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giovedì 28 agosto 2014

I terroristi islamici crescono in Veneto

Jihad, l'allarme: i terroristi islamici crescono in Veneto

di Cristiana Lodi 


Sotto Natale l’imbianchino Ismar Mesinovic aveva chiuso in fretta due valigie e dopo un saluto agli amici del centro culturale Assalam di Ponte nelle Alpi, era filato a gambe levate dal piccolo paese in provincia di Belluno dove abitava dal 2009. Una tappa veloce in Germania dalla mamma e poi via, ancora di corsa, dal Veneto direttamente in Siria: pronto a combattere nella terra dell’Isis (lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante), contro il regime di Assad. A gennaio, mentre guerrigliava in nome di Allah e della Guerra Santa, è morto col figlio al seguito. Aveva due anni, il piccolino. 

Ismar Mesinovic, poi Idris Bilibani: super sorvegliato da Digos e Ros in quanto frequentatore sospetto del Nordest: i suoi continui viaggi internazionali e i messaggi via web sono nel mirino degli investigatori che non lo perdono d’occhio. Loro e, ancora, il fatidico Bilal Bosnic: wahabita, considerato fra i capi dell’Isis in Iraq, anche lui passato dal Triveneto alla Toscana: dalla Destra Tagliamento, a Treviso fino a Cremona passando per Monteroni D’Arbia (Siena). Imam, predicatori violenti, meritevoli di essere espulsi se non fosse che se ne sono andati da soli a esercitare il loro massimo sforzo sul fronte del Jihad: la Guerra Santa, la più alta istituzione dell’Islam che compare in 23 versi del Corano. 

Predicatori pericolosi, transitati dal Nordest e accomunati da un denominatore unico: l’origine bosniaca. Ma anche dall’età che oscilla fra i 18 e i 35 anni. Sono la seconda generazione dei tanti reduci scampati al tracollo della ex Jugoslavia, arrivati in Italia dai primi Novanta a inizio Duemila.

E’ su questi personaggi e non più soltanto sul fronte nordafricano, mediorientale o più precisamente afghano, che Digos e Ros tengono alta l’attenzione. Soggetti che agiscono sottotraccia, in modo autonomo, come «ufficiali di collegamento tra il nostro territorio e quello islamico». Lontani dal fare proselitismo di massa, hanno come base il garage o il computer; non più la moschea o quello che fino a qualche anno fa poteva essere il viaggio di indottrinamento in Afghanistan. «Cani sciolti, sfuggenti (proprio per questo), al controllo di polizia e carabinieri», spiega una fonte, «avventurieri abili ad arruolare seguaci sul posto».

La Bosnia-Erzegovina, per la sua particolare connotazione di centro di riferimento di differenti e numerosi gruppi etnici, è stata da sempre al centro di movimenti migratori, la maggior parte delle volte dovuti agli scontri tra la forte componente serba e le altre due etnie, bosniaca e croata.

Dopo la disaggregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la Bosnia-Erzegovina è stata oggetto di una guerra interna drammatica, infuocata dallo scontro di religione fra cristiani e musulmani. Siamo fra il 1992 e il 1995. Il conflitto tra serbi, croati e bosniaci fedeli all’islam, ha costretto alla fuga oltre due milioni di abitanti. Germania, Montenegro, Serbia, Croazia, Italia: le mete dei fuggiaschi che hanno portato con sé l’astio legato alle persecuzioni subite da parte dei cristiani. Nel nostro Paese il flusso di immigrati provenienti dalla ex Jugoslavia è cresciuto in breve tempo. Dal 1996 al 2006 i bosniaci approdati, soprattutto al Nord, sono più che duplicati, passando da 9.500 a 26.300 (e il 56% sono uomini). Il grosso si concentra proprio nel Nordest, soprattutto in Veneto (5.700 unità). Poi in Lombardia (3.000), Friuli Venezia Giulia (2.300) e Emilia-Romagna (1.700). 

