16 dello scorso 10 ottobre. I cittadini superonesti, oppure vendicativi, se la prendono soprattutto con i bar (33,2 per cento delle segnalazioni), con i ristoranti (12,2), con negozi di alimentari, bevande e tabacchi (9,6), con servizi per la persona (9,2) e con gli ambulanti (4,4). In termini di valore, però, le evasioni più ingenti sono quelle degli studi legali e notarili (35,8 per cento dell'ammontare totale), seguiti da medici e dentisti (7,4), ristoranti (5,9), bar (5,2), agenzie immobiliari (5,6) e servizi alla persona (5,2).

La ricerca individua anche le categorie meno inclini alla fattura o allo scontrino, che sono, nell'ordine: i servizi finanziari in provincia di Como, le agenzie immobiliari in provincia di Milano, medici e dentisti in provincia di Roma, i loro colleghi napoletani, rivenditori e meccanici di auto e moto in provincia di Roma, pubblicitari sempre in provincia di Roma, ristoranti in provincia di Milano, servizi immobiliari in provincia di Roma e bar in provincia di Roma. Una lista che mostra una maggiore propensione all'evasione nelle grandi città e al Nord. O forse una maggiore talento per la soffiata.

Tra i comportamenti denunciati c'è di tutto: il barista che nella frenesia mattutina finge di dimenticarsi lo scontrino del tuo cappuccino&cornetto. Il dentista che per la lunga cura ortodontica di tuo figlio ti propone un doppio binario: una cifra A senza fattura e una cifra A+B con. Il cameriere che scrive il totale a penna sulla tovaglia di carta e si aspetta ovviamente il pagamento cash. E anche un buona mancia, che c'entra. Siamo mica nella Ddr!

giovedì 9 ottobre 2014

Senato approva il Jobs Act Renzi incassa la fiducia ma non ride

Jobs Act, al Senato fiducia per Renzi: 165 sì, nel Pd non votano Mineo e Casson




Il governo ottiene la fiducia sul Jobs Act al Senato: 165 voti favorevoli, 111 contrari e 2 astenuti. Non hanno partecipato al voto i "dissidenti" del Pd Corradino Mineo e Felice Casson, in parziale "rottura" con il fronte degli altri 34 ribelli che alla fine hanno scelto di confermare la fiducia al premier Matteo Renzi. E uno schiaffo alla linea imposta dal segretario-presidente del Consiglio è venuto da un altro senatore ribelle del Pd, Walter Tocci, che ha rassegnato le proprie dimissioni. Segno che al Nazareno il dissenso c'è ed ancora forte, nonostante l'esecutivo tenti di sedarla a colpi di fiducia. 

Rissa e insulti al Senato - Una giornata lunghissima, a Palazzo Madama, con tensione alle stelle, risse, insulti, fuoriprogramma decisamente umilianti per tutta la politica italiana. In mattinata la contestazione dei senatori grillini e sospensione della seduta subito dopo l'intervento del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che doveva presentare in Aula il testo dell'esecutivo. Nel pomeriggio succede di tutto, con grillini e leghisti che occupano i banchi del governo, tirano monetine e libri all'indirizzo del presidente Pietro Grasso e una rissa scatenatasi a sorpresa tra i banchi della sinistra, con la vendoliana De Petris che ha ferito accidentalmente al polso la dem Fattorini. 

Cosa cambia sull'articolo 18 - "Sono sceneggiate, non politica", ha commentato da Milano lo stesso Renzi che incassa il sì al Jobs Act e al superamento dell'articolo 18 ma che vede rinviati alla Camera i nodi fondamentali, soprattutto riguardo al reintegro. Reintegro che, come annunciato da Poletti, resta per i neo-assunti soltanto nei casi di licenziamento discriminatorio o per gravi motivi disciplinari. "Siamo andati sulla piattaforma della destra, favorisce recessione e disoccupazione", è la critica del dem Stefano Fassina. Per Paolo Romani di Forza Italia, che ha votato contro, la riforma non è né carne né pesce, incerta sia sull'articolo 18 sia sui co.co.pro: "Norme troppo generiche, lascia aperte tutte le strade alla legge delega", accusa il senatore azzurro. E la palla ora torna in mano a Renzi.