In Veneto i residenti di origine bosniaca sono ormai radicati nelle province di Vicenza, Verona e Padova; di Venezia e Rovigo, oltre che di Belluno. Qui, a Ponte nelle Alpi, ha abitato l’imbianchino immolatosi in nome di Allah: Ismar Mesinovic. E’ su questo Nord, dove molti bosniaci musulmani, figli di profughi induriti prima dalla guerra e poi dalla crisi economica, che resta alta l’attenzione della nostra intelligence. Molti di loro sono fra la trentina di residenti nel Triveneto ora sotto stretto controllo per via delle loro idee estremiste. O per le frequentazioni sospette. E se si considera che stando al ministero dell’Interno sono una cinquantina gli italiani convertiti all’Isis, fa riflettere che almeno tre decine siano radicati in Veneto. 

L’imbianchino morto col figlio di due anni, non è l'unico jihadista partito da questa terra per offrire il proprio contributo a una delle tante Guerre Sante sparse per il mondo. Prima di lui ce ne sono stati altri: Hussein Saber Fadhil, per tutti “il Califfo”: vendeva kebab a Padova. Il Ros lo ha arrestato nel 2007 con l'accusa di essere il capo di una cellula di Al Qaeda e di avere progettato un attentato a Bagdad. Lanciarazzi, uomini-bomba. Tutto confermato. Anche se poi il Tribunale di Venezia ha stabilito che «le iniziative della sua formazione erano finalizzate a colpire obiettivi non militari». 

Un combattente e non un terrorista, dunque. Un epilogo che si ripete, con il risultato che dal “Califfo” che si preparava a combattere in Iraq (e ancora oggi vende kebab a Marghera) fino all’imbianchino che ha voluto il martirio in Siria, in Veneto (la terra della Serenissima Repubblica e un tempo impero della Lega Nord) sempre più persone sono affascinate del Jihad. «Disperati, spesso senza famiglia né un lavoro», spiega un investigatore. «Soggetti facili a lasciarsi incantare dai reclutatori: imam, estremisti, fanatici allo sbaraglio, magari ex combattenti che hanno avuto contatto diretto con i campi di battaglia. In Veneto non risultano zone di addestramento. Però sono passati soggetti come il bosniaco Bilal Bosnic: in questi giorni lancia in rete appelli ai giovani musulmani per unirsi al Califfato. È considerato un predicatore violento e itinerante: adesso è in Bosnia, prima era in Italia. E molte delle città nelle quali ha transitato, sono in allerta. 

In Veneto sono Centodieci i centri di preghiera e le associazioni culturali islamiche. Luoghi nel mirino di carabinieri e Digos, oltre che dei servizi segreti che indicano Padova come una delle zone «calde» per l'indottrinamento e il reclutamento di uomini disposti a combattere per l’Isis che spadroneggia in territorio iracheno e siriano. Stando all’ultimo dossier della nostra intelligence sarebbero almeno duecento i soggetti «attenzionati», in Italia e ritenuti molto pericolosi perché rientrati nel nostro Paese dopo un periodo di addestramento in basi segrete, per lo più in Afghanistan. Un fenomeno nuovo, che agisce al contrario rispetto ad altri Paesi europei, dove la maggioranza dei jihadisti reclutati va direttamente a combattere sui territori di guerra. Da noi è il contrario. La maggioranza dei fanatici resta in Italia per dare sostegno logistico e organizzativo.

Bacio tra Andreotti e Totò Riina La confessione del "capo dei capi": "Adesso vi dico come è andata..."

Totò Riina: "Giulio Andreotti? Il bacio non ci fu, ma ci incontrammo"




Nessun rapporto tra Mafia e Stato. Non ci fu nessun bacio tra Giulio Andreotti e Totò Riina. A dirlo è proprio il boss mafioso condannato all'ergastolo, come riporta il quotidiano la Repubblica. 

Confessione - Per trent'anni è stato uno dei segreti meglio conservati della mafia siciliana, adesso è il padrino più autorevole dell'organizzazione a svelarlo per la prima volta. Racconta Salvatore Riina: "Balduccio Di Maggio dice che mi ha accompagnato lui e mi sono baciato con Andreotti. Pa... pa... pa". Il capo di Cosa Nostra scuote le mani mentre passeggia sorridente nel cortile del carcere milanese di Opera, come a far capire: tutte palle. Non ci fu alcun bacio, sostiene.

L'incontro - Poi, cambia tono di voce e sussurra la sua verità: "Però con la scorta mi sono incontrato con lui". Lui, il sette volte presidente del Consiglio finito sotto processo per associazione mafiosa, ma poi assolto dall'accusa di aver incontrato Riina nel 1987: gli unici due incontri accertati dai giudici fra Giulio Andreotti e un altro capomafia,
Stefano Bontate, risalgono al periodo 1979-1980. 

Sconti sugli affitti: il piano del governo Ma sui soldi ora è scontro Renzi-Padoan

Decreto Sblocca Italia, sgravi per affitti ed edilizia: ecco le novità




Agevolazioni sugli affitti e sull'edilizia. Il decreto sblocca Italia che presenterà il governo alla fine di questa settimana è piuttosto consistente. Il premier dovrà fare i conti con il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan che ha fatto sapere chiaramente di non avere risorse in cassa per finanziare il piano del governo. Intanto la bozza del decreto prevede diverse novità. Molte riguardano il permesso a costruire, che potrà essere concesso con modalità più veloci oppure non essere più necessario in una serie di casi per i quali sarà sufficiente la denuncia di inizio attività: ad esempio per di variazioni non essenziali conformi alle prescrizioni urbanistiche. Dovrebbero aumentare anche i poteri dello sportello unico per l’edilizia, mentre ai Comuni verranno concessi sei mesi di tempo per mettere a punto un regolamento edilizio tipo. Vengono semplificate poi le procedure per il cambio di destinazione d’uso, novità che dovrebbe anche favorire la cessione di immobili pubblici.

Gli sgravi - Corposo anche il capitolo dedicato alle agevolazioni fiscali. Se sulla proroga delle detrazioni per il risparmio energetico e di quelle per le ristrutturazioni il confronto è ancora in corso, è allo studio un nuovo beneficio destinato ai privati che acquistano unità immobiliari a destinazione residenziale, purché questi siano poi destinate per i successivi sette anni al mercato degli affitti. Lo sgravio consiste in una deduzione Irpef pari al 20 per cento del prezzo, da fruire in otto anni, con un limite massimo di spesa pari a 300 mila euro. Tra le altre condizioni previste c’è anche la fissazione di un canone di locazione non superiore quello convenzionato definito dagli accordi tra le associazioni di proprietari e quelle di inquilini.

Privatizzazioni - Ma la novità forse più rilevante rispetto all’impostazione originaria del provvedimento è l’aggiunta di una sezione incentrata sull’apertura al mercato delle società pubbliche locali, in particolare quelle che si occupano di trasporto e di igiene ambientale. L’obiettivo è iniziare a rendere più efficiente un settore che è anche al centro dell’attenzione del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli.

Partecipate - Dunque le società in questione, totalmente partecipate dalle Regioni o dagli enti locali potranno usufruire di un prolungamento di 22 anni e sei mesi della durata dell’affidamento del servizio se si quoteranno in Borsa entro il 31 dicembre del proprio anno. Dopo il collocamento avranno due possibilità: o mantenere il controllo del 50,01 per cento delle azioni, impegnandosi però a cedere la parte residua ad un soggetto industriale, oppure collocare comunque sul mercato almeno il 60 per cento delle azioni possedute. 

La confessione choc dell'Imam: "Giusto rapire le due italiane. Vi dico cosa facevano in Siria..."

L'Imam Bilal Bosnic: "Giusto rapire le due italiane"




"Giusto rapire le due italiane in Siria". Parola di Imam. Bilal Bosnic è un imam, jihadista, convinto sostenitore dello Stato dell’Islam, un predicatore che porta la parola di Allah nel Nord Italia. Tra le sue tappe nel nostro Paese ci sarebbe stata anche quella di Bergamo. Intervistato dal Corriere, Bosnic afferma con aria di sfida che è legittimo il rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. "Credo non sia giusto per nessuno che viene dall’Occidente interferire con i problemi interni islamici. Noi non interferiamo con i politici occidentali. Rapire è una pratica giustificata, è una cosa comune per un nemico durante la jihad e qualsiasi altra guerra. Le due ragazze hanno interferito". 

L'attacco - L'imam estremista è quindi convinto che le due ragazze "interferivano", come chiunque arrivi dall'Occidente. Non solo: per il predicatore jihadista "rapire è una pratica giustificata, una cosa comune per un nemico durante la jihad e qualsiasi altra guerra". Poi l'Imam sulla Parole che non devono stupire. Sulla sua pagina Facebook Bosnic, fin dal 7 luglio, aveva postato il sermone del Califfo, Abu Bakr al Baghdadi da Mosul, dove ha cacciato i cristiani, con il seguente commento: "Quest'uomo verrà ricordato per secoli (…) Allah continui a ricompensarlo per i suoi meriti". Soprattutto per aver seminato terrore in Occidente e aver ordinato, probabilmente, la decapitazione di un giornalista che faceva il suo lavoro. 

IL PALLONE ITALIANO S'E' GIA' BUCATO Champions, flop Napoli a Bilbao: 3-1 Ko ed eliminazione, Benitez rischia

Champions League, Napoli fuori: ko 3-1 in casa dell'Athletic Bilbao




Un Napoli senza difesa: perde malissimo 3-1 in casa dell'Athletic Bilbao ed esce mestamente dai playoff di Champions League. Sotto accusa la linea arretrata, il tecnico Rafa Benitez che non ha saputo registrarla (lo scorso anno come nell'avvio di questa seconda stagione) e il presidente Aurelio De Laurentiis, che ora dovrà rendere conto ai tifosi (e allo stesso allenatore) di una campagna acquisti deficitaria. Risultato: buttati al vento 30 milioni di euro (tanto valeva l'accesso alla coppa) con il concreto rischio che la squadra si sfaldi subito sotto il peso delle critiche di una piazza già agitata ad agosto.

Aduriz e Ibai Gomez, ma che disastri - Dopo l'1-1 del San Paolo una settimana fa, gli azzurri entrano in campo nella "cattedrale" del San Mames più attenti e concentrati. Il primo tempo è equilibrato, anche noioso, a differenza di quanto accaduto a Napoli con i baschi scatenati. Ma nella ripresa accade di tutto. Dopo un paio di minuti è capitan Hamsik a far esplodere i partenopei con un destro sporco dal limite che s'infila nell'angolino alla sinistra di Iraizoz. In apparenza, partita in discesa perché con Mertens (preferito a Insigne) e Callejon e il solito Higuain il vantaggio aprirebbe praterie per il contropiede. E invece gli uomini di Rafa arretrano troppo e iniziano a tremare. Per la verità, si fanno male da soli. Al 17' su corner dalla sinistra il bomber Aduriz si trova clamorosamente libero a non più di 5 metri dalla porta di Rafael infila sul primo palo. Un errore difensivo clamoroso bissato, se possibile, al 24'. Dopo un bel destro dal limite di Higuain, bloccato dal bravo Iraizoz, arriva il patatrac. Palla verso l'area del Napoli, Albiol temporeggia per proteggere l'uscita di Rafael ma i due non si intendono e al limite degli undici metri vengono fregati dal lesto Aduriz, che insacca a porta vuota. Un disastro. E al 29' la croce sulle speranze azzurre la mette Ibai Gomez, che s'invola sul filo del fuorigioco (Aduriz in posizione più che dubbia) e segna comodamente. 

Benitez e ADL bocciati - "Non sarebbe una tragedia andar fuori", aveva detto Benitez alla vigilia. Sbagliava, perché andar fuori così è una bocciatura per lui, per i giocatori, per il presidente. L'anno scorso il Napoli era uscito dal girone di ferro della Champions contro Borussia, Arsenal e Olympique con 12 punti fatti, fregato solo dalla differenza reti. Quest'anno l'eliminazione è meritata e fa più male. Il guaio è che fa ancora più male al calcio italiano, che nelle prossime stagioni rischia seriamente di vedersi ridurre solo a due le squadre ammesse alla manifestazione più importante, prestigiosa e ricca d'Europa.

mercoledì 27 agosto 2014

Gioca un euro al lotto e diventa milionario

Gioca un euro al lotto e diventa milionario



Gioca un euro e si sistema per tutta la vita. Un uomo, del quale non si conoscono le generalità, è entrato nel bar La Coccinella, a Besana in Brianza, ha giocato una moneta al 10eLotto ed è diventato un piccolo paperone


Un milione e 69.829 euro, è questa la cifra precisa che si è portato a casa. L’estrazione avviene ogni cinque minuti - spiega un comunicato del Gioco del Lotto - così l’uomo ha visto in diretta sul monitor fra i 20 numeri estratti uscire tutti quanti i dieci che aveva giocato.

Fonte: Il Giornale 

Mia figlia nella Scozia-miracolo. Così ha trovato lavoro in un'ora

Mia figlia nella Scozia-miracolo. Così ha trovato lavoro in un'ora


di Marino Smiderle 


La tormentosa burocrazia che affligge il nostro Paese laggiù non esiste: bastano un codice fiscale (istantaneo) e un conto in banca (gratuito)


Aberdeen (Scozia) - In quest'estate piovosa e col Pil in retromarcia la cosa migliore è venire a ricaricarsi ad Aberdeen. Nell'ultima settimana di luglio, per dire, in questa città di mare, di campagna e di pozzi petroliferi offshore, c'è stato il sole sette giorni su sette.

E il tasso di disoccupazione di questa ex area depressa della Scozia del nord non si è mai staccato troppo da un fisiologico 2 per cento. E io che per poco a maggio non facevo un infarto quando mia figlia, 20 anni, tre esami superati brillantemente al primo anno di Scienze Politiche, mi annunciò la sua intenzione di prendersi un anno sabbatico per venire a lavorare dagli highlander con la scusa di approfondire le conoscenze di una lingua che già parla piuttosto bene, ho cominciato a mettermi il cuore in pace.

Certo, si può capire anche quel diavolo del leader dell'Ukip, Nigel Farage, spaventato dall'invasione degli oltre 200 mila immigrati europei nel Regno Unito e concentrato nel mettere in difficoltà e rubare consensi ai conservatori del premier David Cameron a sua volta costretto a mettere un argine ai «privilegi» di cui godrebbero gli estranei. Sì, perché nel Regno (per ora) Unito hanno saggiamente mantenuto la sterlina ma applicano integralmente le direttive sfornate a Bruxelles. Questo ha permesso a Ilaria di fare il primo colloquio di lavoro della sua vita (cameriera in un hotel a 5 stelle, mica ingegnere in una piattaforma, per carità) e di essere assunta nel giro, stando un po' larghi, di un'ora. Il tempo di sentirsi chiedere il numero di conto corrente e del Nin (National insurance number, una specie di codice fiscale), di scendere all'ufficio del Job Centre Plus per avere il numero provvisorio e per accendere il conto, senza spese, alla banca più vicina, il Santander (unico documento richiesto, la carta d'identità e l'indirizzo di residenza in Scozia), di risalire per completare la firma del contratto, e il gioco poteva cominciare. Contratto a tempo indeterminato, senza articoli 18 e senza tanti fronzoli.

Uno dice: per forza che i giovani italiani scappano in Gran Bretagna. E per forza che i britannici s'incazzano. Così come gli insegnanti precari del nord Italia si infuriano perché le graduatorie sono falsate dall'assalto di quelli del sud, allo stesso modo i giovani scozzesi, in questo caso, si trovano una concorrenza più agguerrita pronta a rubare i posti che «spetterebbero» a loro. Questo in teoria. In pratica, siccome ad Aberdeen non si fa in tempo a chiedere un lavoro che l'hai già trovato, alla fine conviene pure alla Scozia, fin che l'economia tira, avere a disposizione tutti questi volenterosi.

I primi tre colleghi che mia figlia ha trovato sul posto di lavoro sono di tre nazionalità diverse: una lituana, un bulgaro e uno scozzese doc. Giovani studenti che lavorano d'estate per pagarsi gli studi d'inverno. Facoltà serie, ingegneria, economia, mica la Drama School a cui vorrebbe iscriversi Ilaria il prossimo anno per imparare a recitare in inglese a teatro, ma questo è un altro discorso.

L'unica rogna, da queste parti, è il costo delle case. Una cameriera al primo impiego non può certo permettersi di affittare un appartamento vicino a Union Street: te lo fanno pagare come se fossi a piazza Navona. Siccome Ilaria è venuta qui grazie a una cugina che la ospita e che ha deciso di vivere nella countryside di Aberdeen perché il marito è stato assunto da una multinazionale dell'Oil & Gas dove prende uno stipendio cinque volte più alto di quello che prendeva in Italia, il problema, per ora, è risolto.

La prima domanda che le hanno fatto davanti a una birra al pub, però, è stata, come dire, di tipo politico-istituzionale: «Yes or Better together?». La Scozia in questo momento è baciata dal sole e dalla crescita economica ma è divisa in due tra chi il prossimo 18 settembre voterà sì all'indipendenza (Yes, appunto) e chi invece, pur essendo altrettanto orgoglioso e geloso delle tradizioni di quella che ritengono la sola e unica patria che non ha nulla a che spartire con Londra, preferisce rimanere insieme dal punto di vista meramente amministrativo (Better together). Essendo europea e residente in Scozia, Ilaria ha il diritto di influire sul destino degli highlander. Deve solo registrarsi e poi potrà votare. Opinabile, ma è così.

Andando a fare un giro al mitico Pittodrie, lo stadio dell'Aberdeen Fc, la squadra con cui sir Alex Ferguson dal '78 all'86 ha vinto campionati, coppe nazionali e coppe europee prima di volare al Manchester United, ho capito però che il Regno resterà Unito. Dicono che i contrari all'indipendenza siano in vantaggio di pochi punti, nonostante in giro per la Scozia siano molto più visibili gli stemmi con scritto Yes propagandati senza requie dal primo ministro scozzese Alex Salmond. Conservatori, laburisti e liberali inglesi si sono impegnati a garantire ulteriore autonomia, lasciando tutte le tasse a Edimburgo, se gli elettori scozzesi voteranno contro l'indipendenza. Non ce n'era bisogno. Un giovane gommista, pura working class, che stava comprando l'abbonamento alle partite dei Dons per la prossima stagione grazie all'ultimo aumento di stipendio, mi ha spiegato che lui, come tanti altri, ha già deciso di votare no. «I favorevoli fanno più baccano - ha detto - ma la maggioranza teme di perdere la sterlina e il lavoro se andiamo per conto nostro. Non cambierà nulla, mi creda». E al primo dibattito trasmesso martedì sera dal canale scozzese Stv, l'ex cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling, che guida la campagna «Better Together», è sembrato più convincente del rivale.

Anche Ilaria voterà per non disintegrare il Regno Unito. L'ha convinta J.K. Rowlings, quella che ha accumulato milioni di sterline inventando Harry Potter. Contrariamente a Sean Connery, lo 007 che fa il testimonial per la secessione, l'autrice di bestseller spinge per il no. Se ce l'ha fatta lei nel Regno Unito, ce la può fare anche una giovane cameriera italiana che sogna di diventare un'attrice di teatro nella patria di Shakespeare.